Featured

Il Trittico di san Giovenale di Masaccio

Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi
Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi

Nella sua breve vita (nacque nel 1401 e morì a 27 anni nel 1428) Masaccio realizzò alcuni capolavori che hanno segnato profondamente la storia dell’arte, opere capitali che hanno dato avvio alla pittura rinascimentale. Poche sono, purtroppo, quelle sopravvissute al passaggio dei secoli, e quelle rimaste sono disperse in molti luoghi. A Firenze si trovano gli affreschi realizzati insieme a Masolino nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine (portati a compimento fra il 1424 e il 1425) e la fondamentale Trinità nella chiesa di Santa Maria Novella (risalente al 1427 circa, ultima sua opera giunta fino a noi), nonché due tempere su tavola custodite agli Uffizi, la Madonna del solletico e la Sant’Anna Metterza (dipinta insieme a Masolino).

Masaccio, Trittico di San Giovenale
Masaccio, Trittico di San Giovenale

A poca distanza dal capoluogo toscano si può ammirare lo straordinario Trittico di San Giovenale, esposto nel Museo Masaccio della pieve di Cascia di Reggello. Il Trittico è la prima opera di Masaccio a noi nota, dipinta il 23 aprile 1422 all’età ventuno anni, come indicato dall’iscrizione che corre sul bordo inferiore: “ANNO DOMINI MCCCCXXII A DI VENTITRE APRILE”. Questa iscrizione è importante non solo perché consente di datare esattamente la tavola, ma anche perché per la prima volta in Europa vengono utilizzate le moderne lettere capitali umanistiche anziché quelle gotiche internazionali: a Masaccio va anche questo primato.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell'iscrizione
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell’iscrizione

Il Trittico rappresenta la Madonna col Bambino e due angeli ai piedi, accompagnata dai santi Bartolomeo e Biagio (nello scomparto di sinistra) e Giovenale e Antonio Abate (a destra). L’opera probabilmente venne commissionata dal patrono della chiesetta di San Giovenale a Cascia di Reggello, Vanni Castellani, e fu dipinta a Firenze dove rimase in un primo momento per essere ammirata dagli artisti dell’epoca.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino

L’innovazione che essa testimonia è evidente: l’intera composizione è organizzata secondo una chiara impostazione prospettica, attraverso la spazialità del trono monumentale della Madonna – incurvato in profondità e proiettato in avanti nelle ante laterali – e la disposizione delle assi del pavimento, che convergono prospetticamente verso un punto di fuga centrale. I santi raffigurati negli scomparti laterali sono una rappresentazione realistica di personaggi che sostengono pastorali e libri, li stringono e li afferrano: colpisce la fedeltà al vero degli occhi di Sant’Antonio Abate, che sono arrossati all’interno delle palpebre secondo un tratto tipico dell’uomo anziano, mentre un vivace maialino si muove ai suoi piedi, introducendo una nota naturalistica in un contesto solenne.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate

Altri elementi sottolineano la grande sensibilità di Masaccio e l’acutezza  del suo sguardo: il Bambino stringe tra le mani un grappolo d’uva, che era rifinito in lacca andata perduta, mentre tiene due dita dell’altra mano in bocca; la Vergine indossa al dito anulare un doppio anello e la sua veste era decorata in oro (purtroppo perduto); San Giovenale tiene aperto un libro sul quale si legge l’antifona al Salmo 109: la scrittura è stata paragonata all’unico autografo noto del pittore, una denuncia al catasto del 1427, e risulta essere della stessa mano.

Altre immagini del Trittico:

Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella
Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella

Altre opere di Masaccio sono il Polittico di Pisa (risalente al 1426), oggi smembrato e in parte disperso – nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa si conserva il pannello con San Paolo, il Museo Capodimonte di Napoli custodisce il pannello con la Crocifissione, altre parti sono a Los Angeles, Berlino, Londra – e lo scomparto con i santi Girolamo e Giovanni Battista per il polittico di Santa Maria Maggiore (oggi a Londra).

La possibilità di ammirare questa opera merita assolutamente il viaggio a Cascia di Reggello, dove peraltro il Museo Masaccio offre un’interessante pinacoteca con tavole della bottega di Domenico Ghirlandaio, di Agnolo Guidotti, di Santi di Tito, oltre che suppellettili sacre e paramenti liturgici, risalenti dal tardo Quattrocento fino al Settecento.

Altre immagini del Museo Masaccio:

L'abbazia di Vallombrosa
L’abbazia di Vallombrosa

Una volta a Reggello si può raggiungere Vallombrosa e visitare l’abbazia fondata nel 1058 da San Giovanni Gualberto, nel cui museo si trova la splendida Pala di Vallombrosa di Domenico Ghirlandaio, oppure attraversare il Valdarno e risalire in direzione del Chianti, per un giro fra borghi e badie: qui un itinerario possibile, a partire dalla badia a Coltibuono (sempre possesso dei benedettini vallombrosani) quindi Vertine, Volpaia e infine Castello di Ama.

Altre immagini di Vallombrosa:

Per mangiare in zona, consiglio senz’altro il ristorante Archimede, per assaggiare l’autentica cucina toscana in un ambiente davvero verace: ottimi l’arrosto girato, i primi a base di funghi e tartufo, le trote pescate nel vivaio.

I piatti serviti da Archimede:

Mappa:

Featured

Pio II, Cosimo de’ Medici e il sogno di una nuova crociata negli affreschi di Pinturicchio e Benozzo Gozzoli

Convocazione del concilio di Mantova
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Convocazione del concilio di Mantova

Le pareti della Libreria Piccolomini che ho da poco ammirato nella Cattedrale di Siena raccontano la vita e le opere di papa Pio II, al secolo Enea Piccolomini (1405-1464), dalla sua prima impresa – la partenza per il concilio di Basilea – fino all’ultima, l’arrivo nel porto di Ancona per dare avvio alla crociata. Fra le scene rappresentate da Pinturicchio e dalla sua bottega vi è l’episodio della convocazione del concilio di Mantova: la Dieta, che si svolse dal primo giugno 1459 al 14 gennaio 1460, era stata convocata dal pontefice con l’obiettivo di indire una nuova guerra santa contro i turchi, per liberare il mar Adriatico dalla loro presenza e recuperare le terre occupate nell’Oriente bizantino. Per raggiungere la sede del concilio Pio II affrontò un lungo viaggio che lo portò – tra le varie tappe – a visitare il suo borgo natìo, Corsignano in val d’Orcia (nell’occasione ricostruito e ribattezzato Pienza), e Firenze, dove fece ingresso il 25 aprile.

Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo

Durante il suo soggiorno, accompagnato da Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, alloggiò negli appartamenti papali del convento domenicano di Santa Maria Novella, trattenendosi sino al 5 maggio. In città incontrò Galeazzo Maria Sforza, figlio primogenito del duca di Milano che si era recato nell’alleata Firenze come ambasciatore del padre, mentre non riuscì a vedere Cosimo, immobilizzato da un forse diplomatico attacco di gotta: il Medici riuscì dunque a sottrarsi all’incontro con il pontefice e ad evitare di trattare la faccenda della crociata, che lui riteneva una follia. Durante la permanenza di Pio II e di Galeazzo Maria Sforza i fiorentini organizzarono feste e spettacoli in onore dei due ospiti, tra cui una giostra in piazza Santa Croce, un ballo nel Mercato nuovo, un banchetto nel palazzo Medici di via Larga (l’attuale Palazzo Medici Riccardi), una caccia con animali feroci. Il protagonista dello spettacolo organizzato in via Larga in occasione della cena fu Lorenzo il Magnifico, figlio di Cosimo, allora undicenne.

Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico

Lo splendore dei festeggiamenti influenzò senza dubbio il pittore Benozzo Gozzoli, che entro il 1462 affrescò la cappella di Palazzo Medici Riccardi con un magnifico corteo dei Magi (cui ho dedicato questo post). Nelle sembianze del Mago giovane dipinto da Benozzo si riconosce Lorenzo il Magnifico, rappresentato con un copricapo simile a quello realmente indossato dall’undicenne nello spettacolo di via Larga del 1459. Nel corteo che segue il Mago sulle pareti della cappella si possono individuare i personaggi che in quella occasione si riunirono a Firenze: Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Cosimo il Vecchio e il figlio Piero il Gottoso (committente dell’affresco benozziano).

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio del fondo con Ancona
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio del fondo con Ancona

Il progetto di una nuova crociata fortemente propugnato da Pio II non giunse, nemmeno negli anni seguenti, all’esito sperato, tanto da indurre lo stesso pontefice, ormai vecchio e malato, ad annunciare di voler condurre di persona la flotta nell’Adriatico: a questo scopo giunse ad Ancona il 19 luglio 1464, dove morì nella notte fra il 14 e 15 agosto, pochi giorni dopo l’arrivo delle navi promesse dai Veneziani. Questo episodio è rappresentato nell’ultimo riquadro del ciclo della Libreria Piccolomini, con il vecchio pontefice seduto in portantina e alle sue spalle il porto, con le imbarcazioni veneziane in arrivo.

Due affreschi (due capolavori), quelli di Pinturicchio e di Benozzo Gozzoli, che testimoniano l’incontro fra personaggi e storie cruciali del nostro Quattrocento, una vicenda – la gotta di Cosimo il Vecchio – che racconta l’astuzia di colui che era divenuto il Signore di Firenze, e la volontà incrollabile di Pio II di indire una crociata per opporsi alla disgregazione morale – e territoriale – della cristianità.

Altre immagini:

Featured

Le chiese di Siena: un itinerario alla scoperta di tesori meno conosciuti

Il panorama di Siena dalla chiesa di San Domenico
Il panorama di Siena dalla chiesa di San Domenico

Sono tornata a Siena per studiare la Libreria Piccolomini della Cattedrale (al capolavoro di Pinturicchio ho dedicato questo articolo) e nell’occasione mi sono recata in alcune chiese che non avevo mai visitato prima.

La navata della chiesa di San Domenico
La navata della chiesa di San Domenico

Dopo aver ammirato la Cattedrale, il Museo dell’Opera del Duomo, il Battistero, il complesso di Santa Maria della Scala, il Palazzo Comunale e la Pinacoteca nel corso delle mie visite precedenti, stavolta ho voluto visitare luoghi meno noti, cominciando dalla Basilica di San Domenico, da cui il panorama sul Duomo, il campanile e la Torre del Mangia è davvero splendido.

La Cappella di santa Caterina nella chiesa di San Domenico
La Cappella di santa Caterina nella chiesa di San Domenico

Risalente al 1226, la chiesa venne in seguito ampliata nelle forme gotiche attuali: edificata in mattoni, in controfacciata ospita una struttura soprelevata chiamata Cappella delle Volte, luogo di preghiera delle suore Mantellate legato ad episodi di santità di Caterina da Siena. Sulla parete di fondo si ammira un ritratto veritiero della santa, opera ad affresco di Andrea Vanni. Il luogo più suggestivo è senz’altro la cappella dedicata a Caterina, voluta nel 1466 per custodire la reliquia della testa della santa (in questa basilica sin dal 1383), collocata al centro dell’altare e affiancata da due affreschi del Sodoma con Svenimento ed Estasi. Il pavimento marmoreo è opera di Francesco di Giorgio e rappresenta Orfeo e gli animali. Sulla parete di destra si trovano anche un affresco staccato di Pietro Lorenzetti con Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e un cavaliere e l’Adorazione dei pastori di Francesco di Giorgio.

Altre foto di San Domenico:

Ho quindi visitato la basilica di San Francesco, anch’essa risalente al 1228 e successivamente ampliata in forme gotiche.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Come la chiesa domenicana, ha pianta a croce egizia ed è stata edificata in mattoni: un luogo dalle imponenti dimensioni, adatto ad accogliere grandi masse di fedeli in occasione delle predicazioni. Nel transetto destro si trova la cappella delle Sacre Particole, ostie rimaste miracolosamente incorrotte dal 14 agosto 1730, quando venne trafugata la pisside che le custodiva. In una cappella del transetto sinistro si trova una Crocifissione di Pietro Lorenzetti, che faceva parte di un ciclo realizzato insieme al fratello Ambrogio per la sala capitolare e il chiostro del convento francescano. I brani superstiti sono inoltre le scene con il Martirio di frati francescani e San Ludovico da Tolosa che si congeda da Bonifacio VIII.

Altre foto di San Francesco:

La navata della chiesa di Sant'Agostino
La navata della chiesa di Sant’Agostino

Ho raggiunto la chiesa di Sant’Agostino, che si erge a fianco del prato che ne porta il nome: risalente al 1258, a fine Settecento venne rinnovata da Luigi Vanvitelli, a cui si deve il luminoso interno a una navata. Qui si ammira, in un altare laterale, un Crocifisso e Santi di Perugino, mentre nella cappella in fondo a destra si osservano affreschi quattrocenteschi sopravvissuti al rinnovamento vanvitelliano: la volta con le Sibille ad opera di Luca Signorelli e sulle pareti due affreschi in monocromo di Francesco di Giorgio Martini e bottega, rappresentanti la Nascita della Vergine e la Natività di Gesù. Nella piazza di fronte alla chiesa di trova l’Accademia dei Fisiocratici, fondata nel 1691 da Pirro Maria Gabrieli e il Museo di Storia Naturale (uno dei più antichi della Toscana).

Altre foto di Sant’Agostino:

San Clemente in Santa Maria dei Servi
San Clemente in Santa Maria dei Servi

Dalla chiesa di sant’Agostino ho imboccato via Sant’Agata e seguendone il corso dopo la piazza del Mercato, lungo il lato posteriore del Palazzo Pubblico, percorrendo via del Salicotto sono giunta all’ultima chiesa del mio itinerario, San Clemente in Santa Maria dei Servi. Innalzata sopra una scalinata in fondo alla bella piazza alberata, il suo nome ne racconta l’origine, fondata dall’ordine dei frati Servi di Maria sull’allora preesistente e fatiscente chiesa di San Clemente.

Coppo di Marcovaldo, Madonna del Bordone
Coppo di Marcovaldo, Madonna del Bordone

Al suo interno mostra le epoche e gli stili degli ampliamenti e degli interventi successivi: le tre navate risalgono all’alto Rinascimento, il transetto e l’abside al periodo gotico, gli altari laterali sono barocchi mentre l’illuminazione in ferro battuto è neogotica. Il campanile è romanico, del XIII secolo, mentre la scalinata d’accesso risale al Settecento. Fra le opere si distingue la Madonna col Bambino e due angeli, detta “Madonna del Bordone” di Coppo di Marcovaldo, firmata e datata 1261, ispirata a un modello bizantino. Vi sono inoltre un affresco di Pietro Lorenzetti rappresentante la Strage degli innocenti e una tela di medesimo soggetto di Matteo di Giovanni (1491), nonché una Croce dipinta di Niccolò di Segna di Bonaventura. Sull’altare è collocata l’Incoronazione di Maria di Bernardino Fungai (1501).

Altre foto di San Clemente in Santa Maria dei Servi:

Per pranzo mi sono fermata all’Enoteca I Terzi, collocata in una posizione centrale rispetto ai luoghi da visitare e di qualità e servizio garantiti. Fra i piatti ordinati: salmone marinato con cipolla rossa, carpaccio di girello con fonduta di gorgonzola, pici al ragù chiantigiano, spaghetti al limone con rana pescatrice  e zucchine.

I piatti:

Altre immagini di Siena:

Mappa delle chiese visitate:

Featured

Eco e Narciso: la mostra nei nuovi spazi espositivi della Galleria Barberini a Roma

Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona
Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona

E’ dedicata ad Eco e Narciso la mostra allestita fino al 28 ottobre nelle sale di Palazzo Barberini finalmente riaperte al pubblico. L’esposizione festeggia la restituzione degli ambienti dell’ala meridionale del palazzo, situati al piano nobile: undici sale affacciate sui giardini che dal XVII secolo costituivano gli appartamenti dei Cardinali Barberini. Sin dalla scelta, nel 1949, del Palazzo quale sede della Galleria Nazionale di Arte Antica, questi ambienti sono stati occupati dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate: dopo oltre settanta anni, con il loro ricongiungimento al museo, il complesso museale ha conquistato finalmente la sua unitarietà.

Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso
Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso

Per inaugurare il nuovo percorso è stata organizzata una mostra, in collaborazione con il MAXXI, dedicata al tema del ritratto e dell’autoritratto, in un confronto tra arte antica e contemporanea nell’accostamento tra opere delle rispettive collezioni.

L’aspetto interessante della mostra – oltre ovviamente alla possibilità di scoprire e godere dei nuovi ambienti espositivi – è la sua riflessione sulla questione dell’identità e della sua rappresentazione, nel passato e nell’epoca attuale, in senso individuale e collettivo, nei suoi significati sociali, etnici, culturali e storici. Sono molteplici i maestri in mostra, da Caravaggio a Giulio Paolini, da Bronzino a Richard Serra, da Raffaello a Luigi Ontani, da Pierre Subleyras a Stefano Arienti, le cui opere sono articolate per temi come l’intimità, la socialità, la temporalità, l’identità e la differenza, l’erotismo, le convenzioni sociali.

La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini
La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini

Il percorso comincia nel magnifico salone affrescato da Pietro da Cortona, monumentale celebrazione del papa Urbano VIII Barberini, sotto al quale si trova l’opera di Luigi Ontani Le Ore, riflessione – sin dal titolo – sul tema della temporalità e al contempo testimonianza del narcisismo dell’artista. Nella sala ovale è esposto il Narciso attribuito a Caravaggio cui risponde l’installazione di Giulio Paolini Eco nel vuoto: la figura di Narciso è presente nei suoi frammenti dispersi attorno a una roccia, sulla quale precipita Eco.

Maria Lai, Libro cucito
Maria Lai, Libro cucito

Nella sala successiva, la splendida Sala dei paesaggi dalle pareti affrescate alla metà dell’Ottocento con le vedute dei feudi Barberini, sono esposti i libri cuciti di Maria Lai: raccontano il forte legame dell’artista con la sua terra, la Sardegna di Ulassai, e il suo paesaggio interiore, intimo e personale. Nella Sala delle cineserie sono messi a confronto il Filosofo di Luca Giordano, rappresentato come uomo di estrema bruttezza, e due opere di Markus Schinwald, Untitles (extensions) #X e Luis.

Markus Schinwald, Luis
Markus Schinwald, Luis

Nell’appartamento d’estate si evidenzia il tema della proiezione esteriore della personalità nel suo ruolo pubblico, attraverso il Ritratto di Stefano IV Colonna di Bronzino, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane, e le due opere di Richard Serra Butor e Melville: gli ambienti sono la camera da letto e la camera dell’udienza del Cardinale, luoghi dunque che coniugavano sfera pubblica e privata. Nella camera da letto si trovano i ritratti che Serra ha realizzato dei suoi due scrittori preferiti, Michel Butor e Hermann Melville: una macchia, nera come l’inchiostro con cui lo scrittore traccia il segno della storia sulla carta. Nella camera dell’udienza si fronteggiano i due ritratti di Bronzino e Holbein, realizzati quasi contemporaneamente (nel 1546 e nel 1540), celebranti il ruolo pubblico dei due uomini di potere.

Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII - dettaglio
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII – dettaglio

Nella sala del trono si trovano i dipinti di Romanelli e Belloni Nozze di Bacco e Arianna e Peleo e Teti, e il video – con protagonista sempre femminile – di Shrin Neshat Illusion & Mirrors, mentre nella cappella è esposto il celebre Ritratto di Beatrice Cenci che, secondo la leggenda, venne realizzato da Guido Reni la notte precedente la morte della giovane: il ritratto, presunto, riconduce alla vicenda di fine Cinquecento quando la fanciulla, figlia di un nobile romano violento e dispotico, uccise il padre con l’aiuto della matrigna e del fratello e venne per questo decapitata nel 1599 sul ponte di Castel Sant’Angelo.

Kiki Smith, Large dessert
Kiki Smith, Large dessert

Nella Sala delle udienze – luogo dove il Cardinal Barberini dava udienza d’inverno – è allestita l’opera di Kiki Smith Large Dessert, con figurine femminili plasmate in porcellana di Sèvres emblemi di una dimensione familiare e domestica. L’opera è accostata ai pastelli di Rosalba Carriera con l’Allegoria dei quattro elementi e le Teste femminili di Benedetto Luti.

Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena
Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena

Nell’appartamento d’inverno campeggia la splendida tela di Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena, che insieme ai ritratti in coppia di Stefano ArientiSBQR, netnude, gayscape, orsiitaliani, etc… – suggerisce il tema dell’intimità, del voyerismo, dell’erotico e del conturbante. Nella prima sala dell’appartamento d’inverno il Ritratto della famiglia Quarantotti di Marco Benefial, rappresentante la famiglia del missionario Giovanni Battista sullo sfondo di un paesaggio esotico ideale, è messo a confronto con The invisible Man di Yinka Shonibare Mbe, opera specificamente realizzata per questa mostra e ispirata al quadro di Benefial: è la figura di un domestico, indispensabile alla famiglia del ritratto, ma invisibile, con un globo al posto della testa e sulle spalle un grande sacco di vettovaglie.

Yinka Shonibare Mbe, The invisible man
Yinka Shonibare Mbe, The invisible man

Nelle camere private dell’appartamento, opposte e speculari a quelle estive, si trovano la Maddalena di Piero di Cosimo e la Fornarina di Raffaello, che si confrontano con Bent and Fused di Monica Bonvicini: una installazione di luci al neon, accecanti, intrecciate da fili che rimandano all’arte femminile del ricamo. Il percorso espositivo si conclude nella Sala dei marmi, dove il ritratto del padrone di casa papa Urbano VIII, scolpito dal Bernini, si misura con due grandi tele di Yan Pei-Ming, Pape Mao: sono opere di dimensioni imponenti, che hanno l’aspetto di manifesti, destinate a una dimensione mediatica di arredo urbano.

Informazioni sulla mostra:
Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini
A cura di Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi
18 maggio – 28 ottobre 2018

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

Altre immagini:

Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

Altre immagini:

Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

Altre immagini:

Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

Altre immagini:

Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

Featured

La Libreria Piccolomini nella cattedrale di Siena, la meraviglia del Pinturicchio

La Libreria Piccolomini: al centro le Grazie e in basso le custodie lignee dei corali
La Libreria Piccolomini: al centro le Grazie e in basso le custodie lignee dei corali

Dopo aver ammirato le opere di Pinturicchio a Roma (in alcune chiese e negli Appartamenti Borgia), Spoleto (nella Cappella Eroli della Cattedrale) e Spello (nella chiesa di San’Andrea Apostolo e nella Cappella Baglioni) sono tornata a Siena per contemplare la Libreria Piccolomini, realizzata dal pittore umbro tra il 1505 e il 1507.

Libreria Piccolomini, la parete d'ingresso
Libreria Piccolomini, la parete d’ingresso

La costruzione di questo spazio sontuoso negli ambienti del vecchio presbiterio della Cattedrale fu decisa intorno al 1492 dal cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, arcivescovo di Siena, in memoria dello zio, papa Pio II, morto 28 anni prima. La Libreria fu concepita come biblioteca, luogo adeguato ad accogliere l’importante raccolta collezionata dal pontefice e grande umanista.

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio dei personaggi
Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio dei personaggi

Il 29 giugno 1502 fu sottoscritto il contratto tra il cardinale Francesco e Pinturicchio, all’epoca fortemente stimato e richiesto dopo il successo riscosso per gli affreschi degli Appartamenti Borgia realizzati tra il 1492 e il 1494. Il contratto impegnava il pittore a non assumere altri incarichi fino alla conclusione del lavoro, in modo da non causare ritardi alla consegna, e indicava con precisione la decorazione a grottesche della volta e le dieci storie da illustrare sulle pareti, destinate a raccontare la vita di Pio II. I cartoni preparatori dovevano essere disegnati dal pittore umbro, così come la loro rappresentazione a muro; inoltre Pinturicchio doveva realizzare di sua mano tutte le teste ad affresco e i successivi ritocchi a secco, il tutto per un onorario di mille ducati d’oro.

La volta
La volta

Secondo la prassi la volta fu la prima ad essere realizzata, progettata dal Maestro ed eseguita dalle maestranze della sua bottega. Fu conclusa probabilmente prima del 22 settembre 1503, data di elezione pontificia del Cardinale Francesco con il nome di Pio III: al centro infatti reca l’emblema Piccolomini ancora sormontato dal cappello cardinalizio. L’improvvisa scomparsa di Pio III, il 18 ottobre 1503, causò inevitabilmente un arresto del cantiere, anche perché al pittore venne nel frattempo commissionato un altro lavoro da parte del fratello del defunto pontefice, Andrea di Nanni Piccolomini: un grande affresco commemorativo, dedicato all’Incoronazione di Pio III, da realizzarsi al di sopra dell’ingresso della Libreria lungo la parete della navata sinistra, concluso il 19 febbraio 1504.

Pinturicchio, L'incoronazione di Pio III, parete d'ingresso alla Libreria Piccolomini, navata di sinistra della Cattedrale
Pinturicchio, L’incoronazione di Pio III, parete d’ingresso alla Libreria Piccolomini, navata di sinistra della Cattedrale

Oltre a questo lavoro Pinturicchio eseguì il cartone preparatorio dell’allegoria della Fortuna, destinato al pavimento della Cattedrale senese, e la decorazione della cappella di San Giovanni Battista (1504-1506).

Gli affreschi narranti la vita di Pio II all’interno della Libreria vennero dunque eseguiti tra il 1505 e il 1507, e videro impegnati – accanto al Maestro – gli aiuti della sua bottega: Giovanni di Francesco Ciambella, Matteo Balducci, Eusebio da San Giorgio (autore, tra l’altro, della splendida pala custodita nella chiesa di Sant’Andrea a Spello). L’opera di Pinturicchio fu completamente pagata il 18 gennaio 1509 da dama Agnese, vedova di Andrea, con il saldo restante di 14 ducati e mezzo.

Gruppo delle Grazie nella Libreria Piccolomini
Gruppo delle Grazie nella Libreria Piccolomini

All’interno della Libreria si ammira il gruppo delle Tre Grazie, collocato al centro dell’ambiente, copia romana di un originale ellenistico del III o II secolo a.C. acquistato dal cardinale Francesco, mentre lungo le pareti si trovano vetrine lignee che custodiscono i Corali della sagrestia della Cattedrale.

Nella volta si ammirano i motivi a grottesca che il pittore aveva già impiegato sia nella Cappella Bufalini a Santa Maria in Aracoeli, sia nella cappella di San Girolamo a Santa Maria del Popolo, sia infine negli Appartamenti Borgia in Vaticano.

Dettaglio della finta partitura architettonica decorata a grottesche
Dettaglio della finta partitura architettonica decorata a grottesche

Lungo le pareti laterali e quella d’ingresso si snodano gli episodi della vita di papa Pio II, inquadrati da una finta architettura ad arcate divise da pilastri in trompe-l’œil decorati con motivi a grottesca. Al di sotto di ciascuna scena si trova un’iscrizione che spiega l’episodio rappresentato, a partire dal primo, situato accanto alla finestra destra, dedicato alla partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea. Nel riquadro si vede il futuro papa, ancora ventisettenne, in sella a un cavallo bianco, all’interno del corteo che arriva nel porto di Piombino. Dietro di lui si scorgono le navi della missione, in preda alla tempesta che le colse nel corso della navigazione, tempesta cui fece seguito il bel tempo coronato dall’arcobaleno. Molti dettagli sono realizzati in rilievo, come già negli affreschi degli Appartamenti Borgia.

La partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea
La partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea

Segue l’episodio di Enea Silvio ambasciatore alla corte di Scozia, con il protagonista rappresentato mentre pronuncia un discorso al Re per convincerlo ad allearsi con Carlo VII, re di Francia, contro gli inglesi. Dietro alla scena principale è raffigurato, al di là di una loggia decorata all’antica, un magnifico paesaggio di suggestione nordica, punteggiato da castelli e torri e attraversato da un fiume che sfocia nel mare. Il dolce degradare delle colline ricorda i paesaggi umbri, così come gli alberelli illuminati da lumeggiature in oro. Vi è poi l’incoronazione d’alloro a poeta da parte dell’imperatore Federico III, con un edificio a pianta centrale e impianto prospettico che si staglia sullo sfondo: si tratta di una variazione dell’edificio peruginesco presente nella Consegna delle chiavi della Cappella Sistina, già sviluppato da Pinturicchio nelle scene della Cappella Bufalini a Roma e della Cappella Baglioni a Spello.

L'incoronazione di Enea Silvio a poeta - dettaglio dell'edificio sul fondo
L’incoronazione di Enea Silvio a poeta – dettaglio dell’edificio sul fondo

Segue l’episodio di Enea Silvio che fa atto di sottomissione a Eugenio IV: al di là della scena principale, in cui il protagonista bacia i piedi del pontefice, si svolge l’episodio della sua investitura a vescovo di Trieste, ambientato sotto un loggiato. Fra i cardinali astanti seduti sulla sinistra si riconosce il cardinale Bessarione, con una lunga barba bianca. Segue la scena più famosa del ciclo, nella quale Enea Silvio, vescovo di Siena, presiede all’incontro tra i promessi sposi Eleonora di Portogallo e l’imperatore Federico III, incontro avvenuto a Siena il 24 febbraio 1452.

L'incontro di Eleonora del Portogallo e dell'imperatore Federico III
L’incontro di Eleonora del Portogallo e dell’imperatore Federico III

Dietro alla scena in primo piano si staglia la colonna che i senesi eressero in memoria dell’avvenimento (esistente tutt’oggi), mentre alla destra di Enea Silvio si scorge, con abito e cappello scuro, Andrea di Nanni Piccolomini e la di lui moglie Agnese, con indosso un corsetto bianco stretto da lacci orizzontali scuri. Nel paesaggio sullo sfondo si osservano la torre del Palazzo Pubblico, la facciata incompiuta del Duomo nuovo (il “facciatone) e la cattedrale con il suo campanile. Il riquadro seguente rappresenta Enea Silvio che riceve il cappello cardinalizio all’interno di un ambiente al cui centro è collocata una pala d’altare con la Madonna e il Bambino affiancati dai santi Giacomo maggiore e Andrea, protettori della famiglia Piccolomini.

L'incontro di Eleonora del Portogallo e dell'imperatore Federico III - dettaglio del paesaggio di Siena
L’incontro di Eleonora del Portogallo e dell’imperatore Federico III – dettaglio del paesaggio di Siena

Vi è poi l’incoronazione a pontefice di Enea Silvio (avvenuta il 3 settembre 1458), rappresentato sulla portantina papale mentre entra in San Giovanni in Laterano. Le mura dell’affresco sono decorate con una sovrabbondanza di stucchi dorati, a sottolineare il grande significato di questo momento. Segue l’episodio della convocazione del concilio di Mantova, al fine di organizzare una crociata contro i turchi ottomani: in primo piano in ginocchio è raffigurato, con la barba bianca, il patriarca di Costantinopoli Gennadio.

Convocazione del concilio di Mantova - dettaglio della figura di Gennadio
Convocazione del concilio di Mantova – dettaglio della figura di Gennadio

Fra tutte le scene, questa sembra la meno riuscita, dovuta quasi interamente al lavoro dei collaboratori di bottega. Vi è a seguire l’episodio della canonizzazione di Santa Caterina da Siena, organizzato su due piani distinti: in quello superiore si trova papa Pio II seduto con il corpo della santa sdraiato ai suoi piedi, in quello inferiore vi sono alcuni astanti tra cui si scorgono, a sinistra, due gentiluomini tradizionalmente identificati in Raffaello e Pinturicchio.

Canonizzazione di Santa Caterina da Siena - dettaglio delle figure tradizionalmente identificate in Raffaello e Pinturicchio stesso
Canonizzazione di Santa Caterina da Siena – dettaglio delle figure tradizionalmente identificate in Raffaello e Pinturicchio stesso

Il ciclo si conclude con la scena dell’arrivo di Pio II ad Ancona per dare inizio alla crociata: qui il papa giunse, vecchio ed ammalato, il 19 luglio 1464, ma fece appena in tempo a vedere arrivare la flotta veneziana: morì infatti nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Alle spalle del vecchio pontefice, assiso sulla portantina, vi è una fedele rappresentazione del porto di Ancona, con l’arco di Traiano, le mura, le navi veneziane in arrivo.

Informazioni utili: per visitare la Libreria è necessario acquistare il biglietto d’ingresso alla Cattedrale di Siena, come visita singola o abbinata ad altri percorsi. Tutte le indicazioni sono riportate sul sito dell’Opera della Metropolitana Senese. Per chi volesse fare una gita in questa splendida città, ho raccolto alcune suggestioni in questo articolo. Per gli appassionati come me di Pinturicchio consiglio tutti i post via via linkati nel testo, consultabili unitariamente a questa pagina.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

A Castiglione della Pescaia tra storia, natura e mare

Vista del castello
Vista del castello

Nei giorni d’estate Castiglione della Pescaia è affollato di turisti desiderosi di tuffarsi nelle sue acque cristalline, premiate nel 2018 con l’ambito riconoscimento della Bandiera Blu per il diciannovesimo anno consecutivo. Oltre alle spiagge e alle belle pinete, che si estendono fino a Marina di Grosseto, il paese merita una visita per il suo borgo medievale, che situato sulle pendici del monte Petriccio è protetto dall’antica cinta muraria, costruita a partire dal X secolo dai Pisani e nei secoli successivi dagli Aragonesi e dai Senesi (in misura minore).

Piazzetta del borgo medievale
Piazzetta del borgo medievale

In alto si trova la rocca, la cui costruzione fu iniziata dal re di Napoli Alfonso d’Aragona  a partire dal 1447. Consiglio di inerpicarsi fino al borgo, percorrendone le stradine tortuose e giungendo al piazzale George Solti (grande direttore d’orchestra ungherese che passava molto tempo a Castiglione), dal quale si ammira un panorama mozzafiato sul paese, l’entroterra e la costa: lo sguardo spazia fino al parco dell’Uccellina e all’Argentario, le isole del Giglio, Montecristo e l’Elba e, nelle giornate più terse, arriva a scorgere la costa della Corsica.

La vista subito fuori piazzale Solti
La vista subito fuori piazzale Solti

Le origini del paese sono antiche, con i primi insediamenti urbani di epoca etrusca, quando venne fondata la vicina Vetulonia. L’abitato divenne Portus Traianus al tempo dei romani, mentre dopo la caduta dell’impero queste terre vennero dominate da Pisa, fino alla fine del 1300. Con il declino della repubblica marinara Castiglione si trovò sprovvista di difesa, e il 18 luglio 1404 gli abitanti decisero di porsi sotto la protezione di Firenze. Nel 1447 il re di Napoli Alfonso d’Aragona mosse verso nord  conquistando Castiglione e le terre vicine, di cui dispose l’intenso sfruttamento.

La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti
La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti

Nel 1559 l’intera area fu venduta ad Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, tornando quindi sotto il controllo fiorentino. I Medici intrapresero la bonifica della palude, azione che proseguì anche con i Lorena e si protrasse fino alla fine della seconda guerra mondiale.

La tomba di Italo Calvino
La tomba di Italo Calvino

Accanto al castello sorge il cimitero, dove gli amanti della letteratura del Novecento potranno recarsi per rendere omaggio alla tomba di uno dei nostri scrittori più importanti, Italo Calvino, qui sepolto il 20 settembre 1985. Calvino aveva frequentato Castiglione fin dal 1972, prendendo casa nella pineta di Roccamare, e la sua tomba è quella più vicina all’orizzonte, tra il cielo e il mare, circondata da siepi di rosmarino e rose.

Dall’altezza del castello si può ammirare il porto-canale ancora oggi affollato di barchini e pescherecci, testimonianza dell’antico borgo di pescatori. Oltre ancora si estende la riserva naturale della Diaccia Botrona, considerata la più vasta area umida d’Italia – oltre mille ettari – riconosciuta zona d’importanza internazionale per il suo raro ecosistema.

La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes
La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes

Si estende sul luogo dell’antico lago Prile, che arrivò ad occupare un’area di 50 chilometri quadrati e che venne prosciugato nel XIX secolo. Oggi la riserva ospita una ricchissima varietà di specie animali e vegetali, tanto da costituire una vera e propria “banca genetica”, ed è un paradiso per gli amanti degli uccelli, con oltre 200 specie che si avvicendano nel corso dell’anno. Sul versante più vicino al canale si trova la Casa Rossa Ximenes, suggestiva costruzione progettata dall’ingegnere gesuita Leonardo Ximenes tra il 1767 e il 1768 su incarico del Principe di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona

L’edificio doveva servire al risanamento della palude, all’interno di un grande progetto di bonifica della Maremma, tenendo separate le acque dolci dell’entroterra da quelle salate del mare. Inoltre serviva a regimare le acque durante le ondate di piena invernali e i periodi estivi di magra, in modo da garantire anche le attività ittiche: le chiuse, le paratie e gli ingranaggi dell’epoca sono tutt’oggi visibili e funzionanti, anche se non vengono più utilizzati. Oggi l’immobile ospita un museo multimediale dedicato alla riserva naturale, che organizza anche attività di birdwatching, visite guidate in barchino, passeggiate, escursioni in bicicletta.

La passeggiata
La passeggiata di Castiglione della Pescaia

Nei pressi di Castiglione si può visitare la frazione di Tirli, immersa in un bosco di castagni e lecci dove scorribanda il cinghiale, una delle specialità gastronomiche della zona. Qui si trova il ristorante della Locanda La Luna, che consiglio per l’ottima cucinatipicamente maremmana – e l’ambiente familiare. Uno dei piatti più prelibati è senz’altro il piccione ripieno, che va ordinato in anticipo se si vuole essere sicuri di poterlo assaggiare.

La salita al borgo medievale
La salita al borgo medievale

Merita una visita anche Vetulonia, dove si trova la necropoli etrusca – vestigia di uno dei più importanti e fiorenti centri dell’Etruria settentrionale – e il Museo archeologico “Isidoro Falchi”, che custodisce corredi funebri, steli e opere di oreficeria rinvenute nelle tombe.

La Cremeria Corradini
La Cremeria Corradini

Dove mangiare a Castiglione: in paese consiglio i ristoranti Il 13, per la qualità dei piatti e gli ingredienti freschissimi, e l’Osteria del mare, che serve solo pesce secondo le ricette della tradizione. Per un gelato, la più gettonata è la Cremeria Corradini, che si riconosce subito dalla fila di fronte al banco. Subito fuori dal paese di trova L’Andana, che fa parte del resort di lusso Tenuta La Badiola e propone una cucina premiata con la stella Michelin.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona - dettaglio
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona – dettaglio

Informazioni utili: prima della visita consiglio di documentarsi sul sito internet VisitTuscany.com, che fornisce indicazioni utili sia sulla storia di Castiglione, sia sulle attrazioni vicine, sia sulle attività cui è possibile dedicarsi. Anche il sito internet dei Musei di Maremma è ricco di indicazioni pratiche relative ai musei e alle aree archeologiche locali. In paese infine, nella piazza della fontana, si trova un fornitissimo punto di informazioni turistiche, generoso di materiali cartacei e consigli utili.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Una gita nel Chianti, attorno a Gaiole e Radda, fra borghi fortificati, vino, arte

Vertine le colline circostanti
Le colline circostanti il castello di Vertine

Con una bella giornata a disposizione consiglio una gita nel Chianti attorno a Gaiole e Radda, per passeggiare in antichi borghi, degustare vini famosi in tutto il mondo, ammirare opere d’arte e approfondire la storia millenaria di questi luoghi. Quel che ho compiuto e suggerisco è solo un assaggio, un invito a organizzare nuove gite in un territorio ricchissimo di tesori da scoprire, dove il passato testimonia un’eccellenza e una qualità da custodire e ricercare.

Vertine, il torrione all'ingresso
Vertine, il torrione all’ingresso

Una delle tappe è senz’altro il castello di Vertine, che conserva ancora oggi il suo impianto medievale all’interno della cinta muraria di forma ellittica. Le prime testimonianze di questo insediamento risalgono a prima dell’anno Mille. Dal 1100 fu proprietà dei Ricasoli, che ribellatisi alla Repubblica fiorentina vennero assediati e infine costretti alla resa. All’epoca delle guerre aragonesi (1452-1483) era abitato dalla stessa famiglia, divenuta nel frattempo commissaria nel Chianti per la Repubblica, e divenne centro d’importanza strategica per il controllo del territorio.

Il paesaggio attorno a Vertine
Il paesaggio attorno a Vertine

La vista che se ne ha giungendo dalla strada è davvero suggestiva, di borgo fortificato circondato dalla campagna e dai vigneti. Vi si accede entrando dalla porta fiancheggiata da un alto torrione in pietra alberese. Le costruzioni sono quasi tutte originarie, e tra di esse si riconosce la pieve di San Bartolomeo, ricostruita in forme neoromaniche intorno al 1930.

L'arrivo alla Badia a Coltibuono
L’arrivo alla Badia a Coltibuono

Nei pressi di Vertine si trova la Badia a Coltibuono, risalente anch’essa a prima del Mille, quando era un piccolo oratorio. Restaurato e ingrandito, venne trasformato in abbazia nel 1037 e divenne possesso dei monaci benedettini vallombrosani, che ne amministrarono il territorio e i beni per oltre settecento anni. Molti furono i beni che le vennero assegnati e le elargizioni nel corso dei secoli, tanto che il monastero divenne padrone di un vasto patrimonio, con giurisdizione sopra molte chiese.

Badia a Coltibuono, la torre campanaria
Badia a Coltibuono, la torre campanaria

Come racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario”, l’abbazia riceveva e amministrava copiose entrate, tante da venir assegnata in commenda abbaziale a diversi illustri prelati, tra cui il cardinale Giovanni dei Medici, divenuto papa Leone X. Nel 1810, quando sotto il dominio napoleonico i beni vennero espropriati e i monaci cacciati, il monastero conservava ancora diversi poderi, mulini, palazzi e case.

Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno
Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno

In quell’anno venne soppresso e venduto all’asta; tutt’oggi è proprietà privata. Accanto alla chiesa, che conserva le sue forme romaniche, svetta una torre campanaria forse risalente al XII-XIII secolo. Tutta la costruzione è immersa in un bosco di pini e abeti, e sotto di essa si distende un prato verde che conduce lo sguardo alla profonda vallata sottostante, dove l’occhio giunge ad ammirare il Valdarno.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista" - dettaglio
Castello di Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista” – dettaglio

A poca distanza si trova un altro borgo, Ama, i cui abitanti si sono dedicati per secoli alla cura del territorio e alla coltivazione della vite e del vino. Oggi molti edifici dell’antico paese sono divenuti proprietà dell’azienda vinicola Castello d’Ama, che produce un Chianti Classico famoso in tutto il mondo. Un ulteriore elemento di attrazione è la passione per l’arte contemporanea, sì che i luoghi dedicati al vino e gli spazi degli antichi edifici ospitano opere site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Daniel Buren, Hiroshi Sugimoto… Alla visita di questo luogo, dove l’amore per l’enologia e per il paesaggio si accompagna alla commissione di opere d’arte, ho dedicato questo articolo.

Volpaia, piazza
Volpaia, piazza

Spostandosi verso Radda in Chianti e superandone il borgo si giunge a Volpaia, castello le cui mura, le torri e il cassero sono ancora ben visibili. Risalente all’IX secolo, venne costruito dall’omonima famiglia fiorentina, che nel Rinascimento dette i natali ad eruditi come Lorenzo della Volpaia, amico di Leonardo da Vinci. Sorge sul crinale che divide la terra di Firenze da quella di Siena, e nel corso del Quattrocento subì le conseguenze della lotta tra le due Repubbliche, venendo più volte preso d’assedio e conquistato. Una situazione che cambiò completamente con il declino e infine, nel 1555, con la caduta della potenza senese, che viceversa inaugurò un lungo periodo di pace per il territorio chiantigiano.

Volpaia, il cartello del borgo
Volpaia, il cartello del borgo

All’interno del borgo, dove è piacevole passeggiare respirando un’atmosfera di altri tempi, si ammirano la chiesa di San Lorenzo e la chiesa-torre di Sant’Eufrosino, oltre ad alcune torri dell’antica fortificazione e tratti delle mura originarie, nonché resti di costruzioni medievali poi trasformate in abitazioni.

Dove mangiare: a Volpaia è divertente sostare al Bar-Ucci, gestito dalla proprietaria, la simpatica ed estroversa Paola Barucci. La sorella Carla gestisce il vicino ristorante La Bottega. Per mangiare affacciati sulle verdi colline consiglio l’enoteca con cucina di Castello di Ama, Il Ristoro, dove lo chef prepara piatti a chilometro zero con i prodotti dell’orto.

Vertine, scorcio
Vertine, scorcio

In tutti i casi consiglio vivamente la prenotazione, soprattutto nel fine settimana.

Per le notizie relative alla Badia a Coltibuono mi sono avvalsa anche delle informazioni riferite da Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” redatto e pubblicato tra il 1833 e il 1846, consultabile nell’edizione riferita al Chianti Classico edita da Libreria Editrice Fiorentina nell’anno 2000.

Mappa dei luoghi:

Featured

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

Featured

Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Un’oasi verde nel cuore di Roma: l’Orto Botanico della Sapienza in Trastevere

Ciliegi in fiore nel giardino giapponese dell'orto botanico
Ciliegi in fiore nel giardino giapponese

Nei giorni di calura estiva è un’ottimo riparo al verde e al fresco: è l’Orto Botanico di Roma, che si estende su una superficie di 12 ettari tra via della Lungara e il Colle del Gianicolo in Trastevere. Sviluppatosi in questa sede a partire dal 1883, è possibile visitarlo percorrendo uno dei tanti sentieri che si snodano al suo interno, costeggiando le collezioni e le aree qui presenti. Una delle più importanti è senz’altro la collezione delle palme, composta da 35 specie coltivate all’aperto, di cui alcune rare e a rischio estinzione.

Collezione delle palme dell'orto botanico
Collezione delle palme

Anche la collezione di bambù si distingue per la sua ricchezza, con oltre 70 entità tra specie, sottospecie e varietà, tanto da essere una delle più ricche in Europa. Di grande bellezza è il giardino giapponese, che consiglio di visitare nel periodo di fioritura dei ciliegi: è stato realizzato su progetto di Nakajima Ken – l’architetto che creò anche il giardino dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (cui ho dedicato questo articolo) – secondo il modello del “giardino da passeggio” e offre giochi d’acqua, cascate e due laghetti.

Serra tropicale dell'orto botanico
Serra tropicale

Nella serra tropicale si ammirano oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, con un’umidità costante all’80% e una temperatura tra i 18° e i 20° in inverno, 30° in estate: è suddivisa in aree, come quella del sottobosco tropicale, delle specie palustri, della foresta pluviale, delle palme. Di fronte alla serra tropicale si trova il Giardino dei Semplici, in cui si osservano le piante medicinali, con oltre 300 entità protette all’interno di aiuole in muratura. Nel ruscello, nel laghetto e in alcune vasche si trovano le specie vegetali acquatiche, come le ninfee, presenti in oltre 32 specie.

Valle delle felci dell'orto botanico
Valle delle felci

Vi è poi il roseto, la collezione di felci, l’area del giardino roccioso, il bosco mediterraneo (che testimonia l’aspetto del Gianicolo e della vegetazione che in passato lo ricopriva), la zona delle gimnosperme, il giardino mediterraneo (con le specie tipiche della macchia mediterranea). Vi sono inoltre alcune serre, di aspetto davvero suggestivo: tra di esse la Serra Monumentale, che venne costruita nel 1877 dalla ditta Mathian di Lione, e che in una parte conserva un’interessante raccolta di piante carnivore con oltre 65 entità. Molto bella è anche la Serra Francese, costruita tra il 1883 e il 1884 sempre dalla ditta Mathian, caratterizzata da una struttura curva in ferro battuto e vetri.

Serra francese dell'orto botanico
Serra francese

Vi sono infine la Serra Arancera, risalente al 1930 e destinata al ricovero delle piante di agrumi, e la Serra Corsini, realizzata nel XIX secolo quale prima serra calda edificata nel giardino dell’antistante Palazzo Corsini. Al suo interno si trovano anche due vasche da bagno appartenute alla regina Cristina di Svezia nel periodo in cui alloggiava a Palazzo Riario (dal 1659 al 1689), qui trasferite in seguito.

Scalinata nelle Undici Fontane dell'orto botanico
Scalinata nelle Undici Fontane

Passeggiando nell’Orto botanico si possono ammirare molti alberi ultracentenari (sono oltre 340), nonché le fontane storiche che furono qui costruite e poi modificate nel corso dei secoli. La più affascinante è senz’altro la Scalinata delle Undici Fontane, fiancheggiata da platani plurisecolari, progettata dal Fuga nel 1742. E’ composta da cinque vasche digradanti, dalle quali zampillavano gli undici getti d’acqua che ne hanno dato il nome. Era decorata da vasi di travertino e terracotta e sculture e busti posti sui parapetti delle gradinate.

Collezione di bambù dell'orto botanico
Collezione di bambù

Al centro del giardino si trova la Fontana dei Tritoni, risalente al 1742 ad opera di Giuseppe Poddi, costituita da una vasca un marmo di Carrara con al centro un gruppo in travertino rappresentante due Tritoni. Inizialmente la fontana si trovava al centro di un emiciclo composto da piante di alloro disposte ad archi, sostenuti da colonne, a formare un “teatro di verzure”.

Informazioni utili alla visita: il sito internet dell’Orto Botanico è ricco di indicazioni utili, tra cui la mappa del Giardino. In alternativa ci si può rivolgere alla biglietteria, per ottenere consigli sui periodi di visita legati alla fioritura di alcune specie. Il numero è 06-49917107.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Pinturicchio ai Musei Vaticani: la meraviglia dell’Appartamento Borgia

Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto

Nel corso del mio itinerario romano sulle tracce di Pinturicchio (alle sue opere a Roma ho dedicato questo articolo) una tappa fondamentale è rappresentata dai Musei Vaticani. Una visita di questo scrigno di tesori non può infatti prescindere dall’Appartamento Borgia, che nel percorso di scoperta dei Musei si trova dopo le Stanze di Raffaello e prima della Collezione di Arte Contemporanea. L’appartamento si trova al primo livello del Palazzo Apostolico e venne fatto ristrutturare e decorare da papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo de Boria y Doms (italianizzato in Borgia): fu la sua residenza nel corso del suo pontificato, dal 1492 al 1503.

Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette

Si sviluppa in sei ambienti monumentali: le Sale delle Sibille e del Credo – nella Torre Borgia – le Sale delle Arti Liberali, dei Santi e dei Misteri – situate nell’ala fatta edificare da Niccolò V – la Sala dei Pontefici – nella parte più antica, risalente a Niccolò III. Alla morte del pontefice Borgia l’appartamento venne abbandonato dal suo successore, Giulio II della Rovere, che non volendo avere costantemente sotto gli occhi le insegne e le memorie del precedessore decise di spostarsi al livello superiore, negli ambienti che vennero decorati da Raffaello Sanzio.

Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette

La decorazione delle Sale venne affidata a Pinturicchio, che già si era fatto notare nei lavori di decorazione della Cappella Sistina (1481-1483) dove prestò la sua opera a fianco del Perugino. Le Sale vennero affrescate da Pinturicchio in un lasso di tempo molto breve (dal 1492 al 1494), confermando la fama del pittore per le esecuzioni celeri: una qualità distintiva del suo operare che era consentita sia dall’ausilio di una bottega di artisti ben diretti, sia da alcuni fattori tecnici specifici, come l’utilizzo in parte dell’affresco, in parte di una tecnica di pittura mista, a secco, più rapida. Al 29 marzo 1493 risale una lettera di Alessandro VI nella quale il pontefice informava gli abitanti di Orvieto dell’interruzione dei lavori di decorazione del Duomo cittadino – dove Pinturicchio era all’opera nel coro – perché nel frattempo il pittore era impegnato a Roma nella realizzazione dei suoi appartamenti privati.

Pinturicchio, Sala delle Sibille, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala delle Sibille

Seguendo il percorso di visita, la prima Sala in cui ci si imbatte è quella delle Sibille, in cui le dodici figure – rappresentate a tre quarti di busto insieme con altrettanti profeti – sono dipinte nelle lunette del soffitto (le figure delle sibille si trovano anche nel soffitto della Cappella Baglioni a Spello, realizzata da Pinturicchio tra 1500 e 1501). Sibille e profeti stringono in mano un cartiglio svolazzante nel quale è riportata una profezia preannunciante la venuta di Cristo. Ciascuna lunetta è sormontata da un tondo, otto dei quali raffigurano scene di sacrifici pagani, e quattro simboli araldici della famiglia Borgia. Lunetta e tondo sono a loro volta contenuti in una vela: nello spazio tra due vele si trovano ottagoni con immagini dei pianeti e di Ermete Trismegisto (simbolo dell’astrologia).

Pinturicchio, Sala del Credo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo

Alla Sala delle Sibille, sempre nella Torre Borgia, segue la Sala del Credo, che ha un’articolazione simile alla precedente: i versetti del Credo sono leggibili nei cartigli svolazzanti che sono tenuti in mano dai dodici apostoli alternati ad altrettanti profeti, ad attestare la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. La Sala venne realizzata nel 1494, come indicato dalla data apposta sul soffitto, e ricorda i soffitti a grottesche della Domus Aurea di Nerone: presenta un motivo geometrico che alterna cerchi a riquadri, con iscrizioni riferite al nome del papa, stemmi e insegne del pontefice.

Pinturicchio, Sala del Credo - dettaglio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo – dettaglio

La Sala successiva è quella delle Arti Liberali, e presumibilmente era adibita a “studio” di Alessandro VI. Nelle lunette sono raffigurate le Arti del Trivio e del Quadrivio, che costituivano i saperi e le specializzazioni alla base dell’insegnamento scolastico nel Medioevo, rappresentate come figure femminili in trono (ho ammirato la stessa iconografia a Palazzo Trinci a Foligno, ad opera di Gentile da Fabriano). Ai lati dei troni sono immortalati personaggi che si sono distinti nelle specifiche discipline, a volte contemporanei del pittore. Sotto la rappresentazione della Retorica si trova la firma “Penturichio”, unica firma presente nel ciclo, sebbene gli affreschi di questa sala siano da attribuirsi prevalentemente alla bottega.

Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto - dettaglio dello stucco, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto – dettaglio dello stucco

Il soffitto della sala – unico caso nell’Appartamento – non ha una decorazione dipinta ma presenta un elaborato lavoro in stucco dorato articolato in due volte. Al centro di ciascuna volta si trovano le insegne di Alessandro VI all’interno di un sole raggiante, a sua volta inserito al centro di una serie di ottagoni. Ai lati degli ottagoni, entro due esagoni irregolari , sono rappresentati due tori che si fronteggiano ai lati di una fontana. La figura del toro, motivo araldico del Borgia, torna anche nel fregio che corre al di sotto delle lunette, composto da bucrani.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina

Segue la Sala dei Santi, i cui grandi affreschi sono riconosciuti come capolavoro di Pinturicchio. Nelle grandi lunette sono evocate le figure di sette santi: Santa Elisabetta, madre di Giovanni Battista, nella Visitazione di Maria; Sant’Antonio Abate e San Paolo di Tebe, eremiti nel deserto dell’Egitto; Santa Caterina d’Alessandria nella celebre Disputa; Santa Barbara mentre fugge dalla torre in cui il padre l’aveva rinchiusa dopo la conversione al Cristianesimo; Santa Susanna mentre si difende da due vecchioni che la spiano appostati nel suo giardino privato; San Sebastiano durante il martirio avvenuto sul Palatino, con alle spalle il Colosseo e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta dell'Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta

Sopra la porta si trova una Madonna con il Bambino, nei cui tratti Vasari riconobbe Giulia Farnese, la donna amata dal Borgia. Nella stessa Sala convivono i temi dell’antichità classica e pagana con le storie del Vecchio e Nuovo Testamento: i motivi della volta si riferiscono al mito di Iside ed Osiride, con quest’ultimo venerato dagli antichi egizi nelle sembianze di un bue, e alle Metamorfosi di Ovidio, con il mito della principessa Io, amata da Giove e da lui trasformata in giovenca. Tra le lunette, merita particolare attenzione quella della parete di fondo della sala, dedicata alla Disputa di Santa Caterina d’Alessandria, che si svolge ai piedi di un monumentale arco di trionfo modellato su quello di Costantino e sovrastato da un idolo taurino.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina - dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina – dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio

La scena si tiene al cospetto di una moltitudine di personaggi riccamente abbigliati, nei cui tratti si sono voluti riconoscere alcuni contemporanei del pittore: nelle sembianze di Caterina si è riconosciuta Lucrezia Borgia; in quelle dell’imperatore Massimino Daia, Cesare Borgia; nell’uomo con il turbante bianco, Djem, fratello del sultano Bajazet II e amico di Cesare; infine Pinturicchio e Giuliano da Sangallo con il compasso in mano, nelle figure dietro al trono. Le scene del soffitto e quelle delle lunette sono collegate nella comune celebrazione della figura del pontefice, simboleggiato dall’emblema ricorrente del toro, e della Chiesa romana di cui Alessandro VI è a capo. Le lunette sono separate dal muro sottostante per mezzo di una cornice in marmo decorata con un fregio in cui compaiono le insegne del Borgia, in una sequenza che ricorda gli elementi decorativi marmorei dei monumenti classici.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara

Un elemento di grande suggestione è rappresentato dall’ampio ricorso di inserti a stucco dorato, non solo negli apparati decorativi ma anche nelle scene rappresentate, ad esempio nei profili della torre di Santa Barbara e dell’arco di Costantino nella scena di Santa Caterina, nella fontana al centro dell’episodio di Santa Susanna, nei mantelli e nelle vesti di alcuni personaggi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione

Alla Sala dei Santi segue quella dei Misteri, l’ultima delle quattro ricavate nell’ala del Palazzo risalente a Niccolò V. Deriva il proprio nome dai Misteri della Fede, ovvero gli episodi prodigiosi della vita della Vergine – cui papa Alessandro VI era legato da una speciale devozione – e di Cristo: l’Annunciazione, la Nascita di Cristo, l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Discesa dello Spirito Santo, l’Assunzione della Vergine. Nella decorazione dell’ambiente Pinturicchio fece largo ricorso alle maestranze della sua bottega, mentre è senz’altro di sua mano il ritratto del pontefice inginocchiato ai piedi del Cristo nella Resurrezione e avvolto in abiti sfarzosi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine

Sempre riconducibile a Pinturicchio è il ritratto del figlio del papa, Francesco Borgia, in preghiera davanti alla Vergine assunta in cielo. Il soffitto è articolato in due campate di volte a crociera separate da un arcone, decorate con una profusione di emblemi araldici, mentre nelle vele si trovano otto medaglioni in cui sono raffigurati altrettanti profeti, con cartigli che anticipano e annunciano i Misteri rappresentati. Lungo le pareti si ammirano alcune finte nicchie dipinte in trompe-l’œil, in cui hanno collocazione oggetti liturgici e insegne papali, e grottesche. Le superfici riverberano grazie agli inserti in stucco e cera dorata che ornano alcuni dettagli, materiali che si trovano diffusamente su tutto il soffitto, nelle forme geometriche dell’arcone centrale e negli scudi che contengono i profeti.

Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l'œil, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l’œil

L’ultima Sala è quella dei Pontefici, che presenta dimensioni più ampie delle precedenti e per questo era destinata ad eventi pubblici come udienze, concistori, banchetti. Si trova nell’ala del Palazzo più antica, risalente a Niccolò III. A causa di un violento temporale nel 1500 l’originario soffitto a travi lignee crollò, e con esso andò distrutta la decorazione realizzata dal Pinturicchio. Sotto le macerie venne ritrovato il pontefice, rimasto miracolosamente illeso al riparo di una trave. Negli anni del pontificato di Leone X fu realizzato l’affresco che si ammira tutt’oggi, ad opera di Perin del Vaga e Giovanni da Udine.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione

La decorazione dell’Appartamento Borgia fu aspramente criticata da Giorgio Vasari, che non apprezzava Pinturicchio e la sua opera. Anche a seguito del pessimo giudizio vasariano, la critica d’arte ha sempre svilito questo ciclo, che invece rappresenta senza dubbio l’impresa più straordinaria del Rinascimento romano, per l’innovazione dei suoi contenuti, l’invenzione delle storie e delle scene, la decisa ispirazione classica, la qualità artistica di alcune sue parti. Lo stesso ricorso allo stucco e alla cera per ottenere effetti di rilievo – additato dal Vasari come un attardarsi nella maniera antica – fu una scelta voluta del pittore, insieme alla sistematica rievocazione delle stanze della Domus Aurea con grottesche sparse ovunque (grottesche ampiamente rappresentate in ogni suo lavoro, sin dagli esordi a Roma).

Pinturicchio Sala dei Misteri - dettaglio del soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri – dettaglio del soffitto

A chi come me ama infinitamente Pinturicchio e ne insegue le opere per ammirarne i dettagli, in Umbria consiglio di visitare la Cappella Baglioni a Spello (ne parlo qui) e la Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto (questo l’articolo sulla città umbra). In Toscana, una tappa imprescindibile è rappresentata dalla Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena (questo il post sul capoluogo toscano), immenso capolavoro del Maestro perugino. Tutti gli articoli collegati a Pinturicchio sono comunque consultabili attraverso il tag dedicato.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano - dettaglio del Colosseo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano – dettaglio del Colosseo

Per la redazione di questo articolo ho fatto ricorso all’ampia e approfondita analisi delle opere riportata nel volume “Pintoricchio. Itinerario romano” di Claudia La Malfa (Silvana Editoriale, 2008, Milano) e alle schede presenti sul sito dei Musei Vaticani.

Per la visita degli appartamenti consiglio di documentarsi sul sito dei Musei, che riporta ogni indicazione utile. Ritengo essenziale acquistare on line il biglietto, vista l’altissima richiesta e le lunghe file per l’accesso, ed utile il noleggio dell’audioguida. All’interno delle stanze vi sono alcuni pannelli informativi, ma non sono presenti in tutte.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Vino e arte contemporanea nel cuore del Chianti: la collezione di Castello di Ama

La vallata, Ama
La vallata, Ama

Ho visitato il borgo medievale di Ama, nel Chianti senese, che dagli anni Settanta ospita l’azienda Castello di Ama, una delle tenute più rinomate della produzione di vino Chianti Classico. Nel borgo e negli spazi dell’azienda a partire dal 1999 vengono raccolte straordinarie opere d’arte contemporanea : il progetto “Castello di Ama per l’arte contemporanea” è costituito da installazioni site-specific realizzate da alcuni artisti ispirati dal luogo e dalla sua storia.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nomi di assoluto rilievo nel panorama dell’arte contemporanea sono stati invitati a conoscere la tenuta e ad approfondire lo spirito del borgo che la ospita, creando opere che dialogassero con l’ambiente circostante: sono nate così le installazioni di Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Kendell Geers, Anish Kapoor, Chen Zhen, Carlos Garaicoa, Nedko Solakov, Cristina Iglesias, Louise Bourgeios, Ilya & Emilia Kabakov, Pascale Marthine Tayou, Hiroshi Sugimoto, Roni Horn, Lee Ufan. Un percorso in collaborazione con Galleria Continua di San Gimignano, che valorizza gli ambienti delle cantine, le cappelline di culto privato, le strade in acciottolato, gli spazi verdi affacciati sulle vallate circostanti, in una sintesi di arte, paesaggio, attività produttive legate al vino.

Villa Ricucci, Ama
Villa Ricucci, Ama

Al 2000 risale l’installazione di Michelangelo Pistoletto, “L’albero di Ama. Divisione e moltiplicazione dello specchio”, con un altissimo tronco collocato in fondo alla scala che conduce alle cantine: il fusto è spaccato e custodisce al proprio interno uno specchio ad angolo che riflette in infinite rifrazioni le immagini circostanti. Poco oltre, racchiusa e custodita in fondo a un pozzo  sotto una pesante grata in ferro, vi è “Topiary”, la scultura di Louise Bourgeois: qui installata nel 2009 poco prima della scomparsa dell’artista, rappresenta una donna in ginocchio trasformata in un fallo in boccio, mentre dal suo corpo sgorga continuamente acqua.

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Nelle due cappelline private si trovano le opere di Anish Kapoor, “Aima” – una sorta di apertura nel pavimento, una voragine di colore rosso acceso –  e di Hiroshi Sugimoto, dal titolo “Confession of Zero”: sono due modelli matematici a forma conica – uno  che pende dal soffitto e l’altro che si erge dal pavimento – che convergono senza toccarsi. Nello spazio del giardino si trova “Sulle vigne: punti di vista” di Daniel Buren, che consiste in un muro lungo 25 metri, alto 2, rivestito da una superficie specchiante: riflette l’osservatore e gli edifici del Castello di Ama, e al contempo si apre con alcune finestre quadrate sulla vallata sottostante, di cui inquadra la veduta. Nelle vicinanze si osserva nel terreno l’installazione di Cristina Iglesias, “Towards the ground”, una vasca che ciclicamente si riempie e si vuota della propria acqua, mentre affiorano le foglie verdi che vi sono immerse. “The observer” di Ilya & Emilia Kabakov invita all’osservazione attraverso un binocolo che punta su una casa vicina: guardando nel binocolo si vedono persone e angeli seduti ad una tavola.

Carlos Garaicoa, "Yo no quiero vier mas a mis vecinos"
Carlos Garaicoa, “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”

Sul declivio della collina si trova l’opera di Carlos Garaicoa, dal titolo “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”, che stimola la riflessione sul concetto di separazione attraverso la ricostruzione di famosi muri, antichi o recenti, in miniatura: tra di essi si riconoscono il vallo di Adriano, la grande muraglia cinese, il muro che separa Israele e Palestina a Ramallah, il filo spinato tra Messico e Stati Uniti… Lungo la strada lastricata che si snoda nel borgo si dipana l’installazione di Pascale Marthine Tayou, “Le chemin de bonheur”, con macchie di colore che distinguono fra loro le pietre e si nascondono dietro angoli impensati, proprio come un’improvvisa felicità. Tra le botti della cantina si accende l’opera di Chen Zhen, “La lumière interieure du corps humaine”, dove alcune forme in vetro trasparente, illuminate da una luce bianca, rappresentano distinti organi del corpo umano e campeggiano sospesi al soffitto.

Roni Horn, "Untitled"
Roni Horn, “Untitled”

Sempre nelle cantine, tra le botti di vino, si trovano le installazioni di Kendall Geers, “Revolution / Love”, di colore rosso sangue in un ambiente che evoca le atmosfere di una cripta, e di Lee UfanTopos (Excavated)”, che come spiega l’artista è profondamente legata al luogo in cui si trova. Vi è infine l’installazione di Roni Horn, “Untitled”, l’ultima ad entrare a far parte di questa straordinaria collezione nel 2017, in cui la diversa lavorazione del vetro crea un oculos all’interno dell’opera e determina un’ambiguità tra l’apparenza e la realtà della sua materia.

Aspettiamo dunque i prossimi mesi per sapere se Castello di Ama accoglierà anche quest’anno una nuova opera, ad arricchire una raccolta così interessante per la varietà delle sue installazioni, degli artisti coinvolti, e della relazione che ogniqualvolta si crea tra opera e contesto circostante.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Giampietro Campana e la sua leggendaria collezione: una storia rocambolesca

Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini
Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che l’enorme dito bronzeo della Collezione Campana custodito al Museo del Louvre appartiene alla colossale statua dell’imperatore Costantino esposta ai Musei Capitolini di Roma. La scoperta è avvenuta grazie agli studi di una ricercatrice, Aurelia Azema, che scrivendo una tesi sulle antiche tecniche di saldatura ha cominciato ad indagare sul reperto e sulla statua cui doveva appartenere. La dimensione del dito, il processo di fusione e le sue caratteristiche stilistiche l’hanno condotta alla monumentale statua di Costantino i cui elementi – una mano sinistra, la testa e un globo – si possono ammirare nell’esedra di Palazzo dei Conservatori a Roma.

Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre
Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre

La conferma definitiva è giunta nel maggio scorso, quando una ricostruzione in 3D del dito è stata portata a Roma e apposta sulla mano, con la quale ha combaciato perfettamente. Questa scoperta straordinaria verrà festeggiata con la riunificazione del dito e della mano in occasione di una mostra già prevista al Louvre per il prossimo ottobre: l’esposizione, dal titolo “Un rêve d’Italie: la collection du marquis de Campana” – vuole ricostituire la leggendaria collezione Campana, di cui faceva parte il dito. Ma chi è Giampietro Campana, l’antico proprietario dell’opera?

Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon
Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon

Mi sono imbattuta nelle opere della sua Collezione quando ho visitato – nel corso del mio viaggio in Provenza e Camargue (qui il mio racconto) – il Musée du Petit Palais di Avignone, che custodisce una parte cospicua dei dipinti della raccolta: oltre trecento opere di arte italiana dal Medioevo al Rinascimento, qui raggruppate nel corso del Novecento dopo essere state disperse in sessantasette musei francesi di provincia. La ricomposizione di questo nucleo dei dipinti (tutti appartenenti al Louvre) presso il polo di Avignone fu realizzata nel 1976, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei musei francesi, e fu l’ultimo atto di una lunga e travagliata storia che aveva visto queste opere protagoniste loro malgrado.

Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon
Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon

Giampietro Campana nacque nel 1808 da una famiglia della grande borghesia romana: il nonno aveva condotto scavi archeologici a Ostia, Roma e Castelnuovo, raccogliendo marmi antichi, il padre collezionava monete. Secondo la tradizione familiare divenne direttore del Monte di Pietà a Roma nel 1833, istituzione che gestì con piglio imprenditoriale e grande spregiudicatezza. Parallelamente coltivò la passione per il collezionismo senza alcuna preferenza d’ambito: collezionava tutto, antichità romane, greche ed etrusche provenienti dagli scavi archeologici che dirigeva – a Roma, Cerveteri, Veio… – o finanziava, o acquistate sul mercato antiquario.

Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine
Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine

Verso il 1830 la sua raccolta comprendeva 500 marmi, 2000 terracotte, 3800 vasi, 600 bronzi, 1600 oggetti in oro, 460 vasi di vetro. Le opere erano esposte nella sua abitazione romana, vicino a San Giovanni in Laterano, che nel 1846 fu visitata dal nuovo papa Pio IX, evento che ne consacrò la reputazione. Campana cominciò a concepire il desiderio di costituire un museo universale, aggiungendo al nucleo delle opere antiche sculture e maioliche rinascimentali, e dipinti, soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento.

Taddeo di Bartolo, La Vierge de l'annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge de l’annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon

I suoi acquisti si concentrarono prevalentemente in due zone, Firenze e le regioni che costituivano lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna), con cui – in virtù della sua posizione – aveva un rapporto diretto e privilegiato. Raccolse in questo modo oltre 400 dipinti di “primitivi”, che si trovavano esposti nella sua casa in via del Corso e raccolti in un magazzino in via Margutta.

L’importanza della collezione così composta era dovuta non solo alla quantità delle opere raccolte, ma anche alla loro qualità: tra di esse infatti si trovavano capolavori come il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, sculture della bottega dei Della Robbia. Queste opere mostravano e mettevano in luce il patrimonio culturale dell’Italia nel momento in cui – durante il Risorgimento – la nazione affermava la propria identità culturale.

Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre
Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre

Per continuare i suoi acquisti però Campana cominciò ad attingere alle casse del Monte di Pietà, e fu travolto dal piacere del collezionismo: contrasse debiti per tre milioni, fu arrestato nel 1857 e condannato a venti anni di galera. La sua collezione fu messa in vendita, suscitando un’emozione profonda in Italia e in tutta Europa. Venne acquistata dallo zar di Russia, che comprò 467 pezzi tra marmi, bronzi e vasi per 125.000 scudi, e da Napoleone III, che con 812.000 scudi acquistò tutto quel che rimaneva, 11.835 oggetti, con l’intento di destinarli al Louvre (acquistarono anche altri Musei, tra cui il Metropolitan di New York). All’arrivo a Parigi la collezione fu esposta nel Palais de l’Industrie, in assenza di ambienti adeguati al Louvre, dove venne inaugurato nel 1862 il Museo Napoleone III.

Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre
Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre

La raccolta venne tenuta insieme fino alla fine di quell’anno, quando fu dispersa destinando alcune opere al museo parigino, e ben 322 dipinti ai musei della provincia, a cui negli anni successivi vennero inviati a più riprese altri quadri. Solo nel 1945 si cominciò a pensare di riunirli in un’unica sede, individuando poi nel Petit Palais di Avignone il luogo più opportuno, in virtù del suo passato di capitale della cristianità del corso della cattività del XIV secolo.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l'Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon

A distanza di 160 anni dal momento della vendita della Collezione Campana e della condanna del suo spregiudicato ed onnivoro proprietario, il Museo del Louvre e l’Ermitage di San Pietroburgo hanno organizzato la riunificazione delle opere più importanti nell’eccezionale esposizione che inaugurerà a Parigi il 17 ottobre. Un’occasione unica per vedere in parte ricostituita la collezione privata più importante e significativa del XIX secolo, alla quale parteciperanno straordinariamente anche i Musei Capitolini con il prestito della mano e della testa della statua di Costantino, in seguito alla scoperta di qualche settimana fa.

Sandro Botticelli, La Vierge et l'Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon
Sandro Botticelli, La Vierge et l’Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon

La mostra, davvero imperdibile, metterà in luce la personalità di Campana, la società nella quale s’impose come collezionista e uomo d’affari, la storia della sua straordinaria raccolta, con la ricostruzione della sua casa-museo di Roma, l’influenza che la collezione esercitò sul gusto artistico della seconda metà dell’Ottocento, la sua passione per i pastiches e i falsi. L’esposizione sarà visitabile fino al 26 gennaio 2019 presso la Hall Napoléon.

Queste le informazioni relative alla mostra (questa la pagina dedicata sul sito del Louvre):

Un rêve d’Italie : la collection du marquis de Campana
La reconstitution de la légendaire collection Campana, la plus grande collection privée d’objets d’art au 19e siècle.
17 ottobre 2018 – 26 gennaio 2019
Hall Napoléon – Musée du Louvre

Altre immagini:

L’apposizione della ricostruzione in 3D del dito bronzeo del Louvre sulla mano della statua di Costantino ai Musei Capitolini
Featured

Gli arazzi di Urbano VIII e la storia dell’arazzeria della famiglia Barberini

Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa
Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa

I Musei Vaticani custodiscono il prezioso ciclo di arazzi dedicato alla vita di papa Urbano VIII, realizzati dall’arazzeria Barberini tra il 1663 e il 1679. La serie, composta da dieci pezzi, venne disegnata da Antonio Gherardi, Fabio Cristofani, Giacinto Camassei e Pietro Lucatelli. E’ la più importante tra le sette serie realizzate dalla fabbrica Barberini, e manifesta chiaramente l’intento di raccontare la vita del papa esaltando la sua figura e la storia della sua casata: si pone come completamento ideale del monumentale affresco di Pietro da Cortona che decora il salone del Palazzo di famiglia rappresentante il Trionfo della Divina Provvidenza, ed è infatti probabile che fosse destinata alle pareti di questo straordinario ambiente.

Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno
Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno

In occasione dell’interessante mostra “Glorie di carta” allestita alla Galleria Barberini (l’ho raccontata in questo articolo), sono stati esposti i cartoni preparatori di tre cicli, fra cui quello di Antonio Gherardi in cui il futuro papa Urbano VIII è rappresentato mentre dispone la bonifica del lago Trasimeno.

La serie dedicata alle opere di Urbano VIII (nato Maffeo Barberini) fu l’ultimo importante lavoro realizzato dalla manifattura, che era sorta a Roma nel 1627 per volere del Cardinale Francesco, nipote del papa.

Urbano VIII riceve l'omaggio delle nazioni
Urbano VIII riceve l’omaggio delle nazioni

Il Cardinale volle la realizzazione di questo ciclo come atto di omaggio e riconoscenza nei confronti dello zio, per esaltarne l’elezione divina al soglio pontificio e l’azione provvidenziale svolta nel corso del suo pontificato.

Fra gli episodi rappresentati vi è quello dedicato all’elezione di Maffeo a papa: si illustra il momento dello scrutinio, quando uno scrutatore rilevò la mancanza di una scheda e, ciononostante, la validità del voto e della scelta del Barberini. Quest’ultimo fece tuttavia ripetere la votazione, divenendo finalmente pontefice il 6 agosto 1623.

Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia
Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia

Il sesto arazzo racconta la consacrazione della basilica di San Pietro, con il pontefice accompagnato dal nipote, Cardinal Francesco, e dal fratello Taddeo. In primo piano è rappresentato un cavaliere che potrebbe essere Gian Lorenzo Bernini, un omaggio all’artista che tanto contribuì alla realizzazione della basilica e che fu molto amato dalla famiglia Barberini. Un altro arazzo mostra Urbano VIII mentre dispone la riedificazione delle mura di Roma, raffigurato presso la porta di San Pancrazio intento a discutere il progetto urbanistico con l’architetto Vincenzo Maculano.

Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico
Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico

Un altro rappresenta il pontefice seduto su di un grande letto, che congiunge le mani di due figure allegoriche raffiguranti la Francia e lo Stato Pontificio: fa probabilmente riferimento al trattato di pace di Cherasco, con cui si poneva fine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato, celebrando la campagna intrapresa dal pontefice per portare la pace tra i vari Paesi europei.

Il settimo arazzo mostra Urbano VIII rivolto in preghiera per preservare la città di Roma dalla peste e dalla carestia, flagelli che affliggevano l’Italia tra il 1629 e il 1632.

Urbano VIII fa edificare le mura di Roma
Urbano VIII fa edificare le mura di Roma

Tra le nuvole vi sono i santi Michele e Sebastiano e i protettori di Roma, Pietro e Paolo.

L’arazzeria Barberini fu fondata dal Cardinal Francesco come simbolo del prestigio sociale e della ricchezza raggiunta dalla sua famiglia. Operò dal 1627 fino al 1679, prima sotto la direzione del fiammingo Jacob van del Vliete (naturalizzato Giacomo della Riviera), poi dal genero Gasparo Rocci e infine da tre donne: Caterina della Riviera (figlia di Giacomo e moglie di Gasparo), la sorella Maria Maddalena, Anna Zampieri.

Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa
Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa

Produsse sette serie di arazzi, dedicate a I castelli, Le storie di Costantino, Giochi di putti, I dossali per la Cappella Sistina, La vita di Cristo, Le storie di Apollo e infine La vita di Urbano VIII.

Oltre al ciclo dedicato ad Urbano VIII, le sue serie più importanti sono quella delle Storie di Costantino, costituita da cinque pezzi su disegno di Pietro da Cortona, e quella dedicata alla Vita di Cristo, che venne realizzata in un periodo di grande difficoltà per la famiglia.

Maffeo Barberini è eletto Cardinale
Maffeo Barberini è eletto Cardinale

Nel 1644 infatti ascese al soglio di Pietro Innocenzo X Pamphili, ostile ai Barberini, che avviò un’indagine sulla condotta di Urbano VIII e dei nipoti accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini furono costretti a fuggire e a lasciare Roma, mentre il nuovo papa inaugurò un periodo di risanamento finanziario e di austerità. (Di questo avvicendamento subì le sorti anche Gian Lorenzo Bernini, che con il venir meno dei suoi protettori era stato allontanato. L’artista riuscì tuttavia a guadagnarsi la fiducia del nuovo papa e ottenere l’incarico per la realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona grazie a un atto di astuzia, come racconto in questo post).

Elezione di Urbano VIII
Elezione di Urbano VIII

Percorrere la Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani e ammirare questi capolavori significa compiere un viaggio nella storia della famiglia Barberini e dell’Italia di quei decenni, insieme ai protagonisti delle vicende artistiche e politiche del Seicento a Roma.

Informazioni utili: gli arazzi Barberini sono esposti nella Galleria degli Arazzi insieme a un’altra preziosa serie, quella della Vita di Cristo eseguita a Bruxelles tra il 1524 e il 1531 nella bottega di Pieter van Aelst da modelli di allievi di Raffaello. La Galleria si trova lungo uno dei percorsi di visita dei Musei, e precede la Galleria delle Carte Geografiche, nonché gli appartamenti di Pio V, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina, come ben illustrato dalla mappa dei musei. Le possibilità di visita dei Musei sono innumerevoli, dipende dagli interessi e dalle esigenze personali: tutte le informazioni sono ben indicate sul sito internet www.museivaticani.va e in particolare a questa pagina.

Mappa:

Featured

La chiesa delle antiche corporazioni di Roma: Santa Maria dell’Orto in Trastevere

La volta della navata centrale
La volta della navata centrale

Si trova nella zona di Trastevere una delle chiese più belle e sconosciute di Roma: è Santa Maria dell’Orto, che deve il suo nome a una icona miracolosa dipinta sul muro di un orto intorno al 1488. La storia racconta che un ortolano gravemente infermo si raccomandò alla Vergine e ottenne il miracolo della guarigione: a seguito a questo evento crebbe la devozione popolare e nel 1495 fu eretta una prima cappella per accogliere e venerare la santa immagine. Accanto alla cappella i fedeli costruirono un ospedale a loro riservato, struttura che rimase in attività fino alla fine del Settecento.
Intorno al 1513 iniziarono i lavori per la realizzazione della chiesa, che venne conclusa intorno al 1566-1567, con impianto a croce latina e la facciata ad opera del Vignola e di Francesco da Volterra.

Membri della Confraternita di Santa Maria dell'Orto
Membri della Confraternita

Il gruppo dei devoti si costituì in Confraternita nel 1492 per decreto di papa Alessandro VI, ottenendo nel corso dei secoli indulgenze e privilegi spirituali che ne aumentarono il prestigio. Divenne una delle più ricche Confraternite di Roma, tanto da gestire il proprio ospedale e poter finanziare numerose opere caritatevoli. In occasione del Giubileo del 1825 ottenne il titolo di Venerabile. La Confraternita è tutt’oggi in attività ed è formata da laici, anche se il suo funzionamento è disciplinato dal Codice di Diritto Canonico.

La volta della navata sinistra
La volta della navata sinistra

Passeggiando all’interno della chiesa e ammirandone le decorazioni si possono notare i numerosi cartigli che fanno riferimento alle Università (intese quali associazioni di mestiere) che contribuirono ad arricchirne il patrimonio artistico: nella chiesa infatti avevano sede una ventina di queste corporazioni appartenenti ai settori dell’artigianato e del commercio, e fra di esse sei erano le più importanti: i Pizzicaroli, gli Ortolani, i Molinari, i Vermicellari (fabbricanti di pasta), i Sensali di Ripa e Ripetta (ovvero i mediatori commerciali che svolgevano la loro attività nei due porti sul Tevere), i Fruttaroli (uniti ai Limonari).

Lapide riferita ai "pizzicaroli"
Lapide riferita ai “pizzicaroli”

Chi apparteneva a queste Università trovava nella propria associazione un riferimento per la disciplina amministrativa di categoria, mentre nella Confraternita esprimeva la propria devozione religiosa. Le Università vennero sciolte ai primi dell’Ottocento da papa Pio VII, e di conseguenza anche i membri della Confraternita cambiarono, variando l’estrazione sociale di appartenenza.

Lungo le navate laterali si susseguono le cappelle, ciascuna appartenente a una specifica associazione di categoria e a gara con le altre per la ricchezza e bellezza delle decorazioni: oltre alle corporazioni già citate, si ammirano la cappella dei Padroni, Affittuari e Mezzaroli di vigne, quella dei Pollaroli, quella degli Scarpinelli.

La navata centrale e l'altare
La navata centrale e l’altare

L’icona miracolosa della Madonna è custodita sopra l’altare maggiore mentre sul pavimento sotto la volta centrale del transetto vi è una lapide marmorea che indica il luogo in cui si trovava l’immagine al momento del suo primo miracolo, affrescata sopra il muro dell’orto. Nella parete absidale di sinistra la scena della Presentazione al Tempio e dell’Annuncio a San Giuseppe si svolge ai piedi di una scalinata che conduce a un edificio di scorcio, rappresentante proprio la chiesa di Santa Maria dell’Orto.

Santa Maria dell'Orto, stucco del transetto
Stucco del transetto, sopra l’ingresso della sacrestia

Una curiosità riguarda gli stucchi che ornano le volte, che secondo una leggenda conservano, mescolato, il primo oro proveniente dalle Americhe appena scoperte da Cristoforo Colombo: una leggenda affascinante ma priva di fondamento, che contende il prezioso metallo a quella – parimenti non confermata – che lo vuole impiegato nella copertura a cassettoni della chiesa di Santa Maria Maggiore. Merita infine un’attenzione particolare lo splendido pavimento a motivi geometrici in marmi bianchi e grigi, realizzato su disegno di Gabriele Valvassori tra il 1747 e il 1756.

La "Macchina delle quarantore"
La “Macchina delle quarantore”

Tra le principali ricorrenze e celebrazioni una di particolare fascino è la messa “In coena Domini” del Giovedì Santo, quando viene allestita la scenografica e barocca “Macchina delle Quarant’Ore“. Si tratta di una singolare struttura composta da 213 candele risalente al 1848, ultima testimonianza di una consuetudine antica: nel XVI secolo venivano realizzati simili apparati per commemorare le quaranta ore durante le quali Gesù giacque nel sepolcro, fra la sua morte e Resurrezione. A Santa Maria dell’Orto durante la messa dell’Ultima cena tutte le candele vengono accese contemporaneamente e rimangono accese fino alla mezzanotte.

Informazioni utili per la visita: la chiesa è visitabile tutti i giorni feriali dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 18,30, il sabato e la domenica dalle 10 alle 12. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito della Confraternita, www.santamariadellorto.it

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura a Roma

L'edificio dell'Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino
L’edificio dell’Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino

Per tutto il mese di giugno sarà possibile visitare il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Prima dell’interruzione per la pausa estiva (nei mesi di luglio e agosto) si potrà prenotare una visita guidata al giardino, il primo realizzato in Italia da un architetto giapponese, Nakajima Ken.
Oltre che per la bellezza del luogo, il giardino merita una visita (rigorosamente guidata e a numero chiuso) per la storia che testimonia.

Il laghetto e il ponticello del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e il ponticello

Circonda su due lati l’Istituto, inaugurato il 2 dicembre 1962 per la promozione della cultura giapponese in Italia. L’idea di creare l’Istituto risale agli anni Trenta, ma fu necessario attendere la firma, nel 1954, dell’Accordo Culturale tra Italia e Giappone per avviare finalmente i lavori di costruzione.
L’edificio è un tipico esempio di architettura giapponese moderna, una costruzione a tre piani che, seppur realizzata in cemento armato, mantiene tutte le caratteristiche originali dell’edificio in legno in stile Heian: la lunga grondaia, il contrasto cromatico tra le pareti bianche e lo scuro dei pilastri, le finestre a grate (hitomi), il peristilio esterno, i pilastri che sporgono dalle pareti esterne, la scalinata d’ingresso. All’interno vi è abbondanza di superfici in legno, rivestimenti in stoffa, tendaggi e le caratteristiche porte scorrevoli shôji, in carta di riso.

Il sentiero del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il sentiero

Sul terreno adiacente, concesso dal Comune di Roma, si estende il giardino, realizzato dall’architetto Nakajima Ken, responsabile anche della splendida area giapponese dell’Orto Botanico dell’Università La Sapienza di Roma (questo l’articolo dedicato). Il giardino riprende tutti gli elementi tradizionali dello stile sen’en (giardino con laghetto), con la presenza della cascata, delle rocce, delle piccole isole, del ponticello e della lampada di pietra tōrō. Tra le piante presenti vi sono il ciliegio, il glicine, l’iris e il pino nano, mentre le pietre che formano la cascata provengono dalla campagna toscana: questo è un tratto di originalità voluto dall’architetto, che ha inteso omaggiare l’Italia utilizzandone alcuni elementi naturali. Nella parte più alta del luogo, assecondando lo stesso intento, il ciliegio è affiancato da un ulivo. La disposizione del sentiero che attraversa il giardino consente di ammirarne gli scorci e asseconda il declivio del terreno, così come la cascata, che scende lungo le rocce e che è posta al centro dello spazio.

Il laghetto e la cascata del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e la cascata

Un luogo, questo, dove assaporare l’antichissima arte giapponese dei giardino e conoscere un pezzo della storia di Roma forse meno nota, all’insegna del rispetto e dell’incontro delle diversità.

 

Informazioni utili alla visita: il giardino è visitabile esclusivamente previa prenotazione e con guida. Tutte le indicazioni sono riportate sul sito internet dell’Istituto, www.jfroma.it. Il periodo di maggiore richiesta coincide con la fioritura delle piante di ciliegio: se si vuole ammirarla, è necessario prenotare con grande anticipo.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

La mostra “Canaletto 1697-1768” al Museo di Roma a Palazzo Braschi

Canaletto, La Torre dell'Orologio in piazza San Marco, Venezia
Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, Venezia

Ho visitato la mostra “Canaletto 1697-1768 allestita al Museo di Roma in occasione dei 250 anni dalla morte di questo straordinario artista raccogliendo 67 sue opere, tra dipinti, disegni e documenti. Un’esposizione da vedere, non solo perché si può ammirare il più grande nucleo di capolavori mai esposto prima in Italia, ma anche per la possibilità di contemplare straordinarie vedute di Roma in una sala dedicata: Canaletto infatti, scenografo nei teatri veneziani, giunse a Roma nel 1719 per allestire due spettacoli nel Teatro Capranica, e nella città eterna decise di specializzarsi nella veduta. Roma lo affascinò con le sue rovine, e pur non facendovi più ritorno la suggestione dei paesaggi lo accompagnò per tutta la vita: le vedute che vengono esposte appartengono agli anni della sua maturità.

Canaletto, L'arco di Settimio Severo, Roma
Canaletto, L’arco di Settimio Severo, Roma

Le altre sale si snodano secondo un criterio tematico e insieme cronologico, a partire da quella sul Canaletto scenografo teatrale insieme al padre Bernardo: prima a Venezia e poi a Roma, dove il teatro – dopo un periodo di proibizione imposto dal papa Innocenzo XII – era tornato a far parte della vita culturale con il successore Clemente XI Albani. La seconda sala è dedicata al capriccio archeologico, soggetto delle prime tele di Canaletto in cui il maestro veneziano dispiega tutta la propria fantasia.

Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia
Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia

La terza sala è dedicata alle vedute di Venezia, di cui le prime furono realizzate subito dopo il ritorno da Roma, nel 1720. Poi, nel corso degli anni, Canaletto sviluppò un procedimento di composizione prospettica derivante da un’osservazione diretta dei luoghi, che gli consentì di rendere con naturalezza la luce e l’atmosfera in cui si stagliavano le architetture della città lagunare. Le prime commissioni da parte degli ambasciatori stranieri sancirono il suo successo nel collezionismo internazionale, mentre venivano divulgate le nuove teorie di Newton sulla composizione della luce, di cui era a conoscenza tanto da rendere la sua limpida rappresentazione di Venezia uno degli emblemi del Secolo dei Lumi.

Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia - dettaglio del molo
Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia – dettaglio

Nel mentre le sue opere venivano inviate in Inghilterra, anticipandone il successo tra i turisti del Grand Tour: il console inglese nella città lagunare, Joseph Smith, riferimento dell’aristocrazia internazionale, inviò intere serie di Canaletto ai nobili britannici in patria. L’acquisto e il possesso di questi dipinti divenne un prestigio irrinunciabile per ogni gentleman del Grand Tour.

Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma
Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma

Con il diffondersi del gusto neoclassico giunsero a Canaletto le commissioni per dipinti di soggetto romano: il pittore attinse ai propri schizzi giovanili e ad alcune stampe per realizzare le opere richieste a Londra, dove si era stabilito tra il 1746 e il 1755. Qui trascorse nove anni dipingendo le vedute del Tamigi, le residenze di campagna, i capricci: ma la loro luce era differente rispetto alle vedute veneziane che l’avevano reso celebre, tanto da vedersi costretto a porre due annunci sul “Daily Advertiser” con l’invito a visitare il suo studio per smentire la voce che fosse un impostore.

Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi
Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi

Nella sala dedicata a periodo londinese viene straordinariamente ricomposta – in occasione di questa esposizione – una tela conclusa nel luglio 1751 e poi divisa in due parti dallo stesso Canaletto, “Representation of Chelsea College, Ranelagh House and the River Thames”: la parte sinistra è di proprietà del National Trust, la destra del Museo Nacional de Bellas Artes de l’Avana.

Canaletto, Prospettiva con portico
Canaletto, Prospettiva con portico

L’ultima sala è dedicata agli anni trascorsi a Venezia prima della morte, giunta nel 1768: il maestro si dedicò ancora alle vedute destinate ai nobili inglesi, sviluppandole però nel formato verticale. Si ammira qui “Prospettiva con portico”, del 1765, il celebre saggio di ammissione all’Accademia delle Belle Arti con cui Canaletto dimostrò, ancora una volta, il genio nello sviluppo prospettico e l’inventiva di capricci architettonici.

Altre opere in mostra:

Informazioni relative alla mostra:

Canaletto 1697-1768
Mostra a cura di Bożena Anna Kowalczyk
Museo di Roma, Palazzo Braschi
11 aprile – 19 agosto 2018
Sito internet: www.museodiroma.it

Mappa:

Featured

Le terme di Caracalla a Roma, ma anche a Pisa, Firenze e Napoli

Le terme di Caracalla a Roma
Le terme di Caracalla a Roma

Le terme di Caracalla sono un grandioso complesso termale fatto costruire dall’imperatore Caracalla tra il 212 e il 216 d.C., conservato ancora oggi per gran parte della loro struttura e dal fascino incredibile. Fino all’edificazione delle terme di Diocleziano (306 d.C.) furono le più imponenti di tutto l’impero romano, potendo ospitare oltre seimila persone. Per la loro realizzazione furono costruite tre grandi terrazze che dovevano colmare il dislivello tra il colle e la valle: novemila operai in cinque anni di lavoro edificarono una piattaforma quadrangolare di 300 metri per lato su cui costruire il complesso. Per consentire l’approvvigionamento idrico venne costruita una diramazione dell’acquedotto dell’Aqua Marcia, a rifornimento delle cisterne che garantivano la portata dell’acqua.

La ricostruzione in 3D delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D delle terme @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

In questo luogo i romani si dedicavano alle cure del corpo e alle relazioni sociali: qui infatti potevano fare il bagno, praticare l’attività sportiva, ma anche passeggiare e dedicarsi allo studio. Il complesso, a pianta rettangolare, presentava gli ambienti termali disposti su un unico asse, dalla piscina (natatio), al frigidarium, calidarium e tepidarium: ai lati – raddoppiati – si trovavano gli spogliatoi, le palestre, e gli altri ambienti di servizio, in una configurazione che permetteva libertà e fluidità di movimento ai frequentatori. Ai lati del calidarium si trovavano le saune, lungo il recinto perimetrale nord le botteghe (tabernae), a sud i giardini e oltre due biblioteche e lo stadio. Altre aule si sviluppavano lungo i lati corti, a est e a ovest dei giardini.

La parete nord della piscina delle terme di Caracalla
La parete nord della piscina

Dagli ingressi principali il bagnante accedeva alla piscina scoperta, un ambiente monumentale di grande impatto di cui oggi si può vedere la facciata nord: era divisa in tre parti da enormi colonne in granito grigio, ciascuna delle quali con nicchie per le statue, tre nicchie su due livelli, alternate a colonne su due ordini. L’ambiente aveva dimensioni imponenti, 50 x 22 metri, con pareti alte oltre 20 metri. La vasca, accessibile attraverso una scalinata, non era molto profonda.

La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma

Dalla piscina ci si recava negli spogliatoi e poi nella palestra: terminati gli esercizi fisici ci si poveva dirigere nelle saune e quindi al calidarium, che era una grande sala circolare coperta da una cupola. Sotto questo immenso ambiente si trovava un impianto a hypocaustum, che riscaldava la sala soprastante generando aria calda sotto il pavimento. Passando attraverso il tepidarium si giungeva infine al frigidarium, la sala più grandiosa del complesso con una copertura a volta a triplice crociera.

La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com
La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com

Simile a una basilica, ispirò l’architettura di molti edifici pubblici successivi, come le Terme di Diocleziano e la Basilica di Massenzio, fino ad arrivare all’Ottocento, quando il suo modello venne fedelmente ripreso dagli architetti che progettarono la Union Station di Chicago e la Pennsylvania Station di New York (entrambe purtroppo demolite. Sulle fondamenta della Penn Station fu costruito il Madison Square Garden).

Ricostruzione in 3D degli ambienti con l'Ercole Farnese nelle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
Ricostruzione in 3D degli ambienti con l’Ercole Farnese @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

I sotterranei erano maestosi, con una rete di grandi gallerie carrozzabili, i depositi di legname, gli impianti di riscaldamento. Nel corso degli scavi novecenteschi sono stati scoperti anche un mulino e un enorme mitreo, santuario dedicato al culto di Mitra. Un tale complesso era ornato da colonne, pavimenti a mosaico e marmi, statue, stucchi dipinti e gruppi scultorei colossali, sia in bronzo sia in marmo dipinto: grazie a un visore noleggiabile all’ingresso (ne consiglio la prenotazione) si ammirano le terme come si presentavano nel 216 d.C., nel momento della loro inaugurazione. Il percorso proposto, sviluppato su dieci tappe, utilizza la realtà virtuale per ricostruire fedelmente gli ambienti termali, con un rigoroso studio filologico che garantisce la veridicità di quanto si ammira.

Gli spogliatoi occidentali delle terme di Caracalla
Gli spogliatoi occidentali

Le terme rimasero in uso fino al 537 d.C., quando durante l’assedio di Roma i goti guidati da Vitige tagliarono gli acquedotti per conquistare la città per sete. Nel medioevo divennero una cava di materiali: alcuni suoi capitelli furono reimpiegati nel Duomo di Pisa, e molti vennero utilizzati per la ricostruzione di Santa Maria in Trastevere. Nel XII secolo infatti la chiesa romana, fondata nel IV secolo d.C., versava in una situazione di grave deterioramento. Papa Innocenzo II decise di riedificarla dalle fondamenta e a tale scopo vennero utilizzati i capitelli, le basi e le colonne di granito delle terme. Lo scopo, non solo funzionale ma anche simbolico, era far rivivere l’antichità classica nel cristianesimo.

Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma
Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma

Dalle terme provengono anche i fregi floreali che ornano i portali d’ingresso, riutilizzati dal cardinale Altemps fra il 1584 e il 1595, e i frammenti di trabeazione e le mensole superiori dell’interno. (Per una breve storia della chiesa e le immagini delle sue meraviglie – in particolare dell’abside – rimando al post che ho pubblicato su facebook in occasione del restauro della facciata, ultimato i primi di maggio, con il link al video realizzato dalla Sovrintendenza). Pisa invece, non molto ricca di monumenti antichi in loco, importava le sue antichità da Roma favorita dalla sua posizione di città marinara: il reimpiego di materiale di spoglio nel Duomo, come hanno osservato gli studiosi, si concentrò nella prima fase costruttiva (iniziata nel 1064) e i reperti furono utilizzati principalmente nel braccio meridionale del transetto con la porta di San Ranieri, attraverso la quale le autorità comunali entravano nell’edificio sacro. Lo scopo era voler sottolineare la “romanitas” del comune marinaro (Arnold Esch, “L’uso dell’antico nell’ideologia papale, imperiale e comunale”, in “Roma antica nel Medioevo”, Vita e Pensiero, Milano, 2001).

Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese della Collezione Farnese @ MANN
Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese @ MANN

Nel corso del Cinquecento furono condotti scavi per volere di papa Paolo III Farnese, riportando alla luce tra il 1545 e il 1547 numerose sculture: alcune di queste finirono nella collezione della famiglia, tra cui il monumentale Toro Farnese (collocato nella palestra orientale) e l’Ercole in riposo (che si trovava nel frigidarium). La scoperta del Toro Farnese suscitò grande impressione: il gruppo colossale è infatti ricavato da un unico blocco di marmo e rappresenta la tortura di Dirce, legata ad un toro da Anfione e Zeto come punizione per le angherie inflitte alla loro madre Antiope, che osserva la scena. A causa delle sue notevoli dimensioni venne collocato nel cortile di Palazzo Farnese in via Giulia. Nel 1788 venne trasportato a Napoli perché l’ultima erede della famiglia, Elisabetta, lo portò in dote al marito Filippo V di Borbone, re di Spagna, e nel 1826 venne trasferito al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove tutt’oggi si ammira.

L'Ercole a riposo della collezione Farnese @ MANN
L’Ercole a riposo @ MANN

L’Ercole in riposo è invece una riproduzione ingrandita di una scultura bronzea di Lisippo: l’eroe greco è rappresentato come un uomo maturo, nudo, con una corporatura massiccia e poderosa, minuziosamente scolpita nei dettagli dei muscoli. Al momento del ritrovamento la statua era priva della mano, dell’avambraccio sinistro (ora in gesso) e delle gambe, che furono ricostruite da Giacomo Della Porta: quando, successivamente, vennero ritrovate le gambe originali, si decise di lasciare quelle del Della Porta perché giudicate artisticamente superiori. Solo alla fine del Settecento la statua venne reintegrata delle sue gambe antiche, mentre quelle di restauro le vennero esposte accanto. Giacomo Della Porta intervenne anche sul gruppo di Neottolemo e Astianatte (o Achille e Troilo), rinvenuto anch’esso nelle terme di Caracalla: lo scultore apportò restauri profondi culminati nell’apposizione di una testa raffigurante l’imperatore Commodo.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia a Firenze

Una delle altissime colonne della piscina si trova invece a Firenze, in piazza Santa Trinita, sin dal 1563: l’enorme monolito venne infatti donato alla famiglia dei Medici da papa Pio IV nel 1560. Le operazioni necessarie al suo trasporto fino a Firenze furono molteplici e complesse, e vi sovrintesero Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati: nel 1562 il fusto fu trasportato via terra dalle terme fino al porto sul Tevere e qui venne caricato su un’imbarcazione inviata da Cosimo I, probabilmente costruita per l’occasione. Compiuto il lungo tragitto via mare fino a Livorno, risalì il corso dell’Arno fino a Ponte a Signa, da dove – imbragata in una incastellatura di legno – venne trainata lungo la via Pisana fino a Firenze, per mezzo di argani piantati nel terreno azionati da uomini e animali. Giunse in piazza Santa Trinita nel 1563, dopo oltre un anno di viaggio, e qui venne innalzata nel 1565. All’Ammannati il merito di aver coordinato le operazioni di innalzamento, il progetto del piedistallo, della base e del capitello.

La statua posta sulla colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La statua posta sulla colonna della giustizia

Inizialmente la colonna doveva sostenere una statua di Cosimo de’ Medici e celebrare la sua vittoria nella battaglia di Montemurlo del 1537, ma il conferimento del titolo granducale nel 1569 ampliò la prospettiva e fu deciso di dedicare il monumento alla Giustizia, simboleggiante le virtù del principe e la gloria della casata medicea. Venne quindi commissionata una statua in porfido rosso a Francesco Del Tadda e a suo figlio Romolo, specializzati nella lavorazione del durissimo materiale, su modello dell’Ammannati (l’ho potuta ammirare dalle finestre del piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, che ospita la Collezione Casamonti, in occasione della mia visita). Per la realizzazione della scultura furono necessari undici anni, assemblando sei pezzi in porfido appartenenti anch’essi a materiali di spoglio: l’opera venne collocata sul fusto nel 1581, alcuni anni dopo la morte di Cosimo (1574).

Vasca in piazza Farnese a Roma
Una delle due vasche in piazza Farnese a Roma

Nel frigidarium si trovavano anche due vasche in granito che dalla seconda metà del Cinquecento si possono ammirare in piazza Farnese a Roma: originariamente posizionate in piazza Venezia, vennero collocate qui per volere di papa Paolo III, prima una e poi l’altra, nei punti dove oggi si trovano. Nel 1626, in seguito alla realizzazione dell’Acqua Paola e al sufficiente approvvigionamento idrico, vennero trasformate in fontane dall’architetto Girolamo Rainaldi: ispirandosi alle opere di Della Porta, Rainaldi collocò le vasche antiche al centro di due vasche in travertino molto più grandi, dalla forma oblunga e i lati bombati, e in mezzo posizionò un’ulteriore vasca, più piccola, sorretta da un balaustro terminante in una forma a giglio (emblema della famiglia Farnese).

Mosaico dei lottatori delle terme di Caracalla @ Musei Vaticani
Mosaico dei lottatori @ Musei Vaticani

Durante gli scavi del 1824 infine, nelle esedre delle due palestre vennero ritrovati gli splendidi mosaici con gli atleti che nel 1963 vennero trasferiti ai Musei Vaticani, dove oggi si trovano presso il Museo Gregoriano Profano. Suddivisi in pannelli rettangolari o quadrati, presentano pugili e lottatori nudi – con le braccia rivestite da protezioni in stoffa e cuoio e i capelli raccolti in un ciuffo dietro la nuca – insieme a giudici di gara vestiti con la toga.

Le informazioni utili alla visita delle terme di Caracalla, compresi gli orari di apertura, sono consultabili a questa pagina. Per l’utilizzo del visore e la visita del complesso in 3D consiglio la prenotazione in anticipo.

Altre immagini:

Mappa dei luoghi:

Featured

L’arte del Novecento a Firenze: la collezione Casamonti a Palazzo Bartolini Salimbeni, gioiello del Rinascimento

Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze
Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze

La Collezione d’arte Roberto Casamonti apre le sue porte al pubblico nei rinnovati ambienti di Palazzo Bartolini Salimbeni. Al piano nobile di questo magnifico edificio affacciato su piazza Santa Trinita è ospitata la raccolta collezionata da Casamonti nel corso della sua lunga attività nel mondo dell’arte, dedicata agli artisti italiani e stranieri del Novecento.

Sin dalla piazza il visitatore prova un senso di bellezza ad ammirare il palazzo, opera di Baccio d’Agnolo, considerato un capolavoro dell’architettura rinascimentale: risalente al 1520 fu abitato dai Bartolini Salimbeni fino all’inizio dell’Ottocento, quando divenne un albergo – il celebre Hotel du Nord – per essere poi restaurato nella seconda metà del Novecento. La sua facciata presenta importanti elementi architettonici di ispirazione romana, come il portale architravato, le finestre crociate sormontate dal timpano e alternate a nicchie destinate ad accogliere statue, le cornici marcapiano e il cornicione fortemente aggettante.

Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni

Spunti architettonici questi, utilizzati in quegli anni a Roma in particolare da Raffaello, in edifici oggi scomparsi come Palazzo Jacopo da Brescia e Palazzo Branconio dell’Aquila, che si trovavano entrambi nel rione di Borgo. In quella stessa zona si può ammirare Palazzo dei Penitenzieri su via della Conciliazione, che riporta un esempio di finestra crociata, presente anche nella facciata di Palazzo Venezia. Le novità introdotte da questo modello architettonico a Firenze suscitarono aspre critiche, come racconta il Vasari nelle “Vite”: “furono queste cose tanto biasimate dai fiorentini con parole, con sonetti, con appiccicarvi filze di frasche, come si fa alle chiese per le feste, dicendosi che aveva più forma di tempio che di palazzo, che Baccio fu per uscirne di cervello; tuttavia sapendo che aveva imitato il buono e che l’opera stava bene, se ne passò”. Di fronte a un così ampio dissenso l’architetto fece incidere sul portone d’ingresso la scritta “Carpere promptius quam imitari”, ovvero “Criticare è più facile che imitare”.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia

Di fronte al palazzo, al centro della piazza, spicca la splendida Colonna della Giustizia, dono di papa Pio IV al duca Cosimo I, proveniente dalle Terme di Caracalla e giunta a Firenze nel 1563. Alcuni anni dopo la colonna fu coronata dalla statua della Giustizia, realizzata in porfido dai Del Tadda. Altre colonne provenienti dalle Terme di Caracalla furono utilizzate per dividere le navate della chiesa romana di Santa Maria in Trastevere nel rifacimento dell’edificio del XII secolo: ma questa è una storia che merita un approfondimento dedicato.

Grottesche del cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Grottesche del cortile

La corte interna del Palazzo, che si apre su un bel portico su tre lati con colonne ad arco a tutto sesto, è decorata da graffiti e grottesche a monocromo opera di Cosimo Feltrini: fra i motivi vegetali ed animali si legge il motto dei Bartolini Salimbeniper non dormire”. Lo stemma di famiglia, tre papaveri adornati da un nastro e racchiusi da un anello, si ripete lungo le cornici della facciata.

Sala con camino della Collezione Casamonti
Sala con camino

Giunti al piano nobile si accede agli ambienti dedicati alla Collezione, che per scelta espositiva è stata suddivisa in due periodi: la prima parte comprende le opere di artisti agli esordi del Novecento fino ai primi anni Sessanta, la seconda dal 1960 fino ai nostri giorni. I due nuclei, di cui adesso è visibile il primo, si avvicenderanno con cadenza annuale. L’allestimento, curato da Bruno Corà, segue l’appartenenza degli artisti a movimenti e tendenze, oltre che assecondare un ordinamento cronologico. La prima opera che s’incontra è il ritratto che Ottone Rosai fece del padre di Roberto Casamonti: fu quello, racconta il collezionista, il momento in cui egli s’innamorò dell’arte, e provò il desiderio di circondarsi di opere da lui scelte e amate. I dipinti e le sculture esposte sono dunque il frutto di anni di passione e ricerche, a partire dai lavori di Viani, Fattori, Balla, del Boccioni pre-futurista.

Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, Collezione Casamonti
Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca

Si ammirano poi, nel succedersi delle sale, capolavori di De Chirico, Boldini, Campigli, Warhol, Picasso, Burri, Boetti, Morandi, Casorati, Ernst, SoutineCapogrossi, Castellani, Le Corbusier, Léger, Kandinsky, Turcato, Dorazio, Accardi, Pomodoro, Manzoni, Scheggi, Kounellis

Un manuale di storia dell’arte del Novecento che di fronte a ogni opera richiede una sosta e un approfondimento. Alle opere che più mi hanno colpito ho dedicato la mia personale galleria:

Tutte le informazioni utili sono reperibili sul sito della Collezione, www.collezionerobertocasamonti.it. La selezione di opere adesso allestita, “Dagli inizi del XX secolo fino agli anni ’60”, sarà aperta fino al 10 marzo 2019, dal mercoledì alla domenica dalle 11.30 alle 19.00. La prenotazione è obbligatoria.

Mappa:

Featured

Palazzo Merulana, il nuovo museo di Roma con le opere della Collezione Cerasi

Museo Merulana, la facciata
Museo Merulana

Ha da poco aperto un nuovo museo a Roma, Palazzo Merulana: si trova nel quartiere Esquilino ed il suo edificio ha versato per tanti anni in una condizione di abbandono e oblio. Costruito nel 1929, fu la sede dell’Ufficio d’igiene del Comune, subì i danni dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni Sessanta venne parzialmente demolito. La famiglia di costruttori Cerasi l’ha ristrutturato per farne la sede della propria collezione d’arte, restituendo luce e bellezza a quasi duemila metri quadrati di spazio espositivo. Il palazzo, in stile umbertino, è davvero splendido, e al suo interno si snoda un percorso di visita articolato in cinque spazi su quattro piani: la Sala delle Sculture al piano terra, con le ampie vetrate che affacciano su via Merulana e sul cortile interno, il grande Salone al secondo piano, la Galleria al terzo piano e l’Attico al quarto.

Sala delle sculture a piano terra, Museo Merulana
Sala delle sculture a piano terra

Vi è infine la terrazza, che offre un suggestivo colpo d’occhio sulla via e sui palazzi circostanti. Nella sala d’ingresso si trovano anche un piccolo bookshop e la caffetteria, ed è possibile prendere un caffé seduti ai tavolini del cortile. La collezione di Elena e Claudio Cerasi, di cui novanta sono le opere qui esposte, è dedicata principalmente alla Scuola Romana e all’arte italiana tra le due guerre (il primo nucleo di opere acquistate), ma si apre anche al contemporaneo internazionale. La storia della raccolta inizia nel 1985, con l’arrivo della prima tela, il capolavoro di Antonio Donghi Piccoli saltimbanchi. Ad essa seguono altre opere, tutte appartenenti al contesto romano, dal Realismo magico alla Scuola di via Cavour, dalla pittura degli anni Trenta alla nuova fase realista ed espressionista che precede la seconda guerra mondiale.

Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi - dettaglio, Museo Merulana
Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi – dettaglio

Si forma in questo modo il nucleo principale della collezione, con opere di Raphaël, Capogrossi, Donghi, Trombadori, Scipione, Mafai, Ziveri, Fazzini, Ferrazzi, Pirandello, Cavalli, Leoncillo. A questi capolavori si affiancano quelli realizzati da altri artisti nell’arco di tutto il Novecento, da Balla a Sironi, da Severini a Campigli, e poi Casorati, Martini, Cambellotti. Alla fine degli anni Novanta giunge anche Giorgio De Chirico, particolarmente amato dai Cerasi nella serie dei Bagni misteriosi, e a seguire opere più recenti, come quelle di Luigi Ontani, Stefano di Stasio, Paola Gandolfi, Jan Fabre.

Il Salone del Museo Merulana
Il Salone

Al piano terra vi sono sculture di Antonietta Raphaël, Pericle Fazzini, Lucio Fontana, Giuseppe Penone, Mario Ceroli, mentre per scoprire il nucleo più importante della collezione è necessario recarsi nel Salone, cuore pulsante della raccolta: si ammirano capolavori, tra gli altri, di De Chirico, Balla, Donghi, Capogrossi, Casorati, Pirandello, Severini, Cambellotti, Campigli, Trombadori, Depero. Al centro della sala si erge “Il direttore delle stelle” di Jan Fabre, scultura che testimonia lo slancio verso il contemporaneo cui è dedicata la Galleria al terzo piano: qui si trovano opere di Boetti, Schifano, Pirandello, e saranno ospitate le mostre temporanee. L’attico al quarto piano sarà dedicato alle attività culturali e ad eventi enogastronomici, che saranno rivolti prima di tutto al quartiere dell’Esquilino e ai suoi abitanti.

Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi
Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi

La visita del palazzo e della Collezione Cerasi è stata davvero una splendida scoperta, un’immersione nella bellezza di tante opere dalle suggestioni, ispirazioni, stili e storie diverse, accomunate dall’essere capolavori della storia dell’arte: la possibilità di ammirarle in un ambiente pieno di luce, con la comodità di grandi divani sui cui stare seduti, oppure nel verde di un’accogliente terrazza, è un “di più” che fa la differenza. Il recupero e la valorizzazione di un palazzo come quello di via Merulana è un elemento di grande positività per il quartiere e per la città tutta.

Le informazioni utili alla visita si possono trovare sul sito internet, www.palazzomerulana.it.  Per il mese di maggio la collezione sarà visitabile dal mercoledì al lunedì dalle 9 alle 20. Da giugno il lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 20 e il sabato e domenica dalle 10 alle 20.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

La mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti
Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti

La mostra “Stati d’animo”, organizzata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara e visitabile fino al prossimo 10 giugno, è dedicata ad approfondire quel peculiare momento storico, tra Otto e Novecento, in cui le scienze cominciarono ad indagare gli stati psicologici e gli artisti cercavano modi nuovi per esprimere i moti dell’animo. Il pregio dell’esposizione consiste, tra gli altri, nel porre attenzione su un tema poco indagato, accostando artisti ed opere d’arte molto conosciuti ad altri meno noti e accompagnando il percorso di visita a testimonianze e documenti delle coeve ricerche in ambito scientifico, letterario e musicale. Il visitatore ne ricava un’impressione ampia e approfondita di un diverso fermento artistico e di una tensione all’indagine psicologica, di un rinnovato rapporto con la natura e infine una relazione con il progresso tecnologico, l’ambiente borghese e cittadino che poi si espresse nelle provocazioni dell’arte futurista.

Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) - dettaglio
Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) – dettaglio

Alla metà del XIX secolo risalgono la moderna psicologia e la psichiatria, si fece strada l’approccio evoluzionistico di Darwin e si affermò la fisiognomica: gli artisti si dedicarono al ritratto e alla rappresentazione del volto umano quale specchio delle emozioni e dei sentimenti più profondi. Contemporaneamente la diffusione e l’uso di sostanze stupefacenti negli ambienti della Scapigliatura milanese offrirono occasioni di ispirazione e suggestione, con la creazione di opere quali le Fumatrici d’oppio di Gaetano Previati e Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, ritratto dell’amata moglie Lizzie Siddall uccisa da una dose eccessiva di laudano.

Angelo Morbelli, Asfissia! - dettaglio
Angelo Morbelli, Asfissia! – dettaglio

Al fascino di queste atmosfere maledette e bohème è riconducibile anche Asfissia! di Angelo Morbelli, ispirato a un fatto di cronaca o a un romanzo di appendice, con la rappresentazione di un suicidio di coppia in una camera d’albergo: l’opera suscitò un tale scalpore da indurre il pittore a tagliarla in due parti, eccezionalmente ricomposte in occasione della mostra.

Tra gli stati d’animo oggetto dell’esposizione e al centro del dibattito scientifico ed artistico di fine Ottocento, vi sono la melancolia, oggetto di una celeberrima incisione di Dürer e qui significativamente rappresentata da una litografia di Edvard Munch, Bambina malata, nonché la paura e l’allucinazione, che in letteratura trovarono un interprete di riferimento in Edgard Allan Poe, i cui racconti vennero illustrati anche da Previati.

Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti
Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti

La pittura di paesaggio, in particolare quella con specchi d’acqua, venne utilizzata per rappresentare gli stati d’animo, con esiti panteistici nel caso del capolavoro di Giovanni Segantini Ave Maria a trasbordo, con la compresenza empatica di esseri umani, animali e paesaggio. La tela rappresenta inoltre la prima opera italiana in cui si applicò la scomposizione del colore per intensificare gli effetti di luminosità della pittura, secondo gli studi sulla percezione visiva condotti all’epoca. Una sala della mostra è dedicata alla musica, inesauribile fonte di ispirazione e occasione di infinite corrispondenze con la pittura alla luce delle teorie wagneriane dell’arte totale: le tavole di Max Klinger, divulgatore di questa poetica, ne sono un’interessante testimonianza.

Giovanni Segantini, L'angelo della vita - dettaglio
Giovanni Segantini, L’angelo della vita – dettaglio

In seno al simbolismo e ai suoi motivi spicca il tema della maternità, che in mostra è affrontato da due capolavori quali Maternità di Previati e L’angelo della vita di Segantini. Alla figura della donna, intesa non quale madre ma amante e seduttrice, è dedicata la sala della voluttà e degli istinti ferini: con il diffondersi delle malattie veneree e le conseguenti tensioni sociali e morali si spiega la Cleopatra di Previati, dove trionfa il motivo della femme fatale. Il tema degli istinti ferini è invece testimoniato dalla dionisiaca Lotta di Centauri di Giorgio De Chirico.

Giorgio De Chirico, Lotta di centauri - dettaglio
Giorgio De Chirico, Lotta di centauri – dettaglio

L’interesse per la sfera psichica e la suggestione esercitata dalle pratiche dell’ipnosi portarono gli artisti a dedicarsi al tema del sogno e della fusione delle anime, e in tale senso emblematica è l’opera Paolo e Francesca di Previati, rappresentante le anime dei due amanti danteschi trascinati dalla furia del vento nel girone infernale. La sala conclusiva di quelle dedicate agli stati d’animo è incentrata sul tema della solarità e dell’entusiasmo, a partire dalle ricerche scientifiche sulla radiazione del sole fino a giungere agli esiti del divisionismo: l’opera di Pellizza da Volpedo Tramonto o Il roveto testimonia la ricerca del pittore nella rappresentazione della luce al suo nascere e tramontare.

Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti
Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti

La Danza delle Ore di Previati offre invece la figurazione simbolica del tema dell’irraggiamento, nella scelta dell’allegoria delle Ore e con l’utilizzo delle iridescenze per suscitare una reazione fisica nell’osservatore.

Nel primo decennio del Novecento lo sviluppo scientifico determinò la diffusione delle tecniche cinematografiche, con l’immagine in movimento, l’impiego dei raggi X – che svelarono una realtà ulteriore rispetto a quella osservabile a occhio nudo – l’utilizzo delle onde radio. Tra le opere che rappresentano questa fase vi è Affetti di Giacomo Balla, in cui il pittore rappresenta il legame e la relazione tra i soggetti della tela, la moglie e la figlia.

Umberto Boccioni, La risata
Umberto Boccioni, La risata

Con l’affermarsi del futurismo si attestò infine una nuova modalità espressiva, profondamente influenzata dalle ricerche e dalle opere dei decenni precedenti: in particolare Previati rappresentò un punto di riferimento imprescindibile, come testimonia il trittico del Giorno, cui si ispirò la Città sale di Boccioni. Il trittico Stati d’animo è dedicato alle sensazioni e ai movimenti innescati dalla partenza di un treno, nel dinamismo e nella simultaneità delle esperienze, mentre la Risata trasforma l’energia di uno scoppio di risa in infinite forme plastiche che si diffondono all’interno di un caffè concerto. Un epilogo che volle portare lo spettatore al centro del quadro, obiettivo programmaticamente dichiarato nel Manifesto tecnico della pittura futurista.

Informazioni relative alla mostra:

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
mostra a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina
3 marzo – 10 giugno 2018
Sito internet: www.palazzodiamanti.it/1614/stati-d-animo

Per la visita consiglio di utilizzare l’audioguida, inclusa nel costo del biglietto, che integra e approfondisce le informazioni dei pannelli e delle didascalie e suggerisce un percorso di scoperta delle opere, sala dopo sala.

Altre immagini:

Mappa:

Featured

Due tesori a Perugia: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate

Ipogeo dei Volumni, l'atrio d'ingresso
Ipogeo dei Volumni, l’atrio d’ingresso

Sono stata a Perugia per vedere la mostra “Tutta l’Umbria una mostra“, allestita alla Galleria Nazionale in occasione del suo centenario, e nel corso della giornata ho visitato due luoghi di cui ho sempre sentito parlare: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate.

Entrambi si trovano appena fuori dal centro cittadino e meritano una visita per le storie che raccontano e per la loro bellezza.

L’ipogeo fu scoperto casualmente nel 1840 nel corso di lavori stradali e appartiene alla necropoli funeraria del Palazzone. E’ la tomba della famiglia etrusca dei Velimna-Volumni, e nella sua articolazione riproduce la pianta di una casa romana, suddivisa in dieci ambienti. Risalente alla seconda metà del II secolo a.C. vi si accede da una ripida rampa – scavata in età moderna – che conduce alla porta d’ingresso, formata da un’architrave e da stipiti che recano incise le informazioni relative alla costruzione.

Ipogeo dei Volumni, le urne nel tablinum
Le urne nel tablinum

Superata la porta si entra in un ampio atrio rettangolare, coperto da un soffitto che imita un tetto ligneo a doppio spiovente sorretto da una trave centrale. Da questo vano si ha accesso alle stanze, cubicola, che compongono l’ipogeo. Di fronte si ammira il tablinum, dove sono disposte sette urne cinerarie, che offrono un colpo d’occhio davvero suggestivo. Ai lati del tablinum si aprono due ali, che terminano in altre due stanze, coperte da soffitti a cassettoni con teste di Medusa scolpite. Delle sette urne sei sono etrusche, in travertino stuccato, e una romana, in marmo.

Ipogeo dei Volumni, l'urna di Arnth Velimnas Aules
L’urna di Arnth Velimnas Aules

L’urna più complessa è quella addossata alla parete di fondo, con i resti di Arnth Velimnas Aules, rappresentato semisdraiato sulla kline (il letto inclinato tipico del banchetto), mentre sotto di lui si apre la porta dell’Ade e ai lati vi sono due Lase, divinità femminili etrusche, con le ali spiegate. A destra vi sono quattro urne etrusche con il defunto sempre semisdraiato e la testa di Medusa nel prospetto: appartengono agli altri membri della famiglia, il nonno, il padre e i fratelli. A sinistra è l’urna della figlia, Veilia, rappresentata seduta a banchetto. L’ultima urna, quella romana in marmo, rappresenta un edificio ornato da festoni ed è datata al I secolo a.C..

Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo
Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo

Per accedere alla tomba si attraversa un vestibolo moderno, dove si trova anche la biglietteria, che espone una bella raccolta di numerose urne cinerarie della circostante necropoli del Palazzone, che risale all’età ellenistica: sono quasi tutte in travertino e testimoniano una variegata rassegna di modelli, con il defunto semisdraiato, o il coperchio a doppio spiovente, con scene di banchetto o mitologiche. A seguito del ritrovamento dell’ipogeo il proprietario del terreno, Conte Baglioni, fece condurre numerose campagne di scavo che rivelarono la presenza della necropoli, ma l’interesse degli scavatori era rivolto al recupero di reperti e materiali preziosi e le ricerche non furono accompagnate dalla realizzazione di alcuna planimetria.

Il parco archeologico della necropoli del Palazzone a Perugia
Il parco archeologico della necropoli del Palazzone

Con il passare del tempo molte tombe vennero richiuse, tanto da non essere oggi più individuabili. Nel 1963 la Soprintendenza effettuò ulteriori campagne di scavo ed espropriò la parte più importante della necropoli per realizzarvi il parco che oggi si ammira. Al termine del sentiero che si aggira fra gli ipogei si trova un Antiquarium che custodisce alcuni interessanti reperti.

Altre immagini:

San Bevignate a Perugia, facciata della chiesa
La facciata di San Bevignate

La chiesa di San Bevignate venne costruita dall’Ordine dei Cavalieri Templari per deliberazione del Comune di Perugia del 1256, e venne intitolata all’eremita locale Bevignate. I Templari erano giunti nel territorio perugino alcuni anni prima, nel 1238, su richiesta di papa Gregorio IX per porre fine al declino della comunità benedettina di San Giustino. Nel corso degli anni avevano attuato una politica espansiva creando numerose sedi di rappresentanza dell’Ordine, e a tale scopo avevano ottenuto dal Consiglio perugino l’autorizzazione a costruire questo edificio di culto, collegato con una casa-torre con funzione residenziale. La torre campanaria, sviluppata su quattro livelli e comunicante con la chiesa, offriva una postazione ideale per il controllo del luogo e contraddistingue il complesso come residenza fortificata.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la battaglia dei cavalieri templari in controfacciata
Affresco con i cavalieri templari in battaglia, controfacciata di San Bevignate

Nel 1256 la chiesa era in fase di completamento, ma la presenza dei Templari fu di breve durata: l’ordine infatti venne soppresso nel 1321 da Clemente V, e per i suoi effetti sia la chiesa di San Bevignate sia quella di San Giustino divennero proprietà dell’Ordine ospedaliero dei Cavalieri di Rodi, poi Sovrano Militare Ordine di Malta. Dopo il 1860 San Bevignate passò al Comune di Perugia, che in seguito a lunghi lavori di restauro lo ha riaperto nel 2009.

San Bevignate a Perugia, l'interno
San Bevignate, l’interno a navata unica

All’interno della chiesa, a navata unica con un notevole sviluppo in altezza, si distinguono numerosi affreschi, realizzati in due fasi tra il 1260 e il 1283. Quelli dell’abside furono portati a compimento tra il 1260 e il 1270: sono particolarmente interessanti sulla parete sinistra, con il Giudizio universale con Cristo al centro, circondato dagli angeli e dagli apostoli, e sotto di lui i due registri con le anime dei risorti e il momento della resurrezione dei corpi, rappresentati nell’attimo in cui escono dalle tombe. Vi è infine una processione di flagellanti, che rappresenta una preziosa testimonianza iconografica del moto di Raniero Fasani, eremita che nel 1260 dette avvio alle processioni penitenziali durante la Settimana Santa: uomini con il dorso nudo incedono mentre si infliggono la disciplina e si battono il petto con la mano.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la processione dei flagellanti
Affresco con la processione dei flagellanti

In controfacciata sono affrescati episodi celebrativi dell’Ordine: una battaglia di cavalieri cristiani contro gli infedeli e un episodio della “Legenda Aurea” di Iacopo da Varagine, secondo la quale Girolamo avrebbe ammansito un leone sofferente togliendogli una spina dalla zampa. Vi è infine un veliero che attraversa un mare in tempesta popolato da pesci enormi, riferimento ai pericoli affrontati dai cavalieri templari nel corso delle loro imprese. Sulle pareti della navata si ammirano infine figure monumentali di apostoli, che sostengono croci gemmate inscritte in tondi.

Altre immagini:

Informazioni utili: per la visita dell’Ipogeo dei Volumni rimando alla pagina dedicata sul sito internet della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, che riferisce notizie storiche e indicazioni attinenti l’apertura del complesso. Il suo orario è 9-18,30 nei giorni feriali e festivi, e 9-19 nei mesi di luglio e agosto. Per la chiesa di San Bevignate ogni informazione è reperibile sulla pagina del sito internet del Comune di Perugia, Cultura e Turismo. Gli orari di apertura variano in base ai mesi dell’anno.

Mappa dei luoghi:

Featured

Le case di Augusto e Livia sul Palatino, il criptoportico di Nerone, Santa Maria Antiqua e la rampa di Domiziano: sette nuove aperture nel Foro Romano con S.U.P.E.R.

I Fori imperiali e il Colosseo
I Fori imperiali e il Colosseo dalla terrazza del Palatino

I visitatori del Parco archeologico del Colosseo e del foro romano possono contare da alcuni giorni su una nuova possibilità: grazie al biglietto S.U.P.E.R. (acronimo di Seven Unique Places to Experience Rome) è infatti possibile visitare luoghi finora inaccessibili, o aperti in modo saltuario e non continuativo. Si trovano tutti nell’area del Foro Romano e del Palatino, ma il biglietto dà la possibilità di visitare anche il Colosseo.

L'Affresco di Apollo citaredo esposto nel Museo del Palatino a Roma
Museo del Palatino, affresco di Apollo citaredo, età augustea

La visita è arricchita da allestimenti multimediali che aiutano a comprendere la storia dei luoghi e cercano di restituirne l’immagine originale, superando la rovina e il logorio operate dal tempo e da interventi successivi: sulle pareti decorate ad affresco le videoproiezioni colmano le parti mancanti e sbiadite, restituendo brillantezza a motivi decorativi, figure, architetture prospettiche, mentre una voce narrante spiega la funzione degli ambienti e la scelta delle scene rappresentate. Si ha un’impressione di magnificenza per gli apparati decorativi delle Domus di Livia e di Augusto e per la chiesa di Santa Maria Antiqua, mentre il ricorso a simulazioni in 3D nel Museo del Palatino consente di comprenderne bene la storia e le evoluzioni nel corso dei secoli, attraverso l’avvicendamento delle architetture che vi furono edificate.

Casa di Augusto, la stanza delle Maschere
Casa di Augusto, la Stanza delle Maschere

Queste sono le mete del nuovo percorso di visita:

La Casa di Augusto. La dimora dell’imperatore fu edificata sul Palatino accanto a quella della consorte Livia, costruita prima della vittoria di Anzio del 31 a.C. che portò Augusto a raggiungere una condizione di potere assoluto, e a rivestire la carica di imperatore e pontefice massimo: a partire dalla sua modesta abitazione, la casa dell’oratore Ortensio acquisita per confisca nel 42 a.C., nel 36 a.C. Augusto cominciò a comprare, tramite intermediari, numerose abitazioni circostanti, con lo scopo di ampliare la propria.

Palatino, il Complesso Augusteo
Il complesso augusteo sul Palatino, con la Domus e il Tempio di Apollo

Questo disegno trasformò per sempre la fisionomia del Palatino, che da quartiere residenziale divenne sede ufficiale dell’autorità imperiale, dove gli spazi privati dell’imperatore comunicavano con gli ambienti pubblici, dedicati al culto del pater patriae. Una contemporanea trasformazione fu compiuta da Augusto all’interno delle istituzioni politiche, economiche e religiose della Roma repubblicana, accentrando nelle sue mani tutti i poteri e tutte le cariche.

Domus di Augusto, la stanza delle prospettive
Casa di Augusto, la Stanza delle prospettive

Entrati nella Domus, è possibile visitarne l’abitazione privata e gli ambienti di rappresentanza: le stanze dell’abitazione privata erano più intime e modeste, con pavimenti a mosaico bianco e nero, e ne fanno parte la “stanza dei festoni di pino“, con finti porticati che sorreggono festoni, e la “stanza delle maschere“, che richiama una scena teatrale ellenistica. Negli ambienti di rappresentanza gli spazi erano decorati con maggiore ricercatezza: marmi presiozi ornavano i pavimenti, sui soffitti si trovavano stucchi.

Domus di Augusto, lo Studiolo
Casa di Augusto, lo Studiolo

La stanza con la decorazione pittorica meglio conservata è quella “delle prospettive“, con la riproposizione dei temi del II stile pompeiano caratterizzato da ornamenti fantastici e irreali, mostri, effetti illusionistici e di prospettiva, colori accesi e abbaglianti. Altri ambienti visitabili collegavano l’abitazione al tempio di Apollo, e tra di essi spicca un cubicolo eccezionalmente conservato e identificato come lo Studiolo di Augusto, con affreschi di gusto egizio-alessandrino.

La Casa di Livia
La Casa di Livia

La Casa di Livia. Fu costruita nel I secolo a.C. e ristrutturata nel 30 a.C. con la realizzazione degli affreschi che oggi si ammirano. E’ così chiamata perché sulle tubature in piombo è stato ritrovato inciso il nome della proprietaria, Iulia Augusta, che potrebbe essere sia la consorte di Augusto imperatore, sia la figlia di Tiberio Nerone. La domus, con una pavimentazione a mosaico di tessere nere su fondo bianco, è articolata in tre ambienti diversi, ciascuno caratterizzato da specifici affreschi: il tablinum e il triclinum ospitano quelli meglio conservati e di maggiore interesse, scanditi da una serie di colonne che simulano un porticato con finte aperture illusionistiche, per ampliare lo spazio e dare l’impressione della tridimensionalità.

La Casa di Livia, Stanza dei festoni
La Casa di Livia, Stanza dei festoni

Si osservano vedute immaginarie ed episodi del mito, come “Io sorvegliata da Argo e Mercurio che giunge a liberarla” e il mito di Polifemo e Galatea, mentre le finte architetture sono ornate da motivi come sfingi, candelabri e figurine alate. Nella stanza adiacente, la terza, una decorazione a festoni di frutta e foglie collega un’analoga architettura colonnata. L’accesso agli ambienti è quello originario, un corridoio inclinato con un pavimento a mosaico.

Il Palatino alla fine dell’età repubblicana
Il Palatino alla fine dell’età repubblicana (II-I secolo a.C.)

Il Museo Palatino. Il primo antiquarium risale alla metà del Novecento e venne creato per accogliere il materiale archeologico scoperto sul colle a partire dagli scavi archeologici voluti da Napoleone III, che nel 1861 acquistò l’area degli Horti Farnesiani per cercare reperti. Oggi custodisce statue, affreschi, frammenti architettonici e materiali che raccontano la storia del Palatino dall’epoca dei primi insediamenti fino alla Tarda Antichità.

Museo Palatino, Statua di Artemide
Museo Palatino, Statua di Artemide, età antonina

La sua visita è imprescindibile per comprendere lo sviluppo di questo luogo, ed è arricchita da plastici e proiezioni che ne raccontano la storia e le trasformazioni, dando corpo alle vestigia che si ammirano all’esterno e che prendono la forma di palazzi, templi, piazze e giardini meravigliosi. La sede espositiva è articolata in spazi che seguono lo sviluppo cronologico del luogo, a partire dalla nascita di Roma (i primi insediamenti risalgono al XIII-XII secolo a.C.), attraverso il tema delle domus private e dei tempi di epoca repubblicana, passando per Augusto, la Domus transitoria di Nerone e il Palazzo Flavio, di cui si espongono le decorazioni architettoniche, i ritratti e le sculture. Sul Palatino sono state recuperate testimonianze di insediamenti protostorici, con un abitato di capanne; nel periodo di passaggio dalla monarchia alla repubblica vennero edificati numerosi templi, e nel corso dell’età repubblicana divenne soprattutto luogo residenziale, con abitazioni risalenti già alla fine del VI secolo a.C..

Palatino, il Palazzo Imperiale, II secolo d.C.
Palatino, il Palazzo Imperiale, II secolo d.C.

Il colle fu completamente trasformato da Augusto, diventando sede ufficiale dell’imperatore e della sua dimora regale; ospitò quindi la Domus transitoria voluta da Nerone e distrutta dall’incendio del 64 d.C. e la successiva Domus Aurea, che dal Palatino si estendeva fino all’Esquilino. Dopo la morte di Nerone Domiziano fece interrare le precedenti costruzioni ed edificare un grandioso complesso, che dal luogo prese il nome di Palatium, termine che tutt’oggi indica la costruzione di rappresentanza del potere. Il Palazzo venne utilizzato fino al trasferimento della corte a Costantinopoli, sotto Costantino (306-337 d.C.).

Altre immagini del Museo:

L’Aula Isiaca sul Palatino
L’Aula Isiaca

Aula Isiaca e Loggia Mattei. Aperta per la prima volta al pubblico, l’Aula Isiaca mostra gli affreschi di una domus di epoca repubblicana decorata nella prima età augustea. Il suo nome deriva dai motivi che oggi si ammirano, con una trama di elementi vegetali e simbolici riferiti al culto della dea Iside, risalenti al 30 a.C. L’illuminazione delle pareti dell’Aula si alterna con quella della loggia Mattei, dipinta negli anni Venti del Cinquecento dalla bottega di Baldassarre Peruzzi: è l’ultima testimonianza della villa edificata dalla famiglia Stati, passata nel 1561 ai Mattei.

La Loggia Mattei sul Palatino
La Loggia Mattei

Gli affreschi delle pareti vennero staccati nel 1846 e trasferiti al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove si trovano tutt’oggi. Le raffigurazioni mitologiche e i tondi con i segni zodiacali furono staccati e acquistati da Giampietro Campana, entrando a far parte della sua leggendaria collezione (in questo articolo ne racconto la storia). Vennero quindi acquistati dal Met di New York quando la raccolta fu smembrata e venduta. Grazie a un accordo di prestito di lunga durata sono stati ricollocati in situ ed è possibile ammirarli.

Criptoportico Neroniano. E’ uno dei luoghi più caratteristici del Palatino. E’ un corridoio lungo 130 metri, seminterrato e illuminato da finestre a bocca di lupo, che mette in comunicazione la Domus Tiberiana con la zona della Casa di Livia. Originariamente permetteva di collegare i vari ambienti del Palazzo imperiale in età giulio-claudia, risalente alla prima metà del I secolo d.C.. Come testimoniano alcuni ritrovamenti ben visibili, la volta era coperta da stucchi bianchi con amorini ed elementi decorativi.

Criptoportico dei fori imperiali, le videoproiezioni
La videoproiezione nel criptoportico

Sulle pareti vengono proiettati immagini e video che illustrano gli affreschi delle domus romane del Palatino, di cui si sono conservate le splendide testimonianze delle case di Augusto e di Livia.

Tempio del Divo Romolo. E’ un ambiente a pianta circolare con due celle absidate ai lati, affacciato sulla Via Sacra e chiuso da una porta in bronzo originale, risalente al II-III secolo d.C.. La sua identificazione è di difficile attribuzione, probabilmente costituiva il vestibolo d’ingresso monumentale al Foro della Pace realizzato nel corso della risistemazione dell’area compiuta da Massenzio e completata da Costantino.

Il Tempio del Divo Romolo ai Fori Imperiali
Il Tempio del Divo Romolo

Nel VI secolo d.C. la retrostante aula fu trasformata in chiesa dedicata ai Santi Cosma e Damiano, e nel 1632 papa Urbano VIII innalzò il pavimento della chiesa e del tempio di otto metri. Nel 2000 questo pavimento è stato demolito, ripristinando il livello di calpestìo originario. Sulle pareti si conservano affreschi medievali e al centro si trova il parapetto della fonte Giuturna, rinvenuto nei pressi dell’Oratorio dei Quaranta Martini, insieme al gruppo scultoreo dei Dioscuri, trovato in pezzi della vasca della fonte.

Altre immagini del Tempio:

La Rampa di Domiziano
La Rampa di Domiziano che sale al Palatino

Santa Maria Antiqua, Oratorio dei Quaranta Martiri e Rampa di Domiziano. Questi ambienti fanno parte del complesso architettonico realizzato nel settore sud-orientale del Foro per volontà dell’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), concluso sotto il regno di Adriano (117-138 d.C.). Le strutture erano chiuse ad oriente da una rampa che dal livello dei fori conduceva al sovrastante palazzo imperiale, situato sul Palatino. Accanto alla rampa si trovavano un atrio preceduto da un peristilio, trasformato nella seconda metà del VI secolo nella chiesa di Santa Maria Antiqua, l’aula occidentale, un portico, l’aula nord-orientale, divenuta in età tardo-antica l’Oratorio dei Quaranta Martiri.  I martiri cui l’aula nord-occidentale è dedicata sono quaranta ufficiali, appartenenti alla Legio XII Fulminata, arrestati per la loro fede cristiana e condannati ad essere esposti nudi su uno stagno ghiacciato nel 320 d.C..

L'Oratorio dei Quaranta Martiri, l'affresco dei quaranta martiri
L’Oratorio dei Quaranta Martiri, l’affresco dei quaranta martiri in gloria – dettaglio

All’interno dell’aula le pareti affrescate raccontano il loro martirio (parete est) e la gloria (parete nord), insieme a scene di vita monastica (pareti sud e ovest). Il luogo venne utilizzato per il culto cristiano insieme alla vicina chiesa di Santa Maria Antiqua, e venne portato in luce dagli scavi archeologici condotti nel 1900 che demolirono completamente la soprastante chiesa di Santa Maria Liberatrice. La chiesa di Santa Maria Antiqua fu impiantata intorno al V-VI secolo d.C. nell’atrio e nel peristilio del complesso domizianeo e conserva affreschi risalenti ad epoche successive, dal VI al IX secolo, quando venne parzialmente dismessa a causa del terremoto dell’847 d.C..

Santa Maria Antiqua
Santa Maria Antiqua, l’interno

La parete più interessante è quella dell’abside, che presenta una sovrapposizione di strati pittorici di epoche diverse ed è chiamata “parete palinsesto“: sono ben visibili Maria in trono con il Bambino e un angelo (prima metà del VI secolo), l’Annunciazione (fine VI secolo), Basilio e Giovanni Crisostomo (dopo il 649), Gregorio Nazianzeno e Basilio (705-707).

Santa Maria Antiqua, la "parete palinsesto", dettaglio
Santa Maria Antiqua, la “parete palinsesto” – dettaglio

Con questi affreschi sono stati messi in relazione quelli, risalenti all’VIII secolo, che avevo ammirato nel Tempietto del Clitunno in Umbria. Nel corso dello scavo archeologico infine, nel 1901, è stata ritrovata una piattaforma di ambone su cui è inciso il nome di papa Giovanni VII: secondo l’ipotesi ricostruttiva, la sua forma presenta affinità con quelli delle basiliche di San Clemente e Santa Maria in Cosmedin a Roma.

Altre immagini di Santa Maria Antiqua:

Gli Horti Farnesiani
Gli Horti Farnesiani

L’ampliamento del percorso di visita consentito dal biglietto S.U.P.E.R. accompagna un’ulteriore nuova apertura, del marzo scorso, di una parte degli Horti Farnesiani: si tratta del giardino, allestito a metà del Cinquecento dal cardinale Alessandro Farnese, che si estendeva dalle falde del Foro fino alla sommità della collina. Con la fine dell’età antica infatti il Palatino era stato abbandonato e i suoi palazzi erano stati sepolti dalla vegetazione. Il nipote di papa Paolo III, affascinato dal paesaggio di rovine, acquistò il terreno e avviò la sua sistemazione, ultimata tra il 1627 e il 1635 e articolata per terrazzamenti, con ninfei, passeggiate pensili, casini che evocavano giardini antichi. Il complesso – simbolicamente costruito sulle rovine dei palazzi della Roma di Augusto, a simboleggiare la potenza e la ricchezza raggiunte da questa famiglia – per due secoli fu il luogo dove i Farnese organizzarono cacce e colazioni sull’erba, circondati da statue, aiuole, fontane.

Horti Farnesiani, le Uccelliere e il Ninfeo della Pioggia
Le Uccelliere e il Ninfeo della Pioggia

Nel periodo della loro decadenza gli Horti divennero una delle tappe del Grand Tour, e furono infine oggetto della campagna di scavo archeologico voluta da Napoleone III, proseguita poi nel corso del Novecento. I luoghi oggi visitabili dopo una chiusura di oltre trenta anni sono le Uccelliere e il Ninfeo della pioggia: in occasione dell’inaugurazione è stata allestita una mostra – “Il Palatino e il suo giardino segreto. Nel fascino degli Horti Farnesiani” – che tramite pannelli ne spiega l’origine e la lunga storia.

Tutte le informazioni utili alla visita sono consultabili sul sito internet. E’ necessario prestare attenzione agli orari di apertura dei luoghi S.U.P.E.R., perché il Criptoportico e il Museo Palatino sono aperti tutti i giorni (estate, fino al 27 ottobre 9-18,30; inverno, dal 28 ottobre 9-15,30). La Casa di Augusto, la Casa di Livia e l’Aula Isiaca con la Loggia Mattei sono aperti il lunedì, mercoledì, venerdì e la domenica fino alle 14: l’accesso inoltre è consentito a orari cadenzati, per ragioni di conservazione dei beni e di sicurezza, e per consentire la visione delle videoproiezioni all’interno, in italiano e in inglese. Lo stesso motivo determina l’apertura del complesso di Santa Maria Antiqua (con rampa e Oratorio dei Quaranta Martiri) e del Tempio di Romolo solo il martedì, giovedì, sabato e la domenica dalle 14. Per visitare tutti i luoghi è quindi necessario accedere al Foro due volte, come consentito dal biglietto, oppure dedicarvi l’intera giornata di domenica, dalla mattina al pomeriggio.

Mappa:

Featured

Villa La Foce in Val d’Orcia: un luogo secolare fra natura, storia e architettura

Il giardino formale inferiore e sullo sfondo il monte Amiata

Villa La Foce in Val d’Orcia è un magnifico edificio affacciato su uno stupendo giardino. Si trova nel comune di Chianciano Terme, alle porte della Val d’Orcia, e deve la sua fama allo splendido giardino che venne realizzato a più riprese tra il 1924 e il 1939. Si trova in un luogo di antichissima colonizzazione, frequentato già dagli etruschi, come testimonia una necropoli risalente al VII secolo a.C.: La Foce infatti sorge sulla strada che collegava la costa alla potente città di Chiusi, via di intensi traffici e scambi commerciali.

Il primo giardino fra le siepi di bosso
Il primo giardino fra le siepi di bosso

L’edificio che oggi si ammira risale al 1489 e venne costruito dall’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena per offrire un ricovero ai viandanti e ai pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti verso Roma. Il suo disegno è attribuito a Baldassarre Peruzzi o alla sua bottega. Nel 1924 la tenuta venne acquistata dai Marchesi Antonio ed Iris Origo, che affidarono all’architetto inglese Cecil Pinsent il compito di estendere il vecchio edificio e l’annessa fattoria e di realizzare il giardino.

Il lavoro di bonifica agraria portato avanti dagli Origo trasformò il brullo paesaggio delle crete senesi in una campagna fertile: di pari passo con i lavori agricoli, essenziali per il funzionamento della fattoria, procedevano anche quelli riguardanti la villa e il giardino, che si protrassero per quindici anni. In fasi successive vennero realizzati il primo giardino, con la vasca e il pergolato, il giardino dei limoni e il cimitero nei boschi, il roseto e i suoi pendii, infine il giardino inferiore con la grotta e il doppio scalone in travertino: il lavoro terminò alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Villa La Foce il giardino delle rose e un tralcio di glicine
Il giardino delle rose e un tralcio di glicine

Il genio di Pinsent, che qui creò il suo capolavoro, si esprime nell’armonia in cui la pietra e la vegetazione dialogano e interagiscono, e nella capacità di coniugare una rigida simmetria delle forme con l’apparente disordine della natura. L’osservanza delle geometrie – che trionfa nelle siepi rigorosamente triangolari del giardino di sotto – si ammorbidisce via via che ci si allontana dalla casa e si procede verso la vallata, verso il bosco in cui gli elementi artificiali cedono il posto alle libere espressioni della natura.

La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo per collegare il poggio confinante
La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo

Di fronte al giardino, oltre la vallata sottostante, spicca il monte Amiata, vulcano inattivo ormai da millenni. Sul poggio accanto si nota una strada bianca che sale zigzagando il dorso della creta, fiancheggiata da cipressi: è il simbolo de La Foce, e uno delle immagini più note della Toscana. Venne realizzata da Antonio Origo per collegare la fattoria centrale con i poderi sorti sui campi appena bonificati, e richiama i paesaggi di Benozzo Gozzoli e Lorenzetti.

La visita di questo luogo non può che lasciare una profonda impressione in chiunque lo ammiri, suscitando riflessioni su quanto l’opera e l’ingegno dell’uomo abbia modificato un paesaggio ostile e selvaggio come quello delle crete senesi in un angolo verde, in cui la natura è addomesticata e piegata a un diverso ordine di bellezza. La volontà dei Marchesi Origo, che hanno accolto il fascino esercitato da questa terra, ha segnato per sempre la storia della Val d’Orcia, creandone un mito che dura ancora oggi.

Villa La Foce la vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica
La vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica

Informazioni utili:

La Foce
Strada della Vittoria, 61
53042 Chianciano Terme
(Siena)

Il giardino è aperto al pubblico esclusivamente con visita guidata, ogni mercoledì pomeriggio (con partenze alle 15, 16, 17 e 18) e ogni sabato e domenica alle 11,30, 15 e 16,30. E’ visitabile anche nei giorni di festività nazionale (2 aprile, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1 novembre) sempre in orario 11,30, 15 e 16,30.

Per ulteriori informazioni consiglio di consultare il sito internet, www.lafoce.com/it/

Altre immagini:

Villa La Foce il primo giardino con i limoni e le siepi di bosso
Il primo giardino con le piante di limoni e le siepi di bosso

Mappa:

Featured

La città del tufo rosso e della via Francigena: Sutri

Il panorama di Sutri da Villa Savorelli
Il panorama di Sutri da Villa Savorelli

Arrivare a Sutri significa ammirare una città interamente costruita in tufo, la pietra locale dal caratteristico colore rossastro lavorata secondo una tradizione giunta ai nostri giorni. Sin dalla sua fondazione, la cittadina è stata al centro di una tale densità di avvenimenti storici, talvolta intrecciati con la leggenda e con il mito, da stupire il suo visitatore: la felice posizione del suo borgo ne ha segnato le vicissitudini nel corso dei secoli e ha lasciato testimonianze che invitano all’approfondimento e alla sosta.

La necropoli di Sutri
La necropoli

Sutri vanta antichissime origini: la sua fondazione è fatta risalire alla tarda età del bronzo (X secolo a.C.), quale centro agricolo – collocato in mezzo a campagne intensamente coltivate – influenzato sia dai Falisci sia dagli Etruschi. A questo periodo risalgono le necropoli che oggi si ammirano, scavate nel tufo e rimaste in uso anche nel corso della successiva dominazione di Roma. Dal V secolo la cittadina entrò nella sfera d’influenza romana, grazie alla sua posizione strategica per il controllo sia delle regioni falische sia di quelle etrusche, definita da Tito Livio “Porta dell’Etruria”. Minacciata dagli etruschi di Tarquinia, che miravano a riprenderne il controllo, nel 389 a.C. venne fulmineamente riconquista da Marco Furio Camillo, che ne riprese il controllo in una sola notte: da qui il proverbio “Sutrium ire”, che indica un’azione fatta rapidamente.

L'anfiteatro romano di Sutri, vista dall'alto
L’anfiteatro romano

La città, già florido centro agricolo, divenne uno dei più importanti centri dell’Etruria meridionale in virtù della sua ubicazione lungo la via Cassia, luogo di commercio e scambi. A questo periodo risale la costruzione dell’anfiteatro, scavato in una collina – come quello di Ocriculum, in Umbria (cui ho dedicato questo articolo): risalente alla fine del I secolo a.C., in piena epoca augustea, ha pianta ellittica, era diviso in tre ordini di gradinate e poteva ospitare fino a 5000 spettatori. La struttura, che per la sua conformazione era praticamente invisibile dall’esterno, rimase completamente sconosciuta e interrata per secoli, venendo usata come pascolo fino all’inizio del XIX secolo: allora venne riscoperto dalla famiglia Savorelli (proprietaria del colle) e iniziarono i lavori di recupero e restauro.

Il mitreo di Sutri, interno
Il mitreo

Alla fine del I secolo d.C. insieme al cristianesimo si diffuse anche il mitraismo, una religione importata dall’oriente dedicata al culto del dio Mitra i cui riti si svolgevano, in forma segreta ed iniziatica, nei mitrei, santuari in genere ricavati in ambienti sotterranei. A Sutri si conserva uno splendido mitreo, scavato nel cuore della collina tufacea che già accoglieva la necropoli: a tre navate divise da pilastri, la navata centrale coperta da una volta a botte e le navate laterali con copertura piana, venne trasformato in chiesa cristiana a seguito all’avvento del cristianesimo.

Affreschi nel vestibolo del Mitreo
Affreschi nel vestibolo del Mitreo

Inizialmente intitolata all’Arcangelo Michele, la chiesa nel 700 fu dedicata al culto della Madonna col Bambino, come dimostra l’affresco sopra l’altare, e intitolata alla Madonna del Parto. Nel vestibolo si ammirano affreschi successivi, risalenti al XIV secolo, che raffigurano la leggenda della fondazione del santuario di San Michele sul monte Gargano e una processione di pellegrini: questi sono vestiti secondo la moda medievale, con un cappello a tesa larga, un mantello, la scarsella (bisaccia) e il bordone (bastone), come quelli che – provenienti da tutta Europa – transitavano sulla vicina Francigena diretti verso Roma.

Pellegrini raffigurati nel Mitreo di Sutri
Pellegrini raffigurati nel Mitreo

Il ricordo dei pellegrinaggi è testimoniato dalla Porta Franceta, che sin dall’epoca romana costituiva il principale accesso al colle di Sutri e che deve il suo nome ai pellegrini romei, chiamati “Franchi”.

La Francigena fu percorsa anche dall’imperatore Carlo Magno, che si recò a Roma in più occasioni, tra cui quella della sua incoronazione a imperatore nel Natale dell’800: secondo la tradizione trascorse a Sutri qualche tempo perché colto da un malore sulla strada del ritorno.

Porta Franceta a Sutri
Porta Franceta

La memoria di questa sosta è tramandata da un piccolo castello che si trova nel parco di Villa Savorelli, conosciuto come Castello di Carlo Magno. Oltre che al nome del carolingio la cittadina è legata anche al paladino Orlando, che secondo la Chanson de geste “Berta e Milone” nacque a Sutri: il testo, risalente alla prima metà del XIV secolo, narra l’esilio della sorella di Carlo Magno, Berta, dopo la sua unione con Milone e la nascita a Sutri di Orlando. Orlando, venuto alla luce in una grotta che ancora porta il suo nome, venne poi nominato Paladino dallo zio imperatore e le sue gesta furono cantate nei cantari cavallereschi dei ciclo carolingio. Vi è infine la memoria di un altro pellegrino illustre, Francesco Petrarca, che soggiornò a Sutri diretto a Roma e in una lettera al cardinale Colonna la definì “sede diletta a Cerere, e antica colonia, come dicono, di Saturno”.

Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano
Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano

Il poeta nella lettera fa riferimento al mito secondo il quale la città fu fondata dal dio Saturno, rappresentato a cavallo con tre spighe di grano in mano nello stemma comunale: “non lungi dalle mura mostrano il campo che narrano fosse il primo in Italia a ricevere la sementa del grano, e mietuto dal re straniero, che con tal beneficio mansuefatti e accattivatisi gli animi di quei primi abitatori regnò su loro tranquillo fin che visse, e venuto dopo morte in voce di Dio, dalla gratitudine degli uomini qual vecchio nume con in mano la falce fu venerato”.

Abitazioni in tufo e la Porta Franceta a Sutri
Abitazioni in tufo e la Porta Franceta

In seguito alla caduta dell’impero romano Sutri mantenne il suo ruolo di controllo della via Cassia, punto di transito e ultima tappa prima di Roma, e passò sotto il controllo della Chiesa divenendo sede di una cattedra vescovile: al 456 d.C. risale la prima testimonianza di un vescovo, Eusebius, partecipante al sinodo romano che si svolse quell’anno. La cittadina fu al centro di numerose diatribe tra la Chiesa, gli eserciti bizantini e gli invasori Longobardi, fino a quando il re longobardo Liutprando  nel 728 compì la celebre Donazione di Sutri, donando a papa Gregorio II il “castello di Sutri” e i territori conquistati, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa.

La piazza del Comune a Sutri
La piazza del Comune

Nel 1046 la città, che beneficiava della felice posizione – distante ma non troppo – rispetto a Roma, ospitò il concilio indetto dall’imperatore Enrico III, durante il quale venne eletto al soglio pontificio Clemente II. Accolse incontri e ospiti prestigiosi anche nei secoli successivi: nel 1111 qui si celebrò il concilio con papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V per mettere fine alle lotte per le investiture, nel 1244 fu scelta come rifugio da papa Innocenzo IV in lotta con l’imperatore Federico II, da lui scomunicato.

Cattedrale di Santa Maria Assunta, interno
Cattedrale di Santa Maria Assunta

Al periodo medievale risale la Cattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1207 da papa Innocenzo III: l’edificio romanico venne costruito su di un precedente edificio carolingio, forse a sua volta edificato sul sito di un’antica basilica romana. L’impianto che oggi si ammira risale al ‘700, quando fu decisa un’ampia opera di restauro che, di fatto, trasformò completamente l’architettura romanica nell’aspetto barocco che oggi si ammira. Il rifacimento preservò la cripta, il campanile in tufo e lo splendido pavimento cosmatesco che si trova lungo tutta la navata centrale. Nella cripta si possono osservare colonne di reimpiego di origine romana, oltre a capitelli bizantini, longobardi e romanici.

La cripta della cattedrale di Sutri
La cripta della cattedrale

Lungo le pareti si aprono nicchie semicircolari, forse destinate alla conservazione delle reliquie, mentre la copertura è a volte a crociera in tufo: tutte le superfici erano ornate di affreschi, oggi scomparsi. All’interno della chiesa si trova la tavola del Cristo benedicente donata dal Innocenzo III in occasione della consacrazione. L’icona risale al XII-XIII secolo e rappresenta il Cristo nella posa del pantocratore bizantino: per alcuni aspetti è ritenuta la copia dell’Acheropita del Salvatore conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano a Roma.

La tavola del Cristo Benedicente nella Cattedrale di Sutri
La tavola del Cristo Benedicente

Nei secoli XIII e XIV le sorti di Sutri furono legate agli scontri fra guelfi e ghibellini, che culminarono nell’incendio del 1433 del Borgo, la parte bassa della città sorta lungo la via Cassia, a valle rispetto all’attuale abitato: quel che rimase del centro venne quasi completamente distrutto nel 1527 dal passaggio dei Lanzichenecchi di Carlo V e quindi sepolto da un’alluvione che a metà del ‘600 portò via tutto. Il declino delle attività commerciali fu decretato anche dallo spostamento dei traffici lungo la via Cimina, voluto dai Farnese alla metà del XV secolo, che causò l’abbandono dei commerci lungo l’antica Cassia, mentre nel 1435 la sede arcivescovile di Sutri venne unificata con quella di Nepi, a ulteriore testimonianza della situazione di declino.

Villa Savorelli e il suo giardino a Sutri
Villa Savorelli e il suo giardino

All’esterno del centro abitato, sul colle di San Giovanni che faceva parte del Borgo oggi scomparso, si trova Villa Savorelli, edificata dalla famiglia Muti Papazzurri agli inizi del XVIII secolo insieme alla chiesa annessa, al giardino e al parco. La chiesa fu costruita sulle fondamenta di un edificio preesistente al tempo del Borgo medievale e presenta una facciata barocca affiancata da due campanili. Il giardino venne realizzato secondo i canoni del rinascimento italiano, con siepi di bosso, mentre il bosco vicino custodisce alcuni resti di architetture medievali.

La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo
La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo

Al limitare del colle si trovano i resti di quella rocca difensiva indicata come Castello di Carlo Magno. Alla fine del secolo tutta la proprietà venne ereditata dai marchesi Savorelli per passare poi alla famiglia Staderini.

 

Informazioni utili per la visita:

L’ingresso al Parco Regionale di Sutri
L’ingresso al Parco Regionale

Ai piedi della città di Sutri si trova il Parco Regionale, che comprende l’anfiteatro, il mitreo-chiesa della Madonna del Parto, le antiche necropoli, Villa Savorelli. Il parco è visitabile liberamente oppure con visita guidata. L’accesso all’anfiteatro è a pagamento, mentre la visita del Mitreo è possibile solo con visita guidata. Le visite si svolgono ogni ora, dalle 9 alle 17. Per ulteriori informazioni rimando al sito regionale dei Parchi del Lazio, www.parchilazio.it/sutri e alla pagina dedicata sul sito del Comune di Sutri, da cui è possibile scaricare anche una mappa del luogo (distribuita in forma cartacea presso la biglietteria e centro visite del Parco). E’ molto interessante anche il sito della via Francigena, www.viefrancigene.org/it/.

A pranzo mi sono fermata presso La locanda di Saturno, dove ho mangiato benissimo: ho molto apprezzato, tra i vari piatti, le fettuccine alla lepre e le tagliatelle integrali con ragù bianco di maiale e lavanda. Il servizio è stato attento e puntuale, l’accoglienza cortese e calorosa. Ho pranzato in una bella terrazza esterna, con vista sul verde circostante e le abitazioni del borgo in tufo, ma ho notato che anche all’interno c’erano belle sale arredate con gusto, ideali per un pranzo o cena invernali.

Altre immagini:

I piatti assaggiati alla Locanda di Saturno:

Mappa di Sutri:

Featured

Ocriculum, un parco archeologico nella campagna umbra

L'ingresso al parco archeologico di Ocriculum
L’ingresso al parco archeologico

Al confine tra Umbria e Lazio si trovano le rovine dell’antica città romana di Ocriculum, sorta sulla sponda del Tevere lungo il tracciato della via Flaminia: la precedente cittadina fondata dagli umbri sorgeva sul versante montuoso dove tutt’oggi si trova Otricoli, ma venne distrutta dai Romani durante la guerra civile nel 91-90 a.C.. Venne quindi costruita la nuova Ocriculum, in questa valle dove oggi se ne ammirano i resti, fino a quando nel VI secolo gli abitanti si ritirarono nuovamente sulla montagna per motivi difensivi: la città venne infatti distrutta nel corso dell’invasione longobarda tra il 569 e il 605 a.C..

I resti dell'anfiteatro di Ocriculum
I resti dell’anfiteatro

Quel che oggi è sopravvissuto si trova immerso in un parco, fra alberi e prati, con il ruscello di San Vittore che lambisce le rovine, in una sintesi perfetta di natura e archeologia. La bellezza del paesaggio era tale anche all’epoca, sì che molti romani benestanti, come la suocera di Plinio il Giovane e il politico Tito Annio Milone – amico di Cicerone – avevano ville e possedimenti ad Ocriculum.

Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia
Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia

La città acquisì grande importanza tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. in virtù della sua posizione strategica, luogo di confine sia fluviale sia terrestre: nel 220 a.C. venne infatti costruita la via Flaminia, secondo la volontà del console Gaio Flaminio Nepote, per collegare Roma con l’Italia del Nord.

La Flaminia divenne uno degli strumenti della romanizzazione dell’Umbria, regione in cui entrava proprio passando da Ocriculum, distante 44 miglia da Roma: da qui raggiungeva la vicina Narnia e poi si ramificava in due direttrici, quella che attraversava Mevania (l’antica Bevagna) utilizzata per gli spostamenti militari, l’altra verso Spoleto per le comunicazioni ordinarie.

Tomba "a torre" a Ocriculum
Tomba “a torre”

Il tracciato stradale della Flaminia è riconoscibile perché fiancheggiato da monumenti funerari, di cui alcuni sono qui visibili: seguendo infatti il sentiero attraverso il parco le prime rovine che s’incontrano sono quelle di tombe, presenti in due forme. Il primo modello è a nicchia, di foggia rotonda, risalente all’età imperiale e costruito in opera cementizia con rivestimento in laterizio. La seconda tomba ha una forma “a torre”, di grande dimensioni e a pianta quadrata, sormontata da un corpo circolare che è stato poi riutilizzato come colombaia: doveva essere rivestita in marmo, particolarità che ha fatto ritenere sia stata la sepoltura di un personaggio importante.

Tomba "a torre" nella valle di Palmira in Siria
Tomba “a torre” nella valle di Palmira

Il suo aspetto e la sua monumentalità, che la rendeva visibile da lontano, riconducono a modelli orienti e a prototipi ellenistici diffusi in Asia Minore, come le tombe che ho ammirato nella valle di Palmira, in Siria, del tutto simili a questa.

Di fronte ai resti delle tombe si apre un sentiero che porta all’anfiteatro, costruito a ridosso di un versante montuoso (come quello di Sutri), dalle dimensioni considerevoli: 120 x 98 metri. Non esiste più l’anello esterno, quel che oggi si ammira sono le rovine dell’entrata e gli ingressi, costruiti in opera reticolata (tecnica costruttiva che presenta un motivo a rete). Ritornando sul sentiero principale, accanto alle tombe si può ammirare un tratto basolato di via Flaminia, largo 6 metri e lungo 25, che mostra ancora il segno del passaggio dei carri nei solchi scavati dalle ruote.

Il tracciato della via Flaminia ad Ocriculum
Il tracciato della via Flaminia

Lungo la strada si trova una fonte pubblica, tutt’oggi alimentata dall’acqua, sulla cui balaustra si osservano i segni delle funi dei secchi usati per l’approvvigionamento idrico. La Flaminia proseguiva in questa direzione, conducendo all’area urbana e alla zona del foro: all’esterno di questo nucleo, si trovano appunto le tombe già viste. Proseguendo si giunge quindi alle strutture del centro cittadino, e in particolare ai resti delle terme: qui sono stati rinvenuti alcuni mosaici che furono utilizzati per ornare il pavimento della Sala Rotonda dei Musei Vaticani.

I resti delle terme di Ocriculum
I resti delle terme

La tecnica costruttiva di questi ambienti, di cui rimane un’aula ottagonale con soffitto a cupola, ne colloca l’edificazione nel II secolo d.C.. Vi è poi il teatro, addossato a un pendio del terreno: della struttura, che aveva un diametro di 79 metri, si distingue ancora la cavea (la gradinata per gli spettatori), mentre non è sopravvissuto nulla della scena, sotto la quale – tombato in un cunicolo sotterraneo – scorre ancora il rio San Vittore, che esce allo scoperto poco dopo per gettarsi nelle acque del Tevere.

Le grandi sostruzioni di Ocriculum
Le grandi sostruzioni

Accanto al teatro si trovano le “grandi sostruzioni“, una costruzione monumentale in opera reticolata della lunghezza di 80 metri:  serviva a contenere il terreno e costituire una grande terrazza capace di sostenere un edificio pubblico, forse un tempio, di cui oggi non rimane traccia. Nella zona fu trovata la testa marmorea di Giove, alta 58 cm, che si trova ai Musei Vaticani, rinvenuta nel corso degli scavi archeologici promossi da papa Pio VI tra il 1776 e il 1784.

L'ansa del Tevere ad Ocriculum
L’ansa del Tevere

Proseguendo si giunge infine al Tevere, su cui si trovava il porto cittadino, chiamato “Porto dell’Olio” da dove venivano spediti a Roma via nave pietre, legno, tegole e mattoni, oltre all’olio.

 

Ogni anno nel Parco Archeologico si svolge “Ocriculum AD 168”, una manifestazione in costume che rievoca la vita quotidiana della cittadina romana al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Quest’anno l’evento si terrà dal 26 al 28 maggio, come dettagliato nel sito dedicato, www.ocriculumad168.it.

Informazioni utili per la visita, affisse all’ingresso:
Orario di apertura: sabato, domenica e festivi: 10-12,30 / 17-19,30
Visite guidate all’area archeologica: sabato, domenica e festivi ore 10 e 17 con partenza dal bar “Il Casottino”. Per informazioni: 329/9482481 – 347/6954137

Altre fotografie di Ocriculum:

Mappa del parco archeologico:

Featured

La cappella Baglioni nella Collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello, capolavoro del Pinturicchio

Pinturicchio, L'adorazione dei pastori e l'arrivo dei Magi
L’adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi

Gli affreschi della Cappella Baglioni nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello furono commissionati a Pinturicchio da Troilo Baglioni, esponente della potente famiglia che aveva governato la cittadina sin dal 1386, e vennero eseguiti dal maestro perugino tra il 1500 e il 1501. L’ambiente, a base quadrangolare coperto da una volta a crociera, ospita un programma iconografico incentrato sul tema delle Storie di Maria e dell’infanzia di Gesù. Il pavimento, di notevole fattura, risale al 1566 ed è rivestito da mattonelle in ceramica realizzate nella vicina cittadina di Deruta, famosa per le sue maioliche decorate.

Pinturicchio, volta della cappella
Volta della cappella

Gli affreschi del Pinturicchio si estendono sulla volta, dove nei quattro spicchi si trovano le rappresentazioni delle Sibille – Tiburtina, Eritrea, Europea, Samia – sedute in trono e profetizzanti la venuta di Cristo, e sulle pareti, che mostrano tre episodi della vita di Cristo: sulla parete di fondo l’Adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi, a sinistra l’Annunciazione con l’autoritratto dell’artista, a destra la Disputa con i Dottori nel Tempio.

Pinturicchio, Annunciazione - dettaglio rappresentante il borgo di Spello
Annunciazione – dettaglio rappresentante il borgo di Spello

Accanto agli episodi principali, che occupano il centro della scena, Pinturicchio raffigura altri momenti e circostanze disponendoli di lato, nell’ampio paesaggio circostante, secondo un gusto per l’aneddotica e la rappresentazione della vita quotidiana che abbonda di particolari, dettagli, attenzione alle capigliature e alle vesti, e grande passione per gli elementi decorativi, floreali, vegetali. Ad esempio sullo sfondo dell’Annunciazione è rappresentata la campagna e il borgo di Spello, e di fronte a un’osteria sono raffigurati un prelato e un gentiluomo circondanti da alcuni servitori; nell’Adorazione sulla destra compare un gruppo di armati, con un soldato recante lo scudo con lo stemma dei Baglioni, mentre sullo sfondo vi è una città rinascimentale che si affaccia su uno specchio d’acqua e due contadini spingono su di un ponte un restìo asinello; di fronte al tempio della Disputa vi sono mendicanti e storpi, mentre sulla destra da una forca pende un impiccato.

Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio - dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)
Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio – dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)

Fra i personaggi che assistono alla disputa si notano Troilo Baglioni, il committente dell’opera, che indossa una veste nera che lo qualifica come protonotaro apostolico, e Pietro di Ercolano Ugolini, camerlengo della collegiata, che porta un sacchetto contenente delle monete, probabilmente il compenso di Pinturicchio per l’esecuzione degli affreschi. Ogni scena inoltre è inserita in una finta architettura, che spartisce lo spazio con una struttura a pilastri dipinti e archi a tutto sesto, all’interno della quale si svolgono gli episodi raffigurati in fuga prospettica, dando all’osservatore l’illusione di trovarsi in un ambiente a croce greca con i bracci aperti verso l’esterno. Il gusto per questa disposizione si manifesta pienamente nel riquadro dell’Annunciazione, che rappresenta l’incontro tra l’Angelo e la Vergine all’interno di un loggiato rinascimentale: le volte e i pilastri dell’ambiente ripetono la finta architettura che incornicia la scena.

Annunciazione - dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca
Annunciazione – dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca

Sul fronte dei pilastri e sui costoloni della volta si sviluppano meravigliose grottesche: Pinturicchio era un appassionato studioso dell’antico, ed ebbe il merito di utilizzare per primo questo motivo ammirato sulle pareti della Domus Aurea di Nerone – scoperta in quel periodo sul Colle Oppio – anticipandone la moda degli anni successivi. Per queste sue caratteristiche rimando all’articolo che ho dedicato alle opere “romane” di Pinturicchio (realizzate prima della Cappella Baglioni, dal 1477 al 1500 circa) e al post dedicato al Duomo di Siena (dove fra il 1503 e il 1508 il Maestro affrescò la stupefacente Libreria Piccolomini).

Annunciazione - dettaglio dell'autoritratto di Pinturicchio
Annunciazione – dettaglio dell’autoritratto di Pinturicchio

Nella parete destra del loggiato dell’Annunciazione si trova un dipinto appeso, che non è altro che l’autoritratto di Pinturicchio, che si rappresenta con il volto di tre quarti e l’iscrizione dedicatoria “+ Bernardinvs + Pictoricivs Pervsinvs +”. Fra le scene della cappella Baglioni e le precedenti imprese di Pinturicchio si notano alcuni richiami, come le forme della Madonna e del Bambino nell’Adorazione dei pastori – che riprende l’opera omonima della Cappella del presepio a Santa Maria del Popolo a Roma – e l’ambientazione della Disputa di Gesù con i Dottori, con un pavimento a scacchiera che fa convergere la prospettiva verso il tempio di Gerusalemme, espediente già utilizzato nella scena dei Funerali di San Bernardino nella cappella Bufalini di Santa Maria in Aracoeli a Roma (là vi era una torre con cupola).

Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi - dettaglio della Sacra Famiglia
Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi – dettaglio della Sacra Famiglia

Sempre nella Collegiata di Spello, nell’ambiente della sacrestia, si ammira un altro affresco realizzato da Pinturicchio in concomitanza con i lavori alla cappella Baglioni: è un Angelo che sorregge un cartiglio recante l’iscrizione “Lavami et / mvndi / estote” (“Lavatevi e siate puri“) che si trova in corrispondenza di un lavabo in pietra.

Altre immagini degli affreschi:

A Spello ho dedicato questo articolo, in occasione della mia visita alla cittadina, nel corso di una gita di quattro giorni nella Valle Umbra. Durante il mio viaggio ho visitato Montefalco (questo il post dedicato), Bevagna e Foligno (ne ho parlato qui), Spoleto (il mio racconto).

Mappa della chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello:

Featured

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra

Gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco si dispiegano nell’abside maggiore e sono dedicati alle Storie della vita di san Francesco, santi e personaggi dell’Ordine Francescano. Il ciclo pittorico, portato a compimento tra il 1450 e il 1452, consentì a Benozzo di raggiungere lo “status” di Maestro indipendente, dopo essere stato allievo di Ghiberti a Firenze ed aver collaborato con Beato Angelico a Roma ed Orvieto. L’incarico gli venne affidato da Fra’ Jacopo, il guardiano del convento di San Francesco, dopo che il pittore era giunto a Montefalco chiamato da Frate Antonio, priore dell’altro convento francescano di San Fortunato, collocato fuori le mura, affinché là realizzasse alcune opere: tra queste la pala d’altare con la Madonna della Cintola che oggi si trova ai Musei Vaticani.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l'affresco di Benozzo Gozzoli
Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l’affresco di Benozzo Gozzoli

Frate Antonio nel 1442 era stato nominato da papa Eugenio IV come Vicario Generale dell’Osservanza, il movimento di riforma dell’Ordine francescano, ed era dedito a trasformare il santuario di San Fortunato in un monastero osservante. Frequentava assiduamente la Curia Romana e probabilmente aveva avuto occasione di conoscere Benozzo quando il pittore era impegnato nelle decorazioni in Vaticano a fianco del Beato Angelico.

Una volta conclusi gli affreschi per la chiesa di San Fortunato, Benozzo fu incaricato di realizzare il ciclo per l’abside maggiore di San Francesco, la chiesa principale dell’ordine a Montefalco, situata dentro le mura cittadine. Per lo sviluppo della decorazione il pittore prese a modello gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi, realizzati a partire dal testo ufficiale della vita del santo, la Legenda Major di San Bonaventura da Bagnoregio, ma seguì anche le indicazioni di Fra’ Jacopo e si ispirò alla Leggenda dei tre Compagni che narra le vicende di Francesco ad Assisi.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l'indicazione della commissione dell'opera da parte di Fra' Jacopo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l’indicazione della commissione dell’opera da parte di Fra’ Jacopo

Fra’ Jacopo viene indicato come committente dell’opera sin dall’iscrizione dipinta sulla parete sinistra del coro, quale “Fra Jacopo da Montefalco dell’Ordine dei Frati Minori”: il custode del convento era un eminente teologo e predicatore, pubblico lettore a Santo Stefano dell’Università di Bologna, appartenente alla confraternita di San Gerolamo di Perugia. Per la sua erudizione e conoscenza del pensiero francescano quasi sicuramente ispirò il programma iconografico del ciclo benozziano, il cui tema preminente è l’identificazione di Francesco come “alter Christus”, “altro Cristo”. Moltissimi sono gli elementi che richiamano questa identificazione:

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta

nel lato inferiore dell’arcone, dodici seguaci di San Francesco, collocato al centro mentre mostra le stigmate, lo fiancheggiano richiamando i dodici apostoli; al centro della volta il santo – nella posa del Cristo Pantocratore – sostiene un libro su cui si legge “Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto” (“In quanto reco sul mio corpo i segni di Cristo Signore”); altri richiami si dispiegano nel corso dei venti episodi rappresentati, disposti all’interno di dodici scene su tre registri. La narrazione procede da sinistra verso destra e quindi dal basso verso l’alto, giungendo alla volta costolonata dove si trova la Gloria del santo tra le schiere angeliche e i principali santi francescani.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell'omaggio dell'uomo semplice al giovane santo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell’omaggio dell’uomo semplice al giovane santo

Si parte dunque dalla nascita di Francesco, che assecondando l’identificazione con Cristo viene fatto nascere in una stalla, alla presenza del bue e dell’asino. Nello stesso riquadro vi sono altri due episodi: Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e l’Omaggio dell’uomo semplice al giovane santo. Segue la donazione del mantello a un povero, episodio che lo avvicina a San Martino di Tours, e il sogno di Francesco con a fianco la rappresentazione di un palazzo rinascimentale – che ricorda Palazzo della Signoria a Firenze – ornato con una moltitudine di vessilli crociati. Da notare il particolare realistico delle calze, appoggiate sul cassone del letto del santo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della rinuncia ai beni paterni

Vi è poi il riquadro interamente dedicato all’episodio della rinuncia ai beni paterni, che si svolge di fronte a una dettagliata rappresentazione della città di Assisi, e infine una raffigurazione di Cristo intento a scagliare frecce contro l’umanità peccatrice, fermato dalla Madonna che Gli mostra l’incontro di San Francesco e San Domenico. Alle spalle dei due santi vi è un edificio che potrebbe identificarsi con la Basilica di San Pietro a Roma, al cui fianco di trova l’obelisco.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della cacciata dei diavoli da Arezzo

Il secondo registro inizia con il sogno di papa Innocenzo III e Francesco mentre sostiene la chiesa del Laterano, in rovina; a fianco, la Bollatura della Regola francescana da parte di papa Onorio III. Seguono la cacciata dei diavoli da Arezzo, con san Francesco affiancato da san Silvestro, e il riquadro più importante per la cittadina, che narra la Benedizione di Montefalco e dei suoi abitanti da parte del santo e la Predica agli uccelli, avvenuta nei pressi di Bevagna (dove, nella chiesa di San Francesco, si conserva la pietra su cui il santo si sarebbe trovato durante l’episodio miracoloso: ne parlo in questo articolo).

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della predicazione agli uccelli e della benedizione della città di Montefalco e del suo popolo

Nella vallata Benozzo rappresenta fedelmente il paesaggio della zona: vi si distinguono i borghi di Bevagna, Spello, e la città di Assisi, nonché l’abitato di Montefalco racchiuso nelle sue mura. Di fronte al santo benedicente si genuflettono alcune personalità del tempo, tra cui si possono riconoscere Marcus, Magistrato di Montefalco e Vescovo di Sarsina che offre la sua mitra, e Fra’ Jacopo. Vi sono poi gli episodi – limitatamente leggibili a causa di alcuni crolli della superficie pittorica – legati alle vicende di san Francesco presso il signore di Celano, che narrano la cena, la confessione e la morte del cavaliere: sul tavolo imbandito vi è un omaggio a Montefalco e alla sua tradizione vinicola, un bicchiere e un’ampolla di sagrantino.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio

Nelle lunette della volta sono rappresentati gli eventi miracolosi: la Rievocazione del presepe a Greccio, san Francesco alla corte del Sultano, il santo che riceve le Stigmate sul monte della Verna, la Morte di Francesco. Sotto la finestra, che doveva contenere l’apparizione della Croce di San Damiano, affresco andato perduto, Benozzo immortala tre personaggi del passato: Petrarca, Dante con la Commedia, Giotto mentre dipinge una Madonna con Bambino.

Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci
Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci

Nello spazio dell’abside maggiore è esposta una preziosa lettera autografa di Benozzo, redatta proprio nella chiesa di san Francesco e indirizzata a Michele di Felice Brancacci, esponente della nota famiglia fiorentina. Il destinatario della missiva viene informato dal pittore che è impossibilitato a lasciare Montefalco prima di aver terminato il suo lavoro: “Ora m’è ochorso un pocho di chaso e non mi posso partire di qui”. Firmato “Benozzo di Lese dipintore / In Montefalco, in San Franciescho /, Proprio.”

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo

Benozzo portò a compimento la sua opera nel 1452, ultimando non solo gli affreschi dell’abside maggiore, ma anche quelli della cappella di san Girolamo, collocata nella navata meridionale della chiesa.

La prima cappella su questo lato era infatti dedicata a san Girolamo, e gli affreschi – con le Storie di san Girolamo e santi – furono realizzati da Benozzo Gozzoli nel 1452: la data è espressa in un’iscrizione che per esteso reca “MCCCCLII D(IE) P(RIMO) NOVEMBRIS”.

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo, scena di San Girolamo che toglie la spina dalla zampa di un leone

Si tratta di uno degli ultimi lavori a Montefalco di Benozzo, che ai primi del 1453 si recò a Viterbo per compiere altre opere. Il ciclo di affreschi fu commissionato dal nobile Girolamo di Ser Giovanni Battista De Filippis per celebrare il proprio nome, e al contempo omaggiare il santo a cui era dedicata la confraternita di San Girolamo di Perugia, alla quale apparteneva anche Fra’ Jacopo.

Probabilmente fu proprio Fra’ Jacopo, come era già accaduto per il ciclo dell’abside maggiore, a scegliere gli episodi che Benozzo rappresentò, sottolineando le affinità tra la vita di Girolamo e quella di san Francesco ed esaltandone l’amore per la povertà, l’auto-abnegazione e la rinuncia del mondo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli

Purtroppo lo stato degli affreschi è stato compromesso  da alcuni rimaneggiamenti avvenuti nel corso dei secoli: la cappella di san Girolamo era stata realizzata, insieme ad altre cinque cappelle, alla fine del XIV secolo sul fianco destro della chiesa, ma nel primo decennio del XVII secolo i setti murari che separavano questi spazi – e gli affreschi che vi erano stati realizzati – vennero demoliti per fare spazio all’attuale navata laterale.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma

Della decorazione originale sono dunque rimaste solo le volte affrescate, la parete dell’altare e l’arco d’entrata: la parete orientale venne distrutta quando le cappelle vennero unite, mentre la decorazione di quella occidentale fu quasi cancellata per aprire un nuovo portale di ingresso alla chiesa. Pur nel suo stato la cappella è importante anche perché costituisce – oltre agli affreschi del Pinturicchio a Santa Maria del Popolo a Roma (ne parlo in questo articolo) – l’unico ciclo italiano risalente al XV secolo e ancora esistente sulla vita di San Girolamo. La parete dell’altare è occupata da un finto polittico d’oro – che grazie ad effetti illusionistici come le ombre di pinnacoli, l’imitazione della struttura, la tenda fermata a un palo retrostante – suggerisce una costruzione lignea che non c’è, inserita in un tabernacolo, anch’esso finto, dalla classicheggiante cornice in prospettiva.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi - dettaglio della firma di Benozzo, dell'ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi – dettaglio della firma di Benozzo, dell’ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura

Il polittico rappresenta la Madonna in trono tra i santi, completo di predella e pinnacoli, e sulla cornice del tabernacolo si legge “OPUS BENOTII DE FLORENZIA”. Per rendere completa l’illusione di una pala a tempera, Benozzo dipinse il polittico a secco, simulando gli effetti e la resa di una pittura a tempera.

Alla sinistra e alla destra del finto polittico Benozzo introdusse gli episodi della storia di San Girolamo: a sinistra San Girolamo che lascia Roma, richiamando il tema francescano della rinuncia del mondo, a destra il santo che toglie la spina dalla zampa di un leone, animale che evoca il francescano lupo di Gubbio.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio del martirio di San Sebastiano
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio del martirio di San Sebastiano

Seguono altre scene, purtroppo frammentarie: Girolamo impegnato nella traduzione della Bibbia; la cacciata del leone dal monastero da parte dei frati, che ingiustamente accusano l’animale di aver mangiato il loro asino; il leone che riconduce l’asino al monastero, insieme ai mercanti che lo avevano rubato; infine il santo penitente nel deserto, in compagni del fedele leone. Ogni riquadro è spiegato da una didascalia apposta alla base.

Nella lunetta sovrastante il finto polittico vi è la Crocifissione con san Domenico e san Francesco a sinistra e i santi francescani Romualdo e Silvestro a destra. Nelle quattro vele della volta sono rappresentati gli Evangelisti accompagnati dai loro simboli. Nell’arco di ingresso vi è Cristo benedicente circondato dagli angeli, con la sottostante scena del martirio di San Sebastiano. Sui pilastri di destra e sinistra sono raffigurati San Bernardino da Siena e Santa Caterina d’Alessandria.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio

Per la redazione di questo articolo ho trovato di grande interesse lo splendido volume di Diane Cole Ahl “Benozzo Gozzoli”, pubblicato da Silvana Editoriale nel 1996. Sono state preziose le informazioni ricevute nel corso della visita guidata agli affreschi e quelle disponibili nell’agile guida acquistabile presso il bookshop del Museo della chiesa di San Francesco. La mia visita si è svolta nel corso di una gita nella Valle Umbra, la cui prima tappa è stata Montefalco. In questo articolo ho raccontato la mia giornata.

Di Benozzo ho inoltre ammirato la splendida cappella dei Magi, realizzata a Palazzo Medici Riccardi a Firenze entro il 1462 (oltre dieci anni dopo gli affreschi di Montefalco, ne parlo in questo articolo), e quelli ancora successivi, eseguiti tra il 1464 e il 1465 nella cappella maggiore della chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano (li ho ammirati quando sono andata nella cittadina delle torri, raccontandoli qui).

Altre immagini della cappella maggiore:

Altre immagini della cappella di San Girolamo:

Mappa della chiesa:

Featured

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Quarto giorno: Spello e Campello sul Clitunno

La Sala del sole radiante @VMS
Villa del Mosaici di Spello, la Sala del sole radiante @VMS

L’ultimo giorno del mio viaggio in Umbria l’ho trascorso a Spello e Campello sul Clitunno. I giorni precedenti ho visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il mio racconto), Spoleto (il mio post). A Spello ho visitato la splendida Villa dei Mosaici, la cui struttura museale è stata inaugurata lo scorso 24 marzo: il museo utilizza ricostruzioni in 3D, postazioni multimediali e una APP dedicata (e gratuita) per accompagnare la visita degli ambienti, con un apparato didascalico e di comunicazione davvero ben fatto.

Sala del Triclinio, la mescita del vino
Villa dei Mosaici di Spello, la Mescita del Vino del mosaico della Sala del triclinio @ VMS

Della villa romana, una residenza risalente a due fasi costruttive, la prima di età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) e la seconda di epoca imperiale (II secolo d.C.), si ammirano i mosaici policromi che decorano i pavimenti delle stanze, distribuite attorno a un giardino interno. Con una estensione di quasi cinquecento metri quadrati, gli ambienti sono identificati dalle figure e dai motivi dei mosaici: vi sono quindi la stanza degli uccelli, la stanza delle anfore, il triclinio, la sala del sole radiante, la stanza del mosaico geometrico, la stanza degli scudi, l’ambiente riscaldato e il peristilio, ovvero il cortile porticato che circondava il giardino esterno.

Villa dei Mosaici di Spello, Sala del Triclinio, ricostruzione virtuale
Ricostruzione virtuale della sala del triclinio @ VMS

L’ambiente più bello è senz’altro quello del triclinio, la sala dove si svolgevano i banchetti, con al centro del pavimento una scena di mescita del vino, e attorno personaggi  simboleggianti le stagioni, animali selvatici, domestici e fantastici. Oltre ai mosaici, sugli zoccoli delle pareti interne sono stati rinvenuti affreschi e stucchi. L’alta qualità delle opere testimonia l’abilità delle maestranze impiegate nella loro realizzazione, probabilmente provenienti da Roma, e l’elevato rango del proprietario della villa, particolarmente facoltoso: della sua identità, però, non vi è alcuna traccia.

Sala del triclinio, dettaglio di mostro marino
Villa dei Mosaici di Spello, dettaglio della Sala del triclinio @ VMS

La scoperta archeologica, una delle più importanti avvenute in Umbria per l’estensione degli apparati decorativi e il loro ottimo stato di conservazione, risale al 2005 e fu del tutto fortuita: nel corso dei lavori di scavo per la realizzazione di un parcheggio pubblico affiorarono i resti di un mosaico antico, scoperta che diede il via allo scavo archeologico, al restauro, e alla musealizzazione di tutto il complesso.

Spello, via Torre Belvedere
Scorcio di via Torre Belvedere

Dopo la visita della villa ho passeggiato nel borgo di Spello, città di origine umbra e rifondata dai romani con il titolo di Colonia Julia Hispellum, “Splendidissima Colonia Julia” secondo l’imperatore Augusto: il suo impianto urbanistico risale a questa fase, quando il centro acquisì rilevanza grazie alla sua posizione strategica sulla via Flaminia. Venne dominata dai Longobardi del Ducato di Spoleto e divenne Comune indipendente nel XII secolo. Dalla fine del XIV secolo fino al 1583 fu sotto i Baglioni di Perugia e visse un’epoca di intensa attività artistica, di cui restano i capolavori di Pinturicchio e Perugino. Ho percorso le vie cittadine a partire dalla Porta Consolare, salendo lungo via Sant’Angelo (poi via Cavour) fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che purtroppo è chiusa per motivi di sicurezza in seguito al terremoto del 2016.

Spello, Cappella Baglioni, Affreschi di Pinturicchio, scena della Natività
Gli affreschi di Pinturicchio nella cappella Baglioni

Nella chiesa si trova la Cappella Baglioni, tesoro del rinascimento, completamente affrescata dal Pinturicchio tra il 1500 e il 1501, a cui ho dedicato un approfondimento. Nelle cappelline ai lati dell’altare maggiore si trovano due affreschi del Perugino, “Pietà, San Giovanni Evangelista, e la Maddalena” e “Madonna con Bambino, Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio”.

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista

Accanto a Santa Maria Maggiore si trova la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, che conserva una grande pala di Pinturicchio raffigurante “Madonna con il Bambino tra i Santi Andrea apostolo, Ludovico, Francesco, Lorenzo e San Giovannino”, con “Cristo risorto benedicente” nella cimasa, risalente al 1508. L’opera era stata commissionata al pittore nel 1506 e doveva comprendere la pala, la predella e un gradino con un tabernacolo per il Corpo di Cristo. Nel 1507 però Pinturicchio, impegnato nei lavori della Libreria Piccolomini a Siena, affidò a Eusebio da San Giorgio l’ultimazione del lavoro – che doveva rispettare il suo disegno – impegnandosi però a eseguire personalmente le teste dei personaggi e a fornire i disegni della predella (andata dispersa).

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello - dettaglio
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista – dettaglio

A Pinturicchio va attribuita dunque l’ideazione dell’insieme, le teste della Madonna e del Bambino, il paesaggio di fondo, San Giovannino seduto e il martirio di San Lorenzo ricamato, dipinto sulla dalmatica del diacono. Alla sua inventiva va ricondotta anche la panchetta in primo piano, su cui si trova una lettera spiegata di cui è leggibile il contenuto: è una missiva inviatagli dal vescovo di Orvieto, Gentile Baglioni, che sollecita il suo rientro a Siena. L’invenzione pare un’evidente giustificazione per non aver completato la pala di Spello in prima persona, come impegnatosi nel 1506.

Porta Venere, Spello
Porta Venere

Dalla chiesa di Sant’Andrea Apostolo imboccando via Torri di Properzio sono facilmente arrivata alla Porta di Venere, di epoca augustea, che presenta una forma ad arco trionfale affiancato da due torri a pianta dodecagonale. Una vera meraviglia. Risalendo su via Cavour sono arrivata in breve al Palazzo Comunale, in piazza della Repubblica, dove è custodito un prezioso rescritto dell’imperatore Costantino (333-337 a.C.) che conferisce a Spello il diritto di mettere in scena le proprie rappresentazioni teatrali con i gladiatori.

Belvedere, panorama, Spello
La vista dal belvedere

Superata la chiesa di San Lorenzo ho imboccato via Giulia, che mi ha condotto ai resti di un arco di epoca augustea (di cui si conservano i soli piedritti) e mi ha regalato scorci suggestivi sulla campagna circostante. Risalendo via Cappuccini sono giunta alla chiesa di San Severino, dove si ammirano i resti della fortezza di Spello del XIV secolo e si trova il belvedere:  è il punto più alto della città, da cui la veduta sulla Valle Umbra, con Assisi in lontananza, è davvero meravigliosa.

Tempietto sul Clitunno
Il tempietto sul Clitunno

Ho ripreso l’auto e visitato le ultime mete del mio viaggio a Campello sul Clitunno. Mi sono fermata al tempietto, che insieme alla chiesa di San Salvatore di Spoleto fa parte del sito seriale Unesco “I Longobardi in italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”: è un piccolo tempio di forma classica, composto da una cella preceduta da un pronao, risalente secondo alcuni al IV-V secolo d.C., per altri al VII-IX secolo. La fronte del pronao ha quattro colonne dai capitelli corinzi, sormontate dal timpano che reca un’iscrizione dedicatoria al Dio degli angeli, mentre il frontone è ornato con una croce fra viti e grappoli d’uva.

L’abside del sacello del Tempietto
L’abside del sacello del Tempietto

All’interno della cella si trova un’abside a sua volta sormontata da un frontone in cui s’inserisce un arco: si possono osservare resti di affreschi risalenti all’VIII secolo con Cristo fra i Santi Pietro e Paolo, angeli e la croce gemmata. Questi affreschi sono stati messi in relazione con quelli di Santa Maria Antiqua a Roma (ne parlo in questo articolo).  Al tempietto si accedeva tramite due scalette laterali che terminavano sotto piccoli protiri: l’accesso di destra è quello tutt’oggi utilizzato. Anche questa architettura, come la chiesa di San Salvatore a Spoleto, presenta materiale di spoglio di origine romana, ma qui la maggior parte dei manufatti scolpiti è originale e non di reimpiego.

Mi sono infine recata alle Fonti del Clitunno per ammirare un paesaggio bucolico: la meraviglia di questo luogo deriva dalle numerose sorgenti, già famose in epoca romana, che formano un laghetto da cui nasce il torrente Clitunno.

Le fonti del Clitunno
Le fonti del Clitunno

Attorno alle sorgenti è cresciuta una fitta e ridente vegetazione, soprattutto salici piangenti e pioppi, che si riflettono sullo specchio delle acque, limpidissime, e creano un’aurea d’incanto. Il luogo è talmente suggestivo che fu di ispirazione per poeti, scrittori e pittori, tra cui Carducci, Byron, Corot: celebre è l’ode carducciana Alle fonti del Clitunno risalente al 1876 (ne cito una strofa: “Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte / nume Clitumno! Sento in cuor l’antica / patria e aleggiarmi su l’accesa fronte / gl’itali iddii.”).

Il Parco delle Fonti del Clitunno
Il Parco delle Fonti del Clitunno

Il parco che oggi si ammira risale alla sistemazione voluta dal conte Paolo Campello della Spina, che tra il 1860 e il 1865 creò lo spazio per il laghetto e fece crescere la vegetazione che oggi caratterizza il luogo. Nell’antichità lungo le sponde sorgevano ville, terme e templi in onore del dio fluviale Clitunno, che si credeva risiedesse nelle profondità delle acque (ne parla ampiamente Plinio il Giovane nell’Epistola 8.8). Inoltre, come raccontano Virgilio (Georgiche, 2.146) e Properzio (Elegie, 2.19.25), qui si svolgevano riti religiosi che prevedevano l’immersione dei buoi nelle acque per purificarli prima del loro sacrificio rituale. Un vero parco naturale e letterario, un luogo in cui bellezza della natura, mito, storia, si intrecciano lasciando un’impressione indelebile.

Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso
Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso

Per preparare la mia visita ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbria (www.umbriatourism.it) e al sito internet dedicato al turismo del Comune di Spello (http://turismo.comune.spello.pg.it/), nonché al sito della Villa dei Mosaici (www.villadeimosaicidispello.it) e – per il tempietto di Campello sul Clitunno – al portale del sito Unesco dedicato ai Longobardi in Italia (www.longobardinitalia.it).

Presso la Villa dei Mosaici consiglio di scaricare l’APP messa gratuitamente a disposizione, perché offre elementi ed indicazioni ulteriori, che arricchiscono e integrano la visita. Durante il percorso, in alcuni punti segnalati ci sono sensori che – con la tecnologia bluetooth – attivano schede, fotografie e filmati di approfondimento. E’ quindi possibile ampliare le informazioni dei pannelli e delle didascalie con questi contenuti multimediali.

Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it
Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it

Segnalo che a Spello in occasione del Corpus Domini, il 3 giugno, si svolgerà la tradizionale Infiorata: un vero spettacolo, con i colori dei fiori che ornano le già pittoresche vie e piazze cittadine e i loro profumi che si spandono per l’aria. Tutte le informazioni sul sito web dedicato, http://infioratespello.it/

Altre immagini della Villa dei mosaici: