Girellando al Louvre, suggestioni e curiosità

Ho trascorso un’intera giornata al Louvre, riuscendo peraltro a vederne solo una parte, e in modo assai sommario. Prima della visita avevo consultato on line il calendario delle aperture delle sale, e consiglio di farlo se si ha già un’idea chiara di cosa si vuole vedere e non si intende rischiare brutte sorprese. Al di là delle opere e delle sezioni per me “imperdibili”, ho potuto anche concentrarmi sulle opere meno affollate dai turisti e sulle storie che si celano dietro di esse.

Ad esempio è stato interessante approfondire la vicenda della collezione Borghese, che per la sua ricchezza attirò l’attenzione di Napoleone Bonaparte, la cui sorella Paolina era andata in sposa al principe Camillo Borghese. Nel 1807 parte della collezione (oltre cinquecento marmi) fu acquisita da Napoleone per arricchire l’allora costituendo museo del Louvre, e ancora oggi la collezione Borghese rappresenta il nucleo fondamentale della sezione archeologica delle antichità greche, etrusche e romane. Fra i capolavori che è possibile ammirare negli ambienti che la ospitano, negli appartamenti della regina Anna D’Austria (Livello 0, Ali Denon e Sully) e nella splendida Sala delle Cariatidi, vi sono il monumentale Cratere Borghese, Sileno con Bacco Fanciullo, una statua di Venere Marina, il gruppo del Centauro cavalcato da Amore, la statua del Seneca morente, oltre all’Ermafrodito, restaurato da Gian Lorenzo Bernini.

Sempre passeggiando fra i capolavori della collezione archeologica, mi sono soffermata con ammirazione presso i due Prigioni di Michelangelo, e ho avuto l’occasione per ricordarne la storia. Quelli conservati al Louvre sono due, e sono quelli pressoché finiti: lo schiavo ribelle e lo schiavo morente.

Gli altri quattro si trovano presso la Galleria dell’Accademia di Firenze e sono vistosamente “non finiti”. Erano tutti destinati alla tomba di papa Giulio II, progetto che il papa commissionò al Buonarroti nel 1505 e che prevedeva la realizzazione di un monumentale mausoleo in San Pietro. In seguito alla morte di Giulio II, avvenuta nel 1513, Michelangelo elaborò un secondo progetto, meno grandioso e dispendioso, realizzando i due Prigioni che oggi si trovano al Louvre e il Mosè che poi è stato utilizzato nella versione definitiva della tomba. Questo secondo progetto venne ulteriormente ridotto nel 1516 e quindi sospeso per il sopraggiungere di nuovi diversi incarichi. Il Buonarroti vi tornò sopra nel 1526, con un quarto progetto, e infine nel 1532, con una quinta versione che prevedeva la realizzazione della tomba in San Pietro in Vincoli, dove effettivamente fu collocata. A questo periodo risale l’esecuzione dei quattro Prigioni che si trovano all’Accademia di Firenze. Nel 1542 venne firmato l’ennesimo e definitivo contratto, che finalmente diede corso all’opera, completata nel 1545. (Consiglio di andare a vedere la tomba di Giulio II a San Pietro in Vincoli, recentemente interessata da un nuovo sistema di illuminazione che ha ricreato le medesime condizioni di luce su cui Michelangelo si basò per ideare e disporre le sculture del monumento).

Passeggiando fra le opere della Collezione Etrusca (Livello 0, Ala Denon) mi sono imbattuta in una statuetta longilinea proveniente dal Lago di Nemi e risalente al IV secolo a.C. Le fattezze del volto sono estremamente curate, ma il corpo allungato a dismisura mi ha portato immediatamente a pensare ad alcune sculture di Alberto Giacometti che, rivelando il fascino esercitato dall’arte antica sulla sua immaginazione, aveva dichiarato: «Tutta l’arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo».

L’immobilità e la linearità proprie di questa statuaria etrusca erano state scoperte da Giacometti nel corso del suo primo viaggio in Italia tra 1920 e 1921, ammirando gli Aruspici dai corpi “a lama” conservati presso il Museo di Valle Giulia a Roma.

Nella sezione dedicata all’arte greca, una cospicua raccolta di statuette in terracotta di Eros volante (custodite nella vetrina 9 della sala 38, Ala Sully, Livello 1), risalenti al II secolo a.C. e provenienti da Myrina, ben rappresentano l’iconografia della figura alata, che sempre al Louvre trova la sua espressione più famosa nella Nike di Samotracia.

E’ un’immagine appartenente a molte culture, come quella Assiro-Babilonese, testimoniata nella sezione delle Antichità del Vicino Oriente (Livello 0, Ala Richelieu) da un bassorilievo di Genio alato benedicente. E’ affascinante pensare allo svolgersi di questa figura nei secoli successivi e alla sua trasformazione, tra il IV e il V secolo d.C., in quella dell’angelo alato propria dell’iconografia cristiana. (Vedi ad esempio la scultura nella Collezione spagnola, Livello -1, Ala Denon, Sala 3).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *