Meraviglie di Siena: la Cattedrale, il Battistero e il Museo dell’Opera del Duomo

Navata centrale della cattedrale

Fino al 25 ottobre si potrà ammirare lo straordinario pavimento della Cattedrale, realizzato in commesso marmoreo e graffito in un arco temporale di diversi secoli, dal Trecento all’Ottocento, grazie al concorso di opera e ingegno di numerosi artisti. Si tratta di un’opera unica, che è possibile contemplare per pochi mesi ogni anno, in occasione della sua scopertura: un’opportunità dunque imperdibile per godere di questa meraviglia, articolata in un complesso programma figurativo, suddiviso in cinquantasei tarsie, dedicato alla celebrazione della sapienza. Gli artisti che lo hanno reso possibile furono tutti di origine senese tranne uno, Pinturicchio, che realizzò il cartone preparatorio del riquadro del Monte della Sapienza. Le prime tarsie furono tratteggiate sopra superfici di marmo bianco, incise con lo scalpello e il trapano in solchi poi riempiti di stucco nero, procedura che venne successivamente perfezionata utilizzando marmi colorati accostati insieme, come in una tarsia lignea, tecnica denominata “commesso marmoreo”.

Pavimento della cattedrale: iscrizione all’ingresso

All’ingresso della navata centrale un’iscrizione invita ad entrare con atteggiamento casto – “Ricordati di entrare castamente nel castissimo tempio della Vergine” – e ad essa segue la tarsia con Ermete Trismegisto, fondatore della sapienza umana, quello con la Lupa che allatta Romolo e Remo (l’unico realizzato a mosaico, e per questo probabilmente il più antico), la tarsia con il Monte della Sapienza realizzata dal Pinturicchio. Nelle navate laterali vi sono i riquadri delle Sibille, cinque per ogni navata, che insieme alle figurazioni della navata centrale svolgono il tema della sapienza nell’antichità classica e pagana.

Nel transetto e nel coro viene rappresentato lo stesso tema attraverso momenti della storia del popolo ebraico e della salvezza cristiana: tra i riquadri più spettacolari, quello della Strage degli innocenti di Matteo di Giovanni e quelli con le Storie di Elia ed Acab e alcune Storie di Mosé di Domenico Beccafumi.

Affreschi della libreria Piccolomini

Un altro capolavoro da ammirare in tutto il suo splendore è la libreria Piccolomini, che si trova sul fianco nord occidentale della cattedrale, realizzata da Francesco Todeschini Piccolomini per onorare la memoria dello zio Enea Silvio (papa Pio II) e conservare il ricco patrimonio bibliografico da lui raccolto a Roma. L’ambiente fu interamente affrescato fra il 1503 e il 1508 dal Pinturicchio e dalla sua bottega e lungo le pareti illustra dieci episodi della vita del Piccolomini, mentre la volta è decorata a grottesche. Sotto gli affreschi, custoditi in vetrine disposte lungo le pareti, si ammirano alcuni codici miniati del XV secolo.

Vetrata di Duccio di Buoninsegna

Il Museo dell’Opera del Duomo conserva altre meraviglie, in particolare la grande vetrata (il suo diametro è sei metri) realizzata da Duccio di Buoninsegna il 1287 e il 1290 e destinata all’abside della Cattedrale. Essa è esposta al termine del corridoio che conserva le statue scolpite da Giovanni Pisano per la facciata, raffiguranti Sibille, Profeti e Filosofi dell’antichità, e il tondo di Donatello con la Madonna con Bambino. Un altro capolavoro di Duccio di Buoninsegna si può ammirare al primo piano, è la Maestà del Duomo di Siena e fu realizzato tra il 1308 e il 1311. Sulla facciata anteriore della pala è raffigurata la Madonna in trono tra santi ed angeli, mentre la facciata posteriore era divisa in ventisei scene narranti la Passione di Cristo.

Pietro Lorenzetti, Natività della Vergine

Nella stessa sala si trova anche la Natività della Vergine di Pietro Lorenzetti, risalente al 1342. La visita del Museo è interessante anche perché è allestito negli ambienti che dovevano costituire la navata destra del Duomo Nuovo, le cui prime tre campate furono costruite a partire dal 1339. L’impresa tentata dai senesi, che venne interrotta dopo la peste del 1348, aveva un obiettivo ambizioso, ovvero ampliare la cattedrale esistente trasformandola nel transetto di un complesso ben più grande, di cui però furono edificate solo le prime tre campate della navata destra, che oggi appunto ospitano il Museo, e quella che doveva diventare la nuova facciata, denominata “facciatone”.

Volta del Battistero e fonte battesimale

Al di sotto della Cattedrale si trova il Battistero, raggiungibile scendendo una scala monumentale a partire dalla piazza del Duomo nuovo. L’ambiente interno è diviso in tre navate, le cui volte furono interamente affrescate da Lorenzo di Pietro detto il “Vecchietta” tra il 1447 e il 1450 con gli Articoli del Credo. Al centro del Battistero si trova il fonte battesimale, risalente al 1417-1431, costituito da marmi, bronzi e smalti realizzati, tra gli altri, da Donatello, Lorenzo Ghiberti, Jacopo della Quercia.

Acquistando il biglietto unico “Opa si pass” è inoltre possibile visitare – oltre alla Cattedrale, alla libreria Piccolomini, al Museo dell’Opera del Duomo e al Battistero – la cripta, che conserva un ciclo pittorico, risalente alla seconda metà del Duecento, che non solo copre le pareti ma che si estende su colonne, pilastri, capitelli, mensole.

Il “facciatone” © Opera della Metropolitana di Siena

È infine inclusa la salita fino alla terrazza panoramica del “facciatone”, da dove si ammira un panorama unico sul Duomo e sulla città di Siena, nonché sul paesaggio circostante. Acquistando il biglietto dedicato che include la “Porta del cielo” è inoltre possibile salire fino ai tetti, ammirando l’esterno e l’interno della Cattedrale da un’altezza finora preclusa ai visitatori, privilegio esclusivo delle maestranze dell’Opera. Tutte le informazioni utili alla visita sono facilmente reperibili sul sito dell’Opera della Metropolitana di Siena.

Affresco del Pellegrinaio © Santa Maria della Scala

Insieme alla visita di queste meraviglie consiglio una sosta al complesso di Santa Maria della Scala, situato proprio di fronte alla Cattedrale, che costituisce una testimonianza incredibile della storia della città: oltre ad essere luogo di accoglienza dei pellegrini, fu ospedale, ricovero dei poveri e rifugio per i “gettatelli” (i bambini abbandonati), assommando – come la sua complessità architettonica ben rivela – molteplici funzioni. Il luogo più prezioso di tutto il complesso è senz’altro la Sala del pellegrinaio, così chiamato perché inizialmente destinato all’accoglienza dei pellegrini: l’ambiente, un’unica sala con volte a crociera, fu affrescato da vari artisti tra il 1440 e il 1444 secondo un programma iconografico che illustra le attività caritative che venivano svolte.

Fienile e marmi della Fonte Gaia © Santa Maria della Scala

Meritano inoltre una visita sia i locali del fienile – che espongono in mostra i marmi originali della Fonte Gaia realizzata da Jacopo della Quercia – sia il Chiasso vecchio di Sant’Ansano, grande strada coperta che svolgeva la funzione di asse del traffico interno al Santa Maria e su cui affacciano i locali sotterranei che attualmente ospitano il Museo Archeologico Nazionale.

Maestà di Simone Martini © Comune di Siena

Considero imprescindibile la visita del Palazzo Comunale, che sorge su Piazza del Campo e che conserva affreschi imperdibili del Trecento senese quali l’Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti, la Maestà e Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini. Di grande interesse anche la Pinacoteca Nazionale, che custodisce opere – fra i tanti – di Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Sassetta, Domenico Beccafumi, il Sodoma.

Per una sosta a pranzo o a cena consiglio l’Enoteca I Terzi, nei pressi di Piazza del Campo, il cui nome deriva dalla posizione, alla confluenza dei terzi in cui è divisa la città (Terzo di San Martino, Terzo di Camollia e Terzo di Città). L’ambiente confortevole, il servizio sempre impeccabile e il menù semplice ma curato ne fanno uno dei miei ristoranti preferiti.

Alla mia gita ho dedicato una galleria fotografica.

Immagini della Cattedrale, del Battistero e del Museo dell’Opera del Duomo di Siena

Gita a Volterra

Nell’arco di una giornata si possono ammirare alcune delle perle artistiche custodite nella splendida Volterra, cittadina che ha conservato il suo aspetto medievale e dove si può passeggiare respirando l’atmosfera di antica repubblica dell’età dei Comuni. Tra i luoghi che ho visitato, la Pinacoteca e Museo Civico, ospitata nel Palazzo Minucci-Solaini: conserva opere straordinarie (qui una galleria di immagini), tra cui spicca la Deposizione dalla Croce di Rosso Fiorentino, risalente al 1521 e realizzata per la Cappella della Croce di Giorno della Chiesa di San Francesco.

Rosso Fiorentino, Deposizione dalla Croce

Secondo gli studiosi si tratta dell’opera più rappresentativa del Manierismo, oltre ad essere la più famosa realizzata dal pittore. La scena è spartita dalla croce, dalla quale – in alto – viene rappresentata la deposizione del Cristo morto: i personaggi che sostengono il corpo hanno volti e corpi contratti dalla fatica, e si sporgono da scale appoggiate in precario equilibrio. In basso, ai piedi della croce, i dolenti che piangono la morte del figlio di Dio manifestano la propria sofferenza con un fortissimo espressionismo dei volti e delle posizioni, con la Maddalena che abbraccia le gambe della Madonna e San Giovanni che nasconde il volto tra le mani, allontanandosi dal gruppo.

Luca Signorelli, Annunciazione – dettaglio

Accanto alla pala vi sono due opere di Luca Signorelli, una Madonna col Bambino e Santi – dove i personaggi sono disposti a creare due piramidi rovesciate – opera sempre proveniente dalla Chiesa di San Francesco, e un’Annunciazione in cui l’angelo ha ali che ricordano le piume del pavone e la Madonna è inquadrata da un porticato in prospettiva. Altra opera mirabile è la pala del Ghirlandaio rappresentante Cristo in gloria tra santi e il committente, abate Giusto Bonvicini realizzata nel 1492 per la Badia di San Giusto. Lo sfondo del quadro è un paesaggio che ricorda le Balze di Volterra e che forse deriva dall’osservazione diretta del paesaggio circostante la Badia.

Cenni di Francesco, Strage degli innocenti – dettaglio

Ho potuto ammirare anche la Cappella della Croce di Giorno della Chiesa di San Francesco, cui era destinata la pala di Rosso Fiorentino, e i suoi affreschi, realizzati nel 1410 da Cenni di Francesco e rappresentanti scene della vita della Vergine e di Cristo e momenti della storia della Vera Croce (tratta dalla Legenda Aurea di Iacopo da Varagine). Per il ciclo sulla Vera Croce, Cenni di Francesco guardò anche agli affreschi di Agnolo Gaddi nella cappella maggiore della Chiesa di Santa Croce a Firenze.

Cappella della Croce di Giorno nella Chiesa di San Francesco

Tra le scene, la più celebre è senz’altro quella raffigurante la strage degli innocenti. Di grande efficacia espressiva anche quella del trafugamento della Croce da parte di Cosroe e quella di Eraclio che fa decapitare Cosroe e riporta la Croce a Gerusalemme. Gli affreschi di Agnolo Gaddi e di Cenni di Francesco rappresentarono modelli iconografici quando, qualche anno dopo tra il 1452 e il 1466, Piero della Francesca realizzò nella cappella maggiore della Chiesa di San Francesco ad Arezzo il suo straordinario ciclo delle Storie della Vera Croce (ne parlo in questo articolo).

Considero imperdibile anche il Museo Etrusco Guarnacci, nato nel 1761 quando il nobile abate Mario Guarnacci donò la sua collezione archeologica alla città di Volterra, costituendo uno dei più antichi musei pubblici d’Europa. Custodisce una delle più belle raccolte di arte etrusca, particolarmente ricca la collezione di urne, e fra gli oggetti più interessanti espone la stele di Avile Tites, la statuetta bronzea “Ombra della sera” e la splendida urna degli sposi (qui alcune immagini). Avile Tites era un principe guerriero sulla cui sepoltura era collocata questa stele (databile al 560-540 a.C.), che lo rappresenta armato con daga e lancia e in movimento verso sinistra.

Statuetta “Ombra della sera”

“Ombra della sera” è una statuetta filiforme alta 57 cm risalente agli inizi del III secolo a.C., con una singolare acconciatura: corta sulla nuca, con ciuffo sulla fronte e riccioli sulle guance. La statuetta faceva parte della collezione di Filippo Buonarroti a Firenze fin dal 1737, ma poiché proveniva sicuramente da Volterra, Guarnacci l’acquisì intorno al 1750. La sua forma, propria dell’ex-voto allungato di origine nell’area centro-italica, mi ha ricordato la statuetta già ammirata al Louvre e il fascino esercitato dalla statuaria etrusca sull’arte di Alberto Giacometti.

Urna degli sposi – dettaglio

L’urna degli sposi è un altro dei simboli del Museo Guarnacci, e rappresenta due personaggi, verosimilmente una coppia di sposi, distesi nella consueta posizione del banchetto. I loro volti sono caratterizzati da grande realismo e la loro realizzazione, insieme ai particolari delle vesti, rivela una spiccata padronanza tecnica, consentita anche dall’utilizzo della terracotta, materiale che permette la definizione in dettaglio.

Suggerisco senza dubbio la visita di questi luoghi, non prima di una passeggiata per le vie cittadine, con una sosta nella suggestiva piazza dei Priori. Altri siti da visitare sono il Duomo, l’ecomuseo dell’alabastro (ospitato, insieme alla Pinacoteca, nel Palazzo Minucci Solaini), nonché la cinta muraria e le sue porte e, solamente dall’esterno, la fortezza medicea (oggi adibita a carcere).

In occasione della mia gita ho pranzato all’Enoteca del Duca, con un tavolo nella corte esterna. Ho preso un primo al ragù e un tortino di verdure, entrambi ottimi, e un calice di vino consigliatoci dal personale, estremamente gentile e preciso.

Immagini della Cappella della Croce di Giorno della Chiesa di San Francesco

Immagini della Pinacoteca e Museo civico di Volterra

La mostra di Kirchner a Cecina (e la cena al Bucaniere di San Vincenzo)

Davos con chiesa; Davos d estate © Kirchner Museum Davos

Fino al 15 ottobre presso la Fondazione Hermann Geiger di Cecina è visitabile la mostra Ernst Ludwig Kirchner a Davos”, che presenta una bella selezione di opere realizzate dal pittore tedesco durante il suo soggiorno nella cittadina svizzera tra il 1917 e il 1938. La mostra, voluta dalla Fondazione Geiger e organizzata in cooperazione con il Kirchner Museum Davos e con l’Archivio dell’opera completa del pittore, Wichtrach/Berna, cade nel centenario del trasferimento dell’artista in Svizzera.

Autoritratto © Kirchner Museum Davos

Qui Kirchner giunge traumatizzato dalla prima guerra mondiale e in gravissime condizioni, con l’obiettivo di trascorrervi un breve periodo e sottoporsi a cure mediche: “Vorrei restare nel mondo e per il mondo. Queste alte montagne mi aiuteranno”, scrive. Il paesaggio alpino del Cantone dei Grigioni diventerà invece l’habitat artistico che lo accompagnerà verso un nuovo linguaggio formale, astratto e simbolico, e gli suggerirà potentemente nuove immagini. Kirchner arriva a Davos dopo aver trascorso un periodo nell’esercito e aver sperimentato un’odissea fra un sanatorio e l’altro. Nel 1914 si era arruolato in maniera “involontaria volontaria”, ma nel 1915 viene mandato in congedo per malattia mentale. È ricoverato in sanatorio con una diagnosi di alcolismo e assuefazione a sonniferi e morfina, e nel 1917 trascorre il suo primo soggiorno nella stazione climatica svizzera.

Cimitero nel bosco © Kirchner Museum Davos

Davos nei primi anni Venti stava diventando un moderno centro di cura e di attività sportiva, con oltre quattordici case di cura private, duecentosedici pensioni, otto sanatori pubblici: qui giungono da tutto il mondo aristocratici e uomini di cultura nella speranza di guarire dalla tubercolosi, che nel tempo libero scacciano la noia con il divertimento e costituiscono quella società che Thomas Mann rappresenta ne “La montagna incantata” del 1924. L’alta valle alpina diventa per il pittore luogo di introspezione e rinascita, prendendo il posto della frenetica vita notturna di Berlino, ricca di quelle seduzioni e sfrontatezze che lo avevano affascinato da giovane.

Vecchio montanaro barbuto con cappello nero © Kirchner Museum Davos

Le rappresentazioni della montagna, dei contadini e del loro mondo, degli ospiti dei sanatori e delle attività sportive cui essi si dedicano, sostituiscono le scene di strada berlinesi per le quali il pittore era divenuto famoso: ad esse Kirchner si dedica attraverso la ricerca di un certo isolamento, per avvicinarsi maggiormente alla natura. Parlando della popolazione contadina, di cui idealizza il legame con l’habitat naturale, egli afferma: “Sono molto contento e felice di essere e di rimanere qui. Qui perlomeno posso lavorare un po’ nei giorni favorevoli e stare tranquillo in mezzo a questa gente semplice e buona”. Condivide questo periodo di rinascita con la compagna Erna Schilling, conosciuta insieme alla sorella Gerda fra il 1911 e il 1912 durante un’uscita notturna a Berlino.

Nina Hard ed Erna Schilling davanti alla baita di Kirchner sulla Stafelap © Kirchner Museum Davos

Dapprima sua modella e amante, Erna diventa sua critica e sua principale collaboratrice, nonché mediatrice verso il mondo esterno. La compagna è protagonista di una serie di ritratti fotografici, cui Kirchner si dedica utilizzando la fotografia come strumento di scoperta e di invenzione, senza tuttavia mai considerarla come genere artistico a sé stante. Il pittore fotografa se stesso, Erna, gli ospiti che accoglie nella propria abitazione, il paesaggio alpino, la popolazione contadina, soggetti nudi sia in interno che in ambienti esterni, realizzando così un archivio di idee e di documentazione della propria attività di artista.

Tre nudi nel bosco © Kirchner Museum Davos

La mostra espone numerose di queste fotografie, che costituiscono un’ulteriore testimonianza artistica oltre ai dipinti, alle xilografie, ai disegni e alle litografie, una raccolta generosa di opere d’arte imperdibili per una mostra davvero molto interessante.

Signora seduta © Kirchner Museum Davos

Questa esposizione è stata l’occasione per scoprire la Fondazione Hermann Geiger, ente morale senza finalità di lucro, e visitare il suo splendido spazio culturale, peraltro con ingresso libero. Il personale è stato gentilissimo, e il materiale cartaceo a disposizione dei visitatori per approfondire l’opera e la figura di Kirchner – anch’esso gratuito – abbondante ed esaustivo.

 

 

Il tramonto dalla terrazza del Bucaniere

In occasione di questa visita mi sono poi recata a cena a San Vincenzo, distante 20 minuti in auto, e sono andata al Bucaniere, ristorante “pied dans l’eau” disegnato da Massimiliano Fuksas e gestito da Fulvietto Pierangelini, figlio del proprietario del Gambero Rosso.

Un’esperienza che consiglio caldamente, per ammirare il sole che tramonta sul mare e assaggiare deliziosi originali piatti in un ambiente molto suggestivo.

Le straordinarie vicissitudini del dipinto di Donna Franca Florio

Giovanni Boldini, Ritratto di Donna Franca Florio, versione del 1924, definitiva

In occasione della mostra dedicata a Giovanni Boldini al Vittoriano ho scoperto la straordinaria storia del dipinto di Donna Franca Florio, esposto in via del tutto eccezionale perché coinvolto nella procedura giudiziaria che ha interessato il suo proprietario, il Gruppo Acqua Marcia di Bellavista Caltagirone. Il dipinto è stato messo all’asta ed aggiudicato lo scorso maggio da un acquirente la cui identità è rimasta riservata, nonostante una mobilitazione collettiva e un crowdfunding affinché l’opera potesse essere acquistata e rimanere nella città del suo committente, Palermo. La recente asta tuttavia è stato solo l’ultimo atto di una vicenda davvero incredibile, cominciata con la commissione dell’opera a Giovanni Boldini da parte del magnate siciliano Ignazio Florio nel 1901.

Donna Franca Florio

Don Ignazio era l’erede di una delle più ricche dinastie italiane fin de siècle (la famiglia aveva interessi in ogni settore dell’economia siciliana, e soprattutto deteneva la partecipazione di maggioranza della Società di Navigazione italiana, che vantava una delle più vaste flotte di navi a vapore del Mediterraneo), e intendeva affidare al più apprezzato ritrattista dell’alta società europea il compito di effigiare la splendida moglie, celebrando al contempo lo status elitario della propria illustre famiglia. Boldini dunque si recò a Palermo e – dopo aver scelto insieme a Donna Franca l’abito da sera più adeguato nel suo guardaroba – iniziò il dipinto. Il lavoro procedeva alternato a ricevimenti, serate di gala e gite, in un clima di grande sfarzo e vivacità intellettuale.

Giovanni Boldini fotografato nel suo atelier davanti al dipinto di Donna Franca Florio realizzato nel 1901. Foto di proprietà dell’Archivio Boldini di Bologna

Quando però l’opera fu infine conclusa e consegnata, scatenò un putiferio, perché il pittore aveva interpretato la ieraticità e staticità di Donna Franca conferendole un atteggiamento più spontaneo e spregiudicato, molto sensuale, ritenuto inaccettabile da Don Ignazio: Boldini aveva modificato profondamente il vestito scelto rappresentando uno scollo vertiginoso, lo aveva accorciato per mostrare le gambe della donna e aveva calato sul suo braccio una spallina dell’abito. La libera interpretazione del pittore è evidente se si confronta il dipinto – testimoniato da una foto in cui Boldini posa di fronte ad esso – e il vestito indossato per l’occasione del ritratto da Donna Franca, oggi esposto alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze.

Vestito di Donna Franca Florio conservato alla Galleria del costume di Palazzo Pitti a Firenze © ilovegreeninspiration.com

Ignazio Florio si rifiutò di pagare il quadro al pittore, che nel frattempo era tornato a Parigi, perché lo riteneva oltraggioso delle qualità morali della moglie. Boldini chiese per ben quattro volte il pagamento della somma pattuita, senza esito, se non quello di rientrare in possesso del dipinto per custodirlo nel suo studio, disponibile – a tempo debito – ad apportare le modifiche ritenute necessarie dal committente.

Giovanni Boldini, Ritratto di Donna Franca Florio, versione presentata alla Biennale di Venezia del 1903

Nel frattempo, nel 1903, espose alla V Biennale di Venezia un quadro rappresentante Donna Franca a figura intera, suscitando grande scalpore perché la donna esibiva un sautoir composto da 365 perle, ben più lungo di quello posseduto dalla Regina Margherita. In questa versione, Donna Franca indossava un ricco abito di velluto nero lavorato ad intaglio, del tutto simile – tranne per lo scollo – al vestito conservato alla Galleria del Costume. Questo secondo dipinto, realizzato sempre su commissione di Don Ignazio, scomparve nel corso della seconda guerra mondiale, e di esso si sono perse le tracce.

Braccio destro del dipinto di Donna Franca, nella versione del 1924

Intanto con il passare degli anni i rapporti tra Boldini e i Florio si erano mantenuti buoni, e Don Ignazio decise di acquistare anche la versione del 1901, una volta apportati gli opportuni aggiustamenti: Boldini modificò lo scollo del vestito alzandone lo spallino destro, allontanò il braccio destro dal corpo e portò la lunghezza dell’abito fino alle caviglie, ripensando infine la posizione del piedi per avvicinarli l’uno all’altro. Inserì infine una sedia nell’angolo in basso a destra, non visibile nella versione del dipinto del 1901, e la data, 1924.

L’opera andò ad adornare le pareti della dimora romana di Donna Franca, ma in seguito al fallimento della Società di Navigazione Florio fu acquistata nel 1927-28 dal Barone Maurice de Rothschild, che nel 1933 l’espose a New York in occasione della retrospettiva su Boldini alla Galleria Wildestein.

Firma del pittore e data apposte sul quadro del 1924

I discendenti del Barone la misero in vendita nel 1992 presso Christie’s a New York, poi il dipinto ricomparve in asta a Sotheby’s nel 2005, quando fu acquistato dalla Società Acqua Marcia di Bellavista Caltagirone, che lo conservò ed espose al pubblico nell’Hotel Villa Igiea di Palermo, antica dimora dei Florio, da essa gestito. Qui il dipinto – un’opera senza pace! – è rimasto per pochi anni, perché la società Acqua Marcia è stata dichiarata fallita dopo il coinvolgimento in un’inchiesta dalla quale Bellavista Caltagirone è uscito indenne, con due assoluzioni e un’archiviazione, secondo le notizie che si possono reperire in rete. Prima che giungessero le assoluzioni, però, proprio a causa delle inchieste il gruppo è fallito ed è stato posto in liquidazione. Tra i beni messi all’asta anche la celebre tela di Boldini.

Il dipinto di Donna Franca non solo ha attraversato le vicissitudini dei suoi proprietari – le cui fortune hanno tutte conosciuto una parabola discendente – ma è stato anche interessato dalle peripezie che hanno riguardato la sua genesi, e che solo ultimamente stanno giungendo a una chiarezza di interpretazione.

Braccio sinistro del dipinto di Donna Franca, nella versione del 1903

Nel 2015 la Soprintendenza dei Beni Culturali ed Artistici di Palermo ha effettuato un’indagine diagnostica sui diversi strati pittorici del dipinto del 1924, dimostrando che esso non è una replica, realizzata ex novo, dell’opera rifiutata da Florio nel 1901, ma è lo stesso quadro, conservato da Boldini nel proprio studio per oltre un ventennio e poi modificato secondo la richiesta del suo committente.

Braccio sinistro del dipinto di Donna Franca, nella versione del 1924. All’altezza del dorso della mano si nota la manica nera del vestito presente nella versione del 1903

Infine secondo gli esperti della Casa d’aste Bonino, che ha curato l’asta del maggio scorso, non esiste alcuna distinzione fra il quadro del 1901-1924 e quello del 1903 che è ritenuto disperso, perché si tratta – sempre e soltanto – della stessa opera, in tre versioni diverse: non più due quadri distinti, ma tre versioni sovrapposte sulla stessa tela, quella del 1901, del 1903 e infine del 1924. Secondo gli esperti di Bonino la versione esposta alla Biennale, in cui il vestito di Donna Franca termina con una ricca gonna, fu coperta da Boldini con ampi ritocchi di pittura, visibili ad esempio sotto l’incarnato delle braccia, e con l’introduzione dello sgabello in basso a destra.

Etichetta della partecipazione alla Biennale di Venezia rinvenuta sul retro del telaio © Casa di Vendite Bonino

A ulteriore conferma di questa teoria inoltre, nel corso della predisposizione dell’asta i tecnici hanno rinvenuto, sul retro del telaio, l’etichetta che segnala la partecipazione alla Biennale di Venezia con il numero 725.

Ecco le tre versioni – nelle diverse testimonianze che abbiamo di ciascuna di esse – qui virtualmente riunite a mostrare l’evoluzione dell’opera dal 1901 al 1924:

Speriamo dunque che questa opera straordinaria, dalla storia così intricata e al contempo stimolante, possa tornare presto al pieno godimento del pubblico.

Giovanni Boldini in mostra al Vittoriano a Roma

L’Ara Pacis Augustae, un viaggio nel passato

L’Ara Pacis © Museo dell’Ara Pacis

Sono andata ad ammirare l’Ara Pacis, uno dei miei luoghi del cuore a Roma, approfittando dell’iniziativa “L’Ara com’era”: si tratta di un progetto che consente di ammirare il monumento restituito ai suoi colori originali, e di scoprirne la storia attraverso il racconto in realtà virtuale.

L’Ara Pacis a colori, ammirabile grazie alla realtà aumentata © Museo dell’Ara Pacis

L’Ara Pacis Augustae fu fatta erigere dal Senato tra il 13 e il 19 a.C. in onore di Augusto per il suo felice ritorno dalla Gallia e dalla Spagna. È un altare alla Pace che si compone di un recinto marmoreo che racchiude la mensa, ovvero l’altare vero e proprio, sul quale si compivano le offerte.

La sera della mia visita (gli ingressi sono solo serali, ogni venerdì e sabato, dalle 19,30 alle 22,00, ogni 15 minuti), ho ricevuto un visore Samsung GearVR e un paio di cuffiette, e ho iniziato il mio percorso insieme a una ventina di persone, ciascuna equipaggiata come me. Ho seguito un itinerario articolato in vari punti di osservazione, a partire da un’introduzione che – a volo di uccello – mi ha portato indietro nel tempo a planare sull’Ara ai tempi di Augusto. Nelle tappe successive ho ascoltato la descrizione e la storia delle varie rappresentazioni presenti sui marmi esterni del recinto, che per la prima volta ho potuto ammirare nei loro vividi colori originali, e con animazioni in 3d.

Processione solenne, con Augusto, sul lato sud del recinto © Museo dell’Ara Pacis
Processione sul lato nord del recinto © Museo dell’Ara Pacis

Il percorso si è dipanato sui lati nord e sud del recinto dove si trova raffigurata, in due lunghi rilievi, una processione solenne. Potrebbe essere la processione che, nel 13 a.C., inaugurò l’Ara Pacis stessa. Fra i partecipanti, insieme a sacerdoti, magistrati, uomini donne e bambini, spicca Augusto, con il capo coperto dalla toga in qualità di massimo sacerdote. Secondo lo stile della rappresentazione, l’avvenimento qui illustrato è collocato in una dimensione atemporale, l’attimo storico è immagine di un ordine eterno, quello secondo cui la pietas religiosa guida lo Stato.

Lato ovest del recinto © Museo dell’Ara Pacis
Riquadro di Enea che offre un sacrificio ai suoi Penati, a colori © Museo dell’Ara Pacis

Sul lato ovest, quello dell’ingresso all’altare, ho ammirato due rilievi a destra e a sinistra dell’ingresso. In quello di destra vi è Enea giunto nel Lazio, mentre offre un sacrificio ai suoi Penati messi in salvo da Troia: il loro tempio – che l’eroe troiano aveva fatto costruire – è già pronto, e davanti ad esso due assistenti portano la scrofa da immolare. A sinistra dell’ingresso un rilievo simmetrico rappresenta il ritrovamento della lupa con i due gemelli, Romolo e Remo, di fronte al pastore Faustolo e a Marte.

Lato est dell’Ara Pacis © Museo dell’Ara Pacis
Riquadro della Tellus a colori © Museo dell’Ara Pacis

Sul lato est, a sinistra si trova il rilievo detto “della Tellus”, che illustra una figura materna seduta su una roccia mentre tiene in braccio due neonati che giocano. Dietro di lei crescono spighe, papaveri e altre piante. Questa figura ricorda Venere, Cerere e appunto la dea Tellus, e rappresenta la divinità della fecondità e della crescita. Ai suoi lati vi sono due Aurae, quella di mare – seduta sopra un mostro marino – e quella di terra, che vola su di un cigno: esse sono le personificazioni dei venti di mare e di terra, portatori di pioggia e di bel tempo. Secondo alcune interpretazioni, il rilievo rappresenta la Pax Augusta, la Pace cui l’altare è dedicato. Sul pannello di destra rimane un frammento del rilievo dedicato alla Dea Roma, seduta su un trofeo di armi.

Decorazione a spirali vegetali all’esterno del recinto, nella fascia inferiore © Museo dell’Ara Pacis

La metà inferiore dell’intero recinto è ornata da tralci ornamentali, che si sviluppano sui lati esterni dell’altare a partire da grossi cespi di acanto: rappresentano anch’essi fecondità e pienezza ma, lungi da un fiorire ed arrampicarsi disordinato, si estendono in una struttura organizzata secondo una simmetrica e ordinata geometria.

La visita, che ha avuto una durata di 45 minuti circa, è stata una bella occasione per godere di un luogo davvero magico, ed ammirarlo così come doveva apparire ai tempi in cui esso fu immaginato e realizzato: un’esperienza che coinvolge ed emoziona, un vero e proprio viaggio nel passato.