A Jesi con Federico II, Giovan Battista Pergolesi, Lorenzo Lotto. Tra Trecento, Rococò, Rinascimento e Medioevo

Torrione angolare rotondo e cinta muraria in Costa del Montirozzo

È difesa da una splendida cinta muraria trecentesca la cittadina di Jesi, che ha dato i natali a Federico II di Svevia, nato – secondo la tradizione – in una tenda nell’attuale piazza del Duomo il 26 dicembre 1194.  I bastioni difensivi sono perfettamente conservati nella parte occidentale e sono percorribili in alcuni tratti, mentre esternamente si impongono con forza i torrioni angolari, che impressionano per la loro forza: rappresentano un’occasione per ammirare questa cittadina dall’alto, prima di discendere e inoltrarsi nelle vie che ne caratterizzano il centro storico.

Piazza Federico II

Piazza del Duomo sorge sul luogo dove si trovava il foro romano ed è intitolata a Federico II per ricordarne la nascita, “Imperatore del sacro romano impero, re dei romani, d’Italia, di Germania, di Sicilia, di Gerusalemme, di Arles e su tutto uomo di pace”, come recita una lapide posta su Palazzo Ripanti. Proprio per celebrare questa figura straordinaria, in Palazzo Ghisleri è stato da poco inaugurato il museo  “Federico II Stupor mundi, che in sedici sale su tre livelli permette di conoscere la storia dell’imperatore svevo, spaziando tra l’arte, la letteratura e la cultura scientifica di quell’epoca.

Museo Federico II Stupor Mundi, Imperatore

La ricostruzione, assolutamente fedele ai fatti storici, si avvale di installazioni video, plastici, rievocazioni architettoniche e sartoriali, e accompagna il visitatore in un viaggio che, dalla nascita di Federico II, figlio di Costanza d’Altavilla e di Enrico VI (figlio a sua volta di Federico Barbarossa), rammenta la sua educazione e la sua incoronazione a Re di Germania e Sicilia e quindi ad imperatore del Sacro Romano impero, avvenuta all’interno della Basilica di San Pietro di cui è ricostruito l’interno di epoca romanica.

Museo Federico II Stupor Mundi, Sicilia arabo-normanna

Evocando la Zisa di Palermo si ricrea l’atmosfera della Sicilia della sua epoca, caratterizzata dalla convivenza di culture diverse e dalle architetture arabo-normanne, e in un’altra sala si racconta la storia di Lucera, dove l’imperatore fece trasferire i saraceni di Sicilia che gli si erano ribellati. Con il plastico di Castel del Monte si mostrano le rocche che Federico II fece costruire e si racconta l’iconografia della Porta di Capua, oggi completamente distrutta. Si narra la crociata che lo vide impegnato nel 1228, con la quale conquistò Gerusalemme senza alcun combattimento ma grazie a un accordo diplomatico con il nipote di Saladino, il difficile rapporto con il papato e la lotta contro i comuni: quindi il declino, dopo la sconfitta a Parma e infine la morte, sopraggiunta a Fiorentino di Puglia.

Museo Federico II Stupor Mundi, La falconeria

Una sala è riservata alla falconeria, cui egli – da appassionato cacciatore con il falco – dedicò il trattato “De arte venandi cum avibus”. In ogni sala il visitatore può decidere quanto approfondire le tematiche proposte, grazie ai vari livelli di lettura che affascinano e intrigano sia chi si avvicina per la prima volta a questa figura, sia l’appassionato e l’esperto di Medioevo. Consiglio fortemente la visita di questo museo, davvero di grande interesse, capace di avvincere e affascinare nel rispetto della verità storica, ben allestito e con personale di grande gentilezza.

Il giardino dell’Hostaria Dietro le Quinte

Al termine della mia visita ho pranzato presso l’Hostaria dietro le quinte, che si trova in piazza della Repubblica accanto al Teatro Pergolesi: mi sono trovata benissimo, con una cucina di ottimo livello, piatti originali e preparati con cura, un servizio accogliente e tempestivo, un giardino incantevole per riposarsi e mangiare con calma.

Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti – soffitto

Mi sono infine recata presso Palazzo Pianetti, dove si trova la Pinacoteca Civica e la Galleria di Arte contemporanea. Il palazzo risale al 1748 ed è l’esempio più significativo di architettura settecentesca a Jesi: è un edificio residenziale patrizio che al piano nobile vanta un’eccezionale Galleria degli Stucchi, meraviglioso esempio di rococò realizzato tra il 1767 e il 1770 che, per una lunghezza di settanta metri, narra il viaggio dell’uomo verso la conoscenza. Ricorrendo ad allegorie e simbologie che riempiono ogni superficie visibile, si rappresenta il tempo che scorre, il ciclo dei quattro elementi, i continenti, le Arti Liberali, le Virtù Cardinali, scene lagunari e marine.

Il soffitto di una delle sale di Palazzo Pianetti

Oltre alla Galleria, i soffitti del Palazzo catturano l’attenzione per la loro bellezza e sviluppano il tema delle Storie di Enea dispiegandone i motivi nelle volte di sei stanze. La Pinacoteca custodisce inoltre alcune opere davvero imperdibili di Lorenzo Lotto, fra cui la concitata e commovente Deposizione (ogni personaggio esprime in modo unico ed originale il dolore per la morte del Cristo), l’Annunciazione, che si caratterizza per la spontaneità delle reazioni (Maria è rappresentata quasi spaventata, colta di sorpresa dall’apparizione improvvisa dell’Angelo), la Pala di Santa Lucia (che nella scenografia rievoca l’architettura esina di Palazzo della Signoria), la Madonna delle Rose, con un vivacissimo Bambin Gesù che si slancia verso Giuseppe, la Visitazione, con quattro figure femminili raccolte in un interno domestico e l’unico uomo, Zaccaria, posto ad assistere dal limite di una porta.

Lorenzo Lotto, Cristo deposto nel sepolcro – dettaglio

Oltre alla Pinacoteca, collocata al piano nobile, il Palazzo offre la Galleria d’arte contemporanea ospitata al piano superiore, nell’appartamento ottocentesco, e infine il nuovo Museo Archeologico, inaugurato lo scorso dicembre presso le Scuderie. Si tratta di uno spazio che permette di ricostruire la storia di Jesi e della Vallesina dal Paleolitico fino all’epoca romana, e che – tra le opere in esposizione – vanta otto statue di età giulio-claudia scoperte all’interno di una cisterna sotto l’attuale Palazzo Mestica.

Teatro Pergolesi

Al termine della visita mi sono concessa una passeggiata nel centro storico, ammirando il Teatro cittadino intitolato a Giovan Battista Pergolesi, nato a Jesi nel 1710 e divenuto uno dei più importanti compositori di musica barocca in Italia, e contemplando Palazzo della Signoria, che mostra le sue forme rinascimentali riconducibili al genio del senese Francesco di Giorgio Martini. Ho lasciato questa cittadina a malincuore, perché non sono riuscita a vedere tutto quel che avrei voluto (ad esempio la Casa-Museo Colocci-Vespucci, Palazzo Bisaccioni e la sua quadreria, la Biblioteca Planettiana, l’interno del teatro Pergolesi), ma con la certezza di tornare presto, magari in occasione del Palio di San Floriano (il santo protettore della Città) che si svolge ogni anno a maggio.

Chiesa di San Marco

Come ultimo ricordo, ho la visita della Chiesa di San Marco, situata subito fuori il centro cittadino, che venne fondata dai monaci benedettini nella prima metà del XIII secolo. Conserva magnifici affreschi risalenti al XIV secolo, testimonianza preziosa dell’influenza della lezione giottesca nelle Marche: tra le scene che si possono ammirare, sopravvissute a distruzioni e rimaneggiamenti successivi, quello meglio conservato è la Crocifissione, collocata dietro l’altare.

Pubblico una galleria di immagini dedicata alla mia gita. Per organizzare una visita, consiglio il blog di Destinazione Marche, che è ricco di spunti e suggerimenti utili, ad esempio sulle dieci cose da fare e vedere a Jesi, oltre che il sito del turismo del Comune di Jesi (che indica anche un elenco delle guide turistiche abilitate) e ovviamente il portale turismo della Regione Marche.

Immagini della gita a Jesi

La storia dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze

Andrea della Robbia, Putto in fasce

In fervente attesa che riapra lo splendido verone che ospita la caffetteria dell’Istituto degli Innocenti, realizzato nell’antico stenditoio dell’Ospedale e da cui la vista spazia sui tetti di Firenze fino alla Cupola di Santa Maria del Fiore, ho avuto occasione di visitare il Museo inaugurato nel giugno 2016, dedicato all’affascinante storia di un’Istituzione che da sei secoli si prende cura dei più deboli, i bambini abbandonati.

Alla prima metà del Quattrocento Firenze era una città con una solida rete assistenziale, con il grande ospedale di Santa Maria Nuova ed altre istituzioni che offrivano cure agli infermi e davano ospitalità a pellegrini, mendicanti e forestieri. Fra di esse gli ospedali di San Gallo e di Santa Maria della Scala accoglievano, oltre ai poveri e agli ammalati, anche i bambini abbandonati, e le confraternite come il Bigallo e la Misericordia offrivano cure ai bambini di ogni età che ne avevano bisogno.

Il prospetto dell’Istituto degli Innocenti su Piazza Santissima Annunziata

Nel 1410 il mercante Francesco Datini promosse la fondazione di un ospedale per i trovatelli con un lascito di mille fiorini e nel 1419 l’Arte della Seta acquistò un terreno sulla piazza dei Servi e iniziò la costruzione del nuovo Ospedale di Santa Maria degli Innocenti affidandone il progetto a Filippo Brunelleschi, che all’epoca era impegnato nel concorso pubblico per la realizzazione della cupola di Santa Maria del Fiore. Brunelleschi eseguì il progetto e diresse i lavori per otto anni, fino al 1427, quando venne chiamato ad altri incarichi. Al suo progetto si devono il loggiato (una delle più importanti realizzazioni architettoniche del Rinascimento, d’ispirazione per tantissime reinterpretazioni successive e determinante per l’aspetto di tutti gli altri edifici affacciati sulla piazza), il cortile centrale e i due locali affiancati, ovvero la Chiesa e il dormitorio dei bambini.

Pittore fiorentino, Madonna degli Innocenti – dettaglio

Nel 1436 alla direzione dei lavori subentrò Francesco della Luna, le cui modifiche e aggiunte  suscitarono le critiche del Brunelleschi, come riporta anche il Vasari nella sua biografia: “Il quale Francesco fece il ricignimento d’uno architrave che corre a basso di sopra, il quale secondo l’architettura è falso; onde tornato Filippo e sgridatolo perché tal cosa avesse fatto, rispose averlo cavato dal tempio di San Giovanni che è antico. Disse Filippo: «Un error solo è in quello edifizio, e tu l’hai messo in opera».” I lavori proseguirono negli anni successivi e l’edificio fu inaugurato – benché non ancora concluso – il 25 gennaio 1445: il 5 febbraio, festa di Sant’Agata, l’Ospedale accolse la prima bambina, cui fu dato nome Agata Smeralda. Nel 1487 negli occhi collocati tra i pennacchi della facciata, concepiti vuoti dal Brunelleschi, furono inserite le terracotte invetriate rappresentanti un putto in fasce, realizzati da Andrea della Robbia: il putto, secondo un’antica usanza, veniva fasciato – ovvero stretto con lunghe strisce di stoffa – nella convinzione che questo servisse a proteggerlo e a raddrizzarne le ossa, e  divenne simbolo dell’Ospedale il cui scopo era appunto accogliere e proteggere i bambini.

Lapicida fiorentino, Stemma dell’Arte della Seta

In origine i piccoli venivano deposti su una “pila“, una pietra concava a forma di acquasantiera, che si trovava sotto il loggiato e comunicava con la chiesa delle donne. Dal 1660 questo sistema fu abbandonato a favore di una “buca“, raggiungibile da una finestra ferrata situata all’estremità sinistra del loggiato, che consentiva l’abbandono dei soli neonati, apertura che venne infine murata nel 1875: tale decisione venne presa in seguito a un acceso dibattito che coinvolse gli intellettuali del tempo, e mise fine all’ingresso di neonati legittimi, causa del cronico disavanzo economico dell’ente.

Cortile degli uomini

I bambini abbandonati venivano allattati da balie e quindi affidati a famiglie del contado che li allevavano dietro un compenso economico, fino a 5/6 anni di età. Dopo questo periodo, venivano riaccolti nell’Istituto per essere scolarizzati e avviati a una professione, mentre le bambine apprendevano l’arte della tessitura o erano istruite ai lavori domestici presso le famiglie agiate di Firenze, in modo che potessero guadagnarsi la dote matrimoniale. La tutela fisica e morale dei fanciulli veniva garantita fino al compimento dei 18 anni per i maschi, mentre alle femmine era offerta ospitalità fino al matrimonio o alla vocazione monastica.

Cortile delle donne

Con il trascorrere dei secoli la struttura dell’Ospedale crebbe rapidamente, per soddisfare le sempre più numerose richieste: nel Cinquecento vennero costruiti nuovi locali per ospitare la comunità femminile, e gli ampliamenti proseguirono anche nel Seicento, con la realizzazione di ambienti al di là di via della Colonna, collegati al corpo di piazza Santissima Annunziata tramite un corridoio soprelevato. Contemporaneamente, i priori che dirigevano l’Ospedale erano impegnati nell’organizzazione e nei progetti pedagogici destinati agli ospiti, le cui giornate erano scandite da programmi molto rigidi. Dalla fine del Settecento venne invece intrapresa un’opera di riorganizzazione degli spazi, per rispondere a un numero di ingressi che – nella seconda metà del secolo – arrivò al migliaio all’anno.

Immagine d’epoca: una delle sale di separazione per l’allattamento artificiale

Nel corso del Settecento l’attenzione si concentrò anche verso la salvaguardia della salute dei piccoli ospiti, con la diffusione delle vaccinazioni e l’utilizzo di latte artificiale in funzione antivaiolo. Nel 1815 venne inoltre istituito un Ospizio di maternità, affiancato da una cattedra per la formazione professionale destinata all’insegnamento delle pratiche dell’ostetricia. Alla fine del secolo arrivano l’illuminazione elettrica, l’uso di acqua calda e fredda, nuovi servizi igienici e l’allestimento di nuove cucine, innovazioni che resero l’Ospedale un luogo all’avanguardia nell’assistenza ai bambini, tanto che nel 1900 l’Istituzione partecipò all’Esposizione Universale di Parigi.

Una delle sale del Museo

Nel corso del Novecento l’Ospedale ha continuato la propria opera di ammodernamento, assecondando lo sviluppo della nuova cultura dell’infanzia che mette al centro l’interesse del bambino, persona con valori autonomi e soggetto di diritti. Oggi l’Istituto prosegue la propria missione, con servizi socio-assistenziali ed educativi destinati a bambini e famiglie, lo studio e la promozione attraverso attività di ricerca, documentazione e formazione, la tutela e valorizzazione del patrimonio artistico attraverso il Museo degli Innocenti.

Segno di riconoscimento di Saturnina, abbandonata il 23 luglio 1855

Il Museo, allestito nei locali seminterrati, narra dunque la storia dell’Ospedale, dell’edificio che lo ospita e lo sviluppo delle attività assistenziali e delle funzioni mediche svolte nel corso dei secoli, attraverso l’esposizione di opere d’arte, documenti fotografici e video, di oggetti appartenuti ai piccoli ospiti: è commovente la sala dedicata ai segni di riconoscimento che le madri introducevano tra le fasce dei propri bambini abbandonati, nella speranza forse di poterli un giorno riabbracciare. L’archivio storico conserva migliaia di questi piccoli oggetti: medaglie, monete, fermagli, santini, bottoni, pezzetti di stoffa, e alcuni di essi vengono esposti in mostra con l’indicazione del nome del neonato a cui appartenevano.

Raccolta d’arte al primo piano

Una volta conclusa la visita al piano seminterrato, in cui manca l’allestimento della sezione dedicata al Novecento (promessa a breve), si giunge al primo piano, dove una bella raccolta d’arte evidenzia il valore artistico delle opere esposte e il loro legame con la storia dell’Istituzione: fra di esse, quelle di maggior pregio sono l’Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio, la Madonna col Bambino di Luca della Robbia, la Madonna col Bambino in trono e santi di Pietro di Cosimo.

Piero di Cosimo, Madonna in trono col Bambino e i santi Pietro, Giovanni Evangelista, Elisabetta d’Ungheria (?), Caterina d’Alessandria e angeli – dettaglio

Ho realizzato una galleria fotografica dedicata alla mia visita, che comprende qualche immagine del Caffé del Verone prima della sua temporanea chiusura, e ho caricato una mappa del Museo utile alla visita.

Immagini del Museo dell’Istituto degli Innocenti di Firenze

Sotto la Rinascente di via del Tritone a Roma scorre l’acqua della Fontana di Trevi

Acquedotto Vergine: arcate
Acquedotto Vergine: arcate

Inaugurata lo scorso ottobre, la nuova Rinascente di via del Tritone a Roma presenta un elemento di grande interesse che va al di là della passione per la moda e il design. Al livello sotterraneo infatti i lavori di realizzazione del flagship store hanno permesso di portare alla luce un luogo straordinario, che racconta la storia di Roma attraverso i secoli. Lo scavo archeologico, che ha riguardato quattro mila metri quadrati, ha consentito di studiare le strutture che sorgevano in questa area, tra cui una domus del IV secolo d.C., alcune insulae del II secolo d.C., un complesso termale ornato con pavimenti a mosaico, la Via Salaria Vetus, ovvero la via commerciale del sale, e l’Acquedotto Vergine, di cui si possono ammirare quindici arcate perfettamente conservate, che si sviluppano per una lunghezza di sessanta metri. Questa magnifica struttura fu progettata dal genero di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa, e venne inaugurata dall’imperatore nel 19 a.C.

Proiezione con il tragitto dell'Acquedotto Vergine nella città di Roma
Proiezione con il tragitto dell’Acquedotto Vergine nella città di Roma

Si articolava lungo un percorso di 20,4 km e serviva ad alimentare la zona del Campo Marzio, dove si trovavano le Terme di Agrippa. L’acqua veniva captata da alcune sorgenti nei pressi dall’Aniene e lungo il tragitto provvedeva anche all’alimentazione di tutte le più importanti fontane del centro storico, tra cui la Fontana di Trevi, la Fontana della Barcaccia, la Fontana dei Quattro Fiumi.

Ricostruzione virtuale del quartiere antico portato alla luce dallo scavo archeologico
Ricostruzione virtuale del quartiere antico portato alla luce dallo scavo archeologico

L’acquedotto, ancora oggi in funzione, è qui perfettamente visibile, mentre il resto delle strutture rinvenute nel corso dello scavo sono state reinterrate e vengono raccontate attraverso videoproiezioni. Grazie alla ricostruzione virtuale realizzata da Rinascente, è possibile distinguere la struttura di epoca romana (19 d.C. – III secolo d.C.) dalle aggiunte di epoca successiva, medievale (VI – XIV secolo), del XV secolo e moderna (XVI – XX secolo).

Ricostruzione virtuale del giardino della domus
Ricostruzione virtuale del giardino della domus

Si possono inoltre immaginare la ricca domus, con la sala per i banchetti e la grande aula di ricevimento dal pavimento in marmi pregiati, il balneum, composto dalla sauna, il calidarium, il frigidarium, gli spogliatoi, ornato da un pavimento a mosaico con scene marine, e la Via Salaria Vetus, lungo la quale sono stati ritrovati tre monumenti allineati, interpretati come sepolcri, in tufo e travertino (risalenti al I secolo a.C.).

Un luogo senz’altro da visitare, per sperimentare ancora una volta lo stupore e il senso di vertigine che la città di Roma è capace di regalare.

Altre immagini:

Mappa:

Le ultime vestigia del perduto porto di Ripetta

Fontana Clementina del Porto di Ripetta a Roma
La fontana clementina

Nella piazzetta situata fra via di Ripetta e ponte Cavour si trovano una fontana senza acqua e due belle colonne, ultime vestigia dello scomparso Porto di Ripetta. Il porto sorgeva nell’area immediatamente antistante la chiesa di San Girolamo degli Schiavoni e fu costruito nel 1704 da Alessandro Specchi – con la collaborazione di Carlo Fontana – per volere di Papa Clemente XI Albani.

Una delle due colonne con le indicazione delle esondazioni del Tevere
Una delle due colonne con le indicazione delle esondazioni del Tevere

La costruzione era splendida, presentava due ampie scalinate curve che dal piano della strada scendevano fino al livello del Tevere, seguendo un movimento sinuoso che più tardi si ritroverà anche nella scalinata di Trinità dei Monti. Al centro si apriva un emiciclo con una fontana, utilizzata per abbeverare gli animali, e una balaustra delimitata da due colonne, utilizzate per indicare il livello delle alluvioni in occasione delle esondazioni fluviali. Il porto serviva il traffico fluviale dell’alto Tevere, e le imbarcazioni che vi attraccavano, provenienti dal nord, vi smerciavano materiali e prodotti come legna, vino, olio. Esso era così chiamato per distinguersi dall’altro porto, più importante e riservato al traffico marino, di Ripa Grande, che era situato alla foce del fiume.

Immagine tratta dal volume "Excursions daguerriennes: vues et monuments les plus rémarquables du globe" di Lerebours
Immagine tratta dal volume “Excursions daguerriennes: vues et monuments les plus rémarquables du globe” di Lerebours

L’aspetto del porto di Ripetta si può immaginare grazie alle numerose sue immagini risalenti al Settecento e all’Ottocento, di cui una appartenente alle “Excursions daguerriennes: vues et monuments les plus rémarquables du globe” pubblicate fra il 1840 e il 1844 dall’ottico e dagherrotipista Lerebours: il volume doveva sua peculiarità al processo di realizzazione delle immagini, incisioni ricavate da dagherrotipi scattati da pionieri della fotografia. Una di esse, che trovai su una bancarella di Digione qualche anno fa, è appunto il porto di Ripetta, e vi si scorgono perfettamente le due colonne – che adesso si trovano a poca distanza dalla loro collocazione originaria – e la forma dell’emiciclo.

Fontana Clementina, retro, del Porto di Ripetta a Roma
Il lato posteriore della fontana

Si intuisce invece la fontana, che fu realizzata con il travertino proveniente dalle arcate del Colosseo crollate per il terremoto del 3 febbraio 1703. La forma della fontana è rimasta inalterata, e presenta un corpo a scogliera, ornato da una coppia di delfini e da una valva di conchiglia, sormontato tre monti e da una stella (in ferro battuto), simboli araldici della famiglia Albani: nel corso del Settecento sulla sommità fu collocata una lanterna, utile per segnalare l’approdo durante la notte, che venne poi rimossa nel 2014 a causa di un cedimento.

Ettore Roesler Franz, Porto di Ripetta, 1888
Ettore Roesler Franz, Porto di Ripetta, 1888

Anche gli acquarelli realizzati da Ettore Roesler Franz fra il 1878 e il 1888 restituiscono la bellezza e l’autenticità del luogo, mostrandone la vista dai prati di Castello, la fontana e i tratti terminali delle scalinate destra e sinistra. Con il passare del tempo le condizioni del porto decaddero irrimediabilmente, e quando alla fine del 1800 si trattò di costruire i nuovi muraglioni per arginare le alluvioni del Tevere e consentire una nuova viabilità, esso fu in parte distrutto e in parte interrato sotto l’attuale Lungotevere in Augusta, per la cui costruzione il letto del fiume venne spostato verso la sponda di Prati. Nel punto in cui si trovava la fontana clementina curiosamente ancora oggi l’acqua zampilla, ma dalla fontana del Meier situata di fronte all’Ara Pacis.

L’idrometro che si trova sulla chiesa di San Rocco
L’idrometro che si trova sulla chiesa di San Rocco

Sul lato orientale della chiesa di San Rocco si trova un’ultima testimonianza del porto scomparso: un idrometro, risalente al 1821, che si componeva di cinque segmenti collocati ad altezze diverse in vari punti del porto. I primi tre segmenti si trovavano sulle gradinate, il quarto su uno spigolo del palazzo affacciato sul fiume, il quinto – questo – sulla facciata rivolta su via di Ripetta. Con la demolizione dello scalo i primi quattro segmenti andarono perduti, l’ultimo venne murato in Largo San Rocco dove oggi si ammira. Lungo la sua altezza, accanto alla scala metrica, sono segnati i livelli raggiunti dal Tevere nel corso delle sue esondazioni: la tacca più alta è relativa alla tremenda alluvione del dicembre 1598, quando l’acqua raggiunse i 19,56 metri di altezza. In quell’occasione la forza del fiume fu tale da demolire tre arcate dell’antico Ponte Emilio, oggi Ponte Rotto, rendendolo definitivamente inutilizzabile.

Ettore Roesler Franz, La fontana clementina al porto di Ripetta, 1878
Ettore Roesler Franz, La fontana clementina al porto di Ripetta, 1878

Alla fontana clementina la Soprintendenza di Roma ha dedicato una pagina, quale bene bisognoso di restauro (quantificato in 180.000 euro) ed auspicato destinatario di un atto di mecenatismo.

Altre immagini:

Mappa del luogo:

La sacra cintola di Prato: una mostra per ripercorrerne la storia e l’iconografia

Bernardo Daddi, Assunta

Nel Duomo di Prato si conserva una sottile striscia di lana che la tradizione vuole sia la Sacra Cintola, ovvero la cintura che cingeva la veste funebre della Madonna in occasione della sua morte: il Vangelo apocrifo dello Pseudo-Giuseppe d’Arimatea narra che durante l’assunzione in cielo, Maria donò la cintola al discepolo Tommaso in gesto di benevolenza e a testimonianza dell’evento miracoloso.  Questa storia e il suo seguito si apprendono nel corso della mostra organizzata a Palazzo Pretorio dal titolo “Legati da una Cintola”, visitabile fino al 25 febbraio.

Agnolo Gaddi, Storie della Vergine e della Cintola: Nave con Michele e Maria che torna in Italia

Secondo la tradizione pratese, tramandata oralmente fino al dodicesimo secolo, San Tommaso lasciò la cintola a un sacerdote, affinché il sacro oggetto fosse venerato in una chiesa da costruire in onore della Madre di Gesù. Il sacerdote però non mantenne l’impegno, e la reliquia venne conservata dai suoi discendenti  fino a quando, intorno al 1140, giunse nelle mani di un pratese di nome Michele Dagomari, arrivato in pellegrinaggio a Gerusalemme. Nella città santa Michele si innamorò di una fanciulla di nome Maria, che sposò all’insaputa del padre di lei: fu quindi costretto alla fuga e tornò a Prato in nave, portando con sé la reliquia ricevuta come dono di nozze. Michele tacque del prezioso dono fino a quando, in punto di morte, consegnò la cintura a Uberto, preposto della Pieve di Santo Stefano (che sorgeva sul luogo dove fu poi edificato il Duomo di Prato), svelandogliene l’origine. I documenti successivi attestano che la reliquia fu conservata di fianco all’altare maggiore almeno fin dalla metà del Duecento, suscitando una tale devozione da assumere un importantissimo ruolo civile e religioso: nei secoli è rimasta il tesoro più prezioso della città, diventando il simbolo dell’identità e dell’autonomia di Prato rispetto alle vicine Firenze e Pistoia.

Neri di Bicci, La Madonna assunta che dona la Cintola a san Tommaso fra san Giovanni Battista e San Bartolomeo – dettaglio

Il valore civile della Cintola è tutt’oggi sottolineato dal fatto che essa appartiene a tutta la città, non solo alla sua Chiesa, ed è custodita in un altare che si apre con tre chiavi, di cui una in possesso del Vescovo e due del Sindaco. Sono cinque le sue ostensioni pubbliche, il primo maggio (mese mariano), a Pasqua, il 15 agosto (Assunzione al cielo), l’8 settembre (natività della Vergine) e a Natale: per consentirle furono disposti imponenti lavori nel corpo del Duomo, con la realizzazione di una terrazza interna in controfacciata e la costruzione del pulpito esterno ad opera di Donatello. Inoltre vennero compiute importanti demolizioni per realizzare l’attuale piazza del Duomo, consentendo l’adunanza di un gran numero di pellegrini.

Cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato: altare con Madonna col Bambino di Giovanni Pisano

Nel corso del Trecento la Cintola fu inoltre spostata in una cappella dedicata, vicina all’ingresso, che venne interamente affrescata fra il 1392 e il 1395 da Agnolo Gaddi con Storie di Maria e Storie della Cintola. Oggi la reliquia si trova qui, custodita in un altare che nella sua forma rievoca la nave su cui Michele la portò a Prato, ornato da una splendida Madonna con Bambino di Giovanni Pisano. Tutt’attorno si ammirano gli affreschi del Gaddi, di cui meritano particolare attenzione, per la loro originalità, la scena notturna della Natività e il viaggio di Michele sulla nave. La cappella è abitualmente interdetta al pubblico, ma per l’occasione della mostra di Palazzo Pretorio è possibile accedervi su prenotazione e ammirarla nel corso di una visita guidata (ho scattato alcune fotografie).

Bernardo Daddi, Predella con scene della navigazione di Michele con la sposa verso Prato e di Michele che ogni notte viene spostato a terra dagli angeli perché non dorma sopra la cassapanca che custodisce la Cintola, mentre due amici Carlo e Gottifredo lo scoprono

La mostra “Legati da una Cintola” ha il merito di narrare la grande prosperità cittadina nel corso del Trecento, secolo in cui il sacro oggetto fu particolarmente venerato, mostrando le importanti committenze affidate ad artisti come Bernardo Daddi, Agnolo Gaddi, Giovanni Pisano: è qui esposta L’Assunta di Bernardo Daddi (conservata al Met di New York), che faceva parte di una grande pala – purtroppo smembrata, ricomposta per l’occasione – di cui una predella è custodita al Museo pratese e l’altra nei Musei Vaticani. Inoltre sono raccolte opere che testimoniano nel corso dei secoli la fortuna iconografica del tema dell’Assunta che dona la Cintola a San Tommaso, attraverso una ricca serie di dipinti, sculture e miniature.

Giovanni da Milano, Madonna con Bambino tra i santi Caterina d’Alessandria, Bernardo, Bartolomeo e Barnaba; Storie della vita dei Santi, Annunciazione, Episodi della vita di Cristo

La mostra è stata anche l’opportunità per tornare ad ammirare il Museo di Palazzo Pretorio, che custodisce opere magnifiche di artisti come Filippino Lippi, Donatello, Andrea della Robbia, Mattia Preti, Lorenzo Bartolini.

Alla temporanea e al Museo ho dedicato una mia galleria di immagini.

Immagini della mostra “Legati da una cintola” e del Museo di Palazzo Pretorio a Prato

Immagini della Cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato

Uno spazio di bellezza e una storia da conoscere: Musia a Roma

Adolfo De Carolis, Il concerto

Ha aperto a Roma un nuovo spazio espositivo, una galleria dedicata all’arte contemporanea e in particolare alle opere del Novecento appartenenti alla collezione Jacorossi: lo spazio, in via dei Chiavari 7/9, è allestito in quello che era il negozio di carbone di Agostino Jacorossi, la bottega di quartiere da cui partì l’avventura imprenditoriale della famiglia, che negli anni Ottanta e Novanta divenne il decimo gruppo industriale in Italia. In quegli ambienti è stata inaugurata Musia, una galleria voluta da Ovidio Jacorossi, nipote di Agostino, e fautore della ricca collezione che accoglie opere del Novecento italiano, con una particolare attenzione a quelle romane.

Antonio Donghi, La fontana di Trevi

Musia è articolata in tre spazi, che si sviluppano sui tre differenti livelli del palazzo che la ospita: la Galleria 7 – dedicata all’esposizione delle opere della collezione Jacorossi – attraversa il cinquecentesco cortile attribuito a Baldassarre Peruzzi; nella Galleria 9 si trova una selezione di fotografie e grafiche, oggetti di modernariato e gioielli d’artista, in esposizione e in vendita; nel sottosuolo, dove gli archi di mattoni a vista risalgono all’epoca medievale, si sviluppa un’installazione site-specific. Vi sono poi la cucina, curata dallo chef Ben Hirst, il wine bar e il terrazzo.

Opere in Galleria

La Galleria 7 espone la mostra “Dal Simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma nella collezione Jacorossi”, a cura di Enrico Crispolti, con oltre cinquanta opere della collezione risalenti ai primi decenni del secolo: si ammirano autori quali De Carolis, Balla, Gentilini, Martini, Spadini, Lencillo, Cagli, Parmeggiani, De Chirico, Savinio, Ferrazzi, Donghi. Questa selezione ha inaugurato l’attività di Musia ed è la prima delle tre in programma: le successive saranno dedicate al secondo Novecento e infine alle opere di grande formato, con l’obiettivo di far conoscere al pubblico la vastità e ricchezza della collezione Jacorossi.

Installazione “Teatro di Pompeo”

Nello spazio sotterraneo invece, chiamato Sale Pompeo per rievocare il luogo dove sorgeva il teatro di Pompeo, si trova l’installazione curata da Studio Azzurro che celebra l’assassinio di Giulio Cesare, avvenuto a poca distanza da qui. Studio Azzurro interpreta le suggestioni del luogo e della sua storia attraverso il linguaggio della video arte, evocando mediante grandi finestre-video le immagini e i suoni della Roma antica: il dramma dell’assassinio di Cesare, alluso nella sua tragicità, turba la quotidianità dei rituali e dei gesti e la modifica per sempre.

Carlo Ferrari, Donna al balcone – dettaglio

Musia è uno spazio da vedere, un luogo in cui si ammirano opere splendide e si può trascorrere del tempo piacevolmente, che suscita positività ed ottimismo per lo spirito che lo anima e che ne ha permesso l’apertura, insomma, una bella notizia.

 

Ho pubblicato la mia galleria di immagini.