Gli affreschi di Guido Cadorin all’Hôtel Ambasciatori di via Veneto a Roma

Da sinistra, Olga Sangiorgi, Carla Resinelli, Maria Clerici Bournens, un ambasciatore e Gino Clerici

Il salone dell’Hôtel Ambasciatori di via Veneto (oggi Grand Hotel Palace) riporta una magnifica decorazione ad affresco realizzata dal pittore veneziano Guido Cadorin nel 1926. Cadorin apparteneva a una stirpe di artisti provenienti dal Pieve di Cadore e già dal XVI secolo operanti a Venezia: fra di loro scultori, ebanisti, architetti, pittori, fotografi, restauratori. Il padre, Vincenzo, conduceva una bottega con oltre quaranta maestranze, e insegnò le tecniche e i problemi dell’arte ai figli, di cui il pittore fu l’undicesimo. Guido frequentò la bottega di un pittore liberty e la casa di Mariano Fortuny, grazie al quale conobbe l’arte orientale e maturò il suo gusto personale per la decorazione di stoffe, stucchi, vetri e mosaici. Oltre che come decoratore, eccelleva nel genere del ritratto, e il “Ritratto della madre” fu l’opera che nel 1910 gli procurò per la prima volta la fama sperata.

Firma del pittore

Nello stesso anno ricevette il primo in incarico importante, la decorazione con un ciclo di affreschi della chiesa della Visitazione a San Vito al Tagliamento, mentre partecipava alle Biennali presenziando nella saletta dedicata alla bottega di famiglia. Nel 1915 prestò servizio presso il reggimento di San Nicolò al Lido e il capitano Roberto Papini, direttore della Galleria d’arte moderna di Roma, gli commissionò sei tele per la mensa ufficiali. Dopo la prima guerra mondiale, la necessità di ricostruire edifici privati e religiosi lo vide impegnato come decoratore e pittore, e grande successo riscosse il suo lavoro alla villa del conte Papadopoli a Vittorio Veneto, dove i suoi disegni riguardarono i mobili laccati, le sete, il modellato degli stucchi, la stampa su tessuti, la progettazione dei lampadari. Una simile attività lo impegnò nel 1924 la realizzazione della stanza da letto di D’Annunzio al Vittoriale, su incarico del poeta, in seguito alla quale fu poi chiamato, nel 1926, a Roma da Marcello Piacentini, che aveva progettato l’Hôtel Ambasciatori, portato a compimento nel 1927.

In primo piano da sinistra, Rina Piacentini e Alberto Cecchi, in secondo piano Margherita e Fiammetta Sarfatti, Mimma Centurini all’estrema destra

In questo luogo Cadorin scandì le superfici  del salone con riquadri in stucco, sulle pareti e sul soffitto, e vi inserì all’interno scene di una festa notturna, con personaggi abbigliati secondo la fascinosa moda del tempo. Il pittore inoltre dispose le scene entro gli spazi di un’architettura dipinta, composta da balaustre, colonne tortili, giardini, fontane e mitrei, memore delle suggestioni architettoniche di Paolo Veronese, ampliando lo spazio reale con una magnifica illusione prospettica. I personaggi, immortalati nel momento delle loro relazioni sociali, si guardano e guardano lo spettatore, rivolgendosi a lui con aria muta: indossano vesti sontuose, che ricordano – in alcuni episodi decorativi – il fascino esercitato sul pittore da Gustav Klimt, ed incarnano le personalità più note del periodo. Fra di essi infatti si possono distinguere Margherita Sarfatti insieme alla figlia Fiammetta, l’architetto Marcello Piacentini insieme alla moglie Matilde Piacentini Festa, Giò Ponti, Felice Carena e la moglie, i proprietari dell’albergo, Gino Clerici, sua moglie Maria Clerici Bournens e sua suocera Antonietta Bournens Seves, Roberto Papini, l’architetto Melchiorre Bega (insieme a cui Cadorin realizzò il salone), il pittore stesso e la moglie Livia.

Da sinistra, Matilde Piacentini Festa, Signora Carena, architetto Bega, signora di spalle, Felice Carena, Signora Fischer

Ventitré anni dopo Fabrizio Clerici, il secondo figlio di Gino Clerici e Maria Bournens, che non compare nell’affresco perché all’epoca era troppo piccolo, tornò in quel salone insieme a Margherita Sarfatti, e nell’occasione ne ricordò la storia, raccontandola in un articolo dal titolo “Rendez-vous agli Ambasciatori“. Clerici rammentò il cantiere di impalcature e barattoli disposti dal pittore al lavoro, i disegni preparatori dei personaggi, la “verità dei caratteri” che rendono l’affresco un documento fedele dei più noti personaggi di quel tempo, e infine cita un aneddoto riguardante la Sarfatti, che volle essere inclusa nel parterre dei partecipanti e costrinse il pittore ad inserirla fra le immagini già presenti, dopo le molte insistenze di lei.

Signora con pelliccia

Il salone è un luogo dove andare, dove fermarsi a bere un caffé ed osservare quei personaggi resi immortali da Guido Cadorin, eterni partecipanti a una festa notturna che li vede splendidi nei loro vestiti e nelle pose eleganti, testimoni di un mondo che non c’è più: perché la loro storia non vada dimenticata, e l’opera del pittore riceva l’ammirazione e l’omaggio che merita. Ad essa ho dedicato la mia galleria di immagini.

Immagini del Salone affrescato da Guido Cadorin all’Hôtel Ambasciatori di via Veneto a Roma

Immagini della Galleria Barberini

Le mostre della Galleria Barberini: l’arazzeria di famiglia, il Raffaello trafugato, la Madonna del giovane Filippi Lippi

Piero di Cosimo, Santa Maria Maddalena che legge – dettaglio

Sono tornata alla Galleria Barberini dove cerco di andare spesso per rivedere i capolavori qui custoditi e ricordarne le storie, e vi ho trovato alcune mostre temporanee davvero interessanti, che prendono spunto dalle opere della collezione permanente o dagli artisti che qui sono esposti. Fino al 22 aprile si potrà apprendere la storia dell’arazzeria Barberini che, in cinquant’anni di attività, produsse ben sette serie di arazzi.

Antonio Gherardi, La bonifica del lago Trasimeno – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

Sono esposti tre cartoni preparatori appartenenti a tre cicli, riguardanti le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e le Storie di Urbano VIII, che sono stati custoditi nei depositi per vent’anni e ora sono offerti al pubblico. Essi rappresentano l’occasione per narrare la storia dell’arazzeria che la famiglia Barberini fondò nel 1627 quale segno del proprio prestigio e della propria potenza. Nel XVII secolo collezionare arazzi, ancor più dei dipinti, era considerato segno di fasto e ricchezza, e le famiglie che li possedevano li esponevano per ostentare il proprio lusso: l’arazzo infatti – che veniva conservato nella guardaroba – veniva impiegato all’occorrenza per creare apparati decorativi vasti come affreschi, con il pregio di essere adattabile e portatile, e poteva anche essere prestato a pagamento. Ben più impegnativo era poter produrre arazzi, e il cardinale Francesco, nipote del papa, decise di fondare una fabbrica per dare gloria alla propria famiglia, affidandone la direzione al fiammingo Jacob van den Vliete.

Pietro da Cortona, Costantino atterra gli idoli (a sinistra) e Giovan Francesco Romanelli, La Natività (a destra) – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

Ricorse invece agli artisti più importanti del tempo per commissionare i cartoni  preparatori, modelli che dovevano essere a grandezza naturale, in genere su cartone, destinati ad essere ritagliati per tradurre – sul telaio orizzontale – il disegno in tessuto. Fra gli artisti coinvolti vi fu Pietro da Cortona, che sovrintese all’ideazione di tutta la serie delle Storie di Costantino (articolata in cinque pezzi); la sua scuola creò invece quella delle Storie di Urbano VIII (destinata ad ornare il salone del Palazzo), mentre i dodici arazzi che componevano il ciclo della Vita di Cristo furono opera di Giovan Francesco Romanelli. A volte i cartoni, proprio per il loro fragile supporto e l’effimera natura, andavano perduti, ma essendo opere monumentali di artisti di grande importanza i Barberini furono avveduti e ne preservarono molti, esponendoli nel palazzo di famiglia per oltre tre secoli.

Andrea Sacchi, Jan Miel, Filippo Gagliardi, La celebrazione del centenario dell’Ordine dei gesuiti – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

In mostra è esposto anche un interessante quadro rappresentante la visita di Urbano VIII alla Chiesa del Gesù nel 1639, in occasione della celebrazione del centenario dell’Ordine dei Gesuti, opera di Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi: in questo dipinto la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola – che appare ancora priva dei monumentali affreschi del Baciccia nella volta della navata e con l’abside spoglia – appare completamente addobbata con gli arazzi Barberini, di cui alcuni appartenenti al ciclo di Artemisia, utilizzati per l’occasione per ornarne l’interno. (Alla Chiesa del Gesù ho dedicato un post per raccontarne le meraviglie e gli artifici barocchi).

Raffaello, La Madonna Esterházy

Oltre a questa mostra vi è la temporanea esposizione della Madonna Esterházy di Raffaello, collocata nella sala della Fornarina, in prestito fino al 27 maggio. La piccola tavola appartiene al Museo Nazionale di Belle Arti ungherese di Budapest, e venne realizzata intorno al 1508, in un anno di grande cambiamento per Raffaello, alla fine del suo periodo fiorentino e all’inizio di quello romano, che lo avrebbe visto protagonista dei lavori di decorazione del Vaticano su invito di papa Giulio II. Questo momento di passaggio è testimoniato dall’opera, che sullo sfondo presenta rovine di chiara suggestione romana, mentre il cartoncino preparatorio – conservato presso il Gabinetto Disegni e Stampe delle Gallerie degli Uffizi, mostra invece un paesaggio fiorentino con alberi e colline: tale cambiamento ha fatto pensare che il quadro fu progettato a Firenze, ma portato a termine a Roma. Secondo una scritta sul retro, adesso non più visibile, il dipinto venne donato da Clemente XI Albani alla madre di Maria Teresa d’Asburgo, Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel, ed in seguito ad alcuni passaggi di proprietà arrivò alla nobile famiglia Esterházy, entrando poi a far parte della collezione del Museo Nazionale Ungherese. La sua sorte, già movimentata, fu ulteriormente travagliata da un trafugamento, avvenuto nel 1983: l’opera venne fortunatamente ritrovata dai Carabinieri in un convento greco abbandonato ad Eghijon.

Filippo Lippi, Madonna di Tarquinia – in occasione della mostra “Il giovane Filippo Lippi e la Madonna di Tarquinia”

Al piano terreno si trova invece una mostra dedicata alla Madonna di Tarquinia di Filippo Lippi e alla storia della sua moderna scoperta. La tavola infatti venne riconosciuta come opera giovanile del Lippi nel 1917, nel corso di un sopralluogo nella chiesa di Santa Maria in Valverde a Tarquinia. Nel 1923 venne ritrovata anche la cornice, forse anch’essa disegnata dal Lippi. La mostra fa luce sul ritrovamento, sulla figura del suo scopritore, Pietro Toesca e sul committente della tavola, Giovanni Vitelleschi, nonché sulla personalità e la carriera artistica di Filippo Lippi, attraverso un insieme di opere che illustrano il suo percorso giovanile e la genesi del dipinto.

Hans Holbein, Ritratto di Enrico VIII – dettaglio

Alle opere in mostra ho dedicato una galleria fotografica, che comprende anche quelle appartenenti alla collezione permanente.

Queste le informazioni relative alle mostre:

Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini
mostra a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte
20 dicembre 2017 – 22 aprile 2018

La Madonna Esterházy di Raffaello
mostra a cura di Cinzia Ammannato
31 gennaio – 8 aprile 2018

La mostra Altro Rinascimento. Il giovane Filippo Lippi e la Madonna di Tarquinia, a cura di Enrico Parlato, era visitabile fino al 18 febbraio.

Le meraviglie e gli artifici barocchi della Chiesa del Gesù a Roma

Volta della cupola, del tamburo e pennacchi

La Chiesa del Gesù a Roma conserva la tomba del suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola ed è la chiesa madre della Compagnia del Gesù. Essa fu costruita per volere di Sant’Ignazio che nel 1551 affidò all’architetto Nanni di Baccio Bigio il progetto per la sua edificazione, sì da avere un luogo dove la Compagnia potesse svolgere i sacri offici e accogliere i fedeli. Prima della costruzione però si susseguirono ben tre cerimonie fondative, a causa di numerosi problemi che ne impedivano l’inizio dei lavori. Già nel 1554 fu chiesto un nuovo progetto a Michelangelo, che per devozione accettò l’incarico rinunciando al compenso, ma anche questo secondo tentativo non ebbe alcun esito.

Facciata di Giacomo della Porta con il monogramma “IHS”

Solo nel 1568, alla presenza del cardinale Alessandro Farnese – che si era impegnato affinché la fabbrica potesse sorgere, a sue spese – si giunse alla terza e definitiva posa della prima pietra. Come terzo architetto fu coinvolto il Vignola, il preferito dai Farnese, che diresse il cantiere fino alla sua morte: a lui si deve la pianta definitiva, con un’unica navata e tre cappelle per lato e transetto con due grandi cappelle. Per la costruzione della crociera, della cupola e dell’abside intervenne infine Giacomo della Porta, che aveva anche eseguito il disegno della facciata in sostituzione di quello presentato dal Vignola. La chiesa venne consacrata nel 1584.

Volta della navata

Alla metà del XVII secolo venne realizzato il monumentale affresco della volta, opera del Baciccia, che fu compiuto nel 1679 ed è considerato uno dei capolavori della pittura monumentale romana del tardo Seicento. Esso, dedicato al “Trionfo del nome di Gesù”, è ornato da un’ulteriore decorazione a stucco, con figure femminili e putti attorno alle finestre, che formano un fregio continuo e stabiliscono una stretta continuità tra pittura e scultura. Anche la cupola è opera del Baciccia e rappresenta il “Paradiso che inneggia a Gesù”.

Volta della cappella di San Francesco Saverio

Si lavorò inoltre alle grandi cappelle del transetto, dedicate a San Francesco Saverio e a Sant’Ignazio. Quando nel 1773 l’ordine fu soppresso, la chiesa venne privata di molte ricchezze, fino al 1814 quando venne restituita ai gesuiti. Alla metà del XIX secolo fu ornata la tribuna e costruito l’altare maggiore: in questa occasione venne smembrato il monumento di San Roberto Bellarmino realizzato da Pietro Bernini e qui collocato, di cui rimane il busto realizzato dal figlio Gian Lorenzo tra il 1622 e il 1624. Dal 1858 al 1861 fu infine portata a termine la decorazione interna con il rivestimento marmoreo di tutta la navata, grazie alla generosità del principe Alessandro Torlonia.

Altare di Sant’Ignazio di Loyola con la tela di Andrea Pozzo

Oltre all’affresco della volta, davvero magnifico, il luogo più interessante e mirabile della chiesa è la cappella di Sant’Ignazio, i cui lavori furono ripresi tre volte dalla fine del XVI alla fine del XVII secolo. Alla sua progettazione e decorazione si susseguirono Giacomo della Porta, Pietro da Cortona, Andrea Pozzo, secondo il cui disegno fu condotto il cantiere, con oltre cento esecutori, fra il 1695 e il 1699. Per la statua in argento di Sant’Ignazio e dei tre angeli, collocate nella nicchia della cappella, fu realizzata una fusione in argento da Pierre II Le Gros nel 1698, ma durante l’occupazione francese del 1798 il gruppo venne fuso e ne rimase solo la pianeta. Agli inizi dell’Ottocento furono realizzate tutte le parti mancanti in stucco argentato, e la nuova opera venne inaugurata nel 1804.

Altare di Sant’Ignazio di Loyola con il gruppo scultoreo argentato

A sinistra dell’altare si trova il “Trionfo della fede sull’idolatria” di G. B. Théodon, mentre a destra vi è la “Religione che abbatte l’eresia” di Pierre II Le Gros. Nella volta si trova l’affresco di Baciccia con la “Gloria di Sant’Ignazio”, incorniciata anch’essa dagli stucchi.

A coprire la nicchia dell’altare dove è custodito il gruppo scultoreo di Sant’Ignazio è collocata una grande tela attribuita ad Andrea Pozzo, rappresentante il Santo che riceve da Cristo il vessillo con il monogramma “IHS”. Ogni giorno alle 17,30 la tela, come un immenso sipario, scende grazie a un meccanismo a bilancieri e svela l’opera retrostante (nel video che ho girato si comprende chiaramente): è un’apparato scenografico ideato dal Pozzo, una macchina barocca che definisce l’intera cappella come una sorta di teatro e che vuole rappresentare il percorso spirituale di Sant’Ignazio verso la santità, e offrire un invito a quanti vorranno seguirlo nella fede.

Altare di Sant’Ignazio di Loyola – dettaglio della “Religione che abbatte l’eresia”

In concomitanza con questo “spettacolo teatrale” l’intera chiesa viene illuminata ed è possibile ammirarne gli affreschi della volta e della cupola. Si tratta di un’occasione da non perdere per chi vuole visitare questo luogo e scoprirne la storia e le meraviglie, a cui ho dedicato una galleria fotografica.

Altare di Sant’Ignazio di Loyola con il gruppo scultoreo argentato – dettaglio

Nell’occasione possono essere anche visitate le stanze abitate da Ignazio di Loyola presso il collegio gesuitico, e il corridoio, completamente affrescato da Andrea Pozzo, che qui si trova: il complesso è visitabile tutti i giorni dalle 16 alle 18.

Immagini della Chiesa del Gesù a Roma

L’Abbazia delle tre fontane a Roma

L’ingresso all’Abbazia: a sinistra la Chiesa abbaziale dedicata ai santi Vincenzo e Anastasio, a destra la chiesa di Santa Maria Scala Coeli

Dopo aver meditato sulla storia della Basilica di San Paolo fuori le mura, dove da tradizione fu sepolto l’apostolo Paolo, mi sono recata all’Abbazia delle tre fontane, che sorge sul luogo dove Paolo fu decapitato il 29 giugno 67 d.C..

Egli giunse a Roma nel 61 d.C., per essere giudicato dal tribunale romano che lo condannò a morte perché cristiano; la sentenza, avvenuta con la decapitazione, ebbe luogo in questa località, che era chiamata “palude Salvia”. Il corpo venne sepolto nell’area che la cristiana Lucina possedeva sulla via Ostiense, dove si trovava un sepolcreto, e la tomba divenne subito oggetto di venerazione, luogo di pellegrinaggio e preghiera per i fedeli durante i secoli di persecuzione, fin quando al tempo dell’imperatore Costantino venne costruita la prima basilica di San Paolo fuori le mura.

Il viale alberato che conduce alla chiesa del Martirio di San Paolo

L’intera zona dell’Abbazia era appunto conosciuta come Acque salvie, in una valle situata lungo il corso dell’antica via Laurentina. Il nome dovrebbe derivare dalla famiglia romana Salvia, o dalla presenza delle salutari sorgenti, tuttora attive. In questo luogo sin dai primi secoli fiorì la vita monastica – il primo monastero venne costruito dal generale bizantino Narsete nella seconda metà del VI secolo e venne abitato da monaci greci – e oggi vi vivono i monaci Cistercensi Trappisti, che si dedicano alla preghiera, al lavoro manuale, allo studio e alla meditazione. Poiché i monaci osservano la clausura, gli ambienti del chiostro, della sala capitolare, del refettorio e dell’antico dormitorio non sono visitabili.

La chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio

E’ possibile invece ammirare la chiesa abbaziale, dedicata ai santi Vincenzo e Anastasio, che colpisce immediatamente lo sguardo per l’essenzialità del suo interno: sobrietà ed austerità ne caratterizzano lo spazio, secondo lo stile romanico-borgognone. La chiesa è preceduta da un portico con colonne in marmo dai capitelli ionici, sormontato da un tetto che corre lungo tutta la facciata; è a croce latina, a tre navate, con abside quadrata.

La chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio – la navata centrale

La navata centrale ha una copertura con capriate a vista, quelle laterali con volte a crociera e queste si affacciano sulla centrale con archi a tutto sesto. In alto corre una teoria di finestre monofore attraverso le quali la luce entra all’interno, mentre in facciata vi sono il rosone e cinque finestre – sempre monofore. Per la costruzione non venne impiegato materiale di recupero prelevato da edifici in rovina, secondo la consuetudine dell’epoca, ma il mattone di tipo lombardo; sembra inoltre che vennero chiamati artisti lombardi (forse gli stessi che avevano lavorato all’Abbazia di Chiaravalle). La chiesa venne consacrata nel 1221 da papa Onorio III. La chiesa primitiva, su cui questa venne eretta, era risalente al VII secolo e i suoi resti sono individuabili nella navata sinistra all’inizio del transetto.

La chiesa di Santa Maria Scala Coeli

Sulla destra di san Vincenzo e Anastasio si trova la piccola chiesa di Santa Maria Scala Coeli, la più piccola del complesso, che deriva il proprio nome da un avvenimento risalente al 1138: qui San Bernardo stava celebrando la messa per i defunti quando ebbe la visione di una scala su cui gli Angeli conducevano in Cielo le anime provenienti dal Purgatorio. Prima della chiesa sorgeva un oratorio a sua volta costruito sui resti di un tempio pagano, a memoria del martirio di San Zenone e dei suoi 10.203 legionari (furono massacrati al tempo di Diocleziano perché cristiani, dopo averli fatti lavorare come schiavi al complesso delle terme imperiali, il 9 luglio 298 d.C.). L’aspetto attuale risale al XVI secolo e va ricondotto a Giacomo della Porta, su incarico di Alessandro Farnese: ha pianta ottagonale sormontata da una cupola e da una lanterna, mentre all’interno si aprono tre absidi.

La chiesa di Santa Maria Scala Coeli – cripta

La parte più interessante è la cripta, che ospita un angolo in cui, secondo la tradizione, fu imprigionato San Paolo prima della sua decapitazione. Le catene che legavano l’apostolo al soldato romano responsabile della sua sorveglianza domiciliare sono esposte nella Basilica di San Paolo fuori le mura (visibili in questa galleria fotografica).

La chiesa del Martirio di San Paolo

Fra la chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio e quella di Santa Maria Scala Coeli parte un vialetto che conduce al luogo più sacro di tutto il complesso, uno dei più importanti della cristianità, ovvero la chiesa del Martirio di San Paolo. Anch’essa – nel suo aspetto attuale – risale all’invenzione di Giacomo della Porta, che ne avviò la costruzione nel 1599 abbattendo l’antichissima costruzione preesistente per disposizione del cardinale Pietro Aldobrandini. Sull’architrave della facciata esterna venne collocata una targa marmorea con l’iscrizione “Luogo del martirio di San Paolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente“. All’interno, dopo il vestibolo d’ingresso, si trova una navata con due cappelle ai lati, di cui quella di sinistra dedicata a San Paolo.

La chiesa del Martirio di San Paolo – La colonna a cui fu legato San Paolo durante il martirio

Accanto a questa cappella, dietro una grata, vi è la colonna tronca dove secondo la tradizione fu incatenato il santo durante il suo martirio. Allineate sulla parete della navata di fronte all’ingresso vi sono tre fontane, che si narra zampillarono laddove la testa di Paolo, recisa dal corpo, toccò terra rimbalzando tre volte. Questo miracolo è narrato in più documenti, fra cui gli “Acta Petri et Pauli” del V secolo e una lettera di papa Gregorio Magno del 604 in cui il pontefice si diceva convinto che in questo luogo fosse avvenuto il martirio dell’apostolo. Le tre fontane (la cui acqua è stata chiusa nel 1950) sono custodite da tre tabernacoli concepiti dal della Porta, disposti lungo la navata ad uguale distanza l’uno dall’altro, ma a diverso livello del pavimento: il primo è al livello della navata, il secondo e il terzo digradanti rispetto ad essa.

La chiesa del Martirio di San Paolo – l’interno con i tre tabernacoli

In ogni edicola è collocato un rilievo con la testa dell’apostolo e dietro l’edicola centrale si trova l’abside, sulla cui parete è rappresentato il martirio e sul catino la gloria del santo.

All’intero complesso dell’Abbazia si accede dall’Arco di Carlo Magno, presumibilmente risalente al tempo di papa Onorio III con funzione difensiva, che mostra tutt’oggi il suo aspetto imponente.

Abbazia delle tre fontane – Arco di Carlo Magno, esterno

I monaci trappisti vendono infine i loro prodotti presso il negozio del monastero, dov’è possibile acquistare olio, miele, cioccolato, birra, liquori vari, grappa…

Alla mia visita ho dedicato una galleria fotografica.

 

 

 

Immagini dell’Abbazia delle tre fontane

Sulle orme di Pinturicchio a Roma

Pinturicchio, Affreschi della libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena
Affreschi della libreria Piccolomini

Dopo aver ammirato la Libreria Piccolomini e le tarsie del pavimento della Cattedrale di Siena, alcune delle quali opere dell’ingegno di Pinturicchio, mi sono messa sulle tracce di questo straordinario artista visitando le opere da lui realizzate nella città di Roma. Qui infatti il pittore trascorse alcuni anni, a partire dalla fine degli anni Settanta del Quattrocento, lavorando per i pontefici Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II: appassionato studioso dell’antico, fu il primo ad utilizzare il motivo delle grottesche ammirato sulle pareti della Domus Aurea di Nerone, scoperta in quel periodo sul Colle Oppio, anticipandone la moda degli anni successivi.

Santa Maria del Popolo, Cappella di San Girolamo, Vergine in adorazione del Bambino con i pastori e san Girolamo
Santa Maria del Popolo, Cappella di San Girolamo, Vergine in adorazione del Bambino con i pastori e san Girolamo

Fra le opere che ho visitato, la Cappella di San Girolamo in Santa Maria del Popolo (eseguita tra il 1477 e il 1479 per il cardinale Domenico della Rovere), la tavola con la Crocifissione di Cristo tra San Girolamo e San Cristoforo (conservata alla Galleria Borghese), la Cappella Bufalini a Santa Maria in Aracoeli (databile attorno al 1483), la Cappella del Cardinale Girolamo Basso della Rovere sempre a Santa Maria del Popolo, risalente agli anni Ottanta del Quattrocento.

La Cappella di San Girolamo fu la prima opera realizzata dal Pinturicchio a Roma: di forma esagonale, presenta al centro l’altare e ai lati due finestre. La volta, a calotta, è decorata con un cielo blu con stelle dorate, mentre nelle cinque lunette alla base sono raffigurate scene della vita di San Girolamo. Le costole della volta sono dipinte con candelabri bianchi su fondo dorato, mentre le pareti della cappella sono scandite da una struttura a pilastri dipinti, con capitelli corinzi, che dà l’illusione di un’architettura che sorregge l’intera trabeazione. I pilastri sono decorati con grottesche su fondo oro – motivo questo che qui compare per la prima volta – e che si ripete anche negli sguinci delle finestre.  Sull’altare vi è una Vergine in adorazione del Bambino con i pastori e San Girolamo, risalente al 1479. Sul lato sinistro vi è infine il monumento funebre del committente e del di lui fratello, Domenico e Cristoforo della Rovere, a cui corrisponde a destra il monumento di Giovanni de Castro, entrambi in marmo.

Crocifissione fra i santi Cristoforo e Girolamo alla Galleria Borghese
Crocifissione fra i santi Cristoforo e Girolamo alla Galleria Borghese

Il Crocifisso con i Santi Girolamo e Cristoforo che si trova alla Galleria Borghese è una delle poche opere su tavola di Pinturicchio che si ammirano a Roma, ed è particolare per l’utilizzo di sottili fili d’oro che sottolineano i panneggi delle vesti e alcuni dettagli del paesaggio, testimonianza dell’esperienza di miniatore del pittore. L’opera è datata attorno al 1477, ed è ipotizzabile che fosse destinata all’altare della Cappella di San Girolamo a Santa Maria del Popolo prima che fosse realizzato l’attuale affresco con la Vergine adorante.

Santa Maria in Aracoeli, Cappella Bufalini, Gloria di San Bernardino da Siena - dettaglio
Santa Maria in Aracoeli, Cappella Bufalini, Gloria di San Bernardino da Siena – dettaglio

Attorno al 1483 si fa risalire la realizzazione della Cappella Bufalini a Santa Maria in Aracoeli, che può essere considerata uno dei capolavori del Rinascimento romano sia per la complessità del contenuto che vi è narrato, sia per la composizione delle scene che vi sono rappresentate. Il ciclo pittorico è dedicato alla storia di San Bernardino da Siena, ma il modo in cui essa è raccontata e la scelta degli episodi illustrati è del tutto inusuale rispetto alla tradizione: sulle pareti principali sono esposti quattro momenti fondamentali della vita del santo, ovvero il suo ritiro sulle colline senesi per meditare sulla croce di Cristo (lunetta della parete sinistra), l’imposizione degli abiti francescani (parete destra, riquadro in basso a sinistra), le sue esequie (parete sinistra) e infine la sua gloria (parete d’altare).

Santa Maria in Aracoeli, Cappella Bufalini, Esequie di San Bernardino da Siena
Santa Maria in Aracoeli, Cappella Bufalini, Esequie di San Bernardino da Siena

All’interno di queste quattro scene principali sono poi narrati, con scene in secondo piano, ulteriori episodi, e sono anche ritratti alcuni contemporanei del pittore, tra cui i membri della famiglia Bufalini, committente dell’opera. I riquadri sono ripartiti all’interno di una struttura dipinta di pilastri ed archi, completamente ornata con grottesche, che dà l’illusione della tridimensionalità: tale artificio trova la massima espressione nella grande piazza ideale in cui Pinturicchio ambienta l’esequie di San Bernardino, chiara citazione della piazza prospettica della Consegna delle Chiavi a San Pietro dipinta poco prima da Perugino sulle pareti della Cappella Sistina.

Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, Assunzione della Vergine
Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, Assunzione della Vergine

Ho ammirato infine la Cappella Basso della Rovere, anch’essa in Santa Maria del Popolo come la Cappella di San Girolamo, ma risalente al 1484 e dedicata a Sant’Agostino. Lo schema delle decorazioni si deve a Pinturicchio, ma gli affreschi furono realizzati da un suo collaboratore, identificato in Giacomo Pacchiarotto. Anche qui l’impianto è articolato in una finta architettura – che riprende quella della Cappella di San Girolamo – che suddivide lo spazio pittorico in cinque sezioni. Sulla parete d’altare vi è affrescata una Madonna col Bambino e Santi mentre in quella di sinistra si ammira l’Assunzione della Vergine. A destra infine vi è il monumento funebre di Giovanni della Rovere. Mentre nella Cappella della Rovere vi era un finto basamento, qui in basso si trova un fregio monocromo con scene della Crocifissione di San Pietro, la Disputa di Sant’Agostino con i pagani, il Martirio di Santa Caterina e il Martirio di San Paolo.

Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, Volta con grottesche e busti di profeti. Nelle lunette, scene della vita di Maria
Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, Volta con grottesche e busti di profeti. Nelle lunette, scene della vita di Maria

Nelle lunette della volta vi sono scene della vita di Maria mentre la volta è dipinta con grottesche su fondo oro, motivo che sostituisce il tradizionale cielo blu stellato o la rappresentazione degli evangelisti o dei dottori della Chiesa.

Il mio percorso per adesso si è fermato qui, ma reputo fondamentale portarlo avanti recandomi nei Musei Vaticani, per ammirare l’Appartamento Borgia, considerato il capolavoro di Pinturicchio, il Casino del Belvedere, la Cappella Sistina, dov’egli lavorò a fianco di Perugino nei riquadri del Battesimo di Cristo, nella Circoncisione del figlio di Mosè e nella perduta Assunzione (distrutta da Michelangelo quando realizzò il Giudizio universale). Vorrei inoltre ammirare le sue opere nel Palazzo dei Penitenzieri (visitabile solo con guida e su appuntamento) e nel Palazzo Colonna.

Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, La disputa di Sant'Agostino con i pagani - dettaglio
Santa Maria del Popolo, Cappella Basso della Rovere, La disputa di Sant’Agostino con i pagani – dettaglio

Il suo lavoro nella loggia di Castel Sant’Angelo, realizzato su incarico di papa Alessandro VI, è purtroppo andato perduto per sempre, così come il ciclo di affreschi – risalente al 1502 – che ornava il chiostro grande di Santa Maria del Popolo, abbattuto nel 1811 per realizzare la sistemazione di piazza del Popolo progettata dal Valadier. Attendo infine di poter ammirare, nella chiesa di Santa Maria del Popolo, la volta del coro, per adesso inaccessibile per il cantiere di restauro degli stucchi dorati del voltone del presbiterio.

Per chi ama questo pittore è imprescindibile una visita alla Cappella Baglioni di Spello, realizzata tra il 1500 e il 1501, dopo le opere romane di cui ho scritto e prima dell’impresa monumentale nella Libreria Piccolomini di Siena: l’ho raccontata in questo post. Il soggiorno a Roma lasciò in Pinturicchio un ricordo indelebile delle architetture qui ammirate, tanto da riproporle, abbellite dalla propria fantasia, nella Cappella Eroli del Duomo di Spoleto: ne ho parlato nell’articolo dedicato a questa splendida città dell’Umbria.

Altre immagini degli affreschi di Santa Maria del Popolo:

Altre immagini della Cappella Bufalini a Santa Maria in Aracoeli:

Mappa dei luoghi: