La Venere del Botticelli e le sue tre “sorelle”

Sandro Botticelli, Nascita di Venere, Gallerie degli Uffizi @ www.uffizi.it

Tutti abbiamo impressa nella mente la “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli, opera su tela conservata alle Gallerie degli Uffizi: la dea dell’amore e della bellezza è rappresentata nel momento in cui approda all’isola di Cipro, sospinta dai venti Zefiro e Aura. Il mito classico tramandato da Esiodo racconta ch’ella nacque dalla spuma del mare fecondata dai genitali recisi di Urano, evirazione compiuta per vendetta dal figlio Crono. Mentre le gocce di sangue di Urano cadute nel terreno generarono le Furie, i genitali “traversarono il mare per lungo tratto” – racconta il poeta nella “Teogonia” – “e bianca spuma si levò dalla carne immortale. In essa prese vita una fanciulla, che prima si appressò alla sacra Citerea, poi a Cipro cinta dal mare“. Il nome greco di Venere, Afrodite, deriva da “afros”, che significa appunto “spuma”. Botticelli rappresenta Venere in piedi sopra una valva di conchiglia, custodita trasportata come una preziosa perla: sull’isola di Cipro l’accoglie una fanciulla, che è stata identificata con una delle Grazie o l’Ora della primavera, che si rivolge alla dea porgendole un mantello cosparso di fiori. La posa della divinità si ispira alla statuaria classica, in particolare al modello della Venus pudica, che copre le nudità con i lunghi capelli, e anche la coppia dei venti cita un’opera antica, una gemma di età ellenistica posseduta da Lorenzo il Magnifico. Probabilmente il committente della tela era un membro della famiglia Medici, e le prime notizie dell’opera risalgono al 1550 quando il Vasari ne dà notizia descrivendo la villa Medici di Castello, mentre si fa risalire la sua realizzazione al 1485 circa.

Non tutti magari sapranno che questa rappresentazione della Venere non è l’unica ma che ne esistono altre tre, opere che la critica attribuisce in maniera discorde al Botticelli o alla sua bottega. Mentre l’opera degli Uffizi è un quadro monumentale di soggetto mitologico e allegorico (le sue dimensioni sono 172,5 x 278,5 cm), le tre Veneri sono figure isolate, rappresentate con alcune varianti nella stessa posa della Venus pudica, contro uno sfondo nero, in piedi su un gradino di marmo chiaro, quasi come se fossero sculture. Hanno tutte i capelli sciolti, mossi dal vento, la testa reclinata a sinistra e si appoggiano sulla gamba destra, piegando leggermente l’altra, che avanza verso l’osservatore.

Sandro Botticelli, Venere @ www.museireali.beniculturali.it

Di queste tre opere, una appartiene ai Musei Reali di Torino ed è esposta nella Galleria Sabauda: è stata realizzata su tavola e ha dimensioni più contenute (174 x 77 cm). E’ datata all’ultimo quarto del XV secolo. La sua capigliatura è in parte raccolta in trecce che scendono lungo l’esile collo, con una mano cerca di coprirsi con i capelli sciolti. Indossa una veste trasparente, che la copre ma non ne nasconde la pelle, e che nella sua lunghezza è anch’essa smossa da un vento leggero. Una perla ne orna la fronte, collocata al centro della scriminatura dei capelli, forse a ricordare la valva di conchiglia in cui altrove la dea era stata immaginata. Secondo alcuni critici l’opera è autografa di Botticelli, forse lo “studio dal vero” da cui nacque la composizione fiorentina, mentre la posizione divenuta maggioritaria la vuole – insieme alle altre due Veneri – prodotta essenzialmente da un collaboratore di bottega, a partire dalla tavola fiorentina.

Sandro Botticelli, Venus, Gemäldegalerie @ www.http://www.smb.museum/home.html Ph. Jorg P. Anders

La seconda “Venere” si trova alla Gemäldegalerie di Berlino, ha i capelli sciolti che le scendono avvolgendole la spalla sinistra e le coprono le nudità con più morbidezza, sebbene anche qui due trecce le incornicino il collo. Questa Venere non indossa alcuna veste e la sua carne – più rotonda rispetto alla gemella torinese – si rivela nella sua completa nudità. Ha dimensioni simili, sebbene leggermente più contenute, della Venere torinese (158,1 x 68,5 cm), e anche nel suo caso la critica si divide fra chi vi vede uno “studio di esecuzione” della tela degli Uffizi e chi invece la considera opera di bottega.

La terza “sorella” appartiene a una collezione privata di Ginevra e, pur replicando il modello della Venus pudica e atteggiandosi nella medesima posizione, presenta alcune significative varianti. I capelli sono raccolti attorno al volto, e due ciuffi sciolti scendono lungo il collo e dietro la schiena.

Venere, Collezione privata svizzera

Il seno è completamente scoperto, perché entrambe le mani incorniciano i fianchi e sorreggono un panno trasparente che avvolge le gambe fino ai piedi, e scende lungo il lato destro. Al centro della stoffa, a coprire la nudità, vi è un mazzo di fiori e foglie. L’opera, risalente al 1496-97, è assimilabile alle altre per stile e grado di autografia, ma da esse si distingue per la diversa iconografia.

La posizione critica che reputa le Veneri opera di collaboratori del Maestro vede nelle piccole varianti di ciascuna – rispetto alla tela fiorentina – il segno di una riproduzione non meccanica (nonostante fossero probabilmente utilizzati cartoni preparatori), e di un certo grado di originalità. Inoltre, secondo una testimonianza del Vasari, Botticelli “per la città in diverse case fece … femmine ignude assai“, parole confermate anche da Antonio Billi che nel suo “Libro” registra, fra le opere del maestro, “più femmine ingniude, belle più che alchuno altro“. Tali testimonianze attesterebbero dunque una produzione di dipinti di soggetto profano nelle case dei fiorentini, riduzioni “domestiche” della tela monumentale realizzata per la famiglia Medici.

Ecco le quattro “sorelle” virtualmente riunite:

Confronto fra le “Veneri” di Botticelli e bottega

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