La cappella Baglioni nella Collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello, capolavoro del Pinturicchio

Pinturicchio, L'adorazione dei pastori e l'arrivo dei Magi
L’adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi

Gli affreschi della Cappella Baglioni nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello furono commissionati a Pinturicchio da Troilo Baglioni, esponente della potente famiglia che aveva governato la cittadina sin dal 1386, e vennero eseguiti dal maestro perugino tra il 1500 e il 1501. L’ambiente, a base quadrangolare coperto da una volta a crociera, ospita un programma iconografico incentrato sul tema delle Storie di Maria e dell’infanzia di Gesù. Il pavimento, di notevole fattura, risale al 1566 ed è rivestito da mattonelle in ceramica realizzate nella vicina cittadina di Deruta, famosa per le sue maioliche decorate.

Pinturicchio, volta della cappella
Volta della cappella

Gli affreschi del Pinturicchio si estendono sulla volta, dove nei quattro spicchi si trovano le rappresentazioni delle Sibille – Tiburtina, Eritrea, Europea, Samia – sedute in trono e profetizzanti la venuta di Cristo, e sulle pareti, che mostrano tre episodi della vita di Cristo: sulla parete di fondo l’Adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi, a sinistra l’Annunciazione con l’autoritratto dell’artista, a destra la Disputa con i Dottori nel Tempio.

Pinturicchio, Annunciazione - dettaglio rappresentante il borgo di Spello
Annunciazione – dettaglio rappresentante il borgo di Spello

Accanto agli episodi principali, che occupano il centro della scena, Pinturicchio raffigura altri momenti e circostanze disponendoli di lato, nell’ampio paesaggio circostante, secondo un gusto per l’aneddotica e la rappresentazione della vita quotidiana che abbonda di particolari, dettagli, attenzione alle capigliature e alle vesti, e grande passione per gli elementi decorativi, floreali, vegetali. Ad esempio sullo sfondo dell’Annunciazione è rappresentata la campagna e il borgo di Spello, e di fronte a un’osteria sono raffigurati un prelato e un gentiluomo circondanti da alcuni servitori; nell’Adorazione sulla destra compare un gruppo di armati, con un soldato recante lo scudo con lo stemma dei Baglioni, mentre sullo sfondo vi è una città rinascimentale che si affaccia su uno specchio d’acqua e due contadini spingono su di un ponte un restìo asinello; di fronte al tempio della Disputa vi sono mendicanti e storpi, mentre sulla destra da una forca pende un impiccato.

Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio - dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)
Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio – dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)

Fra i personaggi che assistono alla disputa si notano Troilo Baglioni, il committente dell’opera, che indossa una veste nera che lo qualifica come protonotaro apostolico, e Pietro di Ercolano Ugolini, camerlengo della collegiata, che porta un sacchetto contenente delle monete, probabilmente il compenso di Pinturicchio per l’esecuzione degli affreschi. Ogni scena inoltre è inserita in una finta architettura, che spartisce lo spazio con una struttura a pilastri dipinti e archi a tutto sesto, all’interno della quale si svolgono gli episodi raffigurati in fuga prospettica, dando all’osservatore l’illusione di trovarsi in un ambiente a croce greca con i bracci aperti verso l’esterno. Il gusto per questa disposizione si manifesta pienamente nel riquadro dell’Annunciazione, che rappresenta l’incontro tra l’Angelo e la Vergine all’interno di un loggiato rinascimentale: le volte e i pilastri dell’ambiente ripetono la finta architettura che incornicia la scena.

Annunciazione - dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca
Annunciazione – dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca

Sul fronte dei pilastri e sui costoloni della volta si sviluppano meravigliose grottesche: Pinturicchio era un appassionato studioso dell’antico, ed ebbe il merito di utilizzare per primo questo motivo ammirato sulle pareti della Domus Aurea di Nerone – scoperta in quel periodo sul Colle Oppio – anticipandone la moda degli anni successivi. Per queste sue caratteristiche rimando all’articolo che ho dedicato alle opere “romane” di Pinturicchio (realizzate prima della Cappella Baglioni, dal 1477 al 1500 circa) e al post dedicato al Duomo di Siena (dove fra il 1503 e il 1508 il Maestro affrescò la stupefacente Libreria Piccolomini).

Annunciazione - dettaglio dell'autoritratto di Pinturicchio
Annunciazione – dettaglio dell’autoritratto di Pinturicchio

Nella parete destra del loggiato dell’Annunciazione si trova un dipinto appeso, che non è altro che l’autoritratto di Pinturicchio, che si rappresenta con il volto di tre quarti e l’iscrizione dedicatoria “+ Bernardinvs + Pictoricivs Pervsinvs +”. Fra le scene della cappella Baglioni e le precedenti imprese di Pinturicchio si notano alcuni richiami, come le forme della Madonna e del Bambino nell’Adorazione dei pastori – che riprende l’opera omonima della Cappella del presepio a Santa Maria del Popolo a Roma – e l’ambientazione della Disputa di Gesù con i Dottori, con un pavimento a scacchiera che fa convergere la prospettiva verso il tempio di Gerusalemme, espediente già utilizzato nella scena dei Funerali di San Bernardino nella cappella Bufalini di Santa Maria in Aracoeli a Roma (là vi era una torre con cupola).

Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi - dettaglio della Sacra Famiglia
Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi – dettaglio della Sacra Famiglia

Sempre nella Collegiata di Spello, nell’ambiente della sacrestia, si ammira un altro affresco realizzato da Pinturicchio in concomitanza con i lavori alla cappella Baglioni: è un Angelo che sorregge un cartiglio recante l’iscrizione “Lavami et / mvndi / estote” (“Lavatevi e siate puri“) che si trova in corrispondenza di un lavabo in pietra.

Altre immagini degli affreschi:

A Spello ho dedicato questo articolo, in occasione della mia visita alla cittadina, nel corso di una gita di quattro giorni nella Valle Umbra. Durante il mio viaggio ho visitato Montefalco (questo il post dedicato), Bevagna e Foligno (ne ho parlato qui), Spoleto (il mio racconto).

Mappa della chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello:

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra

Gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco si dispiegano nell’abside maggiore e sono dedicati alle Storie della vita di san Francesco, santi e personaggi dell’Ordine Francescano. Il ciclo pittorico, portato a compimento tra il 1450 e il 1452, consentì a Benozzo di raggiungere lo “status” di Maestro indipendente, dopo essere stato allievo di Ghiberti a Firenze ed aver collaborato con Beato Angelico a Roma ed Orvieto. L’incarico gli venne affidato da Fra’ Jacopo, il guardiano del convento di San Francesco, dopo che il pittore era giunto a Montefalco chiamato da Frate Antonio, priore dell’altro convento francescano di San Fortunato, collocato fuori le mura, affinché là realizzasse alcune opere: tra queste la pala d’altare con la Madonna della Cintola che oggi si trova ai Musei Vaticani.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l'affresco di Benozzo Gozzoli
Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l’affresco di Benozzo Gozzoli

Frate Antonio nel 1442 era stato nominato da papa Eugenio IV come Vicario Generale dell’Osservanza, il movimento di riforma dell’Ordine francescano, ed era dedito a trasformare il santuario di San Fortunato in un monastero osservante. Frequentava assiduamente la Curia Romana e probabilmente aveva avuto occasione di conoscere Benozzo quando il pittore era impegnato nelle decorazioni in Vaticano a fianco del Beato Angelico.

Una volta conclusi gli affreschi per la chiesa di San Fortunato, Benozzo fu incaricato di realizzare il ciclo per l’abside maggiore di San Francesco, la chiesa principale dell’ordine a Montefalco, situata dentro le mura cittadine. Per lo sviluppo della decorazione il pittore prese a modello gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi, realizzati a partire dal testo ufficiale della vita del santo, la Legenda Major di San Bonaventura da Bagnoregio, ma seguì anche le indicazioni di Fra’ Jacopo e si ispirò alla Leggenda dei tre Compagni che narra le vicende di Francesco ad Assisi.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l'indicazione della commissione dell'opera da parte di Fra' Jacopo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l’indicazione della commissione dell’opera da parte di Fra’ Jacopo

Fra’ Jacopo viene indicato come committente dell’opera sin dall’iscrizione dipinta sulla parete sinistra del coro, quale “Fra Jacopo da Montefalco dell’Ordine dei Frati Minori”: il custode del convento era un eminente teologo e predicatore, pubblico lettore a Santo Stefano dell’Università di Bologna, appartenente alla confraternita di San Gerolamo di Perugia. Per la sua erudizione e conoscenza del pensiero francescano quasi sicuramente ispirò il programma iconografico del ciclo benozziano, il cui tema preminente è l’identificazione di Francesco come “alter Christus”, “altro Cristo”. Moltissimi sono gli elementi che richiamano questa identificazione:

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta

nel lato inferiore dell’arcone, dodici seguaci di San Francesco, collocato al centro mentre mostra le stigmate, lo fiancheggiano richiamando i dodici apostoli; al centro della volta il santo – nella posa del Cristo Pantocratore – sostiene un libro su cui si legge “Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto” (“In quanto reco sul mio corpo i segni di Cristo Signore”); altri richiami si dispiegano nel corso dei venti episodi rappresentati, disposti all’interno di dodici scene su tre registri. La narrazione procede da sinistra verso destra e quindi dal basso verso l’alto, giungendo alla volta costolonata dove si trova la Gloria del santo tra le schiere angeliche e i principali santi francescani.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell'omaggio dell'uomo semplice al giovane santo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell’omaggio dell’uomo semplice al giovane santo

Si parte dunque dalla nascita di Francesco, che assecondando l’identificazione con Cristo viene fatto nascere in una stalla, alla presenza del bue e dell’asino. Nello stesso riquadro vi sono altri due episodi: Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e l’Omaggio dell’uomo semplice al giovane santo. Segue la donazione del mantello a un povero, episodio che lo avvicina a San Martino di Tours, e il sogno di Francesco con a fianco la rappresentazione di un palazzo rinascimentale – che ricorda Palazzo della Signoria a Firenze – ornato con una moltitudine di vessilli crociati. Da notare il particolare realistico delle calze, appoggiate sul cassone del letto del santo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della rinuncia ai beni paterni

Vi è poi il riquadro interamente dedicato all’episodio della rinuncia ai beni paterni, che si svolge di fronte a una dettagliata rappresentazione della città di Assisi, e infine una raffigurazione di Cristo intento a scagliare frecce contro l’umanità peccatrice, fermato dalla Madonna che Gli mostra l’incontro di San Francesco e San Domenico. Alle spalle dei due santi vi è un edificio che potrebbe identificarsi con la Basilica di San Pietro a Roma, al cui fianco di trova l’obelisco.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della cacciata dei diavoli da Arezzo

Il secondo registro inizia con il sogno di papa Innocenzo III e Francesco mentre sostiene la chiesa del Laterano, in rovina; a fianco, la Bollatura della Regola francescana da parte di papa Onorio III. Seguono la cacciata dei diavoli da Arezzo, con san Francesco affiancato da san Silvestro, e il riquadro più importante per la cittadina, che narra la Benedizione di Montefalco e dei suoi abitanti da parte del santo e la Predica agli uccelli, avvenuta nei pressi di Bevagna (dove, nella chiesa di San Francesco, si conserva la pietra su cui il santo si sarebbe trovato durante l’episodio miracoloso: ne parlo in questo articolo).

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della predicazione agli uccelli e della benedizione della città di Montefalco e del suo popolo

Nella vallata Benozzo rappresenta fedelmente il paesaggio della zona: vi si distinguono i borghi di Bevagna, Spello, e la città di Assisi, nonché l’abitato di Montefalco racchiuso nelle sue mura. Di fronte al santo benedicente si genuflettono alcune personalità del tempo, tra cui si possono riconoscere Marcus, Magistrato di Montefalco e Vescovo di Sarsina che offre la sua mitra, e Fra’ Jacopo. Vi sono poi gli episodi – limitatamente leggibili a causa di alcuni crolli della superficie pittorica – legati alle vicende di san Francesco presso il signore di Celano, che narrano la cena, la confessione e la morte del cavaliere: sul tavolo imbandito vi è un omaggio a Montefalco e alla sua tradizione vinicola, un bicchiere e un’ampolla di sagrantino.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio

Nelle lunette della volta sono rappresentati gli eventi miracolosi: la Rievocazione del presepe a Greccio, san Francesco alla corte del Sultano, il santo che riceve le Stigmate sul monte della Verna, la Morte di Francesco. Sotto la finestra, che doveva contenere l’apparizione della Croce di San Damiano, affresco andato perduto, Benozzo immortala tre personaggi del passato: Petrarca, Dante con la Commedia, Giotto mentre dipinge una Madonna con Bambino.

Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci
Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci

Nello spazio dell’abside maggiore è esposta una preziosa lettera autografa di Benozzo, redatta proprio nella chiesa di san Francesco e indirizzata a Michele di Felice Brancacci, esponente della nota famiglia fiorentina. Il destinatario della missiva viene informato dal pittore che è impossibilitato a lasciare Montefalco prima di aver terminato il suo lavoro: “Ora m’è ochorso un pocho di chaso e non mi posso partire di qui”. Firmato “Benozzo di Lese dipintore / In Montefalco, in San Franciescho /, Proprio.”

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo

Benozzo portò a compimento la sua opera nel 1452, ultimando non solo gli affreschi dell’abside maggiore, ma anche quelli della cappella di san Girolamo, collocata nella navata meridionale della chiesa.

La prima cappella su questo lato era infatti dedicata a san Girolamo, e gli affreschi – con le Storie di san Girolamo e santi – furono realizzati da Benozzo Gozzoli nel 1452: la data è espressa in un’iscrizione che per esteso reca “MCCCCLII D(IE) P(RIMO) NOVEMBRIS”.

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo, scena di San Girolamo che toglie la spina dalla zampa di un leone

Si tratta di uno degli ultimi lavori a Montefalco di Benozzo, che ai primi del 1453 si recò a Viterbo per compiere altre opere. Il ciclo di affreschi fu commissionato dal nobile Girolamo di Ser Giovanni Battista De Filippis per celebrare il proprio nome, e al contempo omaggiare il santo a cui era dedicata la confraternita di San Girolamo di Perugia, alla quale apparteneva anche Fra’ Jacopo.

Probabilmente fu proprio Fra’ Jacopo, come era già accaduto per il ciclo dell’abside maggiore, a scegliere gli episodi che Benozzo rappresentò, sottolineando le affinità tra la vita di Girolamo e quella di san Francesco ed esaltandone l’amore per la povertà, l’auto-abnegazione e la rinuncia del mondo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli

Purtroppo lo stato degli affreschi è stato compromesso  da alcuni rimaneggiamenti avvenuti nel corso dei secoli: la cappella di san Girolamo era stata realizzata, insieme ad altre cinque cappelle, alla fine del XIV secolo sul fianco destro della chiesa, ma nel primo decennio del XVII secolo i setti murari che separavano questi spazi – e gli affreschi che vi erano stati realizzati – vennero demoliti per fare spazio all’attuale navata laterale.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma

Della decorazione originale sono dunque rimaste solo le volte affrescate, la parete dell’altare e l’arco d’entrata: la parete orientale venne distrutta quando le cappelle vennero unite, mentre la decorazione di quella occidentale fu quasi cancellata per aprire un nuovo portale di ingresso alla chiesa. Pur nel suo stato la cappella è importante anche perché costituisce – oltre agli affreschi del Pinturicchio a Santa Maria del Popolo a Roma (ne parlo in questo articolo) – l’unico ciclo italiano risalente al XV secolo e ancora esistente sulla vita di San Girolamo. La parete dell’altare è occupata da un finto polittico d’oro – che grazie ad effetti illusionistici come le ombre di pinnacoli, l’imitazione della struttura, la tenda fermata a un palo retrostante – suggerisce una costruzione lignea che non c’è, inserita in un tabernacolo, anch’esso finto, dalla classicheggiante cornice in prospettiva.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi - dettaglio della firma di Benozzo, dell'ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi – dettaglio della firma di Benozzo, dell’ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura

Il polittico rappresenta la Madonna in trono tra i santi, completo di predella e pinnacoli, e sulla cornice del tabernacolo si legge “OPUS BENOTII DE FLORENZIA”. Per rendere completa l’illusione di una pala a tempera, Benozzo dipinse il polittico a secco, simulando gli effetti e la resa di una pittura a tempera.

Alla sinistra e alla destra del finto polittico Benozzo introdusse gli episodi della storia di San Girolamo: a sinistra San Girolamo che lascia Roma, richiamando il tema francescano della rinuncia del mondo, a destra il santo che toglie la spina dalla zampa di un leone, animale che evoca il francescano lupo di Gubbio.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio del martirio di San Sebastiano
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio del martirio di San Sebastiano

Seguono altre scene, purtroppo frammentarie: Girolamo impegnato nella traduzione della Bibbia; la cacciata del leone dal monastero da parte dei frati, che ingiustamente accusano l’animale di aver mangiato il loro asino; il leone che riconduce l’asino al monastero, insieme ai mercanti che lo avevano rubato; infine il santo penitente nel deserto, in compagni del fedele leone. Ogni riquadro è spiegato da una didascalia apposta alla base.

Nella lunetta sovrastante il finto polittico vi è la Crocifissione con san Domenico e san Francesco a sinistra e i santi francescani Romualdo e Silvestro a destra. Nelle quattro vele della volta sono rappresentati gli Evangelisti accompagnati dai loro simboli. Nell’arco di ingresso vi è Cristo benedicente circondato dagli angeli, con la sottostante scena del martirio di San Sebastiano. Sui pilastri di destra e sinistra sono raffigurati San Bernardino da Siena e Santa Caterina d’Alessandria.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio

Per la redazione di questo articolo ho trovato di grande interesse lo splendido volume di Diane Cole Ahl “Benozzo Gozzoli”, pubblicato da Silvana Editoriale nel 1996. Sono state preziose le informazioni ricevute nel corso della visita guidata agli affreschi e quelle disponibili nell’agile guida acquistabile presso il bookshop del Museo della chiesa di San Francesco. La mia visita si è svolta nel corso di una gita nella Valle Umbra, la cui prima tappa è stata Montefalco. In questo articolo ho raccontato la mia giornata.

Di Benozzo ho inoltre ammirato la splendida cappella dei Magi, realizzata a Palazzo Medici Riccardi a Firenze entro il 1462 (oltre dieci anni dopo gli affreschi di Montefalco, ne parlo in questo articolo), e quelli ancora successivi, eseguiti tra il 1464 e il 1465 nella cappella maggiore della chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano (li ho ammirati quando sono andata nella cittadina delle torri, raccontandoli qui).

Altre immagini della cappella maggiore:

Altre immagini della cappella di San Girolamo:

Mappa della chiesa:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Quarto giorno: Spello e Campello sul Clitunno

La Sala del sole radiante @VMS
Villa del Mosaici di Spello, la Sala del sole radiante @VMS

L’ultimo giorno del mio viaggio in Umbria l’ho trascorso a Spello e Campello sul Clitunno. I giorni precedenti ho visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il mio racconto), Spoleto (il mio post). A Spello ho visitato la splendida Villa dei Mosaici, la cui struttura museale è stata inaugurata lo scorso 24 marzo: il museo utilizza ricostruzioni in 3D, postazioni multimediali e una APP dedicata (e gratuita) per accompagnare la visita degli ambienti, con un apparato didascalico e di comunicazione davvero ben fatto.

Sala del Triclinio, la mescita del vino
Villa dei Mosaici di Spello, la Mescita del Vino del mosaico della Sala del triclinio @ VMS

Della villa romana, una residenza risalente a due fasi costruttive, la prima di età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) e la seconda di epoca imperiale (II secolo d.C.), si ammirano i mosaici policromi che decorano i pavimenti delle stanze, distribuite attorno a un giardino interno. Con una estensione di quasi cinquecento metri quadrati, gli ambienti sono identificati dalle figure e dai motivi dei mosaici: vi sono quindi la stanza degli uccelli, la stanza delle anfore, il triclinio, la sala del sole radiante, la stanza del mosaico geometrico, la stanza degli scudi, l’ambiente riscaldato e il peristilio, ovvero il cortile porticato che circondava il giardino esterno.

Villa dei Mosaici di Spello, Sala del Triclinio, ricostruzione virtuale
Ricostruzione virtuale della sala del triclinio @ VMS

L’ambiente più bello è senz’altro quello del triclinio, la sala dove si svolgevano i banchetti, con al centro del pavimento una scena di mescita del vino, e attorno personaggi  simboleggianti le stagioni, animali selvatici, domestici e fantastici. Oltre ai mosaici, sugli zoccoli delle pareti interne sono stati rinvenuti affreschi e stucchi. L’alta qualità delle opere testimonia l’abilità delle maestranze impiegate nella loro realizzazione, probabilmente provenienti da Roma, e l’elevato rango del proprietario della villa, particolarmente facoltoso: della sua identità, però, non vi è alcuna traccia.

Sala del triclinio, dettaglio di mostro marino
Villa dei Mosaici di Spello, dettaglio della Sala del triclinio @ VMS

La scoperta archeologica, una delle più importanti avvenute in Umbria per l’estensione degli apparati decorativi e il loro ottimo stato di conservazione, risale al 2005 e fu del tutto fortuita: nel corso dei lavori di scavo per la realizzazione di un parcheggio pubblico affiorarono i resti di un mosaico antico, scoperta che diede il via allo scavo archeologico, al restauro, e alla musealizzazione di tutto il complesso.

Spello, via Torre Belvedere
Scorcio di via Torre Belvedere

Dopo la visita della villa ho passeggiato nel borgo di Spello, città di origine umbra e rifondata dai romani con il titolo di Colonia Julia Hispellum, “Splendidissima Colonia Julia” secondo l’imperatore Augusto: il suo impianto urbanistico risale a questa fase, quando il centro acquisì rilevanza grazie alla sua posizione strategica sulla via Flaminia. Venne dominata dai Longobardi del Ducato di Spoleto e divenne Comune indipendente nel XII secolo. Dalla fine del XIV secolo fino al 1583 fu sotto i Baglioni di Perugia e visse un’epoca di intensa attività artistica, di cui restano i capolavori di Pinturicchio e Perugino. Ho percorso le vie cittadine a partire dalla Porta Consolare, salendo lungo via Sant’Angelo (poi via Cavour) fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che purtroppo è chiusa per motivi di sicurezza in seguito al terremoto del 2016.

Spello, Cappella Baglioni, Affreschi di Pinturicchio, scena della Natività
Gli affreschi di Pinturicchio nella cappella Baglioni

Nella chiesa si trova la Cappella Baglioni, tesoro del rinascimento, completamente affrescata dal Pinturicchio tra il 1500 e il 1501, a cui ho dedicato un approfondimento. Nelle cappelline ai lati dell’altare maggiore si trovano due affreschi del Perugino, “Pietà, San Giovanni Evangelista, e la Maddalena” e “Madonna con Bambino, Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio”.

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista

Accanto a Santa Maria Maggiore si trova la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, che conserva una grande pala di Pinturicchio raffigurante “Madonna con il Bambino tra i Santi Andrea apostolo, Ludovico, Francesco, Lorenzo e San Giovannino”, con “Cristo risorto benedicente” nella cimasa, risalente al 1508. L’opera era stata commissionata al pittore nel 1506 e doveva comprendere la pala, la predella e un gradino con un tabernacolo per il Corpo di Cristo. Nel 1507 però Pinturicchio, impegnato nei lavori della Libreria Piccolomini a Siena, affidò a Eusebio da San Giorgio l’ultimazione del lavoro – che doveva rispettare il suo disegno – impegnandosi però a eseguire personalmente le teste dei personaggi e a fornire i disegni della predella (andata dispersa).

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello - dettaglio
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista – dettaglio

A Pinturicchio va attribuita dunque l’ideazione dell’insieme, le teste della Madonna e del Bambino, il paesaggio di fondo, San Giovannino seduto e il martirio di San Lorenzo ricamato, dipinto sulla dalmatica del diacono. Alla sua inventiva va ricondotta anche la panchetta in primo piano, su cui si trova una lettera spiegata di cui è leggibile il contenuto: è una missiva inviatagli dal vescovo di Orvieto, Gentile Baglioni, che sollecita il suo rientro a Siena. L’invenzione pare un’evidente giustificazione per non aver completato la pala di Spello in prima persona, come impegnatosi nel 1506.

Porta Venere, Spello
Porta Venere

Dalla chiesa di Sant’Andrea Apostolo imboccando via Torri di Properzio sono facilmente arrivata alla Porta di Venere, di epoca augustea, che presenta una forma ad arco trionfale affiancato da due torri a pianta dodecagonale. Una vera meraviglia. Risalendo su via Cavour sono arrivata in breve al Palazzo Comunale, in piazza della Repubblica, dove è custodito un prezioso rescritto dell’imperatore Costantino (333-337 a.C.) che conferisce a Spello il diritto di mettere in scena le proprie rappresentazioni teatrali con i gladiatori.

Belvedere, panorama, Spello
La vista dal belvedere

Superata la chiesa di San Lorenzo ho imboccato via Giulia, che mi ha condotto ai resti di un arco di epoca augustea (di cui si conservano i soli piedritti) e mi ha regalato scorci suggestivi sulla campagna circostante. Risalendo via Cappuccini sono giunta alla chiesa di San Severino, dove si ammirano i resti della fortezza di Spello del XIV secolo e si trova il belvedere:  è il punto più alto della città, da cui la veduta sulla Valle Umbra, con Assisi in lontananza, è davvero meravigliosa.

Tempietto sul Clitunno
Il tempietto sul Clitunno

Ho ripreso l’auto e visitato le ultime mete del mio viaggio a Campello sul Clitunno. Mi sono fermata al tempietto, che insieme alla chiesa di San Salvatore di Spoleto fa parte del sito seriale Unesco “I Longobardi in italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”: è un piccolo tempio di forma classica, composto da una cella preceduta da un pronao, risalente secondo alcuni al IV-V secolo d.C., per altri al VII-IX secolo. La fronte del pronao ha quattro colonne dai capitelli corinzi, sormontate dal timpano che reca un’iscrizione dedicatoria al Dio degli angeli, mentre il frontone è ornato con una croce fra viti e grappoli d’uva.

L’abside del sacello del Tempietto
L’abside del sacello del Tempietto

All’interno della cella si trova un’abside a sua volta sormontata da un frontone in cui s’inserisce un arco: si possono osservare resti di affreschi risalenti all’VIII secolo con Cristo fra i Santi Pietro e Paolo, angeli e la croce gemmata. Questi affreschi sono stati messi in relazione con quelli di Santa Maria Antiqua a Roma (ne parlo in questo articolo).  Al tempietto si accedeva tramite due scalette laterali che terminavano sotto piccoli protiri: l’accesso di destra è quello tutt’oggi utilizzato. Anche questa architettura, come la chiesa di San Salvatore a Spoleto, presenta materiale di spoglio di origine romana, ma qui la maggior parte dei manufatti scolpiti è originale e non di reimpiego.

Mi sono infine recata alle Fonti del Clitunno per ammirare un paesaggio bucolico: la meraviglia di questo luogo deriva dalle numerose sorgenti, già famose in epoca romana, che formano un laghetto da cui nasce il torrente Clitunno.

Le fonti del Clitunno
Le fonti del Clitunno

Attorno alle sorgenti è cresciuta una fitta e ridente vegetazione, soprattutto salici piangenti e pioppi, che si riflettono sullo specchio delle acque, limpidissime, e creano un’aurea d’incanto. Il luogo è talmente suggestivo che fu di ispirazione per poeti, scrittori e pittori, tra cui Carducci, Byron, Corot: celebre è l’ode carducciana Alle fonti del Clitunno risalente al 1876 (ne cito una strofa: “Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte / nume Clitumno! Sento in cuor l’antica / patria e aleggiarmi su l’accesa fronte / gl’itali iddii.”).

Il Parco delle Fonti del Clitunno
Il Parco delle Fonti del Clitunno

Il parco che oggi si ammira risale alla sistemazione voluta dal conte Paolo Campello della Spina, che tra il 1860 e il 1865 creò lo spazio per il laghetto e fece crescere la vegetazione che oggi caratterizza il luogo. Nell’antichità lungo le sponde sorgevano ville, terme e templi in onore del dio fluviale Clitunno, che si credeva risiedesse nelle profondità delle acque (ne parla ampiamente Plinio il Giovane nell’Epistola 8.8). Inoltre, come raccontano Virgilio (Georgiche, 2.146) e Properzio (Elegie, 2.19.25), qui si svolgevano riti religiosi che prevedevano l’immersione dei buoi nelle acque per purificarli prima del loro sacrificio rituale. Un vero parco naturale e letterario, un luogo in cui bellezza della natura, mito, storia, si intrecciano lasciando un’impressione indelebile.

Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso
Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso

Per preparare la mia visita ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbria (www.umbriatourism.it) e al sito internet dedicato al turismo del Comune di Spello (http://turismo.comune.spello.pg.it/), nonché al sito della Villa dei Mosaici (www.villadeimosaicidispello.it) e – per il tempietto di Campello sul Clitunno – al portale del sito Unesco dedicato ai Longobardi in Italia (www.longobardinitalia.it).

Presso la Villa dei Mosaici consiglio di scaricare l’APP messa gratuitamente a disposizione, perché offre elementi ed indicazioni ulteriori, che arricchiscono e integrano la visita. Durante il percorso, in alcuni punti segnalati ci sono sensori che – con la tecnologia bluetooth – attivano schede, fotografie e filmati di approfondimento. E’ quindi possibile ampliare le informazioni dei pannelli e delle didascalie con questi contenuti multimediali.

Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it
Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it

Segnalo che a Spello in occasione del Corpus Domini, il 3 giugno, si svolgerà la tradizionale Infiorata: un vero spettacolo, con i colori dei fiori che ornano le già pittoresche vie e piazze cittadine e i loro profumi che si spandono per l’aria. Tutte le informazioni sul sito web dedicato, http://infioratespello.it/

Altre immagini della Villa dei mosaici:

Altre immagini:

La mappa dei luoghi:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Terzo giorno: Spoleto

Basilica di San Salvatore, interno. Spoleto
Basilica di San Salvatore, interno

Il terzo giorno del mio viaggio in Umbria, dopo aver visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il racconto), mi sono recata a Spoleto. Nell’avvicinarmi a questa città dalla storia antica ho deciso di conoscerne la testimonianza di epoca longobarda più interessante, la basilica di San Salvatore. Dal 2011 l’edificio è patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” comprendente – tra gli altri – il Tempietto sul Clitunno poco distante. La chiesa è purtroppo chiusa per problemi di stabilità conseguenti al terremoto, ma in occasione della Pasqua è stato straordinariamente riaperto il portale rendendone visibile l’interno dalla soglia. Inglobata nel cimitero di Spoleto, al di fuori delle mura medievali della città, ha origini paleocristiane (risale probabilmente al IV-V secolo d.C.), e dall’VIII secolo assunse il titolo di San Salvatore nel corso della dominazione longobarda.

Basilica di San Salvatore, facciata. Spoleto
Basilica di San Salvatore, facciata

Sin dalla facciata è evidente l’ampio ricorso a spolia, con il riutilizzo di colonne, basi, capitelli, elementi decorativi di origine romana, con un gusto decorativo di matrice orientale e siriaca: come riportano le notizie relative a questo luogo, nello spoletino vi era la forte presenza di un nucleo di monaci provenienti dalla Siria, che inoltre importò un modello di insediamento monastico ed eremitico di cui si ha testimonianza sul Monte Luco e in Valnerina. Il fascino della Basilica, che oggi purtroppo si ammira in modo assai parziale, consiste anche nel suo testimoniare quell’incontro di culture e tendenze differenti – ellenistiche e romane, bizantine, longobarde, locali – proprie del pluralismo e del sincretismo altomedievale.

Vista dalla Rocca Albornoziana
Vista dalla Rocca Albornoziana

Dopo aver visitato la chiesa, ho lasciato l’auto al parcheggio della Ponzianina (situato proprio sotto il cavalcavia della Flaminia) e utilizzando le comode scale mobili sono giunta alla Rocca Albornoziana, che domina la città dall’alto del colle Sant’Elia: il complesso merita una visita approfondita sia per la sua storia, sia per l’interessante Museo del Ducato di Spoleto che qui è allestito, sia per la vista impareggiabile che regala sulla città e sul Ponte delle Torri.

Torri della Rocca Albornoziana
Torri della Rocca Albornoziana

La fortezza venne costruita a partire dal 1359 per volere di papa Innocenzo VI per controllare i territori dello Stato della Chiesa durante il periodo della cattività avignonese (ad Avignone e al palazzo dei Papi ho dedicato una giornata del mio viaggio in Provenza, di cui ho parlato in questo articolo). Innocenzo VI inviò in Italia il potente cardinale Egidio Albornoz (da cui la rocca prende il nome) incaricando Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” (coinvolto tra l’altro nella costruzione dello splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio, di cui ho parlato qui) della direzione dei lavori. Nel corso degli anni la fortezza divenne anche la residenza dei rettori del Ducato e dei legati pontifici, arricchendosi di decorazioni ed affreschi: purtroppo molti andarono distrutti quando, dal 1816, l’ambiente venne destinato a carcere e subì profonde modifiche interne.

Corte d'onore della Rocca Albornoziana
Corte d’onore della Rocca Albornoziana

Gli spazi più suggestivi, oltre alle splendide mura fortificate e alle sei torri, sono i due cortili interni (il Cortile delle Armi, enorme, e il Cortile d’Onore, circondato da un doppio loggiato con lacerti di affreschi) nonché gli ambienti della zona di rappresentanza, con il Salone d’Onore e soprattutto la Camera Pinta. Questo luogo è ornato da un ciclo di affreschi di soggetto profano, fortunatamente rimasti quasi intatti, risalenti al XIV e XV secolo.

Camera Pinta, Rocca Albornoziana - dettaglio del cavaliere alla fonte
Camera Pinta, Rocca Albornoziana – dettaglio del cavaliere alla fonte

Il Museo del Ducato di Spoleto è allestito negli spazi a piano terreno e primo piano che si affacciano sulla Corte d’Onore e racconta la storia della città dal IV al XV secolo. La Rocca offre anche una suggestiva visuale del Ponte delle Torri, che purtroppo è chiuso per consentire i lavori di consolidamento in seguito al sisma del 2016: tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica (ha una lunghezza di 230 metri e un’altezza di oltre 80), il ponte svolgeva la funzione di acquedotto collegando Spoleto al Monte Luco.

Ponte delle torri
Ponte delle torri

Risalente al XIII/XIV secolo, affascinò anche Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia” scrisse: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili“. Dopo la visita della Rocca sono scesa verso piazza Duomo, passando dalla Fontana del Mascherone e dal Palazzo Comunale, su cui s’innalza l’originaria torre duecentesca.

Basilica di Santa Eufemia, facciata. Spoleto
Basilica di Santa Eufemia, facciata

Prima di visitare il Duomo ho festeggiato la Pasqua al ristorante La Barcaccia, a gestione familiare e casalinga, affollato da una clientela locale affezionata: ottimo il menù tipico, con strangozzi alla spoletina e agnello scottadito. Recandomi alla Cattedrale mi sono fermata alla Basilica di sant’Eufemia, risalente al X secolo, situata nell’area della residenza dei Duchi longobardi. Mi ha colpito per la semplicità della sua struttura, nel complesso davvero piccola, e l’armonia delle proporzioni: anche qui, come in San Salvatore, è stato utilizzato materiale di spoglio di provenienza classica e altomedievale. Non ho potuto visitare l’annesso Museo Diocesano (la Basilica sorge all’interno del Palazzo Arcivescovile) perché chiuso in occasione delle festività.

Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso
Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso

Ho quindi visitato il Duomo, scendendo la scenografica scalinata di via dell’Arringo che conduce alla piazza, su cui affaccia anche il teatro Caio Melisso, il bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto. Nella cattedrale, edificata alla fine del XII secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, spiccano gli affreschi di Filippo Lippi che ornano l’abside maggiore, rappresentanti Storie della Vergine: l’opera venne eseguita tra il 1467 e il 1469 negli ultimi anni di vita del Maestro, che qui infatti venne sepolto.

Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto - dettaglio dell'incoronazione della Vergine
Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio dell’incoronazione della Vergine

La sua tomba fu disegnata dal figlio, Filippino, e Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio (di Filippo Lippi ho ammirato il ciclo di affreschi realizzati nel Duomo di Prato quindici anni prima, che costituiscono uno dei capolavori del Rinascimento, parlandone in questo articolo).

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta

Particolare attenzione meritano anche la Cappella Eroli, dove si trova un affresco di Pinturicchio, e l’adiacente Cappella dell’Assunta, interamente affrescata da Jacopo Siculo intorno al 1530. Nella Cappella Eroli – intitolata a San Leonardo – oggi si ammira l’opera di Pinturicchio nella zona absidale, con l’Eterno tra gli angeli in alto e in basso Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Leonardo. L’opera fu commissionata dal vescovo di Spoleto Costantino Eroli e venne ultimata da Pinturicchio nel 1497, ma il suo impianto originale – e di conseguenza la decorazione – venne sensibilmente modificato nel 1785 in seguito ai lavori di ammodernamento della cattedrale diretti da Giuseppe Valadier.

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta - dettaglio con l'Arco di Tito
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio con l’Arco di Tito

Lo stato dell’affresco è inoltre gravato da importanti problemi di umidità, che ne hanno compromesso l’originario splendore: sono infatti andate perdute le lumeggiature e i dettagli aggiunti a secco, mentre si è conservata la parte realizzata ad affresco. Quel che si ammira si distingue anche per il paesaggio minutamente descritto – alle spalle dei personaggi in primo piano – e nelle scene e nelle architetture immaginate: dietro la figura di Leonardo si distingue la Fuga in Egitto, mentre alle spalle del personaggio di Maria si sviluppa una città medievale e una citazione dell’Arco di Tito, fantasiosamente coronato da un gruppo bronzeo che potrebbe ispirarsi al Marco Aurelio. Immagini, queste, che testimoniano il repertorio e le memorie romane di Pinturicchio (in questo articolo ho parlato delle opere realizzate a Roma dal maestro perugino prima della Cappella Eroli, dal 1477 al 1500 circa).

E’ molto interessante anche la Cappella delle Reliquie, in cui è conservata la lettera autografa di San Francesco a Frate Leone, preziosissima testimonianza – oltre alle spoglie, che riposano ad Assisi – della vita e della predicazione del Santo. Sono solo due gli autografi di Francesco, uno è conservato ad Assisi, il secondo qui a Spoleto.

L'arco di Druso e Germanico a Spoleto
L’arco di Druso e Germanico

Nel pomeriggio mi sono concessa una passeggiata per le vie cittadine, giungendo all’arco di Druso e Germanico, risalente al 23 d.C.: il monumento sorge a poca distanza dalla piazza del mercato, l’antico foro romano di cui l’arco era l’ingresso trionfale, ed è stato inglobato nelle successive costruzioni medievali. Testimonia, insieme alle vestigia del Ponte sanguinario, del teatro e dell’anfiteatro, la floridezza del municipio romano di Spoletium, che ebbe grande importanza economica e strategica in virtù della sua collocazione sulla via Flaminia. Sono quindi giunta fino a piazza della Libertà, da cui si ammira dall’alto lo splendido teatro romano, risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e rimasto in uso fino al IV secolo: nel periodo altomedievale sulla scena venne edificata la chiesa di Sant’Agata e il palazzo Corvi, attuali sedi del Museo Archeologico Statale.

Teatro romano e chiesa di Sant'Agata
Teatro romano e chiesa di Sant’Agata

Sono poi scesa verso Palazzo Collicola per visitare la collezione di arte contemporanea Carandente, qui ospitata a piano terreno, e le sale del piano nobile, dove è stata ricostruita un’abitazione gentilizia settecentesca e si ammira una pinacoteca con dipinti risalenti al XV-XX secolo. Oltre alla bellezza degli ambienti, davvero raffinati, sempre al primo piano meritano attenzione la galleria, completamente affrescata secondo un gusto barocco e rococò con vedute a trompe l’oeil, e alcuni soffitti a cassettoni magnifici.

Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color
Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color

Fra le opere esposte nella collezione Carandente ho particolarmente apprezzato quella di Richard Serra (collocata all’ingresso), la sala di wall drawing realizzata da Sol Lewitt (dal titolo Bands of color), i mobiles di Calder, le sculture di Leoncillo (nato a Spoleto nel 1915). Alla collezione appartiene anche la Coda di cetaceo di Pino Pascali, attualmente in prestito a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della mostra “Nascita di una Nazione” (di cui ho parlato in questo post). Percorrendo la suggestiva via Porta Fuga sono giunta in piazza Garibaldi e da qui, costeggiando il fossato (da cui si ammira una bella veduta della Rocca Albornoziana) sono tornata alla mia auto.

Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Per organizzare la mia giornata a Spoleto ho consultato con molto profitto il sito internet del Comune dedicato al turismo e alla culturawww.comunespoleto.gov.it/turismoecultura/, e ho ricevuto preziose indicazioni dall’Ufficio Turistico, che ha prontamente risposto alla mia mail (l’indirizzo è info@iat.spoleto.pg.it). Per visitare i sei musei cittadini è consigliabile l’acquisto della Spoleto Card (info sul sito www.spoletocard.it/) che consente di avvalersi di un unico biglietto integrato utilizzabile nell’arco di sette giorni, con un significativo risparmio economico.

Altre immagini:

Mappa di Spoleto:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Secondo giorno: Bevagna e Foligno

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

Dopo aver visitato Montefalco (qui il mio racconto) ho dedicato il secondo giorno della gita nella Valle Umbra a Bevagna e Foligno. Prima di giungere a Bevagna mi sono fermata presso la tenuta Castelbuono di Lunelli, dove avevo prenotato una visita incuriosita dall’originalità del luogo: si tratta infatti di un enorme carapace di tartaruga realizzato da Arnaldo Pomodoro, incastonato nelle colline tra i filari.

Il carapace di Arnaldo Pomodoro
Il carapace di Arnaldo Pomodoro

Le mie aspettative sono state pienamente premiate: l’architettura-scultura di Pomodoro s’inserisce nel dolce paesaggio umbro, di cui ricorda la morbidezza nella rotondità della forma del carapace, ed evoca la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità. Come il carapace protegge la tartaruga, così la forma di Pomodoro qui custodisce il vino, che riposa nelle botti in attesa di essere pronto. L’architettura si aggrappa alla terra su cui è posta e nel suo ventre, nelle cantine sottostanti il guscio, le botti sono disposte in cerchio, attorno a una scala elicoidale che collega la superficie al sottoterra.

Il "ventre" del carapace, con la ziggurat al centro
Il “ventre” del carapace, con la ziggurat al centro

Nel sottosuolo, al centro della scala, si sviluppa un ambiente conico, che prende luce naturale dal piano superiore e al centro accoglie una sorta di altare, dove il vino viene presentato e degustato: la struttura evoca, secondo il suo ideatore, una ziggurat, la torre mesopotamica costruita con finalità religiose e sacre per unire il cielo e la terra.

La volta del carapace
La volta del carapace

Al piano terreno il guscio della tartaruga, realizzato in rame, poggia su una grande vetrata circolare, in modo che dall’interno lo guardo spazi sulla campagna circostante: la volta ricorda immediatamente l'”alfabeto artistico” di Pomodoro, riconducibile al suo estro con le spaccature e i tagli che rompono la superficie. In questo ambiente si svolge l’accoglienza dei visitatori e si tengono le degustazioni.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

All’esterno invece la sfericità del guscio è percorsa da crepe che ricordano i solchi della terra, mentre il colore del rame – inizialmente del suo tipico rosso – sta cedendo per effetto dell’ossidazione a un verde scuro che mimetizza l’intervento fra i colori della campagna. Il carapace è segnalato da un monumentale dardo rosso, conficcato nel terreno a poca distanza, che sottolinea l’opera nel paesaggio.

Dopo la visita, comprensiva della degustazione di alcuni vini, sono arrivata a Bevagna, dove ho pranzato Da Oscar, un piccolo ristorante che mi ha colpito per la qualità e originalità dei piatti, appartenenti alla tradizione umbra ma rivisitati dal suo eclettico chef.

Budino al atte e olio d'oliva, Ristorante Da Oscar
Budino al atte e olio d’oliva, Ristorante Da Oscar

Tra le portate, presentate con cura e abbondanza di particolari, la più originale mi è sembrata il dolce, un budino di latte all’olio extravergine di oliva profumato da fiori di finocchietto. Al temine del pranzo ho visitato la cittadina, un borgo delizioso, passeggiando piacevolmente tra le sue stradine, testimonianza inalterata dell’assetto urbano medievale risalente al XII e XIII secolo: proprio la cura e l’attenzione ai propri monumenti ha permesso a Bevagna di conquistare la bandiera arancione, oltre a far parte dei “borghi più belli d’Italia”.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Partendo dalla Porta Perugina (molto comoda perché subito all’esterno si trova un ampio parcheggio), ho visitato la chiesa di San Francesco, dove è conservata la pietra su cui San Francesco tenne la sua predica agli uccelli. Alle spalle della chiesa si snoda in senso circolare il vicolo dell’anfiteatro, il cui nome e andamento assecondano la disposizione delle abitazioni medievali, edificate sopra le fondamenta dell’antico teatro romano, risalente presumibilmente all’epoca traianea, al I secolo d.C.. I suoi ambulacri si possono ammirare entrando nel ristorante Redibis, che è allestito proprio all’interno di questi suggestivi spazi: un’occasione unica per ammirare le vestigia romane in un contesto non museale.

Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo
Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo

Percorrendo il corso principale sono giunta alla piazza Silvestri, su cui affacciano le due chiese medievali di san Michele Arcangelo e di san Silvestro, il Palazzo dei Consoli – sede del delizioso teatro Francesco Torti (l’ho visitato tanti anni fa, a Pasqua purtroppo non era aperto. La visita necessita di prenotazione) – la chiesa dei santi Domenico e Giacomo. Uscendo dalle mura si può compiere una bella passeggiata costeggiandone il tratto meridionale, affiancati da un fresco torrentello: davvero un angolo di paradiso.

La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale
La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale

Nel pomeriggio ho trascorso alcune ore visitando le cantine vicine, tra cui la Fattoria Colleallodole di Melziade Antano e la cantina Arnaldo Caprai. Per la visita della cantina Caprai è necessaria la prenotazione, che si può richiedere anche on line. Con l’arrivo del bel tempo è inoltre possibile godere di un bel “pic nic in vigna“, con la cantina che offre tutto il necessario e la libertà di scegliere l’angolo preferito dove accomodarsi tra le vigne e i prati della Tenuta: un’idea originale e simpatica per un’esperienza “a tutto sagrantino”.

Calamita Cosmica di Gino De Dominicis
Calamita Cosmica di Gino De Dominicis

Nell’ultima parte della giornata – è stata lunghissima e piena di incontri e scoperte! – sono andata a Foligno, dove ho passeggiato per le vie del centro cittadino. Ho avuto il tempo di ammirare un’opera enigmatica, collocata in un contesto inusuale per l’arte contemporanea: mi riferisco alla Calamita Cosmica di Gino De Dominicis, una scultura monumentale (lunga 24 metri) che rappresenta uno scheletro umano sdraiato. La sua peculiarità consiste in un grosso naso, simile a un becco di uccello, posto sul volto (è uno dei motivi ricorrenti delle opere di De Dominicis), e in un’asta di ferro dorata, appoggiata all’ultima falange del dito medio della mano destra, alta 9 metri, che costituisce la calamita del titolo: l’asta metterebbe in contatto lo scheletro con il mondo cosmico.

Calamita Cosmica, dettaglio del busto e della testa
Calamita Cosmica

Quest’opera fu realizzata da De Dominicis in circostanze segrete intorno al 1988, ed è avvolta nel mistero come la vita del suo creatore: “egli stesso opera d’arte senza fine, originaria e carica di segreto” lo definì il pittore tedesco Ansel Kiefer. Dal 2011 Calamita Cosmica è esposta permanentemente a Foligno, ospitata dal Centro Italiano di Arte Contemporanea nell’ambiente dell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata. Il contesto espositivo contribuisce ad aumentare il fascino della visita: la chiesa infatti è un gioiello di architettura neoclassica opera di Carlo Murena, allievo di Luigi Vanvitelli.

Palazzo Trinci, lo scalone del cortile
Palazzo Trinci, lo scalone del cortile

A seguire mi sono recata a Palazzo Trinci (collocato accanto al Duomo nella piazza centrale di Foligno), dove la giornata si è conclusa in un’apotesi di bellezza: il palazzo trecentesco, costruito su edifici medievali preesistenti, fu la residenza della famiglia Trinci che governò la città dal 1305 al 1439, mentre in seguito all’annessione di Foligno allo Stato della Chiesa divenne la sede dei governatori pontifici.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti a Palazzo Trinci a Foligno
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti

La storia che lo riguarda è tangibile nelle trasformazioni architettoniche che il luogo ha vissuto, di cui resta una traccia affascinante nella scala gotica interna – un tempo a cielo aperto – e nel collegamento fra i vari ambienti del secondo piano, dove si trovano gli affreschi più interessanti.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica

I Trinci infatti chiamarono Gentile da Fabriano a decorare le sale del palazzo, e dell’opera del maestro rimangono varie sale tra cui la Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti: qui sono rappresentate le personificazioni delle arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), e dei sette Pianeti.

Gentile da Fabriano, Palazzo Trinci a Foligno, Sala dei giganti
Gentile da Fabriano, Sala dei Giganti

Questa rappresentazione simboleggia le sette età dell’uomo, ciascuna delle quali influenzata da uno specifico pianeta e dedita all’apprendimento di un’arte. Il tema delle età dell’uomo è sviluppato anche nel corridoio che collega il palazzo al Duomo. Sempre al secondo piano si trova la grande Sala dei Giganti, affrescata con colossali figure di eroi della storia di Roma, da Romolo a Traiano, abbigliati secondo la moda e il gusto rinascimentali.

Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia
Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia

Anche questa sala, insieme all’ambiente della loggia con le Storie della fondazione di Roma – situata sempre al secondo piano – è riconducibile all’ingegno e alla fantasia di Gentile da Fabriano, con la collaborazione di aiuti. Vi è inoltre l’ampia sala Sisto IV, con un soffitto ligneo magnificamente decorato, in fondo alla quale si trova la piccola bellissima cappella affrescata da Ottaviano Nelli nel 1424 con Storie della vita della Vergine: davvero uno scrigno prezioso.

Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo
Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo

Palazzo Trinci ospita anche la pinacoteca civica articolata in tre sezioni (Trecento, Quattrocento, Cinquecento) e il Museo Archeologico, nonché il Museo multimediale dei Tornei, delle Giostre e dei Giochi (immancabile nella città che organizza la Quintana). Ho lasciato Foligno a malincuore, non prima però di aver trascorso del tempo nella libreria Editoriale Umbra in via Pignattara 36: un luogo ricchissimo di pubblicazioni d’arte, di storia locale, di libri rari, dove sfogliare volumi parlando con l’appassionato libraio è stato davvero un piacere.

La campagna della Tenuta Lunelli
La campagna della Tenuta Lunelli

Per preparare le mie visite ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbriawww.umbriatourism.it, nonché ai siti web delle varie cantine vinicole visitate (per alcune delle quali, come ho scritto, è auspicabile se non proprio necessaria la prenotazione). Il servizio turistico comunale di Foligno è stato sollecito e puntuale nel fornirmi le informazioni richieste: ho mandato una mail a  info@iat.foligno.pg.it e ho ricevuto risposta il giorno seguente. Consiglio anche il sito del circuito intercomunale Terre e Musei dell’Umbriawww.umbriaterremusei.it, che offre una descrizione puntuale dei dodici Comuni coinvolti e dei venti siti museali in essi presenti: ho trovato molto utili le “miniguide” scaricabili relative a ciascun museo.

Altre immagini del borgo di Bevagna:

Il pranzo Da Oscar a Bevagna, i piatti degustati:

Altre immagini dell’impressionante Calamita Cosmica di Gino De Dominicis:

Altre immagini delle sale e degli affreschi di Palazzo Trinci a Foligno:

La mappa della mia giornata, i luoghi che ho visitato:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Primo giorno: Montefalco

 

La Valle Umbra che si ammira da Montefalco

Ho trascorso le festività di Pasqua nella Valle Umbra, visitando alcuni dei borghi più belli d’Italia, luoghi dove il rispetto della natura e del paesaggio, l’attenzione al cibo e al vino sono elevati da un richiamo secolare alla bellezza e all’arte. Ho visitato Montefalco, Bevagna, Foligno, Spoleto, Spello, Campello sul Clitunno, e le impressioni e i ricordi che ho portato a casa derivano da un senso di cura, accoglienza, apertura e cordialità che non sempre ho incontrato durante i miei viaggi.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefalco

Ho notato un grande riguardo nella gestione dei beni culturali, nonostante le ferite del terremoto del 2016 siano ancora tangibili, e alcuni scrigni d’arte come il convento di San Fortunato a Montefalco o la chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello non siano ancora accessibili per problemi di staticità e sicurezza. Auspico che questi tesori, che rappresentano il senso d’identità di quelle comunità e un patrimonio per tutti, possano finalmente tornare alla luce.

Ho suddiviso il mio racconto di viaggio in quattro puntate, una per ogni giorno della mia vacanza. Inizio dal primo e dalla visita del primo borgo, Montefalco, così chiamata in riferimento ai falchi dell’imperatore Federico II che qui aveva soggiornato nel 1240: ho visitato la chiesa di San Francesco (oggi museo) che racchiude uno dei capolavori di Benozzo Gozzoli, un ciclo di affreschi dedicato alle storie del santo di Assisi.

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore di San Francesco

Benozzo stava lavorando a Orvieto insieme al suo maestro Beato Angelico quando venne chiamato a Montefalco: il suo intervento si dispiegò nella cappella maggiore della chiesa, dove tra il 1450 e il 1452 raffigurò gli episodi salienti della vita di San Francesco ambientandoli nei luoghi delle sue predicazioni, affiancandogli i cittadini più illustri di Montefalco. A questo lavoro, che gli valse lo status di “maestro” indipendente, ho dedicato questo approfondimento.

Perugino, Natività con l’Eterno in gloria tra gli angeli e l’Annunciazione

La chiesa di San Francesco ospita anche un affresco del Perugino collocato in controfacciata, che rappresenta una scena di natività, nonché la cappella di San Girolamo, ugualmente affrescata da Benozzo, parzialmente compromessa. Vi è poi una pinacoteca al piano superiore e, nei sotterranei, sono visitabili le cantine dei frati e una piccola raccolta archeologica: una visita frettolosa potrebbe tralasciare un momento fondamentale della storia del vino sagrantino che proprio qui trovò la sua origine. Già in epoca romana infatti la vinicoltura veniva praticata in questo territorio, e i montefalchesi si dedicavano alla vigna anche all’interno del centro urbano: lo dimostrano ancora oggi alcuni filari coltivati nei giardini delle abitazioni del borgo, che si ammirano seguendo il percorso delle Viti storiche.

Le cantine dei frati di San Francesco

A partire dal Quattrocento le leggi comunali tutelavano vite e vino, con una serie di ferree istruzioni comprese nello Statuto come, ad esempio, questa: “Chiunque sarà trovato a portar le uve acerbe o mature e non havesse vigna propria o in affitto o a lavoreccio, sia punito come se fosse entrato in vigna di alcuno et havesse colto le uve” ( IV Libro, Rubrica 2, XV sec.). I frati francescani avrebbero portato il sagrantino dall’Asia Minore, e proprio quest’uva sarebbe stata lavorata nelle cantine della chiesa di San Francesco per farne uso durante le cerimonie religiose, in qualità di vino dolce, e in occasione delle festività pasquali (da questo suo impiego “sacro” ne deriverebbe il nome).

Alcune bottiglie di Sagrantino

La storia di Montefalco s’intreccia quindi con quella del vino che ne ha fatto la fortuna: quasi scomparso dai vigneti umbri negli anni Sessanta, il sagrantino venne recuperato grazie all’impegno di alcuni imprenditori locali, primo fra tutti Arnaldo Caprai, ottenendo nel 1979 il riconoscimento DOC e nel 1992 la DOCG.

Porta Sant’Agostino

Dopo il complesso di San Francesco ho visitato la cittadina, passeggiando per le vie ricche di scorci pittoreschi: consiglio di partire dalla bella Porta di Sant’Agostino e seguire il corso principale, l’antico “Stradone”, su cui si affaccia la chiesa di Sant’Agostino, che all’interno conserva affreschi della scuola di Ambrogio Lorenzetti e Bartolomeo Caporali. La chiesa ha anche un bel chiostro. Sempre seguendo il corso si giunge alla piazza del paese, su cui si trova il palazzo comunale, e si dipanano altre vie, tra cui la passeggiata delle Viti storiche e il percorso che conduce alla piccola chiesa di Santa Lucia.

La chiesa di Santa Lucia

Raccomando inoltre un giro attorno alle mura duecentesche, splendidamente conservate, che consente anche di ammirare il panorama circostante: Montefalco è infatti soprannominata “la ringhiera dell’Umbria” perché si trova in una posizione soprelevata, da cui lo sguardo spazia dai vigneti vicini fino a raggiungere Assisi, Spoleto, Foligno, Spello, Bevagna…

La piazza di Montefalco. A destra il Palazzo Comunale

Non sono riuscita a visitare la chiesa e il convento agostiniano di Santa Chiara della Croce, che ospita un ciclo di affreschi di scuola umbra del Trecento, perché non visibili durante le festività pasquali: la chiesa fu fondata dalla santa, le cui spoglie qui riposano dal 1308 custodite in un’urna di vetro.

Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va
Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va

La chiesa e convento di San Fortunato, situati poco fuori le mura cittadine, non sono purtroppo visitabili a causa di problemi di staticità conseguenti al terremoto del 2016: qui Benozzo Gozzoli realizzò la splendida pala per l’altare maggiore dedicata alla Madonna della Cintola, che si trova ai Musei Vaticani (per l’iconografia della Madonna della Cintola consiglio questo mio articolo), ed altri affreschi.

Prosciutto tagliato al coltello da Coccorone e bruschetta con olio della casa

Al termine della mia giornata ho cenato da Coccorone, un ottimo ristorante che propone specialità umbre, pasta fatta in casa e carne alla brace: il servizio è stato ottimo e i piatti davvero deliziosi.

Per tutta la durata del mio soggiorno ho pernottato a Villa Pambuffetti, situata poco fuori le mura cittadine, che ho scelto per l’ambiente confortevole e le ottime recensioni: non sono rimasta delusa, l’atmosfera era familiare e gli ospiti attenti e premurosi.

Villa Pambuffetti

Per preparare la mia visita ho consultato anche le notizie disponibili on line, e mi sento di consigliare questi siti internet:

  • La pagina dedicata a Montefalco sul portale turistico della Regione Umbria, www.umbriatourism.it
  • Il sito internet del Museo di San Francesco, www.museodimontefalco.it: per apprendere la storia degli affreschi di Benozzo Gozzoli consiglio di avvalersi della visita guidata, che va richiesta in biglietteria al momento dell’ingresso, e offre una panoramica sull’opera e sul suo contesto storico davvero approfondita ed esaustiva.
  • Il sito internet del turismo e della cultura a Montefalco, www.montefalcodoc.it
  • Il sito internet della Strada del Sagrantino, territorio cui Montefalco appartiene insieme a Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi: www.stradadelsagrantino.it

Alcune immagini di Montefalco:

Alcune immagini degli affreschi della chiesa di San Francesco (per una galleria più ampia rimando all’articolo dedicato):

I piatti degustati da Coccorone:

Mappa di Montefalco:

Villa d’Este a Tivoli: il giardino delle meraviglie dove si incrociano i destini

Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d'Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell'antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma
Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d’Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell’antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma

Villa d’Este a Tivoli è una meraviglia da scoprire ascoltando “Les jeux d’eau a la Villa d’Este” (qui nell’esecuzione di Claudio Arrau León del 1969), uno dei pezzi più celebri del grande pianista e compositore ungherese Franz Liszt, ispirato allo zampillio e ai giochi d’acqua delle fontane del parco. Liszt trascorse a Tivoli molti anni, a partire dal 1867, ospite del cardinale Gustav Adolf von Hohenlohe: dimorava in un appartamento della villa, con accesso indipendente, negli spazi che oggi ospitano gli uffici della Direzione, e qui tenne uno dei suoi ultimi concerti nel 1879.

Fontana di Rometta, dettaglio

La luminosità dei Les jeux d’eau e il vibrare delle note di questa virtuosistica composizione rappresentano meglio di qualsiasi descrizione lo scintillio delle fontane, delle cascate, dei riflessi di luce e ombra di questo luogo incantato, uno dei massimi esempi di “Giardino delle meraviglie” del XVI secolo.

Tivoli dalla terrazza della villa

Il cardinale von Hohenlohe aveva ottenuto Villa d’Este in enfiteusi dai duchi di Modena ed aveva avviato numerosi lavori di restauro salvando il giardino e la villa dal degrado e dall’abbandono. Il complesso infatti versava in una situazione di decadenza da oltre un secolo e mezzo, a causa della mancata manutenzione, e della dispersione del suo patrimonio artistico.

Fontana di Nettuno vista dalle peschiere

Inserita nella lista Unesco del patrimonio mondiale perché rappresenta “uno dei migliori esempi della cultura del Rinascimento al suo apogeo”, la villa e il parco simboleggiano il desiderio del cardinale Ippolito II d’Estesecondogenito di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia – di trasformare il modesto convento che nel 1550 gli era stato assegnato in una residenza regale: appassionato di archeologia, il suo progetto fece rivivere i fasti della vicina Villa Adriana, richiamando alla memoria i giardini pensili di Babilonia.

Fontana dell’abbondanza

Per realizzare il suo sogno chiamò a sé il pittore, archeologo e architetto Pirro Ligorio, incaricandolo di trasformare il dirupo sottostante il suo palazzo – nominato “valle gaudente” – in un giardino con fontane, ninfei, giochi d’acqua, viali, peschiere.

Scorcio del giardino

Ligorio dovette ripensare l’intera orografia del luogo, scavando sotto la cittadina di Tivoli un tunnel di seicento metri per portare qui l’acqua del fiume Aniene, e alimentare con la sua portata – in virtù del principio dei vasi comunicanti e della sola forza di gravità – l’intero impianto idraulico. Ancora oggi le fontane del parco sono alimentate dal fiume, senza far ricorso ad alcuna spinta meccanica, a dimostrazione dell’ingegno e della capacità di Ligorio di calcolare esattamente la portata d’acqua necessaria al funzionamento del sistema, dai numeri eccezionali: “duecentocinquanta zampilli, sessanta polle d’acqua, duecentocinquantacinque cascate, cento vasche, cinquanta fontane“.

La villa vista dal parco

Al miracolo dell’adduzione delle acque – che rievoca la sapienza ingegneristica dei romani – si aggiunge la disposizione degli spazi, che sfruttando il pendio della valle si susseguono in una sovrapposizione di terrazze, scalinate e viali, armoniosamente incastonati gli uni sugli altri per regalare vedute e scorci di grande suggestione. “Dovunque tu volga lo sguardo ne zampillano polle in sì varie maniere e con tale splendore di disegno, da non esservi luogo su tutta la terra che in tal genere non sia di gran lunga inferiore“, scriveva in una lettera lo storico Uberto Foglietta al cardinale Flavio Orsini nel 1569.

La fontana dell’Ovato

Per realizzare l’ampio giardino Ligorio – coadiuvato dall’architetto Alberto Galvani e dai virtuosi idraulici Giacomo della PortaClaude Venardutilizzò le vecchie mura medievali come contrafforti e creò un alto terrapieno: sullo spazio così ottenuto dispose l’ampio Vialone, parallelo al corpo della villa, intersecato da cinque assi trasversali.

Le peschiere viste dalla fontana di Nettuno

Questa pianta ortogonale costituì dunque lo schema del “verde” che venne ornato con “trentamila piante a rotazione stagionale, centocinquanta piante secolari ad alto fusto, quindicimila piante ed alberi ornamentali perenni“, in un tripudio di essenze mediterranee, dai cipressi agli allori, dalle siepi alle piante di agrumi in vaso.

Fontana dell’organo, dettaglio

Passeggiando nel parco si ammirano gli alberi maestosi (i cipressi vennero anche cantati da Gabriele D’Annunzio nel “Notturno”: “essere il più alto e il più fosco/cipresso di Villa D’Este“), la disposizione dei prati, dei vialetti e delle rampe, il rigoglio del verde in tutte le sue sfumature, lo sbocciare dei fiori, e si è allietati dal suono delle cascate e dallo zampillio delle fontane. Tra queste alcune riservano la sorpresa di meccanismi musicali azionati dalla forza delle acque: la fontana dell’Organo, opera di Claude Venard, è tutt’oggi funzionante e viene attivata quotidianamente a partire dalle 10,30 ogni due ore.

Viale delle Cento fontane

La fontana della Civetta, che purtroppo non è attiva, ricorda il verso dell’uccello di cui porta il nome, la cui immagine è rappresentata in bronzo.

Durante la passeggiata si ammirano inoltre il viale delle Cento fontane, la fonte del Bicchierone (realizzata da Gian Lorenzo Bernini), la fontana del Pegaso, la fontana dei Draghi. La più imponente è senz’altro la fontana di Nettuno, realizzata da Attilio Rossi in un tripudio di spruzzi colossali, cui segue la fontana dell’Ovato, che rappresenta simbolicamente la cascata di Tivoli ed è così chiamata perché ha una forma semicircolare.

Vista della fontana di Rometta dalla terrazza della Villa

I nomi delle fontane e dei luoghi ricordano episodi e personaggi del mito, come la Grotta di Diana e la Loggia di Pandora, mentre la fontana di Roma o Rometta è ornata con la Lupa e i gemelli Romolo e Remo: era originariamente decorata con le miniature di alcuni monumenti di Roma, andati purtroppo perduti, che facevano da scenografia alle sculture rimaste.

Stanza della gloria

Le sale dell’antico convento, trasformato in villa sontuosa, vennero affrescate da alcuni dei protagonisti del tardo manierismo romano, da Federico Zuccari ad Antonio Tempesta: in particolare quelle collocate al piano nobile sono dedicate alla rappresentazione dei miti antichi, e alla celebrazione delle divinità locali e della casata d’Este. Questi spazi si susseguono in un magnifico tripudio di affreschi, che abbelliscono ogni spazio sfruttando giochi di prospettiva e illusioni in trompe-l’œil.

Prima stanza tiburtina, volta

Dopo la morte del cardinale Ippolito II, avvenuta nel 1572, la villa rimase alla famiglia e dal 1605 Alessandro d’Este avviò un nuovo programma di restauro e manutenzione, creando una serie di ulteriori innovazioni all’assetto del giardino e alla disposizione delle fontane. Altri lavori furono realizzati tra il 1660 e il 1670 e coinvolsero lo stesso Gian Lorenzo Bernini.

Stanza della nobiltà, dettaglio

Nel XVIII secolo la mancata manutenzione – essenziale in questo luogo dove acqua, roccia e verde devono coesistere in un delicato equilibrio – causò la rovina della residenza e del suo parco, e la situazione di abbandono si aggravò ulteriormente con il passaggio di proprietà alla Casa d’Asburgo, quando la collezione di statue antiche del cardinale Ippolito fu smembrata e trasferita altrove.

Prima stanza tiburtina, dettaglio

L’arrivo del cardinale von Hohenlohe mise fine alla decadenza e la villa ricominciò ad essere un punto di riferimento della vita culturale ed intellettuale. L’ultimo proprietario privato fu l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, che avrebbe voluto venderla allo Stato Italiano per l’enorme cifra di due milioni di lire dell’epoca: l’Italia tergiversò a lungo di fronte a questa esosa richiesta, ma l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, nel quale l’arciduca venne assassinato, pose fine alla questione.

Salone della fontana, veduta di Villa d’Este con il progetto del giardino nel 1565

Come il ministro degli esteri Antonino di San Giuliano riferì al primo ministro Antonio Salandra quello stesso 28 giugno, “ci siamo liberati di quella noiosa faccenda di Villa d’Este“. Nel 1918, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la residenza entrò a far parte delle proprietà dello Stato Italiano, venne aperta al pubblico ed interamente restaurata tra il 1920 e il 1930. Dopo i danni subiti a causa del bombardamento del 1944 venne nuovamente restaurata e da allora gli interventi si sono susseguiti ininterrottamente.

Sala di Noè, dettaglio della volta

Con l’arrivo della bella stagione una gita in questo luogo da favola, la cui storia è davvero incredibile, merita una giornata intera. Nelle vicinanze si trovano anche Villa Adriana e Villa Gregoriana, entrambe splendide, mentre se si vuole trovare ristoro alle fatiche del tour culturale consiglio senz’altro il ristorante Da Totarello: memorabili i bocconcini di parmigiano fritto, che però sconsiglio a chiunque sia a dieta.

Sala di Ercole, dettaglio

Per la visita della Villa tutte le informazioni sono disponibili sul sito internet ufficiale, indico qui per comodità gli orari di apertura:

A partire dal 1 novembre 2017 il complesso monumentale di Villa d’Este rispetterà il seguente orario di apertura: 8.30 – 19.45 (la biglietteria chiude alle 18.45).

L’orario di uscita dal Giardino è collegato al tramonto del sole nel mese di riferimento:
Gennaio: 16.45; Febbraio: 17.15; Marzo: 18.00 (con ora legale 19.00); Aprile 19.15; da Maggio ad Agosto: 19.30; Settembre: 19.00; Ottobre:18.15 (con ora solare 17.15), Novembre e Dicembre: 16.45.

Fontana di Nettuno

Fino alle ore 19.45 restano sempre visitabili il Chiostro, il Palazzo e il Vialone esterno.

Consiglio infine il noleggio dell’audioguida (a pagamento), che fornisce informazioni preziose e suggerisce un percorso di visita.

Questa la mappa:

 

Altre immagini:

Tra Bernini e Borromini, tre capolavori barocchi: Santa Maria della Vittoria, San Carlino alle Quattro Fontane, Sant’Andrea al Quirinale

La volta della navata della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, con gli affreschi di Gian Domenico Cerrini

Con una mattina a disposizione (la chiesa di San Carlino è aperta solo la mattina) si possono ammirare tre chiese splendide, tutte situate sulla stessa direttrice di via del Quirinale e via XX settembre, collocate fuori dai più affollati giri turistici: Santa Maria della Vittoria, San Carlino alle Quattro Fontane e Sant’Andrea al Quirinale.

A Santa Maria della Vittoria ho dedicato un articolo perché le storie che  la riguardano sono numerose e affascinanti: in occasione della costruzione delle sue fondamenta fu rinvenuto l’ermafrodito Borghese, poi restaurato da Gian Lorenzo Bernini. Il maestro del Barocco aggiunse alla statua, di origine romana, un materasso in marmo talmente realistico da sembrare di vera piuma.

Gian Lorenzo Bernini, L’estasi di Santa Teresa d’Avila

La scultura fu successivamente venduta dai Borghese a Napoleone e si trova al Louvre, dove è possibile ammirarla. Sempre Bernini, anni dopo, all’interno della chiesa realizzò uno dei suoi capolavori, rappresentante l’estasi di Santa Teresa d’Avila. Qui scultura, pittura e architettura si fondono per creare una visione unica, di tale vividezza che sembra svolgersi sotto i nostri occhi.

A sei minuti a piedi da Santa Maria della Vittoria, percorrendo via Venti Settembre, si trova San Carlino alle Quattro Fontane, considerata uno dei capolavori dell’architettura barocca: fondata nel 1634, venne costruita sotto la direzione di Francesco Borromini per l’ordine dei Trinitari Scalzi.

San Carlino alle Quattro Fontane

I lavori si protrassero oltre la morte dell’architetto, avvenuta nel 1667, diretti dal nipote Francesco Bernardo, a cui si deve il campanile e che procedette osservando scrupolosamente i disegni preparatori dello zio. La peculiarità di questa chiesa è la sua forma, che nasce dalla composizione del rettangolo perimetrale e degli ovali culminanti nella cupola, espressione dell’ingegno e della fantasia di Borromini: sfruttando il poco spazio a disposizione l’architetto ideò un vano a forma di ellissi, che all’esterno è mascherato da un tamburo con colonnette, sormontato da un lanternino a finestre, e all’interno si sviluppa con un soffitto cassettonato in cui forme di ottagoni esagoni e di croci (simbolo anche dei Trinitari) si incastrano perfettamente.

La cupola di San Carlino

La cupola poggia su quattro arconi sotto i quali si aprono le cappelle laterali e l’altare centrale. Tutte le superfici sono bianche, ad eccezione di alcuni elementi dorati come le cornici degli altari, e brillano della luce proveniente dalla lanterna e dalle finestre che si aprono alla base della cupola. All’interno, attorno alla lanterna, corre la scritta dedicatoria a San Carlo Borromeo, cui la chiesa è effettivamente intitolata sebbene, a causa delle sue ridotte dimensioni, sia stata subito ribattezzata “San Carlino”: a tale proposito è efficace l’affermazione secondo cui l’intero edificio poteva essere contenuto all’interno di uno dei quattro pilastri che sorreggono la cupola della Basilica di San Pietro.

Il chiostro di San Carlino

Sul fianco destro della chiesa si apre il chiostro, anch’esso piccolissimo, con forma ottagonale derivante da una pianta rettangolare ad angoli convessi. La sua realizzazione – precedente alla chiesa – va sempre ricondotta al Borromini, che dispose le colonne su due ordini, in quello inferiore a coppie e in quello superiore singole, unite da una balaustra con pilastrini dritti e rovesci. I due ordini si ritrovano anche nella facciata della chiesa, movimentata dall’alternanza di parti concave e convesse, che creano un

L’altare maggiore di San Carlino

senso di movimento e dinamicità.

Sotto la chiesa si trova la cripta, che secondo le intenzioni dell’architetto avrebbe dovuto ospitare la sua tomba (Borromini fu invece sepolto a San Giovanni dei Fiorentini): ad essa si accede tramite una scala ellissoidale che prosegue conducendo al di sopra al campanile. Sul retro dell’altare maggiore vi è la sagrestia, che è composta da due ambienti rettangolari comunicanti, che originariamente costituivano un’unica aula.

Sant’Andrea al Quirinale

Superando infine San Carlino e procedendo su via Venti Settembre in direzione del Quirinale, dopo due minuti a piedi si giunge all’ultima chiesa di questo itinerario, Sant’Andrea al Quirinale. Venne eretta venti anni dopo San Carlino, fra il 1658 e il 1678, su progetto di Gian Lorenzo Bernini per i padri gesuiti, e per la sua originalità e la bellezza della cupola acquistò l’appellativo di “perla del barocco”. L’interno è a pianta ellittica, leggermente più tondeggiante rispetto alla chiesa di San Carlino, con l’asse maggiore trasversale all’ingresso in modo da ampliare la percezione dello spazio.

La cupola di Sant’Andrea al Quirinale

La cupola colpisce l’attenzione per la sua unicità, decorata con dieci giri di cassettoni esagonali completamente dorati e con profili bianchi, spartiti da dieci costoloni che uniscono la base della lanterna alla base della cupola, dove si trovano due giri di ghirlande. La decorazione è inoltre completata da angeli e martiri in stucco bianco, opera di Antonio Raggi, che assistono all’ascensione in cielo di Sant’Andrea, collocato sull’arco soprastante l’altare maggiore.

L’altare di Sant’Andrea al Quirinale

Il dipinto sull’altare maggiore rappresenta il martirio del Santo ed è sostenuto da angeli in stucco dorato: è illuminato dalla luce naturale proveniente da una finestra nascosta, collocata sopra di esso, espediente teatrale già adottato dal Bernini nella chiesa di Santa Maria della Vittoria per l’illuminazione dell’estasi di Santa Teresa.

Anche la facciata è di assoluta originalità: è arretrata rispetto alla strada – scelta che comportò la riduzione dello spazio disponibile per l’interno della chiesa e la decisione si svilupparlo su pianta ellittica – per creare una sorta di piazza antistante e conferire una dimensione monumentale all’ingresso. Secondo il progetto originario, la facciata si apriva su un sagrato che con due ali affiancavano l’ingresso e ne ampliavano illusoriamente lo spazio, sul modello del colonnato della basilica di San Pietro: l’ampliamento della strada ha però fatto arretrare le ali, compromettendo inevitabilmente l’impressione voluta.

La sagrestia di Sant’Andrea al Quirinale

All’interno si trova la sagrestia in noce, anch’essa disegnata dal Bernini, con una splendida volta affrescata da Jean De a Borde: merita la visita.

Questi gli orari di apertura delle chiese:

Santa Maria della Vittoria
Lunedì-Sabato 8,30-12 e 15,30-18
Domenica e festivi: al mattino nell’intervallo tra le celebrazioni delle Sante Messe (9,00, 10,30 e 12), al pomeriggio dalle 15,30 alle 18

San Carlino alle Quattro Fontane
Lunedì-Sabato 10-13
Domenica 12-13

La cupola di Sant’Andrea, dettaglio

Sant’Andrea al Quirinale
Martedì-Sabato 8,30-12 e 14,30-18
Domenica e festivi 9-12 e 15-18
Chiusa il lunedì

Questa la mappa con il percorso suggerito: