La mostra “Canaletto 1697-1768” al Museo di Roma a Palazzo Braschi

Canaletto, La Torre dell'Orologio in piazza San Marco, Venezia
Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, Venezia

Ho visitato la mostra “Canaletto 1697-1768 allestita al Museo di Roma in occasione dei 250 anni dalla morte di questo straordinario artista raccogliendo 67 sue opere, tra dipinti, disegni e documenti. Un’esposizione da vedere, non solo perché si può ammirare il più grande nucleo di capolavori mai esposto prima in Italia, ma anche per la possibilità di contemplare straordinarie vedute di Roma in una sala dedicata: Canaletto infatti, scenografo nei teatri veneziani, giunse a Roma nel 1719 per allestire due spettacoli nel Teatro Capranica, e nella città eterna decise di specializzarsi nella veduta. Roma lo affascinò con le sue rovine, e pur non facendovi più ritorno la suggestione dei paesaggi lo accompagnò per tutta la vita: le vedute che vengono esposte appartengono agli anni della sua maturità.

Canaletto, L'arco di Settimio Severo, Roma
Canaletto, L’arco di Settimio Severo, Roma

Le altre sale si snodano secondo un criterio tematico e insieme cronologico, a partire da quella sul Canaletto scenografo teatrale insieme al padre Bernardo: prima a Venezia e poi a Roma, dove il teatro – dopo un periodo di proibizione imposto dal papa Innocenzo XII – era tornato a far parte della vita culturale con il successore Clemente XI Albani. La seconda sala è dedicata al capriccio archeologico, soggetto delle prime tele di Canaletto in cui il maestro veneziano dispiega tutta la propria fantasia.

Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia
Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia

La terza sala è dedicata alle vedute di Venezia, di cui le prime furono realizzate subito dopo il ritorno da Roma, nel 1720. Poi, nel corso degli anni, Canaletto sviluppò un procedimento di composizione prospettica derivante da un’osservazione diretta dei luoghi, che gli consentì di rendere con naturalezza la luce e l’atmosfera in cui si stagliavano le architetture della città lagunare. Le prime commissioni da parte degli ambasciatori stranieri sancirono il suo successo nel collezionismo internazionale, mentre venivano divulgate le nuove teorie di Newton sulla composizione della luce, di cui era a conoscenza tanto da rendere la sua limpida rappresentazione di Venezia uno degli emblemi del Secolo dei Lumi.

Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia - dettaglio del molo
Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia – dettaglio

Nel mentre le sue opere venivano inviate in Inghilterra, anticipandone il successo tra i turisti del Grand Tour: il console inglese nella città lagunare, Joseph Smith, riferimento dell’aristocrazia internazionale, inviò intere serie di Canaletto ai nobili britannici in patria. L’acquisto e il possesso di questi dipinti divenne un prestigio irrinunciabile per ogni gentleman del Grand Tour.

Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma
Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma

Con il diffondersi del gusto neoclassico giunsero a Canaletto le commissioni per dipinti di soggetto romano: il pittore attinse ai propri schizzi giovanili e ad alcune stampe per realizzare le opere richieste a Londra, dove si era stabilito tra il 1746 e il 1755. Qui trascorse nove anni dipingendo le vedute del Tamigi, le residenze di campagna, i capricci: ma la loro luce era differente rispetto alle vedute veneziane che l’avevano reso celebre, tanto da vedersi costretto a porre due annunci sul “Daily Advertiser” con l’invito a visitare il suo studio per smentire la voce che fosse un impostore.

Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi
Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi

Nella sala dedicata a periodo londinese viene straordinariamente ricomposta – in occasione di questa esposizione – una tela conclusa nel luglio 1751 e poi divisa in due parti dallo stesso Canaletto, “Representation of Chelsea College, Ranelagh House and the River Thames”: la parte sinistra è di proprietà del National Trust, la destra del Museo Nacional de Bellas Artes de l’Avana.

Canaletto, Prospettiva con portico
Canaletto, Prospettiva con portico

L’ultima sala è dedicata agli anni trascorsi a Venezia prima della morte, giunta nel 1768: il maestro si dedicò ancora alle vedute destinate ai nobili inglesi, sviluppandole però nel formato verticale. Si ammira qui “Prospettiva con portico”, del 1765, il celebre saggio di ammissione all’Accademia delle Belle Arti con cui Canaletto dimostrò, ancora una volta, il genio nello sviluppo prospettico e l’inventiva di capricci architettonici.

Altre opere in mostra:

Informazioni relative alla mostra:

Canaletto 1697-1768
Mostra a cura di Bożena Anna Kowalczyk
Museo di Roma, Palazzo Braschi
11 aprile – 19 agosto 2018
Sito internet: www.museodiroma.it

Mappa:

Le terme di Caracalla a Roma, ma anche a Pisa, Firenze e Napoli

Le terme di Caracalla a Roma
Le terme di Caracalla a Roma

Le terme di Caracalla sono un grandioso complesso termale fatto costruire dall’imperatore Caracalla tra il 212 e il 216 d.C., conservato ancora oggi per gran parte della loro struttura e dal fascino incredibile. Fino all’edificazione delle terme di Diocleziano (306 d.C.) furono le più imponenti di tutto l’impero romano, potendo ospitare oltre seimila persone. Per la loro realizzazione furono costruite tre grandi terrazze che dovevano colmare il dislivello tra il colle e la valle: novemila operai in cinque anni di lavoro edificarono una piattaforma quadrangolare di 300 metri per lato su cui costruire il complesso. Per consentire l’approvvigionamento idrico venne costruita una diramazione dell’acquedotto dell’Aqua Marcia, a rifornimento delle cisterne che garantivano la portata dell’acqua.

La ricostruzione in 3D delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D delle terme @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

In questo luogo i romani si dedicavano alle cure del corpo e alle relazioni sociali: qui infatti potevano fare il bagno, praticare l’attività sportiva, ma anche passeggiare e dedicarsi allo studio. Il complesso, a pianta rettangolare, presentava gli ambienti termali disposti su un unico asse, dalla piscina (natatio), al frigidarium, calidarium e tepidarium: ai lati – raddoppiati – si trovavano gli spogliatoi, le palestre, e gli altri ambienti di servizio, in una configurazione che permetteva libertà e fluidità di movimento ai frequentatori. Ai lati del calidarium si trovavano le saune, lungo il recinto perimetrale nord le botteghe (tabernae), a sud i giardini e oltre due biblioteche e lo stadio. Altre aule si sviluppavano lungo i lati corti, a est e a ovest dei giardini.

La parete nord della piscina delle terme di Caracalla
La parete nord della piscina

Dagli ingressi principali il bagnante accedeva alla piscina scoperta, un ambiente monumentale di grande impatto di cui oggi si può vedere la facciata nord: era divisa in tre parti da enormi colonne in granito grigio, ciascuna delle quali con nicchie per le statue, tre nicchie su due livelli, alternate a colonne su due ordini. L’ambiente aveva dimensioni imponenti, 50 x 22 metri, con pareti alte oltre 20 metri. La vasca, accessibile attraverso una scalinata, non era molto profonda.

La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma

Dalla piscina ci si recava negli spogliatoi e poi nella palestra: terminati gli esercizi fisici ci si poveva dirigere nelle saune e quindi al calidarium, che era una grande sala circolare coperta da una cupola. Sotto questo immenso ambiente si trovava un impianto a hypocaustum, che riscaldava la sala soprastante generando aria calda sotto il pavimento. Passando attraverso il tepidarium si giungeva infine al frigidarium, la sala più grandiosa del complesso con una copertura a volta a triplice crociera.

La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com
La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com

Simile a una basilica, ispirò l’architettura di molti edifici pubblici successivi, come le Terme di Diocleziano e la Basilica di Massenzio, fino ad arrivare all’Ottocento, quando il suo modello venne fedelmente ripreso dagli architetti che progettarono la Union Station di Chicago e la Pennsylvania Station di New York (entrambe purtroppo demolite. Sulle fondamenta della Penn Station fu costruito il Madison Square Garden).

Ricostruzione in 3D degli ambienti con l'Ercole Farnese nelle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
Ricostruzione in 3D degli ambienti con l’Ercole Farnese @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

I sotterranei erano maestosi, con una rete di grandi gallerie carrozzabili, i depositi di legname, gli impianti di riscaldamento. Nel corso degli scavi novecenteschi sono stati scoperti anche un mulino e un enorme mitreo, santuario dedicato al culto di Mitra. Un tale complesso era ornato da colonne, pavimenti a mosaico e marmi, statue, stucchi dipinti e gruppi scultorei colossali, sia in bronzo sia in marmo dipinto: grazie a un visore noleggiabile all’ingresso (ne consiglio la prenotazione) si ammirano le terme come si presentavano nel 216 d.C., nel momento della loro inaugurazione. Il percorso proposto, sviluppato su dieci tappe, utilizza la realtà virtuale per ricostruire fedelmente gli ambienti termali, con un rigoroso studio filologico che garantisce la veridicità di quanto si ammira.

Gli spogliatoi occidentali delle terme di Caracalla
Gli spogliatoi occidentali

Le terme rimasero in uso fino al 537 d.C., quando durante l’assedio di Roma i goti guidati da Vitige tagliarono gli acquedotti per conquistare la città per sete. Nel medioevo divennero una cava di materiali: alcuni suoi capitelli furono reimpiegati nel Duomo di Pisa, e molti vennero utilizzati per la ricostruzione di Santa Maria in Trastevere. Nel XII secolo infatti la chiesa romana, fondata nel IV secolo d.C., versava in una situazione di grave deterioramento. Papa Innocenzo II decise di riedificarla dalle fondamenta e a tale scopo vennero utilizzati i capitelli, le basi e le colonne di granito delle terme. Lo scopo, non solo funzionale ma anche simbolico, era far rivivere l’antichità classica nel cristianesimo.

Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma
Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma

Dalle terme provengono anche i fregi floreali che ornano i portali d’ingresso, riutilizzati dal cardinale Altemps fra il 1584 e il 1595, e i frammenti di trabeazione e le mensole superiori dell’interno. (Per una breve storia della chiesa e le immagini delle sue meraviglie – in particolare dell’abside – rimando al post che ho pubblicato su facebook in occasione del restauro della facciata, ultimato i primi di maggio, con il link al video realizzato dalla Sovrintendenza). Pisa invece, non molto ricca di monumenti antichi in loco, importava le sue antichità da Roma favorita dalla sua posizione di città marinara: il reimpiego di materiale di spoglio nel Duomo, come hanno osservato gli studiosi, si concentrò nella prima fase costruttiva (iniziata nel 1064) e i reperti furono utilizzati principalmente nel braccio meridionale del transetto con la porta di San Ranieri, attraverso la quale le autorità comunali entravano nell’edificio sacro. Lo scopo era voler sottolineare la “romanitas” del comune marinaro (Arnold Esch, “L’uso dell’antico nell’ideologia papale, imperiale e comunale”, in “Roma antica nel Medioevo”, Vita e Pensiero, Milano, 2001).

Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese della Collezione Farnese @ MANN
Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese @ MANN

Nel corso del Cinquecento furono condotti scavi per volere di papa Paolo III Farnese, riportando alla luce tra il 1545 e il 1547 numerose sculture: alcune di queste finirono nella collezione della famiglia, tra cui il monumentale Toro Farnese (collocato nella palestra orientale) e l’Ercole in riposo (che si trovava nel frigidarium). La scoperta del Toro Farnese suscitò grande impressione: il gruppo colossale è infatti ricavato da un unico blocco di marmo e rappresenta la tortura di Dirce, legata ad un toro da Anfione e Zeto come punizione per le angherie inflitte alla loro madre Antiope, che osserva la scena. A causa delle sue notevoli dimensioni venne collocato nel cortile di Palazzo Farnese in via Giulia. Nel 1788 venne trasportato a Napoli perché l’ultima erede della famiglia, Elisabetta, lo portò in dote al marito Filippo V di Borbone, re di Spagna, e nel 1826 venne trasferito al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove tutt’oggi si ammira.

L'Ercole a riposo della collezione Farnese @ MANN
L’Ercole a riposo @ MANN

L’Ercole in riposo è invece una riproduzione ingrandita di una scultura bronzea di Lisippo: l’eroe greco è rappresentato come un uomo maturo, nudo, con una corporatura massiccia e poderosa, minuziosamente scolpita nei dettagli dei muscoli. Al momento del ritrovamento la statua era priva della mano, dell’avambraccio sinistro (ora in gesso) e delle gambe, che furono ricostruite da Giacomo Della Porta: quando, successivamente, vennero ritrovate le gambe originali, si decise di lasciare quelle del Della Porta perché giudicate artisticamente superiori. Solo alla fine del Settecento la statua venne reintegrata delle sue gambe antiche, mentre quelle di restauro le vennero esposte accanto. Giacomo Della Porta intervenne anche sul gruppo di Neottolemo e Astianatte (o Achille e Troilo), rinvenuto anch’esso nelle terme di Caracalla: lo scultore apportò restauri profondi culminati nell’apposizione di una testa raffigurante l’imperatore Commodo.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia a Firenze

Una delle altissime colonne della piscina si trova invece a Firenze, in piazza Santa Trinita, sin dal 1563: l’enorme monolito venne infatti donato alla famiglia dei Medici da papa Pio IV nel 1560. Le operazioni necessarie al suo trasporto fino a Firenze furono molteplici e complesse, e vi sovrintesero Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati: nel 1562 il fusto fu trasportato via terra dalle terme fino al porto sul Tevere e qui venne caricato su un’imbarcazione inviata da Cosimo I, probabilmente costruita per l’occasione. Compiuto il lungo tragitto via mare fino a Livorno, risalì il corso dell’Arno fino a Ponte a Signa, da dove – imbragata in una incastellatura di legno – venne trainata lungo la via Pisana fino a Firenze, per mezzo di argani piantati nel terreno azionati da uomini e animali. Giunse in piazza Santa Trinita nel 1563, dopo oltre un anno di viaggio, e qui venne innalzata nel 1565. All’Ammannati il merito di aver coordinato le operazioni di innalzamento, il progetto del piedistallo, della base e del capitello.

La statua posta sulla colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La statua posta sulla colonna della giustizia

Inizialmente la colonna doveva sostenere una statua di Cosimo de’ Medici e celebrare la sua vittoria nella battaglia di Montemurlo del 1537, ma il conferimento del titolo granducale nel 1569 ampliò la prospettiva e fu deciso di dedicare il monumento alla Giustizia, simboleggiante le virtù del principe e la gloria della casata medicea. Venne quindi commissionata una statua in porfido rosso a Francesco Del Tadda e a suo figlio Romolo, specializzati nella lavorazione del durissimo materiale, su modello dell’Ammannati (l’ho potuta ammirare dalle finestre del piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, che ospita la Collezione Casamonti, in occasione della mia visita). Per la realizzazione della scultura furono necessari undici anni, assemblando sei pezzi in porfido appartenenti anch’essi a materiali di spoglio: l’opera venne collocata sul fusto nel 1581, alcuni anni dopo la morte di Cosimo (1574).

Vasca in piazza Farnese a Roma
Una delle due vasche in piazza Farnese a Roma

Nel frigidarium si trovavano anche due vasche in granito che dalla seconda metà del Cinquecento si possono ammirare in piazza Farnese a Roma: originariamente posizionate in piazza Venezia, vennero collocate qui per volere di papa Paolo III, prima una e poi l’altra, nei punti dove oggi si trovano. Nel 1626, in seguito alla realizzazione dell’Acqua Paola e al sufficiente approvvigionamento idrico, vennero trasformate in fontane dall’architetto Girolamo Rainaldi: ispirandosi alle opere di Della Porta, Rainaldi collocò le vasche antiche al centro di due vasche in travertino molto più grandi, dalla forma oblunga e i lati bombati, e in mezzo posizionò un’ulteriore vasca, più piccola, sorretta da un balaustro terminante in una forma a giglio (emblema della famiglia Farnese).

Mosaico dei lottatori delle terme di Caracalla @ Musei Vaticani
Mosaico dei lottatori @ Musei Vaticani

Durante gli scavi del 1824 infine, nelle esedre delle due palestre vennero ritrovati gli splendidi mosaici con gli atleti che nel 1963 vennero trasferiti ai Musei Vaticani, dove oggi si trovano presso il Museo Gregoriano Profano. Suddivisi in pannelli rettangolari o quadrati, presentano pugili e lottatori nudi – con le braccia rivestite da protezioni in stoffa e cuoio e i capelli raccolti in un ciuffo dietro la nuca – insieme a giudici di gara vestiti con la toga.

Le informazioni utili alla visita delle terme di Caracalla, compresi gli orari di apertura, sono consultabili a questa pagina. Per l’utilizzo del visore e la visita del complesso in 3D consiglio la prenotazione in anticipo.

Altre immagini:

Mappa dei luoghi:

L’arte del Novecento a Firenze: la collezione Casamonti a Palazzo Bartolini Salimbeni, gioiello del Rinascimento

Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze
Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze

La Collezione d’arte Roberto Casamonti apre le sue porte al pubblico nei rinnovati ambienti di Palazzo Bartolini Salimbeni. Al piano nobile di questo magnifico edificio affacciato su piazza Santa Trinita è ospitata la raccolta collezionata da Casamonti nel corso della sua lunga attività nel mondo dell’arte, dedicata agli artisti italiani e stranieri del Novecento.

Sin dalla piazza il visitatore prova un senso di bellezza ad ammirare il palazzo, opera di Baccio d’Agnolo, considerato un capolavoro dell’architettura rinascimentale: risalente al 1520 fu abitato dai Bartolini Salimbeni fino all’inizio dell’Ottocento, quando divenne un albergo – il celebre Hotel du Nord – per essere poi restaurato nella seconda metà del Novecento. La sua facciata presenta importanti elementi architettonici di ispirazione romana, come il portale architravato, le finestre crociate sormontate dal timpano e alternate a nicchie destinate ad accogliere statue, le cornici marcapiano e il cornicione fortemente aggettante.

Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni

Spunti architettonici questi, utilizzati in quegli anni a Roma in particolare da Raffaello, in edifici oggi scomparsi come Palazzo Jacopo da Brescia e Palazzo Branconio dell’Aquila, che si trovavano entrambi nel rione di Borgo. In quella stessa zona si può ammirare Palazzo dei Penitenzieri su via della Conciliazione, che riporta un esempio di finestra crociata, presente anche nella facciata di Palazzo Venezia. Le novità introdotte da questo modello architettonico a Firenze suscitarono aspre critiche, come racconta il Vasari nelle “Vite”: “furono queste cose tanto biasimate dai fiorentini con parole, con sonetti, con appiccicarvi filze di frasche, come si fa alle chiese per le feste, dicendosi che aveva più forma di tempio che di palazzo, che Baccio fu per uscirne di cervello; tuttavia sapendo che aveva imitato il buono e che l’opera stava bene, se ne passò”. Di fronte a un così ampio dissenso l’architetto fece incidere sul portone d’ingresso la scritta “Carpere promptius quam imitari”, ovvero “Criticare è più facile che imitare”.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia

Di fronte al palazzo, al centro della piazza, spicca la splendida Colonna della Giustizia, dono di papa Pio IV al duca Cosimo I, proveniente dalle Terme di Caracalla e giunta a Firenze nel 1563. Alcuni anni dopo la colonna fu coronata dalla statua della Giustizia, realizzata in porfido dai Del Tadda. Altre colonne provenienti dalle Terme di Caracalla furono utilizzate per dividere le navate della chiesa romana di Santa Maria in Trastevere nel rifacimento dell’edificio del XII secolo: ma questa è una storia che merita un approfondimento dedicato.

Grottesche del cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Grottesche del cortile

La corte interna del Palazzo, che si apre su un bel portico su tre lati con colonne ad arco a tutto sesto, è decorata da graffiti e grottesche a monocromo opera di Cosimo Feltrini: fra i motivi vegetali ed animali si legge il motto dei Bartolini Salimbeniper non dormire”. Lo stemma di famiglia, tre papaveri adornati da un nastro e racchiusi da un anello, si ripete lungo le cornici della facciata.

Sala con camino della Collezione Casamonti
Sala con camino

Giunti al piano nobile si accede agli ambienti dedicati alla Collezione, che per scelta espositiva è stata suddivisa in due periodi: la prima parte comprende le opere di artisti agli esordi del Novecento fino ai primi anni Sessanta, la seconda dal 1960 fino ai nostri giorni. I due nuclei, di cui adesso è visibile il primo, si avvicenderanno con cadenza annuale. L’allestimento, curato da Bruno Corà, segue l’appartenenza degli artisti a movimenti e tendenze, oltre che assecondare un ordinamento cronologico. La prima opera che s’incontra è il ritratto che Ottone Rosai fece del padre di Roberto Casamonti: fu quello, racconta il collezionista, il momento in cui egli s’innamorò dell’arte, e provò il desiderio di circondarsi di opere da lui scelte e amate. I dipinti e le sculture esposte sono dunque il frutto di anni di passione e ricerche, a partire dai lavori di Viani, Fattori, Balla, del Boccioni pre-futurista.

Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, Collezione Casamonti
Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca

Si ammirano poi, nel succedersi delle sale, capolavori di De Chirico, Boldini, Campigli, Warhol, Picasso, Burri, Boetti, Morandi, Casorati, Ernst, SoutineCapogrossi, Castellani, Le Corbusier, Léger, Kandinsky, Turcato, Dorazio, Accardi, Pomodoro, Manzoni, Scheggi, Kounellis

Un manuale di storia dell’arte del Novecento che di fronte a ogni opera richiede una sosta e un approfondimento. Alle opere che più mi hanno colpito ho dedicato la mia personale galleria:

Tutte le informazioni utili sono reperibili sul sito della Collezione, www.collezionerobertocasamonti.it. La selezione di opere adesso allestita, “Dagli inizi del XX secolo fino agli anni ’60”, sarà aperta fino al 10 marzo 2019, dal mercoledì alla domenica dalle 11.30 alle 19.00. La prenotazione è obbligatoria.

Mappa:

Palazzo Merulana, il nuovo museo di Roma con le opere della Collezione Cerasi

Museo Merulana, la facciata
Museo Merulana

Ha da poco aperto un nuovo museo a Roma, Palazzo Merulana: si trova nel quartiere Esquilino ed il suo edificio ha versato per tanti anni in una condizione di abbandono e oblio. Costruito nel 1929, fu la sede dell’Ufficio d’igiene del Comune, subì i danni dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni Sessanta venne parzialmente demolito. La famiglia di costruttori Cerasi l’ha ristrutturato per farne la sede della propria collezione d’arte, restituendo luce e bellezza a quasi duemila metri quadrati di spazio espositivo. Il palazzo, in stile umbertino, è davvero splendido, e al suo interno si snoda un percorso di visita articolato in cinque spazi su quattro piani: la Sala delle Sculture al piano terra, con le ampie vetrate che affacciano su via Merulana e sul cortile interno, il grande Salone al secondo piano, la Galleria al terzo piano e l’Attico al quarto.

Sala delle sculture a piano terra, Museo Merulana
Sala delle sculture a piano terra

Vi è infine la terrazza, che offre un suggestivo colpo d’occhio sulla via e sui palazzi circostanti. Nella sala d’ingresso si trovano anche un piccolo bookshop e la caffetteria, ed è possibile prendere un caffé seduti ai tavolini del cortile. La collezione di Elena e Claudio Cerasi, di cui novanta sono le opere qui esposte, è dedicata principalmente alla Scuola Romana e all’arte italiana tra le due guerre (il primo nucleo di opere acquistate), ma si apre anche al contemporaneo internazionale. La storia della raccolta inizia nel 1985, con l’arrivo della prima tela, il capolavoro di Antonio Donghi Piccoli saltimbanchi. Ad essa seguono altre opere, tutte appartenenti al contesto romano, dal Realismo magico alla Scuola di via Cavour, dalla pittura degli anni Trenta alla nuova fase realista ed espressionista che precede la seconda guerra mondiale.

Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi - dettaglio, Museo Merulana
Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi – dettaglio

Si forma in questo modo il nucleo principale della collezione, con opere di Raphaël, Capogrossi, Donghi, Trombadori, Scipione, Mafai, Ziveri, Fazzini, Ferrazzi, Pirandello, Cavalli, Leoncillo. A questi capolavori si affiancano quelli realizzati da altri artisti nell’arco di tutto il Novecento, da Balla a Sironi, da Severini a Campigli, e poi Casorati, Martini, Cambellotti. Alla fine degli anni Novanta giunge anche Giorgio De Chirico, particolarmente amato dai Cerasi nella serie dei Bagni misteriosi, e a seguire opere più recenti, come quelle di Luigi Ontani, Stefano di Stasio, Paola Gandolfi, Jan Fabre.

Il Salone del Museo Merulana
Il Salone

Al piano terra vi sono sculture di Antonietta Raphaël, Pericle Fazzini, Lucio Fontana, Giuseppe Penone, Mario Ceroli, mentre per scoprire il nucleo più importante della collezione è necessario recarsi nel Salone, cuore pulsante della raccolta: si ammirano capolavori, tra gli altri, di De Chirico, Balla, Donghi, Capogrossi, Casorati, Pirandello, Severini, Cambellotti, Campigli, Trombadori, Depero. Al centro della sala si erge “Il direttore delle stelle” di Jan Fabre, scultura che testimonia lo slancio verso il contemporaneo cui è dedicata la Galleria al terzo piano: qui si trovano opere di Boetti, Schifano, Pirandello, e saranno ospitate le mostre temporanee. L’attico al quarto piano sarà dedicato alle attività culturali e ad eventi enogastronomici, che saranno rivolti prima di tutto al quartiere dell’Esquilino e ai suoi abitanti.

Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi
Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi

La visita del palazzo e della Collezione Cerasi è stata davvero una splendida scoperta, un’immersione nella bellezza di tante opere dalle suggestioni, ispirazioni, stili e storie diverse, accomunate dall’essere capolavori della storia dell’arte: la possibilità di ammirarle in un ambiente pieno di luce, con la comodità di grandi divani sui cui stare seduti, oppure nel verde di un’accogliente terrazza, è un “di più” che fa la differenza. Il recupero e la valorizzazione di un palazzo come quello di via Merulana è un elemento di grande positività per il quartiere e per la città tutta.

Le informazioni utili alla visita si possono trovare sul sito internet, www.palazzomerulana.it.  Per il mese di maggio la collezione sarà visitabile dal mercoledì al lunedì dalle 9 alle 20. Da giugno il lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 20 e il sabato e domenica dalle 10 alle 20.

Altre immagini:

Mappa:

La mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti
Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti

La mostra “Stati d’animo”, organizzata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara e visitabile fino al prossimo 10 giugno, è dedicata ad approfondire quel peculiare momento storico, tra Otto e Novecento, in cui le scienze cominciarono ad indagare gli stati psicologici e gli artisti cercavano modi nuovi per esprimere i moti dell’animo. Il pregio dell’esposizione consiste, tra gli altri, nel porre attenzione su un tema poco indagato, accostando artisti ed opere d’arte molto conosciuti ad altri meno noti e accompagnando il percorso di visita a testimonianze e documenti delle coeve ricerche in ambito scientifico, letterario e musicale. Il visitatore ne ricava un’impressione ampia e approfondita di un diverso fermento artistico e di una tensione all’indagine psicologica, di un rinnovato rapporto con la natura e infine una relazione con il progresso tecnologico, l’ambiente borghese e cittadino che poi si espresse nelle provocazioni dell’arte futurista.

Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) - dettaglio
Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) – dettaglio

Alla metà del XIX secolo risalgono la moderna psicologia e la psichiatria, si fece strada l’approccio evoluzionistico di Darwin e si affermò la fisiognomica: gli artisti si dedicarono al ritratto e alla rappresentazione del volto umano quale specchio delle emozioni e dei sentimenti più profondi. Contemporaneamente la diffusione e l’uso di sostanze stupefacenti negli ambienti della Scapigliatura milanese offrirono occasioni di ispirazione e suggestione, con la creazione di opere quali le Fumatrici d’oppio di Gaetano Previati e Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, ritratto dell’amata moglie Lizzie Siddall uccisa da una dose eccessiva di laudano.

Angelo Morbelli, Asfissia! - dettaglio
Angelo Morbelli, Asfissia! – dettaglio

Al fascino di queste atmosfere maledette e bohème è riconducibile anche Asfissia! di Angelo Morbelli, ispirato a un fatto di cronaca o a un romanzo di appendice, con la rappresentazione di un suicidio di coppia in una camera d’albergo: l’opera suscitò un tale scalpore da indurre il pittore a tagliarla in due parti, eccezionalmente ricomposte in occasione della mostra.

Tra gli stati d’animo oggetto dell’esposizione e al centro del dibattito scientifico ed artistico di fine Ottocento, vi sono la melancolia, oggetto di una celeberrima incisione di Dürer e qui significativamente rappresentata da una litografia di Edvard Munch, Bambina malata, nonché la paura e l’allucinazione, che in letteratura trovarono un interprete di riferimento in Edgard Allan Poe, i cui racconti vennero illustrati anche da Previati.

Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti
Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti

La pittura di paesaggio, in particolare quella con specchi d’acqua, venne utilizzata per rappresentare gli stati d’animo, con esiti panteistici nel caso del capolavoro di Giovanni Segantini Ave Maria a trasbordo, con la compresenza empatica di esseri umani, animali e paesaggio. La tela rappresenta inoltre la prima opera italiana in cui si applicò la scomposizione del colore per intensificare gli effetti di luminosità della pittura, secondo gli studi sulla percezione visiva condotti all’epoca. Una sala della mostra è dedicata alla musica, inesauribile fonte di ispirazione e occasione di infinite corrispondenze con la pittura alla luce delle teorie wagneriane dell’arte totale: le tavole di Max Klinger, divulgatore di questa poetica, ne sono un’interessante testimonianza.

Giovanni Segantini, L'angelo della vita - dettaglio
Giovanni Segantini, L’angelo della vita – dettaglio

In seno al simbolismo e ai suoi motivi spicca il tema della maternità, che in mostra è affrontato da due capolavori quali Maternità di Previati e L’angelo della vita di Segantini. Alla figura della donna, intesa non quale madre ma amante e seduttrice, è dedicata la sala della voluttà e degli istinti ferini: con il diffondersi delle malattie veneree e le conseguenti tensioni sociali e morali si spiega la Cleopatra di Previati, dove trionfa il motivo della femme fatale. Il tema degli istinti ferini è invece testimoniato dalla dionisiaca Lotta di Centauri di Giorgio De Chirico.

Giorgio De Chirico, Lotta di centauri - dettaglio
Giorgio De Chirico, Lotta di centauri – dettaglio

L’interesse per la sfera psichica e la suggestione esercitata dalle pratiche dell’ipnosi portarono gli artisti a dedicarsi al tema del sogno e della fusione delle anime, e in tale senso emblematica è l’opera Paolo e Francesca di Previati, rappresentante le anime dei due amanti danteschi trascinati dalla furia del vento nel girone infernale. La sala conclusiva di quelle dedicate agli stati d’animo è incentrata sul tema della solarità e dell’entusiasmo, a partire dalle ricerche scientifiche sulla radiazione del sole fino a giungere agli esiti del divisionismo: l’opera di Pellizza da Volpedo Tramonto o Il roveto testimonia la ricerca del pittore nella rappresentazione della luce al suo nascere e tramontare.

Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti
Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti

La Danza delle Ore di Previati offre invece la figurazione simbolica del tema dell’irraggiamento, nella scelta dell’allegoria delle Ore e con l’utilizzo delle iridescenze per suscitare una reazione fisica nell’osservatore.

Nel primo decennio del Novecento lo sviluppo scientifico determinò la diffusione delle tecniche cinematografiche, con l’immagine in movimento, l’impiego dei raggi X – che svelarono una realtà ulteriore rispetto a quella osservabile a occhio nudo – l’utilizzo delle onde radio. Tra le opere che rappresentano questa fase vi è Affetti di Giacomo Balla, in cui il pittore rappresenta il legame e la relazione tra i soggetti della tela, la moglie e la figlia.

Umberto Boccioni, La risata
Umberto Boccioni, La risata

Con l’affermarsi del futurismo si attestò infine una nuova modalità espressiva, profondamente influenzata dalle ricerche e dalle opere dei decenni precedenti: in particolare Previati rappresentò un punto di riferimento imprescindibile, come testimonia il trittico del Giorno, cui si ispirò la Città sale di Boccioni. Il trittico Stati d’animo è dedicato alle sensazioni e ai movimenti innescati dalla partenza di un treno, nel dinamismo e nella simultaneità delle esperienze, mentre la Risata trasforma l’energia di uno scoppio di risa in infinite forme plastiche che si diffondono all’interno di un caffè concerto. Un epilogo che volle portare lo spettatore al centro del quadro, obiettivo programmaticamente dichiarato nel Manifesto tecnico della pittura futurista.

Informazioni relative alla mostra:

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
mostra a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina
3 marzo – 10 giugno 2018
Sito internet: www.palazzodiamanti.it/1614/stati-d-animo

Per la visita consiglio di utilizzare l’audioguida, inclusa nel costo del biglietto, che integra e approfondisce le informazioni dei pannelli e delle didascalie e suggerisce un percorso di scoperta delle opere, sala dopo sala.

Altre immagini:

Mappa:

Due tesori a Perugia: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate

Ipogeo dei Volumni, l'atrio d'ingresso
Ipogeo dei Volumni, l’atrio d’ingresso

Sono stata a Perugia per vedere la mostra “Tutta l’Umbria una mostra“, allestita alla Galleria Nazionale in occasione del suo centenario, e nel corso della giornata ho visitato due luoghi di cui ho sempre sentito parlare: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate.

Entrambi si trovano appena fuori dal centro cittadino e meritano una visita per le storie che raccontano e per la loro bellezza.

L’ipogeo fu scoperto casualmente nel 1840 nel corso di lavori stradali e appartiene alla necropoli funeraria del Palazzone. E’ la tomba della famiglia etrusca dei Velimna-Volumni, e nella sua articolazione riproduce la pianta di una casa romana, suddivisa in dieci ambienti. Risalente alla seconda metà del II secolo a.C. vi si accede da una ripida rampa – scavata in età moderna – che conduce alla porta d’ingresso, formata da un’architrave e da stipiti che recano incise le informazioni relative alla costruzione.

Ipogeo dei Volumni, le urne nel tablinum
Le urne nel tablinum

Superata la porta si entra in un ampio atrio rettangolare, coperto da un soffitto che imita un tetto ligneo a doppio spiovente sorretto da una trave centrale. Da questo vano si ha accesso alle stanze, cubicola, che compongono l’ipogeo. Di fronte si ammira il tablinum, dove sono disposte sette urne cinerarie, che offrono un colpo d’occhio davvero suggestivo. Ai lati del tablinum si aprono due ali, che terminano in altre due stanze, coperte da soffitti a cassettoni con teste di Medusa scolpite. Delle sette urne sei sono etrusche, in travertino stuccato, e una romana, in marmo.

Ipogeo dei Volumni, l'urna di Arnth Velimnas Aules
L’urna di Arnth Velimnas Aules

L’urna più complessa è quella addossata alla parete di fondo, con i resti di Arnth Velimnas Aules, rappresentato semisdraiato sulla kline (il letto inclinato tipico del banchetto), mentre sotto di lui si apre la porta dell’Ade e ai lati vi sono due Lase, divinità femminili etrusche, con le ali spiegate. A destra vi sono quattro urne etrusche con il defunto sempre semisdraiato e la testa di Medusa nel prospetto: appartengono agli altri membri della famiglia, il nonno, il padre e i fratelli. A sinistra è l’urna della figlia, Veilia, rappresentata seduta a banchetto. L’ultima urna, quella romana in marmo, rappresenta un edificio ornato da festoni ed è datata al I secolo a.C..

Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo
Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo

Per accedere alla tomba si attraversa un vestibolo moderno, dove si trova anche la biglietteria, che espone una bella raccolta di numerose urne cinerarie della circostante necropoli del Palazzone, che risale all’età ellenistica: sono quasi tutte in travertino e testimoniano una variegata rassegna di modelli, con il defunto semisdraiato, o il coperchio a doppio spiovente, con scene di banchetto o mitologiche. A seguito del ritrovamento dell’ipogeo il proprietario del terreno, Conte Baglioni, fece condurre numerose campagne di scavo che rivelarono la presenza della necropoli, ma l’interesse degli scavatori era rivolto al recupero di reperti e materiali preziosi e le ricerche non furono accompagnate dalla realizzazione di alcuna planimetria.

Il parco archeologico della necropoli del Palazzone a Perugia
Il parco archeologico della necropoli del Palazzone

Con il passare del tempo molte tombe vennero richiuse, tanto da non essere oggi più individuabili. Nel 1963 la Soprintendenza effettuò ulteriori campagne di scavo ed espropriò la parte più importante della necropoli per realizzarvi il parco che oggi si ammira. Al termine del sentiero che si aggira fra gli ipogei si trova un Antiquarium che custodisce alcuni interessanti reperti.

Altre immagini:

San Bevignate a Perugia, facciata della chiesa
La facciata di San Bevignate

La chiesa di San Bevignate venne costruita dall’Ordine dei Cavalieri Templari per deliberazione del Comune di Perugia del 1256, e venne intitolata all’eremita locale Bevignate. I Templari erano giunti nel territorio perugino alcuni anni prima, nel 1238, su richiesta di papa Gregorio IX per porre fine al declino della comunità benedettina di San Giustino. Nel corso degli anni avevano attuato una politica espansiva creando numerose sedi di rappresentanza dell’Ordine, e a tale scopo avevano ottenuto dal Consiglio perugino l’autorizzazione a costruire questo edificio di culto, collegato con una casa-torre con funzione residenziale. La torre campanaria, sviluppata su quattro livelli e comunicante con la chiesa, offriva una postazione ideale per il controllo del luogo e contraddistingue il complesso come residenza fortificata.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la battaglia dei cavalieri templari in controfacciata
Affresco con i cavalieri templari in battaglia, controfacciata di San Bevignate

Nel 1256 la chiesa era in fase di completamento, ma la presenza dei Templari fu di breve durata: l’ordine infatti venne soppresso nel 1321 da Clemente V, e per i suoi effetti sia la chiesa di San Bevignate sia quella di San Giustino divennero proprietà dell’Ordine ospedaliero dei Cavalieri di Rodi, poi Sovrano Militare Ordine di Malta. Dopo il 1860 San Bevignate passò al Comune di Perugia, che in seguito a lunghi lavori di restauro lo ha riaperto nel 2009.

San Bevignate a Perugia, l'interno
San Bevignate, l’interno a navata unica

All’interno della chiesa, a navata unica con un notevole sviluppo in altezza, si distinguono numerosi affreschi, realizzati in due fasi tra il 1260 e il 1283. Quelli dell’abside furono portati a compimento tra il 1260 e il 1270: sono particolarmente interessanti sulla parete sinistra, con il Giudizio universale con Cristo al centro, circondato dagli angeli e dagli apostoli, e sotto di lui i due registri con le anime dei risorti e il momento della resurrezione dei corpi, rappresentati nell’attimo in cui escono dalle tombe. Vi è infine una processione di flagellanti, che rappresenta una preziosa testimonianza iconografica del moto di Raniero Fasani, eremita che nel 1260 dette avvio alle processioni penitenziali durante la Settimana Santa: uomini con il dorso nudo incedono mentre si infliggono la disciplina e si battono il petto con la mano.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la processione dei flagellanti
Affresco con la processione dei flagellanti

In controfacciata sono affrescati episodi celebrativi dell’Ordine: una battaglia di cavalieri cristiani contro gli infedeli e un episodio della “Legenda Aurea” di Iacopo da Varagine, secondo la quale Girolamo avrebbe ammansito un leone sofferente togliendogli una spina dalla zampa. Vi è infine un veliero che attraversa un mare in tempesta popolato da pesci enormi, riferimento ai pericoli affrontati dai cavalieri templari nel corso delle loro imprese. Sulle pareti della navata si ammirano infine figure monumentali di apostoli, che sostengono croci gemmate inscritte in tondi.

Altre immagini:

Informazioni utili: per la visita dell’Ipogeo dei Volumni rimando alla pagina dedicata sul sito internet della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, che riferisce notizie storiche e indicazioni attinenti l’apertura del complesso. Il suo orario è 9-18,30 nei giorni feriali e festivi, e 9-19 nei mesi di luglio e agosto. Per la chiesa di San Bevignate ogni informazione è reperibile sulla pagina del sito internet del Comune di Perugia, Cultura e Turismo. Gli orari di apertura variano in base ai mesi dell’anno.

Mappa dei luoghi:

Le case di Augusto e Livia sul Palatino, il criptoportico di Nerone, Santa Maria Antiqua e la rampa di Domiziano: sette nuove aperture nel Foro Romano con S.U.P.E.R.

I Fori imperiali e il Colosseo
I Fori imperiali e il Colosseo dalla terrazza del Palatino

I visitatori del Parco archeologico del Colosseo e del foro romano possono contare da alcuni giorni su una nuova possibilità: grazie al biglietto S.U.P.E.R. (acronimo di Seven Unique Places to Experience Rome) è infatti possibile visitare luoghi finora inaccessibili, o aperti in modo saltuario e non continuativo. Si trovano tutti nell’area del Foro Romano e del Palatino, ma il biglietto dà la possibilità di visitare anche il Colosseo.

L'Affresco di Apollo citaredo esposto nel Museo del Palatino a Roma
Museo del Palatino, affresco di Apollo citaredo, età augustea

La visita è arricchita da allestimenti multimediali che aiutano a comprendere la storia dei luoghi e cercano di restituirne l’immagine originale, superando la rovina e il logorio operate dal tempo e da interventi successivi: sulle pareti decorate ad affresco le videoproiezioni colmano le parti mancanti e sbiadite, restituendo brillantezza a motivi decorativi, figure, architetture prospettiche, mentre una voce narrante spiega la funzione degli ambienti e la scelta delle scene rappresentate. Si ha un’impressione di magnificenza per gli apparati decorativi delle Domus di Livia e di Augusto e per la chiesa di Santa Maria Antiqua, mentre il ricorso a simulazioni in 3D nel Museo del Palatino consente di comprenderne bene la storia e le evoluzioni nel corso dei secoli, attraverso l’avvicendamento delle architetture che vi furono edificate.

Casa di Augusto, la stanza delle Maschere
Casa di Augusto, la Stanza delle Maschere

Queste sono le mete del nuovo percorso di visita:

La Casa di Augusto. La dimora dell’imperatore fu edificata sul Palatino accanto a quella della consorte Livia, costruita prima della vittoria di Anzio del 31 a.C. che portò Augusto a raggiungere una condizione di potere assoluto, e a rivestire la carica di imperatore e pontefice massimo: a partire dalla sua modesta abitazione, la casa dell’oratore Ortensio acquisita per confisca nel 42 a.C., nel 36 a.C. Augusto cominciò a comprare, tramite intermediari, numerose abitazioni circostanti, con lo scopo di ampliare la propria.

Palatino, il Complesso Augusteo
Il complesso augusteo sul Palatino, con la Domus e il Tempio di Apollo

Questo disegno trasformò per sempre la fisionomia del Palatino, che da quartiere residenziale divenne sede ufficiale dell’autorità imperiale, dove gli spazi privati dell’imperatore comunicavano con gli ambienti pubblici, dedicati al culto del pater patriae. Una contemporanea trasformazione fu compiuta da Augusto all’interno delle istituzioni politiche, economiche e religiose della Roma repubblicana, accentrando nelle sue mani tutti i poteri e tutte le cariche.

Domus di Augusto, la stanza delle prospettive
Casa di Augusto, la Stanza delle prospettive

Entrati nella Domus, è possibile visitarne l’abitazione privata e gli ambienti di rappresentanza: le stanze dell’abitazione privata erano più intime e modeste, con pavimenti a mosaico bianco e nero, e ne fanno parte la “stanza dei festoni di pino“, con finti porticati che sorreggono festoni, e la “stanza delle maschere“, che richiama una scena teatrale ellenistica. Negli ambienti di rappresentanza gli spazi erano decorati con maggiore ricercatezza: marmi presiozi ornavano i pavimenti, sui soffitti si trovavano stucchi.

Domus di Augusto, lo Studiolo
Casa di Augusto, lo Studiolo

La stanza con la decorazione pittorica meglio conservata è quella “delle prospettive“, con la riproposizione dei temi del II stile pompeiano caratterizzato da ornamenti fantastici e irreali, mostri, effetti illusionistici e di prospettiva, colori accesi e abbaglianti. Altri ambienti visitabili collegavano l’abitazione al tempio di Apollo, e tra di essi spicca un cubicolo eccezionalmente conservato e identificato come lo Studiolo di Augusto, con affreschi di gusto egizio-alessandrino.

La Casa di Livia
La Casa di Livia

La Casa di Livia. Fu costruita nel I secolo a.C. e ristrutturata nel 30 a.C. con la realizzazione degli affreschi che oggi si ammirano. E’ così chiamata perché sulle tubature in piombo è stato ritrovato inciso il nome della proprietaria, Iulia Augusta, che potrebbe essere sia la consorte di Augusto imperatore, sia la figlia di Tiberio Nerone. La domus, con una pavimentazione a mosaico di tessere nere su fondo bianco, è articolata in tre ambienti diversi, ciascuno caratterizzato da specifici affreschi: il tablinum e il triclinum ospitano quelli meglio conservati e di maggiore interesse, scanditi da una serie di colonne che simulano un porticato con finte aperture illusionistiche, per ampliare lo spazio e dare l’impressione della tridimensionalità.

La Casa di Livia, Stanza dei festoni
La Casa di Livia, Stanza dei festoni

Si osservano vedute immaginarie ed episodi del mito, come “Io sorvegliata da Argo e Mercurio che giunge a liberarla” e il mito di Polifemo e Galatea, mentre le finte architetture sono ornate da motivi come sfingi, candelabri e figurine alate. Nella stanza adiacente, la terza, una decorazione a festoni di frutta e foglie collega un’analoga architettura colonnata. L’accesso agli ambienti è quello originario, un corridoio inclinato con un pavimento a mosaico.

Il Palatino alla fine dell’età repubblicana
Il Palatino alla fine dell’età repubblicana (II-I secolo a.C.)

Il Museo Palatino. Il primo antiquarium risale alla metà del Novecento e venne creato per accogliere il materiale archeologico scoperto sul colle a partire dagli scavi archeologici voluti da Napoleone III, che nel 1861 acquistò l’area degli Horti Farnesiani per cercare reperti. Oggi custodisce statue, affreschi, frammenti architettonici e materiali che raccontano la storia del Palatino dall’epoca dei primi insediamenti fino alla Tarda Antichità.

Museo Palatino, Statua di Artemide
Museo Palatino, Statua di Artemide, età antonina

La sua visita è imprescindibile per comprendere lo sviluppo di questo luogo, ed è arricchita da plastici e proiezioni che ne raccontano la storia e le trasformazioni, dando corpo alle vestigia che si ammirano all’esterno e che prendono la forma di palazzi, templi, piazze e giardini meravigliosi. La sede espositiva è articolata in spazi che seguono lo sviluppo cronologico del luogo, a partire dalla nascita di Roma (i primi insediamenti risalgono al XIII-XII secolo a.C.), attraverso il tema delle domus private e dei tempi di epoca repubblicana, passando per Augusto, la Domus transitoria di Nerone e il Palazzo Flavio, di cui si espongono le decorazioni architettoniche, i ritratti e le sculture. Sul Palatino sono state recuperate testimonianze di insediamenti protostorici, con un abitato di capanne; nel periodo di passaggio dalla monarchia alla repubblica vennero edificati numerosi templi, e nel corso dell’età repubblicana divenne soprattutto luogo residenziale, con abitazioni risalenti già alla fine del VI secolo a.C..

Palatino, il Palazzo Imperiale, II secolo d.C.
Palatino, il Palazzo Imperiale, II secolo d.C.

Il colle fu completamente trasformato da Augusto, diventando sede ufficiale dell’imperatore e della sua dimora regale; ospitò quindi la Domus transitoria voluta da Nerone e distrutta dall’incendio del 64 d.C. e la successiva Domus Aurea, che dal Palatino si estendeva fino all’Esquilino. Dopo la morte di Nerone Domiziano fece interrare le precedenti costruzioni ed edificare un grandioso complesso, che dal luogo prese il nome di Palatium, termine che tutt’oggi indica la costruzione di rappresentanza del potere. Il Palazzo venne utilizzato fino al trasferimento della corte a Costantinopoli, sotto Costantino (306-337 d.C.).

Altre immagini del Museo:

L’Aula Isiaca sul Palatino
L’Aula Isiaca

Aula Isiaca e Loggia Mattei. Aperta per la prima volta al pubblico, l’Aula Isiaca mostra gli affreschi di una domus di epoca repubblicana decorata nella prima età augustea. Il suo nome deriva dai motivi che oggi si ammirano, con una trama di elementi vegetali e simbolici riferiti al culto della dea Iside, risalenti al 30 a.C. L’illuminazione delle pareti dell’Aula si alterna con quella della loggia Mattei, dipinta negli anni Venti del Cinquecento dalla bottega di Baldassarre Peruzzi: è l’ultima testimonianza della villa edificata dalla famiglia Stati, passata nel 1561 ai Mattei.

La Loggia Mattei sul Palatino
La Loggia Mattei

Gli affreschi delle pareti vennero staccati nel 1846 e trasferiti al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove si trovano tutt’oggi. Le raffigurazioni mitologiche e i tondi con i segni zodiacali furono staccati e acquistati da Giampietro Campana, entrando a far parte della sua leggendaria collezione (in questo articolo ne racconto la storia). Vennero quindi acquistati dal Met di New York quando la raccolta fu smembrata e venduta. Grazie a un accordo di prestito di lunga durata sono stati ricollocati in situ ed è possibile ammirarli.

Criptoportico Neroniano. E’ uno dei luoghi più caratteristici del Palatino. E’ un corridoio lungo 130 metri, seminterrato e illuminato da finestre a bocca di lupo, che mette in comunicazione la Domus Tiberiana con la zona della Casa di Livia. Originariamente permetteva di collegare i vari ambienti del Palazzo imperiale in età giulio-claudia, risalente alla prima metà del I secolo d.C.. Come testimoniano alcuni ritrovamenti ben visibili, la volta era coperta da stucchi bianchi con amorini ed elementi decorativi.

Criptoportico dei fori imperiali, le videoproiezioni
La videoproiezione nel criptoportico

Sulle pareti vengono proiettati immagini e video che illustrano gli affreschi delle domus romane del Palatino, di cui si sono conservate le splendide testimonianze delle case di Augusto e di Livia.

Tempio del Divo Romolo. E’ un ambiente a pianta circolare con due celle absidate ai lati, affacciato sulla Via Sacra e chiuso da una porta in bronzo originale, risalente al II-III secolo d.C.. La sua identificazione è di difficile attribuzione, probabilmente costituiva il vestibolo d’ingresso monumentale al Foro della Pace realizzato nel corso della risistemazione dell’area compiuta da Massenzio e completata da Costantino.

Il Tempio del Divo Romolo ai Fori Imperiali
Il Tempio del Divo Romolo

Nel VI secolo d.C. la retrostante aula fu trasformata in chiesa dedicata ai Santi Cosma e Damiano, e nel 1632 papa Urbano VIII innalzò il pavimento della chiesa e del tempio di otto metri. Nel 2000 questo pavimento è stato demolito, ripristinando il livello di calpestìo originario. Sulle pareti si conservano affreschi medievali e al centro si trova il parapetto della fonte Giuturna, rinvenuto nei pressi dell’Oratorio dei Quaranta Martini, insieme al gruppo scultoreo dei Dioscuri, trovato in pezzi della vasca della fonte.

Altre immagini del Tempio:

La Rampa di Domiziano
La Rampa di Domiziano che sale al Palatino

Santa Maria Antiqua, Oratorio dei Quaranta Martiri e Rampa di Domiziano. Questi ambienti fanno parte del complesso architettonico realizzato nel settore sud-orientale del Foro per volontà dell’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), concluso sotto il regno di Adriano (117-138 d.C.). Le strutture erano chiuse ad oriente da una rampa che dal livello dei fori conduceva al sovrastante palazzo imperiale, situato sul Palatino. Accanto alla rampa si trovavano un atrio preceduto da un peristilio, trasformato nella seconda metà del VI secolo nella chiesa di Santa Maria Antiqua, l’aula occidentale, un portico, l’aula nord-orientale, divenuta in età tardo-antica l’Oratorio dei Quaranta Martiri.  I martiri cui l’aula nord-occidentale è dedicata sono quaranta ufficiali, appartenenti alla Legio XII Fulminata, arrestati per la loro fede cristiana e condannati ad essere esposti nudi su uno stagno ghiacciato nel 320 d.C..

L'Oratorio dei Quaranta Martiri, l'affresco dei quaranta martiri
L’Oratorio dei Quaranta Martiri, l’affresco dei quaranta martiri in gloria – dettaglio

All’interno dell’aula le pareti affrescate raccontano il loro martirio (parete est) e la gloria (parete nord), insieme a scene di vita monastica (pareti sud e ovest). Il luogo venne utilizzato per il culto cristiano insieme alla vicina chiesa di Santa Maria Antiqua, e venne portato in luce dagli scavi archeologici condotti nel 1900 che demolirono completamente la soprastante chiesa di Santa Maria Liberatrice. La chiesa di Santa Maria Antiqua fu impiantata intorno al V-VI secolo d.C. nell’atrio e nel peristilio del complesso domizianeo e conserva affreschi risalenti ad epoche successive, dal VI al IX secolo, quando venne parzialmente dismessa a causa del terremoto dell’847 d.C..

Santa Maria Antiqua
Santa Maria Antiqua, l’interno

La parete più interessante è quella dell’abside, che presenta una sovrapposizione di strati pittorici di epoche diverse ed è chiamata “parete palinsesto“: sono ben visibili Maria in trono con il Bambino e un angelo (prima metà del VI secolo), l’Annunciazione (fine VI secolo), Basilio e Giovanni Crisostomo (dopo il 649), Gregorio Nazianzeno e Basilio (705-707).

Santa Maria Antiqua, la "parete palinsesto", dettaglio
Santa Maria Antiqua, la “parete palinsesto” – dettaglio

Con questi affreschi sono stati messi in relazione quelli, risalenti all’VIII secolo, che avevo ammirato nel Tempietto del Clitunno in Umbria. Nel corso dello scavo archeologico infine, nel 1901, è stata ritrovata una piattaforma di ambone su cui è inciso il nome di papa Giovanni VII: secondo l’ipotesi ricostruttiva, la sua forma presenta affinità con quelli delle basiliche di San Clemente e Santa Maria in Cosmedin a Roma.

Altre immagini di Santa Maria Antiqua:

Gli Horti Farnesiani
Gli Horti Farnesiani

L’ampliamento del percorso di visita consentito dal biglietto S.U.P.E.R. accompagna un’ulteriore nuova apertura, del marzo scorso, di una parte degli Horti Farnesiani: si tratta del giardino, allestito a metà del Cinquecento dal cardinale Alessandro Farnese, che si estendeva dalle falde del Foro fino alla sommità della collina. Con la fine dell’età antica infatti il Palatino era stato abbandonato e i suoi palazzi erano stati sepolti dalla vegetazione. Il nipote di papa Paolo III, affascinato dal paesaggio di rovine, acquistò il terreno e avviò la sua sistemazione, ultimata tra il 1627 e il 1635 e articolata per terrazzamenti, con ninfei, passeggiate pensili, casini che evocavano giardini antichi. Il complesso – simbolicamente costruito sulle rovine dei palazzi della Roma di Augusto, a simboleggiare la potenza e la ricchezza raggiunte da questa famiglia – per due secoli fu il luogo dove i Farnese organizzarono cacce e colazioni sull’erba, circondati da statue, aiuole, fontane.

Horti Farnesiani, le Uccelliere e il Ninfeo della Pioggia
Le Uccelliere e il Ninfeo della Pioggia

Nel periodo della loro decadenza gli Horti divennero una delle tappe del Grand Tour, e furono infine oggetto della campagna di scavo archeologico voluta da Napoleone III, proseguita poi nel corso del Novecento. I luoghi oggi visitabili dopo una chiusura di oltre trenta anni sono le Uccelliere e il Ninfeo della pioggia: in occasione dell’inaugurazione è stata allestita una mostra – “Il Palatino e il suo giardino segreto. Nel fascino degli Horti Farnesiani” – che tramite pannelli ne spiega l’origine e la lunga storia.

Tutte le informazioni utili alla visita sono consultabili sul sito internet. E’ necessario prestare attenzione agli orari di apertura dei luoghi S.U.P.E.R., perché il Criptoportico e il Museo Palatino sono aperti tutti i giorni (estate, fino al 27 ottobre 9-18,30; inverno, dal 28 ottobre 9-15,30). La Casa di Augusto, la Casa di Livia e l’Aula Isiaca con la Loggia Mattei sono aperti il lunedì, mercoledì, venerdì e la domenica fino alle 14: l’accesso inoltre è consentito a orari cadenzati, per ragioni di conservazione dei beni e di sicurezza, e per consentire la visione delle videoproiezioni all’interno, in italiano e in inglese. Lo stesso motivo determina l’apertura del complesso di Santa Maria Antiqua (con rampa e Oratorio dei Quaranta Martiri) e del Tempio di Romolo solo il martedì, giovedì, sabato e la domenica dalle 14. Per visitare tutti i luoghi è quindi necessario accedere al Foro due volte, come consentito dal biglietto, oppure dedicarvi l’intera giornata di domenica, dalla mattina al pomeriggio.

Mappa:

Villa La Foce in Val d’Orcia: un luogo secolare fra natura, storia e architettura

Il giardino formale inferiore e sullo sfondo il monte Amiata

Villa La Foce in Val d’Orcia è un magnifico edificio affacciato su uno stupendo giardino. Si trova nel comune di Chianciano Terme, alle porte della Val d’Orcia, e deve la sua fama allo splendido giardino che venne realizzato a più riprese tra il 1924 e il 1939. Si trova in un luogo di antichissima colonizzazione, frequentato già dagli etruschi, come testimonia una necropoli risalente al VII secolo a.C.: La Foce infatti sorge sulla strada che collegava la costa alla potente città di Chiusi, via di intensi traffici e scambi commerciali.

Il primo giardino fra le siepi di bosso
Il primo giardino fra le siepi di bosso

L’edificio che oggi si ammira risale al 1489 e venne costruito dall’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena per offrire un ricovero ai viandanti e ai pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti verso Roma. Il suo disegno è attribuito a Baldassarre Peruzzi o alla sua bottega. Nel 1924 la tenuta venne acquistata dai Marchesi Antonio ed Iris Origo, che affidarono all’architetto inglese Cecil Pinsent il compito di estendere il vecchio edificio e l’annessa fattoria e di realizzare il giardino.

Il lavoro di bonifica agraria portato avanti dagli Origo trasformò il brullo paesaggio delle crete senesi in una campagna fertile: di pari passo con i lavori agricoli, essenziali per il funzionamento della fattoria, procedevano anche quelli riguardanti la villa e il giardino, che si protrassero per quindici anni. In fasi successive vennero realizzati il primo giardino, con la vasca e il pergolato, il giardino dei limoni e il cimitero nei boschi, il roseto e i suoi pendii, infine il giardino inferiore con la grotta e il doppio scalone in travertino: il lavoro terminò alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Villa La Foce il giardino delle rose e un tralcio di glicine
Il giardino delle rose e un tralcio di glicine

Il genio di Pinsent, che qui creò il suo capolavoro, si esprime nell’armonia in cui la pietra e la vegetazione dialogano e interagiscono, e nella capacità di coniugare una rigida simmetria delle forme con l’apparente disordine della natura. L’osservanza delle geometrie – che trionfa nelle siepi rigorosamente triangolari del giardino di sotto – si ammorbidisce via via che ci si allontana dalla casa e si procede verso la vallata, verso il bosco in cui gli elementi artificiali cedono il posto alle libere espressioni della natura.

La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo per collegare il poggio confinante
La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo

Di fronte al giardino, oltre la vallata sottostante, spicca il monte Amiata, vulcano inattivo ormai da millenni. Sul poggio accanto si nota una strada bianca che sale zigzagando il dorso della creta, fiancheggiata da cipressi: è il simbolo de La Foce, e uno delle immagini più note della Toscana. Venne realizzata da Antonio Origo per collegare la fattoria centrale con i poderi sorti sui campi appena bonificati, e richiama i paesaggi di Benozzo Gozzoli e Lorenzetti.

La visita di questo luogo non può che lasciare una profonda impressione in chiunque lo ammiri, suscitando riflessioni su quanto l’opera e l’ingegno dell’uomo abbia modificato un paesaggio ostile e selvaggio come quello delle crete senesi in un angolo verde, in cui la natura è addomesticata e piegata a un diverso ordine di bellezza. La volontà dei Marchesi Origo, che hanno accolto il fascino esercitato da questa terra, ha segnato per sempre la storia della Val d’Orcia, creandone un mito che dura ancora oggi.

Villa La Foce la vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica
La vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica

Informazioni utili:

La Foce
Strada della Vittoria, 61
53042 Chianciano Terme
(Siena)

Il giardino è aperto al pubblico esclusivamente con visita guidata, ogni mercoledì pomeriggio (con partenze alle 15, 16, 17 e 18) e ogni sabato e domenica alle 11,30, 15 e 16,30. E’ visitabile anche nei giorni di festività nazionale (2 aprile, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1 novembre) sempre in orario 11,30, 15 e 16,30.

Per ulteriori informazioni consiglio di consultare il sito internet, www.lafoce.com/it/

Altre immagini:

Villa La Foce il primo giardino con i limoni e le siepi di bosso
Il primo giardino con le piante di limoni e le siepi di bosso

Mappa:

La città del tufo rosso e della via Francigena: Sutri

Il panorama di Sutri da Villa Savorelli
Il panorama di Sutri da Villa Savorelli

Arrivare a Sutri significa ammirare una città interamente costruita in tufo, la pietra locale dal caratteristico colore rossastro lavorata secondo una tradizione giunta ai nostri giorni. Sin dalla sua fondazione, la cittadina è stata al centro di una tale densità di avvenimenti storici, talvolta intrecciati con la leggenda e con il mito, da stupire il suo visitatore: la felice posizione del suo borgo ne ha segnato le vicissitudini nel corso dei secoli e ha lasciato testimonianze che invitano all’approfondimento e alla sosta.

La necropoli di Sutri
La necropoli

Sutri vanta antichissime origini: la sua fondazione è fatta risalire alla tarda età del bronzo (X secolo a.C.), quale centro agricolo – collocato in mezzo a campagne intensamente coltivate – influenzato sia dai Falisci sia dagli Etruschi. A questo periodo risalgono le necropoli che oggi si ammirano, scavate nel tufo e rimaste in uso anche nel corso della successiva dominazione di Roma. Dal V secolo la cittadina entrò nella sfera d’influenza romana, grazie alla sua posizione strategica per il controllo sia delle regioni falische sia di quelle etrusche, definita da Tito Livio “Porta dell’Etruria”. Minacciata dagli etruschi di Tarquinia, che miravano a riprenderne il controllo, nel 389 a.C. venne fulmineamente riconquista da Marco Furio Camillo, che ne riprese il controllo in una sola notte: da qui il proverbio “Sutrium ire”, che indica un’azione fatta rapidamente.

L'anfiteatro romano di Sutri, vista dall'alto
L’anfiteatro romano

La città, già florido centro agricolo, divenne uno dei più importanti centri dell’Etruria meridionale in virtù della sua ubicazione lungo la via Cassia, luogo di commercio e scambi. A questo periodo risale la costruzione dell’anfiteatro, scavato in una collina – come quello di Ocriculum, in Umbria (cui ho dedicato questo articolo): risalente alla fine del I secolo a.C., in piena epoca augustea, ha pianta ellittica, era diviso in tre ordini di gradinate e poteva ospitare fino a 5000 spettatori. La struttura, che per la sua conformazione era praticamente invisibile dall’esterno, rimase completamente sconosciuta e interrata per secoli, venendo usata come pascolo fino all’inizio del XIX secolo: allora venne riscoperto dalla famiglia Savorelli (proprietaria del colle) e iniziarono i lavori di recupero e restauro.

Il mitreo di Sutri, interno
Il mitreo

Alla fine del I secolo d.C. insieme al cristianesimo si diffuse anche il mitraismo, una religione importata dall’oriente dedicata al culto del dio Mitra i cui riti si svolgevano, in forma segreta ed iniziatica, nei mitrei, santuari in genere ricavati in ambienti sotterranei. A Sutri si conserva uno splendido mitreo, scavato nel cuore della collina tufacea che già accoglieva la necropoli: a tre navate divise da pilastri, la navata centrale coperta da una volta a botte e le navate laterali con copertura piana, venne trasformato in chiesa cristiana a seguito all’avvento del cristianesimo.

Affreschi nel vestibolo del Mitreo
Affreschi nel vestibolo del Mitreo

Inizialmente intitolata all’Arcangelo Michele, la chiesa nel 700 fu dedicata al culto della Madonna col Bambino, come dimostra l’affresco sopra l’altare, e intitolata alla Madonna del Parto. Nel vestibolo si ammirano affreschi successivi, risalenti al XIV secolo, che raffigurano la leggenda della fondazione del santuario di San Michele sul monte Gargano e una processione di pellegrini: questi sono vestiti secondo la moda medievale, con un cappello a tesa larga, un mantello, la scarsella (bisaccia) e il bordone (bastone), come quelli che – provenienti da tutta Europa – transitavano sulla vicina Francigena diretti verso Roma.

Pellegrini raffigurati nel Mitreo di Sutri
Pellegrini raffigurati nel Mitreo

Il ricordo dei pellegrinaggi è testimoniato dalla Porta Franceta, che sin dall’epoca romana costituiva il principale accesso al colle di Sutri e che deve il suo nome ai pellegrini romei, chiamati “Franchi”.

La Francigena fu percorsa anche dall’imperatore Carlo Magno, che si recò a Roma in più occasioni, tra cui quella della sua incoronazione a imperatore nel Natale dell’800: secondo la tradizione trascorse a Sutri qualche tempo perché colto da un malore sulla strada del ritorno.

Porta Franceta a Sutri
Porta Franceta

La memoria di questa sosta è tramandata da un piccolo castello che si trova nel parco di Villa Savorelli, conosciuto come Castello di Carlo Magno. Oltre che al nome del carolingio la cittadina è legata anche al paladino Orlando, che secondo la Chanson de geste “Berta e Milone” nacque a Sutri: il testo, risalente alla prima metà del XIV secolo, narra l’esilio della sorella di Carlo Magno, Berta, dopo la sua unione con Milone e la nascita a Sutri di Orlando. Orlando, venuto alla luce in una grotta che ancora porta il suo nome, venne poi nominato Paladino dallo zio imperatore e le sue gesta furono cantate nei cantari cavallereschi dei ciclo carolingio. Vi è infine la memoria di un altro pellegrino illustre, Francesco Petrarca, che soggiornò a Sutri diretto a Roma e in una lettera al cardinale Colonna la definì “sede diletta a Cerere, e antica colonia, come dicono, di Saturno”.

Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano
Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano

Il poeta nella lettera fa riferimento al mito secondo il quale la città fu fondata dal dio Saturno, rappresentato a cavallo con tre spighe di grano in mano nello stemma comunale: “non lungi dalle mura mostrano il campo che narrano fosse il primo in Italia a ricevere la sementa del grano, e mietuto dal re straniero, che con tal beneficio mansuefatti e accattivatisi gli animi di quei primi abitatori regnò su loro tranquillo fin che visse, e venuto dopo morte in voce di Dio, dalla gratitudine degli uomini qual vecchio nume con in mano la falce fu venerato”.

Abitazioni in tufo e la Porta Franceta a Sutri
Abitazioni in tufo e la Porta Franceta

In seguito alla caduta dell’impero romano Sutri mantenne il suo ruolo di controllo della via Cassia, punto di transito e ultima tappa prima di Roma, e passò sotto il controllo della Chiesa divenendo sede di una cattedra vescovile: al 456 d.C. risale la prima testimonianza di un vescovo, Eusebius, partecipante al sinodo romano che si svolse quell’anno. La cittadina fu al centro di numerose diatribe tra la Chiesa, gli eserciti bizantini e gli invasori Longobardi, fino a quando il re longobardo Liutprando  nel 728 compì la celebre Donazione di Sutri, donando a papa Gregorio II il “castello di Sutri” e i territori conquistati, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa.

La piazza del Comune a Sutri
La piazza del Comune

Nel 1046 la città, che beneficiava della felice posizione – distante ma non troppo – rispetto a Roma, ospitò il concilio indetto dall’imperatore Enrico III, durante il quale venne eletto al soglio pontificio Clemente II. Accolse incontri e ospiti prestigiosi anche nei secoli successivi: nel 1111 qui si celebrò il concilio con papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V per mettere fine alle lotte per le investiture, nel 1244 fu scelta come rifugio da papa Innocenzo IV in lotta con l’imperatore Federico II, da lui scomunicato.

Cattedrale di Santa Maria Assunta, interno
Cattedrale di Santa Maria Assunta

Al periodo medievale risale la Cattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1207 da papa Innocenzo III: l’edificio romanico venne costruito su di un precedente edificio carolingio, forse a sua volta edificato sul sito di un’antica basilica romana. L’impianto che oggi si ammira risale al ‘700, quando fu decisa un’ampia opera di restauro che, di fatto, trasformò completamente l’architettura romanica nell’aspetto barocco che oggi si ammira. Il rifacimento preservò la cripta, il campanile in tufo e lo splendido pavimento cosmatesco che si trova lungo tutta la navata centrale. Nella cripta si possono osservare colonne di reimpiego di origine romana, oltre a capitelli bizantini, longobardi e romanici.

La cripta della cattedrale di Sutri
La cripta della cattedrale

Lungo le pareti si aprono nicchie semicircolari, forse destinate alla conservazione delle reliquie, mentre la copertura è a volte a crociera in tufo: tutte le superfici erano ornate di affreschi, oggi scomparsi. All’interno della chiesa si trova la tavola del Cristo benedicente donata dal Innocenzo III in occasione della consacrazione. L’icona risale al XII-XIII secolo e rappresenta il Cristo nella posa del pantocratore bizantino: per alcuni aspetti è ritenuta la copia dell’Acheropita del Salvatore conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano a Roma.

La tavola del Cristo Benedicente nella Cattedrale di Sutri
La tavola del Cristo Benedicente

Nei secoli XIII e XIV le sorti di Sutri furono legate agli scontri fra guelfi e ghibellini, che culminarono nell’incendio del 1433 del Borgo, la parte bassa della città sorta lungo la via Cassia, a valle rispetto all’attuale abitato: quel che rimase del centro venne quasi completamente distrutto nel 1527 dal passaggio dei Lanzichenecchi di Carlo V e quindi sepolto da un’alluvione che a metà del ‘600 portò via tutto. Il declino delle attività commerciali fu decretato anche dallo spostamento dei traffici lungo la via Cimina, voluto dai Farnese alla metà del XV secolo, che causò l’abbandono dei commerci lungo l’antica Cassia, mentre nel 1435 la sede arcivescovile di Sutri venne unificata con quella di Nepi, a ulteriore testimonianza della situazione di declino.

Villa Savorelli e il suo giardino a Sutri
Villa Savorelli e il suo giardino

All’esterno del centro abitato, sul colle di San Giovanni che faceva parte del Borgo oggi scomparso, si trova Villa Savorelli, edificata dalla famiglia Muti Papazzurri agli inizi del XVIII secolo insieme alla chiesa annessa, al giardino e al parco. La chiesa fu costruita sulle fondamenta di un edificio preesistente al tempo del Borgo medievale e presenta una facciata barocca affiancata da due campanili. Il giardino venne realizzato secondo i canoni del rinascimento italiano, con siepi di bosso, mentre il bosco vicino custodisce alcuni resti di architetture medievali.

La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo
La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo

Al limitare del colle si trovano i resti di quella rocca difensiva indicata come Castello di Carlo Magno. Alla fine del secolo tutta la proprietà venne ereditata dai marchesi Savorelli per passare poi alla famiglia Staderini.

 

Informazioni utili per la visita:

L’ingresso al Parco Regionale di Sutri
L’ingresso al Parco Regionale

Ai piedi della città di Sutri si trova il Parco Regionale, che comprende l’anfiteatro, il mitreo-chiesa della Madonna del Parto, le antiche necropoli, Villa Savorelli. Il parco è visitabile liberamente oppure con visita guidata. L’accesso all’anfiteatro è a pagamento, mentre la visita del Mitreo è possibile solo con visita guidata. Le visite si svolgono ogni ora, dalle 9 alle 17. Per ulteriori informazioni rimando al sito regionale dei Parchi del Lazio, www.parchilazio.it/sutri e alla pagina dedicata sul sito del Comune di Sutri, da cui è possibile scaricare anche una mappa del luogo (distribuita in forma cartacea presso la biglietteria e centro visite del Parco). E’ molto interessante anche il sito della via Francigena, www.viefrancigene.org/it/.

A pranzo mi sono fermata presso La locanda di Saturno, dove ho mangiato benissimo: ho molto apprezzato, tra i vari piatti, le fettuccine alla lepre e le tagliatelle integrali con ragù bianco di maiale e lavanda. Il servizio è stato attento e puntuale, l’accoglienza cortese e calorosa. Ho pranzato in una bella terrazza esterna, con vista sul verde circostante e le abitazioni del borgo in tufo, ma ho notato che anche all’interno c’erano belle sale arredate con gusto, ideali per un pranzo o cena invernali.

Altre immagini:

I piatti assaggiati alla Locanda di Saturno:

Mappa di Sutri:

Ocriculum, un parco archeologico nella campagna umbra

L'ingresso al parco archeologico di Ocriculum
L’ingresso al parco archeologico

Al confine tra Umbria e Lazio si trovano le rovine dell’antica città romana di Ocriculum, sorta sulla sponda del Tevere lungo il tracciato della via Flaminia: la precedente cittadina fondata dagli umbri sorgeva sul versante montuoso dove tutt’oggi si trova Otricoli, ma venne distrutta dai Romani durante la guerra civile nel 91-90 a.C.. Venne quindi costruita la nuova Ocriculum, in questa valle dove oggi se ne ammirano i resti, fino a quando nel VI secolo gli abitanti si ritirarono nuovamente sulla montagna per motivi difensivi: la città venne infatti distrutta nel corso dell’invasione longobarda tra il 569 e il 605 a.C..

I resti dell'anfiteatro di Ocriculum
I resti dell’anfiteatro

Quel che oggi è sopravvissuto si trova immerso in un parco, fra alberi e prati, con il ruscello di San Vittore che lambisce le rovine, in una sintesi perfetta di natura e archeologia. La bellezza del paesaggio era tale anche all’epoca, sì che molti romani benestanti, come la suocera di Plinio il Giovane e il politico Tito Annio Milone – amico di Cicerone – avevano ville e possedimenti ad Ocriculum.

Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia
Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia

La città acquisì grande importanza tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. in virtù della sua posizione strategica, luogo di confine sia fluviale sia terrestre: nel 220 a.C. venne infatti costruita la via Flaminia, secondo la volontà del console Gaio Flaminio Nepote, per collegare Roma con l’Italia del Nord.

La Flaminia divenne uno degli strumenti della romanizzazione dell’Umbria, regione in cui entrava proprio passando da Ocriculum, distante 44 miglia da Roma: da qui raggiungeva la vicina Narnia e poi si ramificava in due direttrici, quella che attraversava Mevania (l’antica Bevagna) utilizzata per gli spostamenti militari, l’altra verso Spoleto per le comunicazioni ordinarie.

Tomba "a torre" a Ocriculum
Tomba “a torre”

Il tracciato stradale della Flaminia è riconoscibile perché fiancheggiato da monumenti funerari, di cui alcuni sono qui visibili: seguendo infatti il sentiero attraverso il parco le prime rovine che s’incontrano sono quelle di tombe, presenti in due forme. Il primo modello è a nicchia, di foggia rotonda, risalente all’età imperiale e costruito in opera cementizia con rivestimento in laterizio. La seconda tomba ha una forma “a torre”, di grande dimensioni e a pianta quadrata, sormontata da un corpo circolare che è stato poi riutilizzato come colombaia: doveva essere rivestita in marmo, particolarità che ha fatto ritenere sia stata la sepoltura di un personaggio importante.

Tomba "a torre" nella valle di Palmira in Siria
Tomba “a torre” nella valle di Palmira

Il suo aspetto e la sua monumentalità, che la rendeva visibile da lontano, riconducono a modelli orienti e a prototipi ellenistici diffusi in Asia Minore, come le tombe che ho ammirato nella valle di Palmira, in Siria, del tutto simili a questa.

Di fronte ai resti delle tombe si apre un sentiero che porta all’anfiteatro, costruito a ridosso di un versante montuoso (come quello di Sutri), dalle dimensioni considerevoli: 120 x 98 metri. Non esiste più l’anello esterno, quel che oggi si ammira sono le rovine dell’entrata e gli ingressi, costruiti in opera reticolata (tecnica costruttiva che presenta un motivo a rete). Ritornando sul sentiero principale, accanto alle tombe si può ammirare un tratto basolato di via Flaminia, largo 6 metri e lungo 25, che mostra ancora il segno del passaggio dei carri nei solchi scavati dalle ruote.

Il tracciato della via Flaminia ad Ocriculum
Il tracciato della via Flaminia

Lungo la strada si trova una fonte pubblica, tutt’oggi alimentata dall’acqua, sulla cui balaustra si osservano i segni delle funi dei secchi usati per l’approvvigionamento idrico. La Flaminia proseguiva in questa direzione, conducendo all’area urbana e alla zona del foro: all’esterno di questo nucleo, si trovano appunto le tombe già viste. Proseguendo si giunge quindi alle strutture del centro cittadino, e in particolare ai resti delle terme: qui sono stati rinvenuti alcuni mosaici che furono utilizzati per ornare il pavimento della Sala Rotonda dei Musei Vaticani.

I resti delle terme di Ocriculum
I resti delle terme

La tecnica costruttiva di questi ambienti, di cui rimane un’aula ottagonale con soffitto a cupola, ne colloca l’edificazione nel II secolo d.C.. Vi è poi il teatro, addossato a un pendio del terreno: della struttura, che aveva un diametro di 79 metri, si distingue ancora la cavea (la gradinata per gli spettatori), mentre non è sopravvissuto nulla della scena, sotto la quale – tombato in un cunicolo sotterraneo – scorre ancora il rio San Vittore, che esce allo scoperto poco dopo per gettarsi nelle acque del Tevere.

Le grandi sostruzioni di Ocriculum
Le grandi sostruzioni

Accanto al teatro si trovano le “grandi sostruzioni“, una costruzione monumentale in opera reticolata della lunghezza di 80 metri:  serviva a contenere il terreno e costituire una grande terrazza capace di sostenere un edificio pubblico, forse un tempio, di cui oggi non rimane traccia. Nella zona fu trovata la testa marmorea di Giove, alta 58 cm, che si trova ai Musei Vaticani, rinvenuta nel corso degli scavi archeologici promossi da papa Pio VI tra il 1776 e il 1784.

L'ansa del Tevere ad Ocriculum
L’ansa del Tevere

Proseguendo si giunge infine al Tevere, su cui si trovava il porto cittadino, chiamato “Porto dell’Olio” da dove venivano spediti a Roma via nave pietre, legno, tegole e mattoni, oltre all’olio.

 

Ogni anno nel Parco Archeologico si svolge “Ocriculum AD 168”, una manifestazione in costume che rievoca la vita quotidiana della cittadina romana al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Quest’anno l’evento si terrà dal 26 al 28 maggio, come dettagliato nel sito dedicato, www.ocriculumad168.it.

Informazioni utili per la visita, affisse all’ingresso:
Orario di apertura: sabato, domenica e festivi: 10-12,30 / 17-19,30
Visite guidate all’area archeologica: sabato, domenica e festivi ore 10 e 17 con partenza dal bar “Il Casottino”. Per informazioni: 329/9482481 – 347/6954137

Altre fotografie di Ocriculum:

Mappa del parco archeologico: