Un’oasi verde nel cuore di Roma: l’Orto Botanico della Sapienza in Trastevere

Ciliegi in fiore nel giardino giapponese dell'orto botanico
Ciliegi in fiore nel giardino giapponese

Nei giorni di calura estiva è un’ottimo riparo al verde e al fresco: è l’Orto Botanico di Roma, che si estende su una superficie di 12 ettari tra via della Lungara e il Colle del Gianicolo in Trastevere. Sviluppatosi in questa sede a partire dal 1883, è possibile visitarlo percorrendo uno dei tanti sentieri che si snodano al suo interno, costeggiando le collezioni e le aree qui presenti. Una delle più importanti è senz’altro la collezione delle palme, composta da 35 specie coltivate all’aperto, di cui alcune rare e a rischio estinzione.

Collezione delle palme dell'orto botanico
Collezione delle palme

Anche la collezione di bambù si distingue per la sua ricchezza, con oltre 70 entità tra specie, sottospecie e varietà, tanto da essere una delle più ricche in Europa. Di grande bellezza è il giardino giapponese, che consiglio di visitare nel periodo di fioritura dei ciliegi: è stato realizzato su progetto di Nakajima Ken – l’architetto che creò anche il giardino dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (cui ho dedicato questo articolo) – secondo il modello del “giardino da passeggio” e offre giochi d’acqua, cascate e due laghetti.

Serra tropicale dell'orto botanico
Serra tropicale

Nella serra tropicale si ammirano oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, con un’umidità costante all’80% e una temperatura tra i 18° e i 20° in inverno, 30° in estate: è suddivisa in aree, come quella del sottobosco tropicale, delle specie palustri, della foresta pluviale, delle palme. Di fronte alla serra tropicale si trova il Giardino dei Semplici, in cui si osservano le piante medicinali, con oltre 300 entità protette all’interno di aiuole in muratura. Nel ruscello, nel laghetto e in alcune vasche si trovano le specie vegetali acquatiche, come le ninfee, presenti in oltre 32 specie.

Valle delle felci dell'orto botanico
Valle delle felci

Vi è poi il roseto, la collezione di felci, l’area del giardino roccioso, il bosco mediterraneo (che testimonia l’aspetto del Gianicolo e della vegetazione che in passato lo ricopriva), la zona delle gimnosperme, il giardino mediterraneo (con le specie tipiche della macchia mediterranea). Vi sono inoltre alcune serre, di aspetto davvero suggestivo: tra di esse la Serra Monumentale, che venne costruita nel 1877 dalla ditta Mathian di Lione, e che in una parte conserva un’interessante raccolta di piante carnivore con oltre 65 entità. Molto bella è anche la Serra Francese, costruita tra il 1883 e il 1884 sempre dalla ditta Mathian, caratterizzata da una struttura curva in ferro battuto e vetri.

Serra francese dell'orto botanico
Serra francese

Vi sono infine la Serra Arancera, risalente al 1930 e destinata al ricovero delle piante di agrumi, e la Serra Corsini, realizzata nel XIX secolo quale prima serra calda edificata nel giardino dell’antistante Palazzo Corsini. Al suo interno si trovano anche due vasche da bagno appartenute alla regina Cristina di Svezia nel periodo in cui alloggiava a Palazzo Riario (dal 1659 al 1689), qui trasferite in seguito.

Scalinata nelle Undici Fontane dell'orto botanico
Scalinata nelle Undici Fontane

Passeggiando nell’Orto botanico si possono ammirare molti alberi ultracentenari (sono oltre 340), nonché le fontane storiche che furono qui costruite e poi modificate nel corso dei secoli. La più affascinante è senz’altro la Scalinata delle Undici Fontane, fiancheggiata da platani plurisecolari, progettata dal Fuga nel 1742. E’ composta da cinque vasche digradanti, dalle quali zampillavano gli undici getti d’acqua che ne hanno dato il nome. Era decorata da vasi di travertino e terracotta e sculture e busti posti sui parapetti delle gradinate.

Collezione di bambù dell'orto botanico
Collezione di bambù

Al centro del giardino si trova la Fontana dei Tritoni, risalente al 1742 ad opera di Giuseppe Poddi, costituita da una vasca un marmo di Carrara con al centro un gruppo in travertino rappresentante due Tritoni. Inizialmente la fontana si trovava al centro di un emiciclo composto da piante di alloro disposte ad archi, sostenuti da colonne, a formare un “teatro di verzure”.

Informazioni utili alla visita: il sito internet dell’Orto Botanico è ricco di indicazioni utili, tra cui la mappa del Giardino. In alternativa ci si può rivolgere alla biglietteria, per ottenere consigli sui periodi di visita legati alla fioritura di alcune specie. Il numero è 06-49917107.

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Pinturicchio ai Musei Vaticani: la meraviglia dell’Appartamento Borgia

Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto

Nel corso del mio itinerario romano sulle tracce di Pinturicchio (alle sue opere a Roma ho dedicato questo articolo) una tappa fondamentale è rappresentata dai Musei Vaticani. Una visita di questo scrigno di tesori non può infatti prescindere dall’Appartamento Borgia, che nel percorso di scoperta dei Musei si trova dopo le Stanze di Raffaello e prima della Collezione di Arte Contemporanea. L’appartamento si trova al primo livello del Palazzo Apostolico e venne fatto ristrutturare e decorare da papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo de Boria y Doms (italianizzato in Borgia): fu la sua residenza nel corso del suo pontificato, dal 1492 al 1503.

Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette

Si sviluppa in sei ambienti monumentali: le Sale delle Sibille e del Credo – nella Torre Borgia – le Sale delle Arti Liberali, dei Santi e dei Misteri – situate nell’ala fatta edificare da Niccolò V – la Sala dei Pontefici – nella parte più antica, risalente a Niccolò III. Alla morte del pontefice Borgia l’appartamento venne abbandonato dal suo successore, Giulio II della Rovere, che non volendo avere costantemente sotto gli occhi le insegne e le memorie del precedessore decise di spostarsi al livello superiore, negli ambienti che vennero decorati da Raffaello Sanzio.

Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette

La decorazione delle Sale venne affidata a Pinturicchio, che già si era fatto notare nei lavori di decorazione della Cappella Sistina (1481-1483) dove prestò la sua opera a fianco del Perugino. Le Sale vennero affrescate da Pinturicchio in un lasso di tempo molto breve (dal 1492 al 1494), confermando la fama del pittore per le esecuzioni celeri: una qualità distintiva del suo operare che era consentita sia dall’ausilio di una bottega di artisti ben diretti, sia da alcuni fattori tecnici specifici, come l’utilizzo in parte dell’affresco, in parte di una tecnica di pittura mista, a secco, più rapida. Al 29 marzo 1493 risale una lettera di Alessandro VI nella quale il pontefice informava gli abitanti di Orvieto dell’interruzione dei lavori di decorazione del Duomo cittadino – dove Pinturicchio era all’opera nel coro – perché nel frattempo il pittore era impegnato a Roma nella realizzazione dei suoi appartamenti privati.

Pinturicchio, Sala delle Sibille, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala delle Sibille

Seguendo il percorso di visita, la prima Sala in cui ci si imbatte è quella delle Sibille, in cui le dodici figure – rappresentate a tre quarti di busto insieme con altrettanti profeti – sono dipinte nelle lunette del soffitto (le figure delle sibille si trovano anche nel soffitto della Cappella Baglioni a Spello, realizzata da Pinturicchio tra 1500 e 1501). Sibille e profeti stringono in mano un cartiglio svolazzante nel quale è riportata una profezia preannunciante la venuta di Cristo. Ciascuna lunetta è sormontata da un tondo, otto dei quali raffigurano scene di sacrifici pagani, e quattro simboli araldici della famiglia Borgia. Lunetta e tondo sono a loro volta contenuti in una vela: nello spazio tra due vele si trovano ottagoni con immagini dei pianeti e di Ermete Trismegisto (simbolo dell’astrologia).

Pinturicchio, Sala del Credo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo

Alla Sala delle Sibille, sempre nella Torre Borgia, segue la Sala del Credo, che ha un’articolazione simile alla precedente: i versetti del Credo sono leggibili nei cartigli svolazzanti che sono tenuti in mano dai dodici apostoli alternati ad altrettanti profeti, ad attestare la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. La Sala venne realizzata nel 1494, come indicato dalla data apposta sul soffitto, e ricorda i soffitti a grottesche della Domus Aurea di Nerone: presenta un motivo geometrico che alterna cerchi a riquadri, con iscrizioni riferite al nome del papa, stemmi e insegne del pontefice.

Pinturicchio, Sala del Credo - dettaglio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo – dettaglio

La Sala successiva è quella delle Arti Liberali, e presumibilmente era adibita a “studio” di Alessandro VI. Nelle lunette sono raffigurate le Arti del Trivio e del Quadrivio, che costituivano i saperi e le specializzazioni alla base dell’insegnamento scolastico nel Medioevo, rappresentate come figure femminili in trono (ho ammirato la stessa iconografia a Palazzo Trinci a Foligno, ad opera di Gentile da Fabriano). Ai lati dei troni sono immortalati personaggi che si sono distinti nelle specifiche discipline, a volte contemporanei del pittore. Sotto la rappresentazione della Retorica si trova la firma “Penturichio”, unica firma presente nel ciclo, sebbene gli affreschi di questa sala siano da attribuirsi prevalentemente alla bottega.

Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto - dettaglio dello stucco, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto – dettaglio dello stucco

Il soffitto della sala – unico caso nell’Appartamento – non ha una decorazione dipinta ma presenta un elaborato lavoro in stucco dorato articolato in due volte. Al centro di ciascuna volta si trovano le insegne di Alessandro VI all’interno di un sole raggiante, a sua volta inserito al centro di una serie di ottagoni. Ai lati degli ottagoni, entro due esagoni irregolari , sono rappresentati due tori che si fronteggiano ai lati di una fontana. La figura del toro, motivo araldico del Borgia, torna anche nel fregio che corre al di sotto delle lunette, composto da bucrani.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina

Segue la Sala dei Santi, i cui grandi affreschi sono riconosciuti come capolavoro di Pinturicchio. Nelle grandi lunette sono evocate le figure di sette santi: Santa Elisabetta, madre di Giovanni Battista, nella Visitazione di Maria; Sant’Antonio Abate e San Paolo di Tebe, eremiti nel deserto dell’Egitto; Santa Caterina d’Alessandria nella celebre Disputa; Santa Barbara mentre fugge dalla torre in cui il padre l’aveva rinchiusa dopo la conversione al Cristianesimo; Santa Susanna mentre si difende da due vecchioni che la spiano appostati nel suo giardino privato; San Sebastiano durante il martirio avvenuto sul Palatino, con alle spalle il Colosseo e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta dell'Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta

Sopra la porta si trova una Madonna con il Bambino, nei cui tratti Vasari riconobbe Giulia Farnese, la donna amata dal Borgia. Nella stessa Sala convivono i temi dell’antichità classica e pagana con le storie del Vecchio e Nuovo Testamento: i motivi della volta si riferiscono al mito di Iside ed Osiride, con quest’ultimo venerato dagli antichi egizi nelle sembianze di un bue, e alle Metamorfosi di Ovidio, con il mito della principessa Io, amata da Giove e da lui trasformata in giovenca. Tra le lunette, merita particolare attenzione quella della parete di fondo della sala, dedicata alla Disputa di Santa Caterina d’Alessandria, che si svolge ai piedi di un monumentale arco di trionfo modellato su quello di Costantino e sovrastato da un idolo taurino.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina - dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina – dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio

La scena si tiene al cospetto di una moltitudine di personaggi riccamente abbigliati, nei cui tratti si sono voluti riconoscere alcuni contemporanei del pittore: nelle sembianze di Caterina si è riconosciuta Lucrezia Borgia; in quelle dell’imperatore Massimino Daia, Cesare Borgia; nell’uomo con il turbante bianco, Djem, fratello del sultano Bajazet II e amico di Cesare; infine Pinturicchio e Giuliano da Sangallo con il compasso in mano, nelle figure dietro al trono. Le scene del soffitto e quelle delle lunette sono collegate nella comune celebrazione della figura del pontefice, simboleggiato dall’emblema ricorrente del toro, e della Chiesa romana di cui Alessandro VI è a capo. Le lunette sono separate dal muro sottostante per mezzo di una cornice in marmo decorata con un fregio in cui compaiono le insegne del Borgia, in una sequenza che ricorda gli elementi decorativi marmorei dei monumenti classici.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara

Un elemento di grande suggestione è rappresentato dall’ampio ricorso di inserti a stucco dorato, non solo negli apparati decorativi ma anche nelle scene rappresentate, ad esempio nei profili della torre di Santa Barbara e dell’arco di Costantino nella scena di Santa Caterina, nella fontana al centro dell’episodio di Santa Susanna, nei mantelli e nelle vesti di alcuni personaggi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione

Alla Sala dei Santi segue quella dei Misteri, l’ultima delle quattro ricavate nell’ala del Palazzo risalente a Niccolò V. Deriva il proprio nome dai Misteri della Fede, ovvero gli episodi prodigiosi della vita della Vergine – cui papa Alessandro VI era legato da una speciale devozione – e di Cristo: l’Annunciazione, la Nascita di Cristo, l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Discesa dello Spirito Santo, l’Assunzione della Vergine. Nella decorazione dell’ambiente Pinturicchio fece largo ricorso alle maestranze della sua bottega, mentre è senz’altro di sua mano il ritratto del pontefice inginocchiato ai piedi del Cristo nella Resurrezione e avvolto in abiti sfarzosi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine

Sempre riconducibile a Pinturicchio è il ritratto del figlio del papa, Francesco Borgia, in preghiera davanti alla Vergine assunta in cielo. Il soffitto è articolato in due campate di volte a crociera separate da un arcone, decorate con una profusione di emblemi araldici, mentre nelle vele si trovano otto medaglioni in cui sono raffigurati altrettanti profeti, con cartigli che anticipano e annunciano i Misteri rappresentati. Lungo le pareti si ammirano alcune finte nicchie dipinte in trompe-l’œil, in cui hanno collocazione oggetti liturgici e insegne papali, e grottesche. Le superfici riverberano grazie agli inserti in stucco e cera dorata che ornano alcuni dettagli, materiali che si trovano diffusamente su tutto il soffitto, nelle forme geometriche dell’arcone centrale e negli scudi che contengono i profeti.

Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l'œil, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l’œil

L’ultima Sala è quella dei Pontefici, che presenta dimensioni più ampie delle precedenti e per questo era destinata ad eventi pubblici come udienze, concistori, banchetti. Si trova nell’ala del Palazzo più antica, risalente a Niccolò III. A causa di un violento temporale nel 1500 l’originario soffitto a travi lignee crollò, e con esso andò distrutta la decorazione realizzata dal Pinturicchio. Sotto le macerie venne ritrovato il pontefice, rimasto miracolosamente illeso al riparo di una trave. Negli anni del pontificato di Leone X fu realizzato l’affresco che si ammira tutt’oggi, ad opera di Perin del Vaga e Giovanni da Udine.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione

La decorazione dell’Appartamento Borgia fu aspramente criticata da Giorgio Vasari, che non apprezzava Pinturicchio e la sua opera. Anche a seguito del pessimo giudizio vasariano, la critica d’arte ha sempre svilito questo ciclo, che invece rappresenta senza dubbio l’impresa più straordinaria del Rinascimento romano, per l’innovazione dei suoi contenuti, l’invenzione delle storie e delle scene, la decisa ispirazione classica, la qualità artistica di alcune sue parti. Lo stesso ricorso allo stucco e alla cera per ottenere effetti di rilievo – additato dal Vasari come un attardarsi nella maniera antica – fu una scelta voluta del pittore, insieme alla sistematica rievocazione delle stanze della Domus Aurea con grottesche sparse ovunque (grottesche ampiamente rappresentate in ogni suo lavoro, sin dagli esordi a Roma).

Pinturicchio Sala dei Misteri - dettaglio del soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri – dettaglio del soffitto

A chi come me ama infinitamente Pinturicchio e ne insegue le opere per ammirarne i dettagli, in Umbria consiglio di visitare la Cappella Baglioni a Spello (ne parlo qui) e la Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto (questo l’articolo sulla città umbra). In Toscana, una tappa imprescindibile è rappresentata dalla Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena (questo il post sul capoluogo toscano), immenso capolavoro del Maestro perugino. Tutti gli articoli collegati a Pinturicchio sono comunque consultabili attraverso il tag dedicato.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano - dettaglio del Colosseo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano – dettaglio del Colosseo

Per la redazione di questo articolo ho fatto ricorso all’ampia e approfondita analisi delle opere riportata nel volume “Pintoricchio. Itinerario romano” di Claudia La Malfa (Silvana Editoriale, 2008, Milano) e alle schede presenti sul sito dei Musei Vaticani.

Per la visita degli appartamenti consiglio di documentarsi sul sito dei Musei, che riporta ogni indicazione utile. Ritengo essenziale acquistare on line il biglietto, vista l’altissima richiesta e le lunghe file per l’accesso, ed utile il noleggio dell’audioguida. All’interno delle stanze vi sono alcuni pannelli informativi, ma non sono presenti in tutte.

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Vino e arte contemporanea nel cuore del Chianti: la collezione di Castello di Ama

La vallata, Ama
La vallata, Ama

Ho visitato il borgo medievale di Ama, nel Chianti senese, che dagli anni Settanta ospita l’azienda Castello di Ama, una delle tenute più rinomate della produzione di vino Chianti Classico. Nel borgo e negli spazi dell’azienda a partire dal 1999 vengono raccolte straordinarie opere d’arte contemporanea : il progetto “Castello di Ama per l’arte contemporanea” è costituito da installazioni site-specific realizzate da alcuni artisti ispirati dal luogo e dalla sua storia.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nomi di assoluto rilievo nel panorama dell’arte contemporanea sono stati invitati a conoscere la tenuta e ad approfondire lo spirito del borgo che la ospita, creando opere che dialogassero con l’ambiente circostante: sono nate così le installazioni di Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Kendell Geers, Anish Kapoor, Chen Zhen, Carlos Garaicoa, Nedko Solakov, Cristina Iglesias, Louise Bourgeios, Ilya & Emilia Kabakov, Pascale Marthine Tayou, Hiroshi Sugimoto, Roni Horn, Lee Ufan. Un percorso in collaborazione con Galleria Continua di San Gimignano, che valorizza gli ambienti delle cantine, le cappelline di culto privato, le strade in acciottolato, gli spazi verdi affacciati sulle vallate circostanti, in una sintesi di arte, paesaggio, attività produttive legate al vino.

Villa Ricucci, Ama
Villa Ricucci, Ama

Al 2000 risale l’installazione di Michelangelo Pistoletto, “L’albero di Ama. Divisione e moltiplicazione dello specchio”, con un altissimo tronco collocato in fondo alla scala che conduce alle cantine: il fusto è spaccato e custodisce al proprio interno uno specchio ad angolo che riflette in infinite rifrazioni le immagini circostanti. Poco oltre, racchiusa e custodita in fondo a un pozzo  sotto una pesante grata in ferro, vi è “Topiary”, la scultura di Louise Bourgeois: qui installata nel 2009 poco prima della scomparsa dell’artista, rappresenta una donna in ginocchio trasformata in un fallo in boccio, mentre dal suo corpo sgorga continuamente acqua.

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Nelle due cappelline private si trovano le opere di Anish Kapoor, “Aima” – una sorta di apertura nel pavimento, una voragine di colore rosso acceso –  e di Hiroshi Sugimoto, dal titolo “Confession of Zero”: sono due modelli matematici a forma conica – uno  che pende dal soffitto e l’altro che si erge dal pavimento – che convergono senza toccarsi. Nello spazio del giardino si trova “Sulle vigne: punti di vista” di Daniel Buren, che consiste in un muro lungo 25 metri, alto 2, rivestito da una superficie specchiante: riflette l’osservatore e gli edifici del Castello di Ama, e al contempo si apre con alcune finestre quadrate sulla vallata sottostante, di cui inquadra la veduta. Nelle vicinanze si osserva nel terreno l’installazione di Cristina Iglesias, “Towards the ground”, una vasca che ciclicamente si riempie e si vuota della propria acqua, mentre affiorano le foglie verdi che vi sono immerse. “The observer” di Ilya & Emilia Kabakov invita all’osservazione attraverso un binocolo che punta su una casa vicina: guardando nel binocolo si vedono persone e angeli seduti ad una tavola.

Carlos Garaicoa, "Yo no quiero vier mas a mis vecinos"
Carlos Garaicoa, “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”

Sul declivio della collina si trova l’opera di Carlos Garaicoa, dal titolo “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”, che stimola la riflessione sul concetto di separazione attraverso la ricostruzione di famosi muri, antichi o recenti, in miniatura: tra di essi si riconoscono il vallo di Adriano, la grande muraglia cinese, il muro che separa Israele e Palestina a Ramallah, il filo spinato tra Messico e Stati Uniti… Lungo la strada lastricata che si snoda nel borgo si dipana l’installazione di Pascale Marthine Tayou, “Le chemin de bonheur”, con macchie di colore che distinguono fra loro le pietre e si nascondono dietro angoli impensati, proprio come un’improvvisa felicità. Tra le botti della cantina si accende l’opera di Chen Zhen, “La lumière interieure du corps humaine”, dove alcune forme in vetro trasparente, illuminate da una luce bianca, rappresentano distinti organi del corpo umano e campeggiano sospesi al soffitto.

Roni Horn, "Untitled"
Roni Horn, “Untitled”

Sempre nelle cantine, tra le botti di vino, si trovano le installazioni di Kendall Geers, “Revolution / Love”, di colore rosso sangue in un ambiente che evoca le atmosfere di una cripta, e di Lee UfanTopos (Excavated)”, che come spiega l’artista è profondamente legata al luogo in cui si trova. Vi è infine l’installazione di Roni Horn, “Untitled”, l’ultima ad entrare a far parte di questa straordinaria collezione nel 2017, in cui la diversa lavorazione del vetro crea un oculos all’interno dell’opera e determina un’ambiguità tra l’apparenza e la realtà della sua materia.

Aspettiamo dunque i prossimi mesi per sapere se Castello di Ama accoglierà anche quest’anno una nuova opera, ad arricchire una raccolta così interessante per la varietà delle sue installazioni, degli artisti coinvolti, e della relazione che ogniqualvolta si crea tra opera e contesto circostante.

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Giampietro Campana e la sua leggendaria collezione: una storia rocambolesca

Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini
Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che l’enorme dito bronzeo della Collezione Campana custodito al Museo del Louvre appartiene alla colossale statua dell’imperatore Costantino esposta ai Musei Capitolini di Roma. La scoperta è avvenuta grazie agli studi di una ricercatrice, Aurelia Azema, che scrivendo una tesi sulle antiche tecniche di saldatura ha cominciato ad indagare sul reperto e sulla statua cui doveva appartenere. La dimensione del dito, il processo di fusione e le sue caratteristiche stilistiche l’hanno condotta alla monumentale statua di Costantino i cui elementi – una mano sinistra, la testa e un globo – si possono ammirare nell’esedra di Palazzo dei Conservatori a Roma.

Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre
Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre

La conferma definitiva è giunta nel maggio scorso, quando una ricostruzione in 3D del dito è stata portata a Roma e apposta sulla mano, con la quale ha combaciato perfettamente. Questa scoperta straordinaria verrà festeggiata con la riunificazione del dito e della mano in occasione di una mostra già prevista al Louvre per il prossimo ottobre: l’esposizione, dal titolo “Un rêve d’Italie: la collection du marquis de Campana” – vuole ricostituire la leggendaria collezione Campana, di cui faceva parte il dito. Ma chi è Giampietro Campana, l’antico proprietario dell’opera?

Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon
Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon

Mi sono imbattuta nelle opere della sua Collezione quando ho visitato – nel corso del mio viaggio in Provenza e Camargue (qui il mio racconto) – il Musée du Petit Palais di Avignone, che custodisce una parte cospicua dei dipinti della raccolta: oltre trecento opere di arte italiana dal Medioevo al Rinascimento, qui raggruppate nel corso del Novecento dopo essere state disperse in sessantasette musei francesi di provincia. La ricomposizione di questo nucleo dei dipinti (tutti appartenenti al Louvre) presso il polo di Avignone fu realizzata nel 1976, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei musei francesi, e fu l’ultimo atto di una lunga e travagliata storia che aveva visto queste opere protagoniste loro malgrado.

Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon
Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon

Giampietro Campana nacque nel 1808 da una famiglia della grande borghesia romana: il nonno aveva condotto scavi archeologici a Ostia, Roma e Castelnuovo, raccogliendo marmi antichi, il padre collezionava monete. Secondo la tradizione familiare divenne direttore del Monte di Pietà a Roma nel 1833, istituzione che gestì con piglio imprenditoriale e grande spregiudicatezza. Parallelamente coltivò la passione per il collezionismo senza alcuna preferenza d’ambito: collezionava tutto, antichità romane, greche ed etrusche provenienti dagli scavi archeologici che dirigeva – a Roma, Cerveteri, Veio… – o finanziava, o acquistate sul mercato antiquario.

Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine
Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine

Verso il 1830 la sua raccolta comprendeva 500 marmi, 2000 terracotte, 3800 vasi, 600 bronzi, 1600 oggetti in oro, 460 vasi di vetro. Le opere erano esposte nella sua abitazione romana, vicino a San Giovanni in Laterano, che nel 1846 fu visitata dal nuovo papa Pio IX, evento che ne consacrò la reputazione. Campana cominciò a concepire il desiderio di costituire un museo universale, aggiungendo al nucleo delle opere antiche sculture e maioliche rinascimentali, e dipinti, soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento.

Taddeo di Bartolo, La Vierge de l'annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge de l’annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon

I suoi acquisti si concentrarono prevalentemente in due zone, Firenze e le regioni che costituivano lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna), con cui – in virtù della sua posizione – aveva un rapporto diretto e privilegiato. Raccolse in questo modo oltre 400 dipinti di “primitivi”, che si trovavano esposti nella sua casa in via del Corso e raccolti in un magazzino in via Margutta.

L’importanza della collezione così composta era dovuta non solo alla quantità delle opere raccolte, ma anche alla loro qualità: tra di esse infatti si trovavano capolavori come il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, sculture della bottega dei Della Robbia. Queste opere mostravano e mettevano in luce il patrimonio culturale dell’Italia nel momento in cui – durante il Risorgimento – la nazione affermava la propria identità culturale.

Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre
Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre

Per continuare i suoi acquisti però Campana cominciò ad attingere alle casse del Monte di Pietà, e fu travolto dal piacere del collezionismo: contrasse debiti per tre milioni, fu arrestato nel 1857 e condannato a venti anni di galera. La sua collezione fu messa in vendita, suscitando un’emozione profonda in Italia e in tutta Europa. Venne acquistata dallo zar di Russia, che comprò 467 pezzi tra marmi, bronzi e vasi per 125.000 scudi, e da Napoleone III, che con 812.000 scudi acquistò tutto quel che rimaneva, 11.835 oggetti, con l’intento di destinarli al Louvre (acquistarono anche altri Musei, tra cui il Metropolitan di New York). All’arrivo a Parigi la collezione fu esposta nel Palais de l’Industrie, in assenza di ambienti adeguati al Louvre, dove venne inaugurato nel 1862 il Museo Napoleone III.

Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre
Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre

La raccolta venne tenuta insieme fino alla fine di quell’anno, quando fu dispersa destinando alcune opere al museo parigino, e ben 322 dipinti ai musei della provincia, a cui negli anni successivi vennero inviati a più riprese altri quadri. Solo nel 1945 si cominciò a pensare di riunirli in un’unica sede, individuando poi nel Petit Palais di Avignone il luogo più opportuno, in virtù del suo passato di capitale della cristianità del corso della cattività del XIV secolo.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l'Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon

A distanza di 160 anni dal momento della vendita della Collezione Campana e della condanna del suo spregiudicato ed onnivoro proprietario, il Museo del Louvre e l’Ermitage di San Pietroburgo hanno organizzato la riunificazione delle opere più importanti nell’eccezionale esposizione che inaugurerà a Parigi il 17 ottobre. Un’occasione unica per vedere in parte ricostituita la collezione privata più importante e significativa del XIX secolo, alla quale parteciperanno straordinariamente anche i Musei Capitolini con il prestito della mano e della testa della statua di Costantino, in seguito alla scoperta di qualche settimana fa.

Sandro Botticelli, La Vierge et l'Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon
Sandro Botticelli, La Vierge et l’Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon

La mostra, davvero imperdibile, metterà in luce la personalità di Campana, la società nella quale s’impose come collezionista e uomo d’affari, la storia della sua straordinaria raccolta, con la ricostruzione della sua casa-museo di Roma, l’influenza che la collezione esercitò sul gusto artistico della seconda metà dell’Ottocento, la sua passione per i pastiches e i falsi. L’esposizione sarà visitabile fino al 26 gennaio 2019 presso la Hall Napoléon.

Queste le informazioni relative alla mostra (questa la pagina dedicata sul sito del Louvre):

Un rêve d’Italie : la collection du marquis de Campana
La reconstitution de la légendaire collection Campana, la plus grande collection privée d’objets d’art au 19e siècle.
17 ottobre 2018 – 26 gennaio 2019
Hall Napoléon – Musée du Louvre

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L’apposizione della ricostruzione in 3D del dito bronzeo del Louvre sulla mano della statua di Costantino ai Musei Capitolini

Gli arazzi di Urbano VIII e la storia dell’arazzeria della famiglia Barberini

Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa
Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa

I Musei Vaticani custodiscono il prezioso ciclo di arazzi dedicato alla vita di papa Urbano VIII, realizzati dall’arazzeria Barberini tra il 1663 e il 1679. La serie, composta da dieci pezzi, venne disegnata da Antonio Gherardi, Fabio Cristofani, Giacinto Camassei e Pietro Lucatelli. E’ la più importante tra le sette serie realizzate dalla fabbrica Barberini, e manifesta chiaramente l’intento di raccontare la vita del papa esaltando la sua figura e la storia della sua casata: si pone come completamento ideale del monumentale affresco di Pietro da Cortona che decora il salone del Palazzo di famiglia rappresentante il Trionfo della Divina Provvidenza, ed è infatti probabile che fosse destinata alle pareti di questo straordinario ambiente.

Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno
Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno

In occasione dell’interessante mostra “Glorie di carta” allestita alla Galleria Barberini (l’ho raccontata in questo articolo), sono stati esposti i cartoni preparatori di tre cicli, fra cui quello di Antonio Gherardi in cui il futuro papa Urbano VIII è rappresentato mentre dispone la bonifica del lago Trasimeno.

La serie dedicata alle opere di Urbano VIII (nato Maffeo Barberini) fu l’ultimo importante lavoro realizzato dalla manifattura, che era sorta a Roma nel 1627 per volere del Cardinale Francesco, nipote del papa.

Urbano VIII riceve l'omaggio delle nazioni
Urbano VIII riceve l’omaggio delle nazioni

Il Cardinale volle la realizzazione di questo ciclo come atto di omaggio e riconoscenza nei confronti dello zio, per esaltarne l’elezione divina al soglio pontificio e l’azione provvidenziale svolta nel corso del suo pontificato.

Fra gli episodi rappresentati vi è quello dedicato all’elezione di Maffeo a papa: si illustra il momento dello scrutinio, quando uno scrutatore rilevò la mancanza di una scheda e, ciononostante, la validità del voto e della scelta del Barberini. Quest’ultimo fece tuttavia ripetere la votazione, divenendo finalmente pontefice il 6 agosto 1623.

Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia
Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia

Il sesto arazzo racconta la consacrazione della basilica di San Pietro, con il pontefice accompagnato dal nipote, Cardinal Francesco, e dal fratello Taddeo. In primo piano è rappresentato un cavaliere che potrebbe essere Gian Lorenzo Bernini, un omaggio all’artista che tanto contribuì alla realizzazione della basilica e che fu molto amato dalla famiglia Barberini. Un altro arazzo mostra Urbano VIII mentre dispone la riedificazione delle mura di Roma, raffigurato presso la porta di San Pancrazio intento a discutere il progetto urbanistico con l’architetto Vincenzo Maculano.

Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico
Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico

Un altro rappresenta il pontefice seduto su di un grande letto, che congiunge le mani di due figure allegoriche raffiguranti la Francia e lo Stato Pontificio: fa probabilmente riferimento al trattato di pace di Cherasco, con cui si poneva fine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato, celebrando la campagna intrapresa dal pontefice per portare la pace tra i vari Paesi europei.

Il settimo arazzo mostra Urbano VIII rivolto in preghiera per preservare la città di Roma dalla peste e dalla carestia, flagelli che affliggevano l’Italia tra il 1629 e il 1632.

Urbano VIII fa edificare le mura di Roma
Urbano VIII fa edificare le mura di Roma

Tra le nuvole vi sono i santi Michele e Sebastiano e i protettori di Roma, Pietro e Paolo.

L’arazzeria Barberini fu fondata dal Cardinal Francesco come simbolo del prestigio sociale e della ricchezza raggiunta dalla sua famiglia. Operò dal 1627 fino al 1679, prima sotto la direzione del fiammingo Jacob van del Vliete (naturalizzato Giacomo della Riviera), poi dal genero Gasparo Rocci e infine da tre donne: Caterina della Riviera (figlia di Giacomo e moglie di Gasparo), la sorella Maria Maddalena, Anna Zampieri.

Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa
Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa

Produsse sette serie di arazzi, dedicate a I castelli, Le storie di Costantino, Giochi di putti, I dossali per la Cappella Sistina, La vita di Cristo, Le storie di Apollo e infine La vita di Urbano VIII.

Oltre al ciclo dedicato ad Urbano VIII, le sue serie più importanti sono quella delle Storie di Costantino, costituita da cinque pezzi su disegno di Pietro da Cortona, e quella dedicata alla Vita di Cristo, che venne realizzata in un periodo di grande difficoltà per la famiglia.

Maffeo Barberini è eletto Cardinale
Maffeo Barberini è eletto Cardinale

Nel 1644 infatti ascese al soglio di Pietro Innocenzo X Pamphili, ostile ai Barberini, che avviò un’indagine sulla condotta di Urbano VIII e dei nipoti accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini furono costretti a fuggire e a lasciare Roma, mentre il nuovo papa inaugurò un periodo di risanamento finanziario e di austerità. (Di questo avvicendamento subì le sorti anche Gian Lorenzo Bernini, che con il venir meno dei suoi protettori era stato allontanato. L’artista riuscì tuttavia a guadagnarsi la fiducia del nuovo papa e ottenere l’incarico per la realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona grazie a un atto di astuzia, come racconto in questo post).

Elezione di Urbano VIII
Elezione di Urbano VIII

Percorrere la Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani e ammirare questi capolavori significa compiere un viaggio nella storia della famiglia Barberini e dell’Italia di quei decenni, insieme ai protagonisti delle vicende artistiche e politiche del Seicento a Roma.

Informazioni utili: gli arazzi Barberini sono esposti nella Galleria degli Arazzi insieme a un’altra preziosa serie, quella della Vita di Cristo eseguita a Bruxelles tra il 1524 e il 1531 nella bottega di Pieter van Aelst da modelli di allievi di Raffaello. La Galleria si trova lungo uno dei percorsi di visita dei Musei, e precede la Galleria delle Carte Geografiche, nonché gli appartamenti di Pio V, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina, come ben illustrato dalla mappa dei musei. Le possibilità di visita dei Musei sono innumerevoli, dipende dagli interessi e dalle esigenze personali: tutte le informazioni sono ben indicate sul sito internet www.museivaticani.va e in particolare a questa pagina.

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La chiesa delle antiche corporazioni di Roma: Santa Maria dell’Orto in Trastevere

La volta della navata centrale
La volta della navata centrale

Si trova nella zona di Trastevere una delle chiese più belle e sconosciute di Roma: è Santa Maria dell’Orto, che deve il suo nome a una icona miracolosa dipinta sul muro di un orto intorno al 1488. La storia racconta che un ortolano gravemente infermo si raccomandò alla Vergine e ottenne il miracolo della guarigione: a seguito a questo evento crebbe la devozione popolare e nel 1495 fu eretta una prima cappella per accogliere e venerare la santa immagine. Accanto alla cappella i fedeli costruirono un ospedale a loro riservato, struttura che rimase in attività fino alla fine del Settecento.
Intorno al 1513 iniziarono i lavori per la realizzazione della chiesa, che venne conclusa intorno al 1566-1567, con impianto a croce latina e la facciata ad opera del Vignola e di Francesco da Volterra.

Membri della Confraternita di Santa Maria dell'Orto
Membri della Confraternita

Il gruppo dei devoti si costituì in Confraternita nel 1492 per decreto di papa Alessandro VI, ottenendo nel corso dei secoli indulgenze e privilegi spirituali che ne aumentarono il prestigio. Divenne una delle più ricche Confraternite di Roma, tanto da gestire il proprio ospedale e poter finanziare numerose opere caritatevoli. In occasione del Giubileo del 1825 ottenne il titolo di Venerabile. La Confraternita è tutt’oggi in attività ed è formata da laici, anche se il suo funzionamento è disciplinato dal Codice di Diritto Canonico.

La volta della navata sinistra
La volta della navata sinistra

Passeggiando all’interno della chiesa e ammirandone le decorazioni si possono notare i numerosi cartigli che fanno riferimento alle Università (intese quali associazioni di mestiere) che contribuirono ad arricchirne il patrimonio artistico: nella chiesa infatti avevano sede una ventina di queste corporazioni appartenenti ai settori dell’artigianato e del commercio, e fra di esse sei erano le più importanti: i Pizzicaroli, gli Ortolani, i Molinari, i Vermicellari (fabbricanti di pasta), i Sensali di Ripa e Ripetta (ovvero i mediatori commerciali che svolgevano la loro attività nei due porti sul Tevere), i Fruttaroli (uniti ai Limonari).

Lapide riferita ai "pizzicaroli"
Lapide riferita ai “pizzicaroli”

Chi apparteneva a queste Università trovava nella propria associazione un riferimento per la disciplina amministrativa di categoria, mentre nella Confraternita esprimeva la propria devozione religiosa. Le Università vennero sciolte ai primi dell’Ottocento da papa Pio VII, e di conseguenza anche i membri della Confraternita cambiarono, variando l’estrazione sociale di appartenenza.

Lungo le navate laterali si susseguono le cappelle, ciascuna appartenente a una specifica associazione di categoria e a gara con le altre per la ricchezza e bellezza delle decorazioni: oltre alle corporazioni già citate, si ammirano la cappella dei Padroni, Affittuari e Mezzaroli di vigne, quella dei Pollaroli, quella degli Scarpinelli.

La navata centrale e l'altare
La navata centrale e l’altare

L’icona miracolosa della Madonna è custodita sopra l’altare maggiore mentre sul pavimento sotto la volta centrale del transetto vi è una lapide marmorea che indica il luogo in cui si trovava l’immagine al momento del suo primo miracolo, affrescata sopra il muro dell’orto. Nella parete absidale di sinistra la scena della Presentazione al Tempio e dell’Annuncio a San Giuseppe si svolge ai piedi di una scalinata che conduce a un edificio di scorcio, rappresentante proprio la chiesa di Santa Maria dell’Orto.

Santa Maria dell'Orto, stucco del transetto
Stucco del transetto, sopra l’ingresso della sacrestia

Una curiosità riguarda gli stucchi che ornano le volte, che secondo una leggenda conservano, mescolato, il primo oro proveniente dalle Americhe appena scoperte da Cristoforo Colombo: una leggenda affascinante ma priva di fondamento, che contende il prezioso metallo a quella – parimenti non confermata – che lo vuole impiegato nella copertura a cassettoni della chiesa di Santa Maria Maggiore. Merita infine un’attenzione particolare lo splendido pavimento a motivi geometrici in marmi bianchi e grigi, realizzato su disegno di Gabriele Valvassori tra il 1747 e il 1756.

La "Macchina delle quarantore"
La “Macchina delle quarantore”

Tra le principali ricorrenze e celebrazioni una di particolare fascino è la messa “In coena Domini” del Giovedì Santo, quando viene allestita la scenografica e barocca “Macchina delle Quarant’Ore“. Si tratta di una singolare struttura composta da 213 candele risalente al 1848, ultima testimonianza di una consuetudine antica: nel XVI secolo venivano realizzati simili apparati per commemorare le quaranta ore durante le quali Gesù giacque nel sepolcro, fra la sua morte e Resurrezione. A Santa Maria dell’Orto durante la messa dell’Ultima cena tutte le candele vengono accese contemporaneamente e rimangono accese fino alla mezzanotte.

Informazioni utili per la visita: la chiesa è visitabile tutti i giorni feriali dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 18,30, il sabato e la domenica dalle 10 alle 12. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito della Confraternita, www.santamariadellorto.it

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Il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura a Roma

L'edificio dell'Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino
L’edificio dell’Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino

Per tutto il mese di giugno sarà possibile visitare il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Prima dell’interruzione per la pausa estiva (nei mesi di luglio e agosto) si potrà prenotare una visita guidata al giardino, il primo realizzato in Italia da un architetto giapponese, Nakajima Ken.
Oltre che per la bellezza del luogo, il giardino merita una visita (rigorosamente guidata e a numero chiuso) per la storia che testimonia.

Il laghetto e il ponticello del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e il ponticello

Circonda su due lati l’Istituto, inaugurato il 2 dicembre 1962 per la promozione della cultura giapponese in Italia. L’idea di creare l’Istituto risale agli anni Trenta, ma fu necessario attendere la firma, nel 1954, dell’Accordo Culturale tra Italia e Giappone per avviare finalmente i lavori di costruzione.
L’edificio è un tipico esempio di architettura giapponese moderna, una costruzione a tre piani che, seppur realizzata in cemento armato, mantiene tutte le caratteristiche originali dell’edificio in legno in stile Heian: la lunga grondaia, il contrasto cromatico tra le pareti bianche e lo scuro dei pilastri, le finestre a grate (hitomi), il peristilio esterno, i pilastri che sporgono dalle pareti esterne, la scalinata d’ingresso. All’interno vi è abbondanza di superfici in legno, rivestimenti in stoffa, tendaggi e le caratteristiche porte scorrevoli shôji, in carta di riso.

Il sentiero del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il sentiero

Sul terreno adiacente, concesso dal Comune di Roma, si estende il giardino, realizzato dall’architetto Nakajima Ken, responsabile anche della splendida area giapponese dell’Orto Botanico dell’Università La Sapienza di Roma (questo l’articolo dedicato). Il giardino riprende tutti gli elementi tradizionali dello stile sen’en (giardino con laghetto), con la presenza della cascata, delle rocce, delle piccole isole, del ponticello e della lampada di pietra tōrō. Tra le piante presenti vi sono il ciliegio, il glicine, l’iris e il pino nano, mentre le pietre che formano la cascata provengono dalla campagna toscana: questo è un tratto di originalità voluto dall’architetto, che ha inteso omaggiare l’Italia utilizzandone alcuni elementi naturali. Nella parte più alta del luogo, assecondando lo stesso intento, il ciliegio è affiancato da un ulivo. La disposizione del sentiero che attraversa il giardino consente di ammirarne gli scorci e asseconda il declivio del terreno, così come la cascata, che scende lungo le rocce e che è posta al centro dello spazio.

Il laghetto e la cascata del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e la cascata

Un luogo, questo, dove assaporare l’antichissima arte giapponese dei giardino e conoscere un pezzo della storia di Roma forse meno nota, all’insegna del rispetto e dell’incontro delle diversità.

 

Informazioni utili alla visita: il giardino è visitabile esclusivamente previa prenotazione e con guida. Tutte le indicazioni sono riportate sul sito internet dell’Istituto, www.jfroma.it. Il periodo di maggiore richiesta coincide con la fioritura delle piante di ciliegio: se si vuole ammirarla, è necessario prenotare con grande anticipo.

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