La Libreria Piccolomini nella cattedrale di Siena, la meraviglia del Pinturicchio

La Libreria Piccolomini: al centro le Grazie e in basso le custodie lignee dei corali
La Libreria Piccolomini: al centro le Grazie e in basso le custodie lignee dei corali

Dopo aver ammirato le opere di Pinturicchio a Roma (in alcune chiese e negli Appartamenti Borgia), Spoleto (nella Cappella Eroli della Cattedrale) e Spello (nella chiesa di San’Andrea Apostolo e nella Cappella Baglioni) sono tornata a Siena per contemplare la Libreria Piccolomini, realizzata dal pittore umbro tra il 1505 e il 1507.

Libreria Piccolomini, la parete d'ingresso
Libreria Piccolomini, la parete d’ingresso

La costruzione di questo spazio sontuoso negli ambienti del vecchio presbiterio della Cattedrale fu decisa intorno al 1492 dal cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, arcivescovo di Siena, in memoria dello zio, papa Pio II, morto 28 anni prima. La Libreria fu concepita come biblioteca, luogo adeguato ad accogliere l’importante raccolta collezionata dal pontefice e grande umanista.

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio dei personaggi
Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio dei personaggi

Il 29 giugno 1502 fu sottoscritto il contratto tra il cardinale Francesco e Pinturicchio, all’epoca fortemente stimato e richiesto dopo il successo riscosso per gli affreschi degli Appartamenti Borgia realizzati tra il 1492 e il 1494. Il contratto impegnava il pittore a non assumere altri incarichi fino alla conclusione del lavoro, in modo da non causare ritardi alla consegna, e indicava con precisione la decorazione a grottesche della volta e le dieci storie da illustrare sulle pareti, destinate a raccontare la vita di Pio II. I cartoni preparatori dovevano essere disegnati dal pittore umbro, così come la loro rappresentazione a muro; inoltre Pinturicchio doveva realizzare di sua mano tutte le teste ad affresco e i successivi ritocchi a secco, il tutto per un onorario di mille ducati d’oro.

La volta
La volta

Secondo la prassi la volta fu la prima ad essere realizzata, progettata dal Maestro ed eseguita dalle maestranze della sua bottega. Fu conclusa probabilmente prima del 22 settembre 1503, data di elezione pontificia del Cardinale Francesco con il nome di Pio III: al centro infatti reca l’emblema Piccolomini ancora sormontato dal cappello cardinalizio. L’improvvisa scomparsa di Pio III, il 18 ottobre 1503, causò inevitabilmente un arresto del cantiere, anche perché al pittore venne nel frattempo commissionato un altro lavoro da parte del fratello del defunto pontefice, Andrea di Nanni Piccolomini: un grande affresco commemorativo, dedicato all’Incoronazione di Pio III, da realizzarsi al di sopra dell’ingresso della Libreria lungo la parete della navata sinistra, concluso il 19 febbraio 1504.

Pinturicchio, L'incoronazione di Pio III, parete d'ingresso alla Libreria Piccolomini, navata di sinistra della Cattedrale
Pinturicchio, L’incoronazione di Pio III, parete d’ingresso alla Libreria Piccolomini, navata di sinistra della Cattedrale

Oltre a questo lavoro Pinturicchio eseguì il cartone preparatorio dell’allegoria della Fortuna, destinato al pavimento della Cattedrale senese, e la decorazione della cappella di San Giovanni Battista (1504-1506).

Gli affreschi narranti la vita di Pio II all’interno della Libreria vennero dunque eseguiti tra il 1505 e il 1507, e videro impegnati – accanto al Maestro – gli aiuti della sua bottega: Giovanni di Francesco Ciambella, Matteo Balducci, Eusebio da San Giorgio (autore, tra l’altro, della splendida pala custodita nella chiesa di Sant’Andrea a Spello). L’opera di Pinturicchio fu completamente pagata il 18 gennaio 1509 da dama Agnese, vedova di Andrea, con il saldo restante di 14 ducati e mezzo.

Gruppo delle Grazie nella Libreria Piccolomini
Gruppo delle Grazie nella Libreria Piccolomini

All’interno della Libreria si ammira il gruppo delle Tre Grazie, collocato al centro dell’ambiente, copia romana di un originale ellenistico del III o II secolo a.C. acquistato dal cardinale Francesco, mentre lungo le pareti si trovano vetrine lignee che custodiscono i Corali della sagrestia della Cattedrale.

Nella volta si ammirano i motivi a grottesca che il pittore aveva già impiegato sia nella Cappella Bufalini a Santa Maria in Aracoeli, sia nella cappella di San Girolamo a Santa Maria del Popolo, sia infine negli Appartamenti Borgia in Vaticano.

Dettaglio della finta partitura architettonica decorata a grottesche
Dettaglio della finta partitura architettonica decorata a grottesche

Lungo le pareti laterali e quella d’ingresso si snodano gli episodi della vita di papa Pio II, inquadrati da una finta architettura ad arcate divise da pilastri in trompe-l’œil decorati con motivi a grottesca. Al di sotto di ciascuna scena si trova un’iscrizione che spiega l’episodio rappresentato, a partire dal primo, situato accanto alla finestra destra, dedicato alla partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea. Nel riquadro si vede il futuro papa, ancora ventisettenne, in sella a un cavallo bianco, all’interno del corteo che arriva nel porto di Piombino. Dietro di lui si scorgono le navi della missione, in preda alla tempesta che le colse nel corso della navigazione, tempesta cui fece seguito il bel tempo coronato dall’arcobaleno. Molti dettagli sono realizzati in rilievo, come già negli affreschi degli Appartamenti Borgia.

La partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea
La partenza di Enea Silvio per il concilio di Basilea

Segue l’episodio di Enea Silvio ambasciatore alla corte di Scozia, con il protagonista rappresentato mentre pronuncia un discorso al Re per convincerlo ad allearsi con Carlo VII, re di Francia, contro gli inglesi. Dietro alla scena principale è raffigurato, al di là di una loggia decorata all’antica, un magnifico paesaggio di suggestione nordica, punteggiato da castelli e torri e attraversato da un fiume che sfocia nel mare. Il dolce degradare delle colline ricorda i paesaggi umbri, così come gli alberelli illuminati da lumeggiature in oro. Vi è poi l’incoronazione d’alloro a poeta da parte dell’imperatore Federico III, con un edificio a pianta centrale e impianto prospettico che si staglia sullo sfondo: si tratta di una variazione dell’edificio peruginesco presente nella Consegna delle chiavi della Cappella Sistina, già sviluppato da Pinturicchio nelle scene della Cappella Bufalini a Roma e della Cappella Baglioni a Spello.

L'incoronazione di Enea Silvio a poeta - dettaglio dell'edificio sul fondo
L’incoronazione di Enea Silvio a poeta – dettaglio dell’edificio sul fondo

Segue l’episodio di Enea Silvio che fa atto di sottomissione a Eugenio IV: al di là della scena principale, in cui il protagonista bacia i piedi del pontefice, si svolge l’episodio della sua investitura a vescovo di Trieste, ambientato sotto un loggiato. Fra i cardinali astanti seduti sulla sinistra si riconosce il cardinale Bessarione, con una lunga barba bianca. Segue la scena più famosa del ciclo, nella quale Enea Silvio, vescovo di Siena, presiede all’incontro tra i promessi sposi Eleonora di Portogallo e l’imperatore Federico III, incontro avvenuto a Siena il 24 febbraio 1452.

L'incontro di Eleonora del Portogallo e dell'imperatore Federico III
L’incontro di Eleonora del Portogallo e dell’imperatore Federico III

Dietro alla scena in primo piano si staglia la colonna che i senesi eressero in memoria dell’avvenimento (esistente tutt’oggi), mentre alla destra di Enea Silvio si scorge, con abito e cappello scuro, Andrea di Nanni Piccolomini e la di lui moglie Agnese, con indosso un corsetto bianco stretto da lacci orizzontali scuri. Nel paesaggio sullo sfondo si osservano la torre del Palazzo Pubblico, la facciata incompiuta del Duomo nuovo (il “facciatone) e la cattedrale con il suo campanile. Il riquadro seguente rappresenta Enea Silvio che riceve il cappello cardinalizio all’interno di un ambiente al cui centro è collocata una pala d’altare con la Madonna e il Bambino affiancati dai santi Giacomo maggiore e Andrea, protettori della famiglia Piccolomini.

L'incontro di Eleonora del Portogallo e dell'imperatore Federico III - dettaglio del paesaggio di Siena
L’incontro di Eleonora del Portogallo e dell’imperatore Federico III – dettaglio del paesaggio di Siena

Vi è poi l’incoronazione a pontefice di Enea Silvio (avvenuta il 3 settembre 1458), rappresentato sulla portantina papale mentre entra in San Giovanni in Laterano. Le mura dell’affresco sono decorate con una sovrabbondanza di stucchi dorati, a sottolineare il grande significato di questo momento. Segue l’episodio della convocazione del concilio di Mantova, al fine di organizzare una crociata contro i turchi ottomani: in primo piano in ginocchio è raffigurato, con la barba bianca, il patriarca di Costantinopoli Gennadio.

Convocazione del concilio di Mantova - dettaglio della figura di Gennadio
Convocazione del concilio di Mantova – dettaglio della figura di Gennadio

Fra tutte le scene, questa sembra la meno riuscita, dovuta quasi interamente al lavoro dei collaboratori di bottega. Vi è a seguire l’episodio della canonizzazione di Santa Caterina da Siena, organizzato su due piani distinti: in quello superiore si trova papa Pio II seduto con il corpo della santa sdraiato ai suoi piedi, in quello inferiore vi sono alcuni astanti tra cui si scorgono, a sinistra, due gentiluomini tradizionalmente identificati in Raffaello e Pinturicchio.

Canonizzazione di Santa Caterina da Siena - dettaglio delle figure tradizionalmente identificate in Raffaello e Pinturicchio stesso
Canonizzazione di Santa Caterina da Siena – dettaglio delle figure tradizionalmente identificate in Raffaello e Pinturicchio stesso

Il ciclo si conclude con la scena dell’arrivo di Pio II ad Ancona per dare inizio alla crociata: qui il papa giunse, vecchio ed ammalato, il 19 luglio 1464, ma fece appena in tempo a vedere arrivare la flotta veneziana: morì infatti nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Alle spalle del vecchio pontefice, assiso sulla portantina, vi è una fedele rappresentazione del porto di Ancona, con l’arco di Traiano, le mura, le navi veneziane in arrivo.

Informazioni utili: per visitare la Libreria è necessario acquistare il biglietto d’ingresso alla Cattedrale di Siena, come visita singola o abbinata ad altri percorsi. Tutte le indicazioni sono riportate sul sito dell’Opera della Metropolitana Senese. Per chi volesse fare una gita in questa splendida città, ho raccolto alcune suggestioni in questo articolo. Per gli appassionati come me di Pinturicchio consiglio tutti i post via via linkati nel testo, consultabili unitariamente a questa pagina.

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A Castiglione della Pescaia tra storia, natura e mare

Vista del castello
Vista del castello

Nei giorni d’estate Castiglione della Pescaia è affollato di turisti desiderosi di tuffarsi nelle sue acque cristalline, premiate nel 2018 con l’ambito riconoscimento della Bandiera Blu per il diciannovesimo anno consecutivo. Oltre alle spiagge e alle belle pinete, che si estendono fino a Marina di Grosseto, il paese merita una visita per il suo borgo medievale, che situato sulle pendici del monte Petriccio è protetto dall’antica cinta muraria, costruita a partire dal X secolo dai Pisani e nei secoli successivi dagli Aragonesi e dai Senesi (in misura minore).

Piazzetta del borgo medievale
Piazzetta del borgo medievale

In alto si trova la rocca, la cui costruzione fu iniziata dal re di Napoli Alfonso d’Aragona  a partire dal 1447. Consiglio di inerpicarsi fino al borgo, percorrendone le stradine tortuose e giungendo al piazzale George Solti (grande direttore d’orchestra ungherese che passava molto tempo a Castiglione), dal quale si ammira un panorama mozzafiato sul paese, l’entroterra e la costa: lo sguardo spazia fino al parco dell’Uccellina e all’Argentario, le isole del Giglio, Montecristo e l’Elba e, nelle giornate più terse, arriva a scorgere la costa della Corsica.

La vista subito fuori piazzale Solti
La vista subito fuori piazzale Solti

Le origini del paese sono antiche, con i primi insediamenti urbani di epoca etrusca, quando venne fondata la vicina Vetulonia. L’abitato divenne Portus Traianus al tempo dei romani, mentre dopo la caduta dell’impero queste terre vennero dominate da Pisa, fino alla fine del 1300. Con il declino della repubblica marinara Castiglione si trovò sprovvista di difesa, e il 18 luglio 1404 gli abitanti decisero di porsi sotto la protezione di Firenze. Nel 1447 il re di Napoli Alfonso d’Aragona mosse verso nord  conquistando Castiglione e le terre vicine, di cui dispose l’intenso sfruttamento.

La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti
La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti

Nel 1559 l’intera area fu venduta ad Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, tornando quindi sotto il controllo fiorentino. I Medici intrapresero la bonifica della palude, azione che proseguì anche con i Lorena e si protrasse fino alla fine della seconda guerra mondiale.

La tomba di Italo Calvino
La tomba di Italo Calvino

Accanto al castello sorge il cimitero, dove gli amanti della letteratura del Novecento potranno recarsi per rendere omaggio alla tomba di uno dei nostri scrittori più importanti, Italo Calvino, qui sepolto il 20 settembre 1985. Calvino aveva frequentato Castiglione fin dal 1972, prendendo casa nella pineta di Roccamare, e la sua tomba è quella più vicina all’orizzonte, tra il cielo e il mare, circondata da siepi di rosmarino e rose.

Dall’altezza del castello si può ammirare il porto-canale ancora oggi affollato di barchini e pescherecci, testimonianza dell’antico borgo di pescatori. Oltre ancora si estende la riserva naturale della Diaccia Botrona, considerata la più vasta area umida d’Italia – oltre mille ettari – riconosciuta zona d’importanza internazionale per il suo raro ecosistema.

La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes
La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes

Si estende sul luogo dell’antico lago Prile, che arrivò ad occupare un’area di 50 chilometri quadrati e che venne prosciugato nel XIX secolo. Oggi la riserva ospita una ricchissima varietà di specie animali e vegetali, tanto da costituire una vera e propria “banca genetica”, ed è un paradiso per gli amanti degli uccelli, con oltre 200 specie che si avvicendano nel corso dell’anno. Sul versante più vicino al canale si trova la Casa Rossa Ximenes, suggestiva costruzione progettata dall’ingegnere gesuita Leonardo Ximenes tra il 1767 e il 1768 su incarico del Principe di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona

L’edificio doveva servire al risanamento della palude, all’interno di un grande progetto di bonifica della Maremma, tenendo separate le acque dolci dell’entroterra da quelle salate del mare. Inoltre serviva a regimare le acque durante le ondate di piena invernali e i periodi estivi di magra, in modo da garantire anche le attività ittiche: le chiuse, le paratie e gli ingranaggi dell’epoca sono tutt’oggi visibili e funzionanti, anche se non vengono più utilizzati. Oggi l’immobile ospita un museo multimediale dedicato alla riserva naturale, che organizza anche attività di birdwatching, visite guidate in barchino, passeggiate, escursioni in bicicletta.

La passeggiata
La passeggiata di Castiglione della Pescaia

Nei pressi di Castiglione si può visitare la frazione di Tirli, immersa in un bosco di castagni e lecci dove scorribanda il cinghiale, una delle specialità gastronomiche della zona. Qui si trova il ristorante della Locanda La Luna, che consiglio per l’ottima cucinatipicamente maremmana – e l’ambiente familiare. Uno dei piatti più prelibati è senz’altro il piccione ripieno, che va ordinato in anticipo se si vuole essere sicuri di poterlo assaggiare.

La salita al borgo medievale
La salita al borgo medievale

Merita una visita anche Vetulonia, dove si trova la necropoli etrusca – vestigia di uno dei più importanti e fiorenti centri dell’Etruria settentrionale – e il Museo archeologico “Isidoro Falchi”, che custodisce corredi funebri, steli e opere di oreficeria rinvenute nelle tombe.

La Cremeria Corradini
La Cremeria Corradini

Dove mangiare a Castiglione: in paese consiglio i ristoranti Il 13, per la qualità dei piatti e gli ingredienti freschissimi, e l’Osteria del mare, che serve solo pesce secondo le ricette della tradizione. Per un gelato, la più gettonata è la Cremeria Corradini, che si riconosce subito dalla fila di fronte al banco. Subito fuori dal paese di trova L’Andana, che fa parte del resort di lusso Tenuta La Badiola e propone una cucina premiata con la stella Michelin.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona - dettaglio
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona – dettaglio

Informazioni utili: prima della visita consiglio di documentarsi sul sito internet VisitTuscany.com, che fornisce indicazioni utili sia sulla storia di Castiglione, sia sulle attrazioni vicine, sia sulle attività cui è possibile dedicarsi. Anche il sito internet dei Musei di Maremma è ricco di indicazioni pratiche relative ai musei e alle aree archeologiche locali. In paese infine, nella piazza della fontana, si trova un fornitissimo punto di informazioni turistiche, generoso di materiali cartacei e consigli utili.

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Una gita nel Chianti, attorno a Gaiole e Radda, fra borghi fortificati, vino, arte

Vertine le colline circostanti
Le colline circostanti il castello di Vertine

Con una bella giornata a disposizione consiglio una gita nel Chianti attorno a Gaiole e Radda, per passeggiare in antichi borghi, degustare vini famosi in tutto il mondo, ammirare opere d’arte e approfondire la storia millenaria di questi luoghi. Quel che ho compiuto e suggerisco è solo un assaggio, un invito a organizzare nuove gite in un territorio ricchissimo di tesori da scoprire, dove il passato testimonia un’eccellenza e una qualità da custodire e ricercare.

Vertine, il torrione all'ingresso
Vertine, il torrione all’ingresso

Una delle tappe è senz’altro il castello di Vertine, che conserva ancora oggi il suo impianto medievale all’interno della cinta muraria di forma ellittica. Le prime testimonianze di questo insediamento risalgono a prima dell’anno Mille. Dal 1100 fu proprietà dei Ricasoli, che ribellatisi alla Repubblica fiorentina vennero assediati e infine costretti alla resa. All’epoca delle guerre aragonesi (1452-1483) era abitato dalla stessa famiglia, divenuta nel frattempo commissaria nel Chianti per la Repubblica, e divenne centro d’importanza strategica per il controllo del territorio.

Il paesaggio attorno a Vertine
Il paesaggio attorno a Vertine

La vista che se ne ha giungendo dalla strada è davvero suggestiva, di borgo fortificato circondato dalla campagna e dai vigneti. Vi si accede entrando dalla porta fiancheggiata da un alto torrione in pietra alberese. Le costruzioni sono quasi tutte originarie, e tra di esse si riconosce la pieve di San Bartolomeo, ricostruita in forme neoromaniche intorno al 1930.

L'arrivo alla Badia a Coltibuono
L’arrivo alla Badia a Coltibuono

Nei pressi di Vertine si trova la Badia a Coltibuono, risalente anch’essa a prima del Mille, quando era un piccolo oratorio. Restaurato e ingrandito, venne trasformato in abbazia nel 1037 e divenne possesso dei monaci benedettini vallombrosani, che ne amministrarono il territorio e i beni per oltre settecento anni. Molti furono i beni che le vennero assegnati e le elargizioni nel corso dei secoli, tanto che il monastero divenne padrone di un vasto patrimonio, con giurisdizione sopra molte chiese.

Badia a Coltibuono, la torre campanaria
Badia a Coltibuono, la torre campanaria

Come racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario”, l’abbazia riceveva e amministrava copiose entrate, tante da venir assegnata in commenda abbaziale a diversi illustri prelati, tra cui il cardinale Giovanni dei Medici, divenuto papa Leone X. Nel 1810, quando sotto il dominio napoleonico i beni vennero espropriati e i monaci cacciati, il monastero conservava ancora diversi poderi, mulini, palazzi e case.

Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno
Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno

In quell’anno venne soppresso e venduto all’asta; tutt’oggi è proprietà privata. Accanto alla chiesa, che conserva le sue forme romaniche, svetta una torre campanaria forse risalente al XII-XIII secolo. Tutta la costruzione è immersa in un bosco di pini e abeti, e sotto di essa si distende un prato verde che conduce lo sguardo alla profonda vallata sottostante, dove l’occhio giunge ad ammirare il Valdarno.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista" - dettaglio
Castello di Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista” – dettaglio

A poca distanza si trova un altro borgo, Ama, i cui abitanti si sono dedicati per secoli alla cura del territorio e alla coltivazione della vite e del vino. Oggi molti edifici dell’antico paese sono divenuti proprietà dell’azienda vinicola Castello d’Ama, che produce un Chianti Classico famoso in tutto il mondo. Un ulteriore elemento di attrazione è la passione per l’arte contemporanea, sì che i luoghi dedicati al vino e gli spazi degli antichi edifici ospitano opere site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Daniel Buren, Hiroshi Sugimoto… Alla visita di questo luogo, dove l’amore per l’enologia e per il paesaggio si accompagna alla commissione di opere d’arte, ho dedicato questo articolo.

Volpaia, piazza
Volpaia, piazza

Spostandosi verso Radda in Chianti e superandone il borgo si giunge a Volpaia, castello le cui mura, le torri e il cassero sono ancora ben visibili. Risalente all’IX secolo, venne costruito dall’omonima famiglia fiorentina, che nel Rinascimento dette i natali ad eruditi come Lorenzo della Volpaia, amico di Leonardo da Vinci. Sorge sul crinale che divide la terra di Firenze da quella di Siena, e nel corso del Quattrocento subì le conseguenze della lotta tra le due Repubbliche, venendo più volte preso d’assedio e conquistato. Una situazione che cambiò completamente con il declino e infine, nel 1555, con la caduta della potenza senese, che viceversa inaugurò un lungo periodo di pace per il territorio chiantigiano.

Volpaia, il cartello del borgo
Volpaia, il cartello del borgo

All’interno del borgo, dove è piacevole passeggiare respirando un’atmosfera di altri tempi, si ammirano la chiesa di San Lorenzo e la chiesa-torre di Sant’Eufrosino, oltre ad alcune torri dell’antica fortificazione e tratti delle mura originarie, nonché resti di costruzioni medievali poi trasformate in abitazioni.

Dove mangiare: a Volpaia è divertente sostare al Bar-Ucci, gestito dalla proprietaria, la simpatica ed estroversa Paola Barucci. La sorella Carla gestisce il vicino ristorante La Bottega. Per mangiare affacciati sulle verdi colline consiglio l’enoteca con cucina di Castello di Ama, Il Ristoro, dove lo chef prepara piatti a chilometro zero con i prodotti dell’orto.

Vertine, scorcio
Vertine, scorcio

In tutti i casi consiglio vivamente la prenotazione, soprattutto nel fine settimana.

Per le notizie relative alla Badia a Coltibuono mi sono avvalsa anche delle informazioni riferite da Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” redatto e pubblicato tra il 1833 e il 1846, consultabile nell’edizione riferita al Chianti Classico edita da Libreria Editrice Fiorentina nell’anno 2000.

Mappa dei luoghi:

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

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