Andar per cantine in Maremma: Petra, Rocca di Frassinello, Le Mortelle

Petra, il corpo laterale e quello centrale
Petra, il corpo laterale e quello centrale

Sono stata in Maremma e ho visitato tre cantine firmate da grandi nomi dell’architettura italiana, a Suvereto, Gavorrano e Castiglione della Pescaia.

Nel paesaggio di Suvereto si trova Petra, cantina progettata per Vittorio Moretti da Mario Botta, distesa sul pendìo della collina guardando verso il mare. Immersa in una campagna coltivata a vigneti, presenta una forma cilindrica che a sua volta abbraccia tutti gli ambienti funzionali alla creazione del vino: i luoghi destinati all’ingresso delle uve, al controllo e alla pigiatura, la barricaia, le zone per l’invecchiamento, la vinificazione, l’imbottigliamento e l’imballaggio.

Petra, il corpo centrale
Il corpo centrale

Il corpo cilindrico è affiancato da due lunghi corpi porticati ai lati, dove trovano spazio gli ambienti dedicati all’accoglienza dei visitatori e quelli destinati alle degustazioni. All’esterno l’intero complesso è rivestito in pietra di Prun, una pietra calcarea di colore rossastro proveniente dalla Lessinia, che richiama il colore rosso della terra maremmana. E’ sovrastrata da un giardino pensile di piante di ulivo, riferimento alla coltivazione locale, e percorsa da una gradinata che ne congiunge la base con la sommità, artificio che all’interno consente il passaggio della luce e il suo riverbero in maniera soffusa.

Petra, la galleria nel cuore della collina
La galleria nel cuore della collina

Al pianoterra si trova una lunga galleria, molto suggestiva, che congiunge l’area dei serbatoi fino al cuore della collina: è limitata da una parete di roccia tagliata grezzamente, attraversata dai segni delle stratificazioni minerali. Alcuni dettagli sono sottolineati dal colore di un bel blu acceso, scelto dall’architetto e definito appunto “Blu Botta“.

Petra, il piano superiore
Il piano superiore

La visita della cantina è possibile su appuntamento, e prevede un tour guidato che si conclude con una degustazione di vini e l’assaggio di prodotti a chilometro zero, alcuni provenienti proprio dai campi e dagli allevamenti della Società Agricola Petra. Tutte le informazioni utili sul sito, www.petrawine.it.

Altre foto:

Rocca di Frassinello, l'esterno all'ingresso
Rocca di Frassinello, l’esterno all’ingresso

Nel comune di Gavorrano si trova Rocca di Frassinello, cantina disegnata da Renzo Piano per Paolo Panerai: è appoggiata in cima alla collina, e ai suoi piedi si estendono le vigne che compongono i cinquecento ettari della proprietà. Ha la forma di un grande quadrato, sormontato da una torre rossa che richiama le torri medievali delle città maremmane, mentre al suo centro custodisce il luogo più prezioso: la barricaia, con duemila barriques disposte una di fianco all’altra all’interno di un grande anfiteatro quadrato.

Rocca di Frassinello, la barricaia
La barricaia

I gradoni dell’anfiteatro, grande 40 metri per 40, digradano verso il basso, a delineare un naturale palcoscenico illuminato da una sobria e tenue illuminazione. Tutto lo spazio è stato concepito per non dover mai usare pompe meccaniche e sfruttare naturalmente la forza di gravità: l’uva arriva infatti sul grande piazzale che sovrasta la barricaia, dove viene selezionata per poi finire nei tini di fermentazione sottostanti, passando da finestrelle ricavate nel pavimento.

Rocca di Frassinello, il pergolato con la vite americana
Il pergolato con la vite americana

Lo spazio si articola in modo funzionale, con cemento a vista e dettagli di color verde acceso, che dialogano con le sfumature del verde della campagna tutt’attorno. Al centro del piazzale, sotto la grande torre rossa, si sviluppa un grande ambiente vetrato da cui si ammira lo splendido panorama: è circondato da un pergolato su cui si arrampicano piante di vite americana. Una sala della cantina è destinata a Museo, per raccontare la vita e i costumi degli etruschi e le loro usanze nel preparare e bere il vino. Nei pressi della Rocca infatti si trova la necropoli di San Germano, dove sono state rinvenute tombe a tumulo risalenti al VII e VI secolo a.C..

Rocca di Frassinello, il Museo Etrusco
Il Museo Etrusco

La cantina è visitabile su appuntamento e il percorso – che comprende tutti gli ambienti di lavoro e il Museo etrusco – si conclude con la degustazione di tre vini. Al termine è possibile recarsi liberamente presso la necropoli di San Germano seguendo le indicazioni stradali: dista poco più di un chilometro. Tutte le informazioni sul sito, www.castellare.it.

Altre immagini della cantina e della necropoli:

Le Mortelle, la barricaia
La barricaia

Nel territorio di Castiglione della Pescaia si ammira la cantina Le Mortelle, progettata per il Gruppo Antinori dallo Studio Hydea. Il complesso, a pianta centrale e forma cilindrica, è stato ricavato nel corpo della collina e presenta scenografici affacci sul paesaggio circostante, capaci di riverberare la luce naturale all’interno. Una splendida scala elicoidale accompagna la discesa verso il cuore dell’edificio e mostra i vari ambienti che su di essa si affacciano: queste strutture sono state infatti poste radialmente su tre livelli, secondo una verticalità che segue le diverse fasi produttive del vino.

Le Mortelle, la scala elicoidale dalla barricaia
La scala elicoidale dalla barricaia

Una strutturazione funzionale alla lavorazione delle uve e del succo, che avviene esclusivamente “per caduta”, e che ha anche il pregio di sfruttare la naturale climatizzazione dell’ambiente via via che si scende verso il basso. Nel terzo e ultimo livello si trova infatti la barricaia dove le botti – disposte anch’esse circolarmente – sono circondate dalla viva pietra della collina, scavata in maniera molto suggestiva. Riposano al buio, e vengono illuminate sono in occasione delle visite o delle necessità legate alla lavorazione.

Le Mortelle, la volta centrale
La volta centrale

La cantina è visitabile previa prenotazione e comprende la guida e una degustazione di tre vini. La degustazione si svolge all’esterno nell’edificio dell’antica fattoria: restaurata, è uno splendido luogo dove poter prendere un aperitivo ammirando la vallata sottostante, immersi nel verde del prato circondato da piante di fico. E’ aperta al pubblico e offre anche una vendita di prodotti locali e frutta coltivata dall’Azienda. Tutte le informazioni sul sito www.antinori.it.

Altre immagini:

Per chi ama la Maremma ho dedicato alcuni articoli ai luoghi che ho visitato, mentre gli appassionati di vino e cantine troveranno spunti e idee per una gita o un viaggio dedicati al mondo dell’enologia, dell’arte e dell’architettura.

Mappa delle tre cantine:

A Cortona: antiche testimonianze etrusche, capolavori rinascimentali e ottima cucina

Palazzo comunale in piazza Luca Signorelli
Palazzo comunale in piazza Luca Signorelli

Sono tornata a Cortona per visitarne i musei e passeggiare nel suo borgo medievale, così caratteristico con gli edifici in pietra arenaria e le sue strade ripide. Da metà luglio a fine settembre ogni anno ospita Cortona On The Move, festival di fotografia contemporanea di profilo internazionale, occasione preziosa per gli appassionati e i curiosi: quest’anno si tiene fino al 30 settembre, e potrebbe essere il momento giusto per approfittarne.

Un giorno non basta per vedere tutto, ma ecco alcuni spunti per cogliere gli aspetti a mio giudizio più interessanti e suggestivi di questo borgo e della sua storia.

Biblioteca dell'Accademia Etrusca di Palazzo Casali
Biblioteca dell’Accademia Etrusca di Palazzo Casali

I Musei sono senz’altro da non perdere. A partire dal MAEC, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona: è allestito all’interno del trecentesco Palazzo Casali, nella piazza principale del borgo (piazza Signorelli) e raccoglie in un unico luogo tutti i reperti rinvenuti nel territorio fino ai giorni nostri: fra gli oggetti più preziosi e originali vi è il lampadario etrusco in bronzo del IV secolo a.C. destinato a un santuario, la Tabula Cortonensis, terzo testo etrusco al mondo per lunghezza risalente al III-II secolo a.C., il Tempietto Ginori del 1756, realizzato dalla manifattura Ginori di Doccia e rappresentante il passaggio di potere nel Granducato di Toscana fra i Medici e i Lorena.

Tabula Cortonensis, Maec di Cortona
Tabula Cortonensis

Il Museo presenta un allestimento di grande impatto, molto chiaro e godibile, che accompagna il visitatore in un racconto lungo i secoli: dalla preistoria dei primi insediamenti, nel secondo piano interrato, attraverso l’epoca etrusca nel secondo e poi primo piano interrato. Quindi al primo piano la storia della locale Accademia Etrusca, al secondo piano la pinacoteca e gli oggetti d’arte sacra risalenti al Sette e Ottocento (ma anche la collezione di monete, il Tempietto Ginori, il Lampadario etrusco), al terzo la collezione egizia, la collezione di armi e le opere del pittore Gino Severini, originario di Cortona. A questo piano si trova anche la splendida biblioteca settecentesca dell’Accademia.

Altre immagini del Maec:

Interno del duomo di Cortona
Interno del duomo

Percorrendo via Casali si giunge al Duomo, che sorge su una piazza da cui si ammira un bel panorama. Di fronte, negli spazi dell’ex Chiesa del Gesù si trova l’altro museo imperdibile, il Museo Diocesano del Capitolo. E’ ospitato all’interno di un edificio composto da due ambienti sovrapposti, la chiesa superiore e l’oratorio inferiore. Nella sala dell’ex chiesa si ammirano capolavori come l’Annunciazione e il Trittico del Beato Angelico, l’Assunzione della Vergine di Bartolomeo della Gatta, il Trittico del Sassetta.

Luca Signorelli, Compianto sul Cristo morto - dettaglio della Maddalena
Luca Signorelli, Compianto sul Cristo morto – dettaglio della Maddalena

Nella sala adiacente si trova una magnifica raccolta di opere di Luca Signorelli: al genio locale si devono opere emozionanti come il Compianto sul Cristo morto e la Comunione degli Apostoli, cui ho dedicato un album sulla mia pagina Facebook. Attraverso uno scalone si giunge all’oratorio inferiore, accompagnati dai cartoni preparatori della Via Crucis di Gino Severini. In fondo alla scala si trova il Crocifisso di Pietro Lorenzetti, risalente alla maturità del pittore. L’ambiente dell’oratorio inferiore è arricchito da affreschi sulla volta del 1555, opera di Cristoforo Gherardi su progetto di Giorgio Vasari. Altre sale – sempre al piano inferiore – ospitano il Parato Passerini, ricamato in filo d’oro e sete policrome su disegno di Raffaellino del Garbo e Andrea del Sarto.

Altre opere del Museo diocesano:

Chiesa di san Francesco a Cortona
Chiesa di san Francesco

Fra le chiese da visitare – oltre al Duomo – vi è senz’altro San Francesco, situata in cima a una ripida strada, al termine di un’alta gradinata. La sua costruzione risale al 1245: alla facciata semplice e spoglia corrisponde  un interno risalente nel Seicento. A sinistra dell’altare si trova la cappella con le reliquie di San Francesco: la tonaca, l’evangeliario e il cuscino, qui custodite da oltre 750 anni. Nell’altare maggiore invece è conservato un frammento della Croce santa: è contenuto all’interno di un prezioso reliquiario del X secolo, donato nel 1224 a Frate Elia dall’imperatore greco di Nicea Giovanni III.

Lorenzo di Niccolò Gerini, Polittico della chiesa di san Domenico a Cortona
Lorenzo di Niccolò Gerini, Polittico della chiesa di san Domenico

Subito fuori le mura si trova San Domenico, un’edificio tardo-gotico risalente al Quattrocento al cui interno – sopra l’altare principale – si trova il grande polittico di Lorenzo di Niccolò Gerini raffigurante l’Incoronazione di Maria con angeli e santi, risalente al 1402. Si trovava nella chiesa di San Marco a Firenze, dove venne sostituito con una pala di Beato Angelico, e venne donato ai Domenicani di Cortona da Cosimo e Lorenzo de’ Medici. Subito sotto al borgo si trova il santuario della Madonna del Calcinaio, chiesa rinascimentale di grande eleganza eretta tra il 1485 e il 1513 su disegno di Francesco di Giorgio Martini. E’ così chiamata perché custodisce un’icona miracolosa, l’immagine della Madonna dipinta sulla parete di una vasca adibita alla concia del cuoio.

Panorama e Santuario della Madonna del calcinaio a Cortona
Panorama e Santuario della Madonna del calcinaio

Alla sommità del colle di Cortona, nel punto più alto della città, si trova l’antica fortezza del Girifalco, costruita nella seconda metà del Cinquecento per volere di Cosimo I de’ Medici sulle preesistenti rovine di epoca etrusca, romana e medievale. Grazie alla lunga pace che il Granducato di Toscana godette in seguito alla guerra di Siena la fortezza rimase pressoché inutilizzata: dalla sua sommità si gode un panorama mozzafiato su Cortona e la Valdichiana.

Piazza Luca Signorelli
Piazza Luca Signorelli

Nelle vicinanze di Cortona si possono anche visitare i tumuli etruschi di età arcaica di Camucia e del Sodo, i cui reperti sono esposti presso il Museo archeologico Maec. Vi sono poi la Tanella Pitagora, la Tanella Angori e la tomba di Mezzavia, oltre ai resti della villa romana di epoca tardo repubblicana di Ossaia, sul versante prospiciente il lago Trasimeno. Questi luoghi costituiscono il Parco Archeologico di Cortona e sono ampiamente descritti all’interno del Museo cittadino, che ne è centro di documentazione e di orientamento.

Osteria del teatro
Osteria del teatro

Dove mangiare: consiglio caldamente l’Osteria del Teatro in via Maffei 2. Propone una cucina a chilometro zero, con prodotti tipici della zona e ricette locali, preparate e presentate con cura. Ho mangiato in terrazza, lungo la ripida via che conduce alla chiesa di san Francesco, ma anche l’interno è arredato con gusto ed è davvero accogliente. Il servizio è stato attento e premuroso.

I piatti:

Manifestazioni: oltre al Festival Cortona On The Move, ogni anno dalla fine agosto ai primi si settembre si svolge la prestigiosa mostra Cortonantiquaria presso il settecentesco Palazzo Vagnotti. Giunta alla cinquantaseiesima edizione, quest’anno si terrà fino al 9 settembre: è un appuntamento imperdibile per gli amanti del collezionismo d’arte e un’occasione unica per ammirare oggetti e opere antiche.

Altre immagini:

Mappa:

L’Abbazia di Sant’Antimo a Montalcino: un luogo di spiritualità dalla storia antichissima

Chiesa dell'abbazia
Chiesa dell’abbazia

Arrivare a Sant’Antimo è giungere in un luogo che invita al silenzio e alla contemplazione. L’austerità e la semplicità di questa abbazia promanano un fascino indiscutibile, che rievoca una spiritualità antica ed essenziale nel richiamo alla regola di San Benedetto della preghiera e del lavoro manuale.

Dettaglio del portale meridionale
Dettaglio del portale meridionale

Le origini del luogo risalgono al 352 d.C., quando un diacono aretino di nome Antimo venne martirizzato in età dioclezianea e sul luogo della sua morte venne eretto un piccolo oratorio. Probabilmente in precedenza qui si trovava una villa romana, i cui resti sono stati ritrovati nei dintorni ed alcuni riutilizzati nella costruzione dell’abbazia.

Capitello della colonna della facciata con leoni monocefali
Capitello della colonna della facciata con leoni monocefali

In epoca longobarda venne edificato, intorno al 770, un primo monastero, capace di dare accoglienza ai tanti pellegrini e viaggiatori diretti a Roma: di tale edificio non è purtroppo rimasto niente.

Si narra anche la leggenda che fa risalire a Carlo Magno la fondazione di Sant’Antimo, come ringraziamento per aver scampato la peste: nel 781 infatti l’imperatore stava tornando da Roma quando il suo esercito venne colto dal morbo.

La facciata e il campanile
La facciata – incompiuta – e il campanile

Un angelo apparso in sogno gli suggerì di utilizzare un’erba – poi chiamata “carolina” – come antidoto alla malattia, e seguendone l’indicazione l’imperatore debellò l’epidemia. Per ringraziare Dio della grazia ricevuta, Carlo Magno fondò l’abbazia (o ricostruì la struttura preesistente) donandole il corpo di Sant’Antimo ricevuto in dono da papa Adriano I.

Dettaglio di un capitello del presbiterio
Dettaglio di un capitello del presbiterio

La leggenda viene in parte confermata dal diploma imperiale del 1051 di Enrico III, in cui si afferma esplicitamente che Sant’Antimo era stato eretta per volere di Carlo Magno. Questa è una delle innumerevoli storie che riguardano il primo imperatore del Sacro Romano Impero, che avevo già incontrato a Sutri.

La vallata di Sant'Antimo
La vallata di Sant’Antimo

Il prestigio e la potenza dell’abbazia furono la diretta conseguenza, oltre che della protezione imperiale, anche del rapporto privilegiato con il papato: numerosi pontefici, nel corso del tempo, accordarono a Sant’Antimo privilegi e agevolazioni. L’abate del luogo, che poteva contare su numerose rendite, aveva giurisdizione temporale e spirituale su possedimenti sparsi nei territori di Chiusi, Siena, Lucca, Pistoia, Pisa, Grosseto, Firenze.

Dettaglio dell'abside esterna di Sant'Antimo, mensola con testa di toro
Dettaglio dell’abside esterna, mensola con testa di toro

In età ottoniana Sant’Antimo attraversò un periodo di grande prosperità economica grazie al quale venne avviato, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, un rinnovamento della chiesa e del monastero: di questo cantiere sono rimasti la sala capitolare, la sagrestia e la cripta sottostante.

Il refettorio e la cucina
Il refettorio e la cucina

Inoltre nel 1118 l’abbazia ricevette la cospicua eredità del conte Bernardo degli Ardengheschi – ricordata da una “charta lapidaria” incisa sui gradini del presbiterio – talmente significativa che l’abate Guidone decise di dare il via a imponenti lavori di ampliamento: chiamò maestranze francesi e italiane, imprimendo all’architettura del complesso un’evidente influenza transalpina che la distingue dalle coeve chiese romaniche.

La navata centrale
La navata centrale

Dopo il suo ampliamento, la comunità visse floridamente i decenni successivi, ma nel corso del Duecento conobbe un lento e inesorabile declino, inizialmente causato dalle intromissioni sempre più consistenti della Repubblica di Siena. Al declino politico fece seguito quello economico, con le rendite finanziarie divenute insufficienti per sostenere le ingenti spese.

Portale meridionale
Portale meridionale

Nel 1462 Pio II (di cui ho conosciuto la vita nella Libreria Piccolomini della Cattedrale di Siena) decise di sopprimere l’abbazia incorporandola nel vescovado di Montalcino e Pienza, da lui istituito quell’anno, a causa dello stato di abbandono morale e materiale della comunità.

Fra gli elementi notevoli del complesso vi sono senza dubbio quelli che rivelano l’influenza francese, ovvero il deambulatorio con le cappelle radiali, il matroneo con le finestre a bifora, la copertura delle navate laterali con volte a crociera. Inoltre merita particolare attenzione l’opera attribuita al Maestro di Cabestany, un capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni (sulla seconda colonna di destra a partire dalla facciata), oltre ad altri capitelli di pregevolissima fattura: quello raffigurante una coppia di grifoni, i semicapitelli con tre aquile, con un centauro, con due teste di ariete (nella zona del presbiterio), il capitello con due cani che si rincorrono.

Maestro di Cabestany, capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni
Maestro di Cabestany, capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni

Sempre al Maestro di Cabestany, o a un suo collaboratore, si deve la base per il cero pasquale raffigurante le storie dell’infanzia di Cristo. Nella cripta sottostante l’altare maggiore, ambiente che testimonia l’antichissimo oratorio, un tempo erano custodite le reliquie di Sant’Antimo: l’altare ha la forma di una tomba e venne realizzato con elementi di recupero di una catacomba romana.

Cripta e altare
Cripta e altare

Sull’altare maggiore si trova un crocifisso ligneo risalente al XII-XIII secolo, che risente degli influssi della cultura borgognona: ai piedi di quest’opera pregò anche Santa Caterina da Siena, che nel 1377 si trovava a Sant’Antimo per predicare la parola di Dio. In una teca si ammira infine una Madonna lignea del XIII secolo, opera di uno scultore di scuola umbra.

Consiglio di effettuare la visita guidata “La via della luce” che consente di ammirare spazi normalmente chiusi al pubblico come la cappella carolingia, il loggiato superiore, l’appartamento del vescovo, il dormitorio, la sala capitolare, la cripta carolingia. Ha una durata di 30 minuti e parte in questi orari: dal lunedì al sabato ogni mezz’ora dalle 11,00 alle 13,00 e dalle 14,30 alle 17,30. La domenica alle 13,00 e ogni mezz’ora dalle 14,00 alle 17,30. Informazioni al banco dell’accoglienza.

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Il Trittico di san Giovenale di Masaccio

Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi
Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi

Nella sua breve vita (nacque nel 1401 e morì a 27 anni nel 1428) Masaccio realizzò alcuni capolavori che hanno segnato profondamente la storia dell’arte, opere capitali che hanno dato avvio alla pittura rinascimentale. Poche sono, purtroppo, quelle sopravvissute al passaggio dei secoli, e quelle rimaste sono disperse in molti luoghi. A Firenze si trovano gli affreschi realizzati insieme a Masolino nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine (portati a compimento fra il 1424 e il 1425) e la fondamentale Trinità nella chiesa di Santa Maria Novella (risalente al 1427 circa, ultima sua opera giunta fino a noi), nonché due tempere su tavola custodite agli Uffizi, la Madonna del solletico e la Sant’Anna Metterza (dipinta insieme a Masolino).

Masaccio, Trittico di San Giovenale
Masaccio, Trittico di San Giovenale

A poca distanza dal capoluogo toscano si può ammirare lo straordinario Trittico di San Giovenale, esposto nel Museo Masaccio della pieve di Cascia di Reggello. Il Trittico è la prima opera di Masaccio a noi nota, dipinta il 23 aprile 1422 all’età ventuno anni, come indicato dall’iscrizione che corre sul bordo inferiore: “ANNO DOMINI MCCCCXXII A DI VENTITRE APRILE”. Questa iscrizione è importante non solo perché consente di datare esattamente la tavola, ma anche perché per la prima volta in Europa vengono utilizzate le moderne lettere capitali umanistiche anziché quelle gotiche internazionali: a Masaccio va anche questo primato.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell'iscrizione
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell’iscrizione

Il Trittico rappresenta la Madonna col Bambino e due angeli ai piedi, accompagnata dai santi Bartolomeo e Biagio (nello scomparto di sinistra) e Giovenale e Antonio Abate (a destra). L’opera probabilmente venne commissionata dal patrono della chiesetta di San Giovenale a Cascia di Reggello, Vanni Castellani, e fu dipinta a Firenze dove rimase in un primo momento per essere ammirata dagli artisti dell’epoca.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino

L’innovazione che essa testimonia è evidente: l’intera composizione è organizzata secondo una chiara impostazione prospettica, attraverso la spazialità del trono monumentale della Madonna – incurvato in profondità e proiettato in avanti nelle ante laterali – e la disposizione delle assi del pavimento, che convergono prospetticamente verso un punto di fuga centrale. I santi raffigurati negli scomparti laterali sono una rappresentazione realistica di personaggi che sostengono pastorali e libri, li stringono e li afferrano: colpisce la fedeltà al vero degli occhi di Sant’Antonio Abate, che sono arrossati all’interno delle palpebre secondo un tratto tipico dell’uomo anziano, mentre un vivace maialino si muove ai suoi piedi, introducendo una nota naturalistica in un contesto solenne.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate

Altri elementi sottolineano la grande sensibilità di Masaccio e l’acutezza  del suo sguardo: il Bambino stringe tra le mani un grappolo d’uva, che era rifinito in lacca andata perduta, mentre tiene due dita dell’altra mano in bocca; la Vergine indossa al dito anulare un doppio anello e la sua veste era decorata in oro (purtroppo perduto); San Giovenale tiene aperto un libro sul quale si legge l’antifona al Salmo 109: la scrittura è stata paragonata all’unico autografo noto del pittore, una denuncia al catasto del 1427, e risulta essere della stessa mano.

Altre immagini del Trittico:

Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella
Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella

Altre opere di Masaccio sono il Polittico di Pisa (risalente al 1426), oggi smembrato e in parte disperso – nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa si conserva il pannello con San Paolo, il Museo Capodimonte di Napoli custodisce il pannello con la Crocifissione, altre parti sono a Los Angeles, Berlino, Londra – e lo scomparto con i santi Girolamo e Giovanni Battista per il polittico di Santa Maria Maggiore (oggi a Londra).

La possibilità di ammirare questa opera merita assolutamente il viaggio a Cascia di Reggello, dove peraltro il Museo Masaccio offre un’interessante pinacoteca con tavole della bottega di Domenico Ghirlandaio, di Agnolo Guidotti, di Santi di Tito, oltre che suppellettili sacre e paramenti liturgici, risalenti dal tardo Quattrocento fino al Settecento.

Altre immagini del Museo Masaccio:

L'abbazia di Vallombrosa
L’abbazia di Vallombrosa

Una volta a Reggello si può raggiungere Vallombrosa e visitare l’abbazia fondata nel 1058 da San Giovanni Gualberto, nel cui museo si trova la splendida Pala di Vallombrosa di Domenico Ghirlandaio, oppure attraversare il Valdarno e risalire in direzione del Chianti, per un giro fra borghi e badie: qui un itinerario possibile, a partire dalla badia a Coltibuono (sempre possesso dei benedettini vallombrosani) quindi Vertine, Volpaia e infine Castello di Ama.

Altre immagini di Vallombrosa:

Per mangiare in zona, consiglio senz’altro il ristorante Archimede, per assaggiare l’autentica cucina toscana in un ambiente davvero verace: ottimi l’arrosto girato, i primi a base di funghi e tartufo, le trote pescate nel vivaio.

I piatti serviti da Archimede:

Mappa:

Pio II, Cosimo de’ Medici e il sogno di una nuova crociata negli affreschi di Pinturicchio e Benozzo Gozzoli

Convocazione del concilio di Mantova
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Convocazione del concilio di Mantova

Le pareti della Libreria Piccolomini che ho da poco ammirato nella Cattedrale di Siena raccontano la vita e le opere di papa Pio II, al secolo Enea Piccolomini (1405-1464), dalla sua prima impresa – la partenza per il concilio di Basilea – fino all’ultima, l’arrivo nel porto di Ancona per dare avvio alla crociata. Fra le scene rappresentate da Pinturicchio e dalla sua bottega vi è l’episodio della convocazione del concilio di Mantova: la Dieta, che si svolse dal primo giugno 1459 al 14 gennaio 1460, era stata convocata dal pontefice con l’obiettivo di indire una nuova guerra santa contro i turchi, per liberare il mar Adriatico dalla loro presenza e recuperare le terre occupate nell’Oriente bizantino. Per raggiungere la sede del concilio Pio II affrontò un lungo viaggio che lo portò – tra le varie tappe – a visitare il suo borgo natìo, Corsignano in val d’Orcia (nell’occasione ricostruito e ribattezzato Pienza), e Firenze, dove fece ingresso il 25 aprile.

Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo

Durante il suo soggiorno, accompagnato da Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, alloggiò negli appartamenti papali del convento domenicano di Santa Maria Novella, trattenendosi sino al 5 maggio. In città incontrò Galeazzo Maria Sforza, figlio primogenito del duca di Milano che si era recato nell’alleata Firenze come ambasciatore del padre, mentre non riuscì a vedere Cosimo, immobilizzato da un forse diplomatico attacco di gotta: il Medici riuscì dunque a sottrarsi all’incontro con il pontefice e ad evitare di trattare la faccenda della crociata, che lui riteneva una follia. Durante la permanenza di Pio II e di Galeazzo Maria Sforza i fiorentini organizzarono feste e spettacoli in onore dei due ospiti, tra cui una giostra in piazza Santa Croce, un ballo nel Mercato nuovo, un banchetto nel palazzo Medici di via Larga (l’attuale Palazzo Medici Riccardi), una caccia con animali feroci. Il protagonista dello spettacolo organizzato in via Larga in occasione della cena fu Lorenzo il Magnifico, figlio di Cosimo, allora undicenne.

Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico

Lo splendore dei festeggiamenti influenzò senza dubbio il pittore Benozzo Gozzoli, che entro il 1462 affrescò la cappella di Palazzo Medici Riccardi con un magnifico corteo dei Magi (cui ho dedicato questo post). Nelle sembianze del Mago giovane dipinto da Benozzo si riconosce Lorenzo il Magnifico, rappresentato con un copricapo simile a quello realmente indossato dall’undicenne nello spettacolo di via Larga del 1459. Nel corteo che segue il Mago sulle pareti della cappella si possono individuare i personaggi che in quella occasione si riunirono a Firenze: Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Cosimo il Vecchio e il figlio Piero il Gottoso (committente dell’affresco benozziano).

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio del fondo con Ancona
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio del fondo con Ancona

Il progetto di una nuova crociata fortemente propugnato da Pio II non giunse, nemmeno negli anni seguenti, all’esito sperato, tanto da indurre lo stesso pontefice, ormai vecchio e malato, ad annunciare di voler condurre di persona la flotta nell’Adriatico: a questo scopo giunse ad Ancona il 19 luglio 1464, dove morì nella notte fra il 14 e 15 agosto, pochi giorni dopo l’arrivo delle navi promesse dai Veneziani. Questo episodio è rappresentato nell’ultimo riquadro del ciclo della Libreria Piccolomini, con il vecchio pontefice seduto in portantina e alle sue spalle il porto, con le imbarcazioni veneziane in arrivo.

Due affreschi (due capolavori), quelli di Pinturicchio e di Benozzo Gozzoli, che testimoniano l’incontro fra personaggi e storie cruciali del nostro Quattrocento, una vicenda – la gotta di Cosimo il Vecchio – che racconta l’astuzia di colui che era divenuto il Signore di Firenze, e la volontà incrollabile di Pio II di indire una crociata per opporsi alla disgregazione morale – e territoriale – della cristianità.

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Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

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Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

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Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

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Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

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Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

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Giampietro Campana e la sua leggendaria collezione: una storia rocambolesca

Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini
Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che l’enorme dito bronzeo della Collezione Campana custodito al Museo del Louvre appartiene alla colossale statua dell’imperatore Costantino esposta ai Musei Capitolini di Roma. La scoperta è avvenuta grazie agli studi di una ricercatrice, Aurelia Azema, che scrivendo una tesi sulle antiche tecniche di saldatura ha cominciato ad indagare sul reperto e sulla statua cui doveva appartenere. La dimensione del dito, il processo di fusione e le sue caratteristiche stilistiche l’hanno condotta alla monumentale statua di Costantino i cui elementi – una mano sinistra, la testa e un globo – si possono ammirare nell’esedra di Palazzo dei Conservatori a Roma.

Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre
Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre

La conferma definitiva è giunta nel maggio scorso, quando una ricostruzione in 3D del dito è stata portata a Roma e apposta sulla mano, con la quale ha combaciato perfettamente. Questa scoperta straordinaria verrà festeggiata con la riunificazione del dito e della mano in occasione di una mostra già prevista al Louvre per il prossimo ottobre: l’esposizione, dal titolo “Un rêve d’Italie: la collection du marquis de Campana” – vuole ricostituire la leggendaria collezione Campana, di cui faceva parte il dito. Ma chi è Giampietro Campana, l’antico proprietario dell’opera?

Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon
Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon

Mi sono imbattuta nelle opere della sua Collezione quando ho visitato – nel corso del mio viaggio in Provenza e Camargue (qui il mio racconto) – il Musée du Petit Palais di Avignone, che custodisce una parte cospicua dei dipinti della raccolta: oltre trecento opere di arte italiana dal Medioevo al Rinascimento, qui raggruppate nel corso del Novecento dopo essere state disperse in sessantasette musei francesi di provincia. La ricomposizione di questo nucleo dei dipinti (tutti appartenenti al Louvre) presso il polo di Avignone fu realizzata nel 1976, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei musei francesi, e fu l’ultimo atto di una lunga e travagliata storia che aveva visto queste opere protagoniste loro malgrado.

Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon
Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon

Giampietro Campana nacque nel 1808 da una famiglia della grande borghesia romana: il nonno aveva condotto scavi archeologici a Ostia, Roma e Castelnuovo, raccogliendo marmi antichi, il padre collezionava monete. Secondo la tradizione familiare divenne direttore del Monte di Pietà a Roma nel 1833, istituzione che gestì con piglio imprenditoriale e grande spregiudicatezza. Parallelamente coltivò la passione per il collezionismo senza alcuna preferenza d’ambito: collezionava tutto, antichità romane, greche ed etrusche provenienti dagli scavi archeologici che dirigeva – a Roma, Cerveteri, Veio… – o finanziava, o acquistate sul mercato antiquario.

Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine
Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine

Verso il 1830 la sua raccolta comprendeva 500 marmi, 2000 terracotte, 3800 vasi, 600 bronzi, 1600 oggetti in oro, 460 vasi di vetro. Le opere erano esposte nella sua abitazione romana, vicino a San Giovanni in Laterano, che nel 1846 fu visitata dal nuovo papa Pio IX, evento che ne consacrò la reputazione. Campana cominciò a concepire il desiderio di costituire un museo universale, aggiungendo al nucleo delle opere antiche sculture e maioliche rinascimentali, e dipinti, soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento.

Taddeo di Bartolo, La Vierge de l'annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge de l’annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon

I suoi acquisti si concentrarono prevalentemente in due zone, Firenze e le regioni che costituivano lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna), con cui – in virtù della sua posizione – aveva un rapporto diretto e privilegiato. Raccolse in questo modo oltre 400 dipinti di “primitivi”, che si trovavano esposti nella sua casa in via del Corso e raccolti in un magazzino in via Margutta.

L’importanza della collezione così composta era dovuta non solo alla quantità delle opere raccolte, ma anche alla loro qualità: tra di esse infatti si trovavano capolavori come il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, sculture della bottega dei Della Robbia. Queste opere mostravano e mettevano in luce il patrimonio culturale dell’Italia nel momento in cui – durante il Risorgimento – la nazione affermava la propria identità culturale.

Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre
Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre

Per continuare i suoi acquisti però Campana cominciò ad attingere alle casse del Monte di Pietà, e fu travolto dal piacere del collezionismo: contrasse debiti per tre milioni, fu arrestato nel 1857 e condannato a venti anni di galera. La sua collezione fu messa in vendita, suscitando un’emozione profonda in Italia e in tutta Europa. Venne acquistata dallo zar di Russia, che comprò 467 pezzi tra marmi, bronzi e vasi per 125.000 scudi, e da Napoleone III, che con 812.000 scudi acquistò tutto quel che rimaneva, 11.835 oggetti, con l’intento di destinarli al Louvre (acquistarono anche altri Musei, tra cui il Metropolitan di New York). All’arrivo a Parigi la collezione fu esposta nel Palais de l’Industrie, in assenza di ambienti adeguati al Louvre, dove venne inaugurato nel 1862 il Museo Napoleone III.

Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre
Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre

La raccolta venne tenuta insieme fino alla fine di quell’anno, quando fu dispersa destinando alcune opere al museo parigino, e ben 322 dipinti ai musei della provincia, a cui negli anni successivi vennero inviati a più riprese altri quadri. Solo nel 1945 si cominciò a pensare di riunirli in un’unica sede, individuando poi nel Petit Palais di Avignone il luogo più opportuno, in virtù del suo passato di capitale della cristianità del corso della cattività del XIV secolo.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l'Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon

A distanza di 160 anni dal momento della vendita della Collezione Campana e della condanna del suo spregiudicato ed onnivoro proprietario, il Museo del Louvre e l’Ermitage di San Pietroburgo hanno organizzato la riunificazione delle opere più importanti nell’eccezionale esposizione che inaugurerà a Parigi il 17 ottobre. Un’occasione unica per vedere in parte ricostituita la collezione privata più importante e significativa del XIX secolo, alla quale parteciperanno straordinariamente anche i Musei Capitolini con il prestito della mano e della testa della statua di Costantino, in seguito alla scoperta di qualche settimana fa.

Sandro Botticelli, La Vierge et l'Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon
Sandro Botticelli, La Vierge et l’Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon

La mostra, davvero imperdibile, metterà in luce la personalità di Campana, la società nella quale s’impose come collezionista e uomo d’affari, la storia della sua straordinaria raccolta, con la ricostruzione della sua casa-museo di Roma, l’influenza che la collezione esercitò sul gusto artistico della seconda metà dell’Ottocento, la sua passione per i pastiches e i falsi. L’esposizione sarà visitabile fino al 26 gennaio 2019 presso la Hall Napoléon.

Queste le informazioni relative alla mostra (questa la pagina dedicata sul sito del Louvre):

Un rêve d’Italie : la collection du marquis de Campana
La reconstitution de la légendaire collection Campana, la plus grande collection privée d’objets d’art au 19e siècle.
17 ottobre 2018 – 26 gennaio 2019
Hall Napoléon – Musée du Louvre

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L’apposizione della ricostruzione in 3D del dito bronzeo del Louvre sulla mano della statua di Costantino ai Musei Capitolini

Gli arazzi di Urbano VIII e la storia dell’arazzeria della famiglia Barberini

Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa
Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa

I Musei Vaticani custodiscono il prezioso ciclo di arazzi dedicato alla vita di papa Urbano VIII, realizzati dall’arazzeria Barberini tra il 1663 e il 1679. La serie, composta da dieci pezzi, venne disegnata da Antonio Gherardi, Fabio Cristofani, Giacinto Camassei e Pietro Lucatelli. E’ la più importante tra le sette serie realizzate dalla fabbrica Barberini, e manifesta chiaramente l’intento di raccontare la vita del papa esaltando la sua figura e la storia della sua casata: si pone come completamento ideale del monumentale affresco di Pietro da Cortona che decora il salone del Palazzo di famiglia rappresentante il Trionfo della Divina Provvidenza, ed è infatti probabile che fosse destinata alle pareti di questo straordinario ambiente.

Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno
Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno

In occasione dell’interessante mostra “Glorie di carta” allestita alla Galleria Barberini (l’ho raccontata in questo articolo), sono stati esposti i cartoni preparatori di tre cicli, fra cui quello di Antonio Gherardi in cui il futuro papa Urbano VIII è rappresentato mentre dispone la bonifica del lago Trasimeno.

La serie dedicata alle opere di Urbano VIII (nato Maffeo Barberini) fu l’ultimo importante lavoro realizzato dalla manifattura, che era sorta a Roma nel 1627 per volere del Cardinale Francesco, nipote del papa.

Urbano VIII riceve l'omaggio delle nazioni
Urbano VIII riceve l’omaggio delle nazioni

Il Cardinale volle la realizzazione di questo ciclo come atto di omaggio e riconoscenza nei confronti dello zio, per esaltarne l’elezione divina al soglio pontificio e l’azione provvidenziale svolta nel corso del suo pontificato.

Fra gli episodi rappresentati vi è quello dedicato all’elezione di Maffeo a papa: si illustra il momento dello scrutinio, quando uno scrutatore rilevò la mancanza di una scheda e, ciononostante, la validità del voto e della scelta del Barberini. Quest’ultimo fece tuttavia ripetere la votazione, divenendo finalmente pontefice il 6 agosto 1623.

Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia
Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia

Il sesto arazzo racconta la consacrazione della basilica di San Pietro, con il pontefice accompagnato dal nipote, Cardinal Francesco, e dal fratello Taddeo. In primo piano è rappresentato un cavaliere che potrebbe essere Gian Lorenzo Bernini, un omaggio all’artista che tanto contribuì alla realizzazione della basilica e che fu molto amato dalla famiglia Barberini. Un altro arazzo mostra Urbano VIII mentre dispone la riedificazione delle mura di Roma, raffigurato presso la porta di San Pancrazio intento a discutere il progetto urbanistico con l’architetto Vincenzo Maculano.

Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico
Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico

Un altro rappresenta il pontefice seduto su di un grande letto, che congiunge le mani di due figure allegoriche raffiguranti la Francia e lo Stato Pontificio: fa probabilmente riferimento al trattato di pace di Cherasco, con cui si poneva fine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato, celebrando la campagna intrapresa dal pontefice per portare la pace tra i vari Paesi europei.

Il settimo arazzo mostra Urbano VIII rivolto in preghiera per preservare la città di Roma dalla peste e dalla carestia, flagelli che affliggevano l’Italia tra il 1629 e il 1632.

Urbano VIII fa edificare le mura di Roma
Urbano VIII fa edificare le mura di Roma

Tra le nuvole vi sono i santi Michele e Sebastiano e i protettori di Roma, Pietro e Paolo.

L’arazzeria Barberini fu fondata dal Cardinal Francesco come simbolo del prestigio sociale e della ricchezza raggiunta dalla sua famiglia. Operò dal 1627 fino al 1679, prima sotto la direzione del fiammingo Jacob van del Vliete (naturalizzato Giacomo della Riviera), poi dal genero Gasparo Rocci e infine da tre donne: Caterina della Riviera (figlia di Giacomo e moglie di Gasparo), la sorella Maria Maddalena, Anna Zampieri.

Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa
Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa

Produsse sette serie di arazzi, dedicate a I castelli, Le storie di Costantino, Giochi di putti, I dossali per la Cappella Sistina, La vita di Cristo, Le storie di Apollo e infine La vita di Urbano VIII.

Oltre al ciclo dedicato ad Urbano VIII, le sue serie più importanti sono quella delle Storie di Costantino, costituita da cinque pezzi su disegno di Pietro da Cortona, e quella dedicata alla Vita di Cristo, che venne realizzata in un periodo di grande difficoltà per la famiglia.

Maffeo Barberini è eletto Cardinale
Maffeo Barberini è eletto Cardinale

Nel 1644 infatti ascese al soglio di Pietro Innocenzo X Pamphili, ostile ai Barberini, che avviò un’indagine sulla condotta di Urbano VIII e dei nipoti accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini furono costretti a fuggire e a lasciare Roma, mentre il nuovo papa inaugurò un periodo di risanamento finanziario e di austerità. (Di questo avvicendamento subì le sorti anche Gian Lorenzo Bernini, che con il venir meno dei suoi protettori era stato allontanato. L’artista riuscì tuttavia a guadagnarsi la fiducia del nuovo papa e ottenere l’incarico per la realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona grazie a un atto di astuzia, come racconto in questo post).

Elezione di Urbano VIII
Elezione di Urbano VIII

Percorrere la Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani e ammirare questi capolavori significa compiere un viaggio nella storia della famiglia Barberini e dell’Italia di quei decenni, insieme ai protagonisti delle vicende artistiche e politiche del Seicento a Roma.

Informazioni utili: gli arazzi Barberini sono esposti nella Galleria degli Arazzi insieme a un’altra preziosa serie, quella della Vita di Cristo eseguita a Bruxelles tra il 1524 e il 1531 nella bottega di Pieter van Aelst da modelli di allievi di Raffaello. La Galleria si trova lungo uno dei percorsi di visita dei Musei, e precede la Galleria delle Carte Geografiche, nonché gli appartamenti di Pio V, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina, come ben illustrato dalla mappa dei musei. Le possibilità di visita dei Musei sono innumerevoli, dipende dagli interessi e dalle esigenze personali: tutte le informazioni sono ben indicate sul sito internet www.museivaticani.va e in particolare a questa pagina.

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La chiesa delle antiche corporazioni di Roma: Santa Maria dell’Orto in Trastevere

La volta della navata centrale
La volta della navata centrale

Si trova nella zona di Trastevere una delle chiese più belle e sconosciute di Roma: è Santa Maria dell’Orto, che deve il suo nome a una icona miracolosa dipinta sul muro di un orto intorno al 1488. La storia racconta che un ortolano gravemente infermo si raccomandò alla Vergine e ottenne il miracolo della guarigione: a seguito a questo evento crebbe la devozione popolare e nel 1495 fu eretta una prima cappella per accogliere e venerare la santa immagine. Accanto alla cappella i fedeli costruirono un ospedale a loro riservato, struttura che rimase in attività fino alla fine del Settecento.
Intorno al 1513 iniziarono i lavori per la realizzazione della chiesa, che venne conclusa intorno al 1566-1567, con impianto a croce latina e la facciata ad opera del Vignola e di Francesco da Volterra.

Membri della Confraternita di Santa Maria dell'Orto
Membri della Confraternita

Il gruppo dei devoti si costituì in Confraternita nel 1492 per decreto di papa Alessandro VI, ottenendo nel corso dei secoli indulgenze e privilegi spirituali che ne aumentarono il prestigio. Divenne una delle più ricche Confraternite di Roma, tanto da gestire il proprio ospedale e poter finanziare numerose opere caritatevoli. In occasione del Giubileo del 1825 ottenne il titolo di Venerabile. La Confraternita è tutt’oggi in attività ed è formata da laici, anche se il suo funzionamento è disciplinato dal Codice di Diritto Canonico.

La volta della navata sinistra
La volta della navata sinistra

Passeggiando all’interno della chiesa e ammirandone le decorazioni si possono notare i numerosi cartigli che fanno riferimento alle Università (intese quali associazioni di mestiere) che contribuirono ad arricchirne il patrimonio artistico: nella chiesa infatti avevano sede una ventina di queste corporazioni appartenenti ai settori dell’artigianato e del commercio, e fra di esse sei erano le più importanti: i Pizzicaroli, gli Ortolani, i Molinari, i Vermicellari (fabbricanti di pasta), i Sensali di Ripa e Ripetta (ovvero i mediatori commerciali che svolgevano la loro attività nei due porti sul Tevere), i Fruttaroli (uniti ai Limonari).

Lapide riferita ai "pizzicaroli"
Lapide riferita ai “pizzicaroli”

Chi apparteneva a queste Università trovava nella propria associazione un riferimento per la disciplina amministrativa di categoria, mentre nella Confraternita esprimeva la propria devozione religiosa. Le Università vennero sciolte ai primi dell’Ottocento da papa Pio VII, e di conseguenza anche i membri della Confraternita cambiarono, variando l’estrazione sociale di appartenenza.

Lungo le navate laterali si susseguono le cappelle, ciascuna appartenente a una specifica associazione di categoria e a gara con le altre per la ricchezza e bellezza delle decorazioni: oltre alle corporazioni già citate, si ammirano la cappella dei Padroni, Affittuari e Mezzaroli di vigne, quella dei Pollaroli, quella degli Scarpinelli.

La navata centrale e l'altare
La navata centrale e l’altare

L’icona miracolosa della Madonna è custodita sopra l’altare maggiore mentre sul pavimento sotto la volta centrale del transetto vi è una lapide marmorea che indica il luogo in cui si trovava l’immagine al momento del suo primo miracolo, affrescata sopra il muro dell’orto. Nella parete absidale di sinistra la scena della Presentazione al Tempio e dell’Annuncio a San Giuseppe si svolge ai piedi di una scalinata che conduce a un edificio di scorcio, rappresentante proprio la chiesa di Santa Maria dell’Orto.

Santa Maria dell'Orto, stucco del transetto
Stucco del transetto, sopra l’ingresso della sacrestia

Una curiosità riguarda gli stucchi che ornano le volte, che secondo una leggenda conservano, mescolato, il primo oro proveniente dalle Americhe appena scoperte da Cristoforo Colombo: una leggenda affascinante ma priva di fondamento, che contende il prezioso metallo a quella – parimenti non confermata – che lo vuole impiegato nella copertura a cassettoni della chiesa di Santa Maria Maggiore. Merita infine un’attenzione particolare lo splendido pavimento a motivi geometrici in marmi bianchi e grigi, realizzato su disegno di Gabriele Valvassori tra il 1747 e il 1756.

La "Macchina delle quarantore"
La “Macchina delle quarantore”

Tra le principali ricorrenze e celebrazioni una di particolare fascino è la messa “In coena Domini” del Giovedì Santo, quando viene allestita la scenografica e barocca “Macchina delle Quarant’Ore“. Si tratta di una singolare struttura composta da 213 candele risalente al 1848, ultima testimonianza di una consuetudine antica: nel XVI secolo venivano realizzati simili apparati per commemorare le quaranta ore durante le quali Gesù giacque nel sepolcro, fra la sua morte e Resurrezione. A Santa Maria dell’Orto durante la messa dell’Ultima cena tutte le candele vengono accese contemporaneamente e rimangono accese fino alla mezzanotte.

Informazioni utili per la visita: la chiesa è visitabile tutti i giorni feriali dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 18,30, il sabato e la domenica dalle 10 alle 12. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito della Confraternita, www.santamariadellorto.it

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