Eco e Narciso: la mostra nei nuovi spazi espositivi della Galleria Barberini a Roma

Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona
Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona

E’ dedicata ad Eco e Narciso la mostra allestita fino al 28 ottobre nelle sale di Palazzo Barberini finalmente riaperte al pubblico. L’esposizione festeggia la restituzione degli ambienti dell’ala meridionale del palazzo, situati al piano nobile: undici sale affacciate sui giardini che dal XVII secolo costituivano gli appartamenti dei Cardinali Barberini. Sin dalla scelta, nel 1949, del Palazzo quale sede della Galleria Nazionale di Arte Antica, questi ambienti sono stati occupati dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate: dopo oltre settanta anni, con il loro ricongiungimento al museo, il complesso museale ha conquistato finalmente la sua unitarietà.

Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso
Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso

Per inaugurare il nuovo percorso è stata organizzata una mostra, in collaborazione con il MAXXI, dedicata al tema del ritratto e dell’autoritratto, in un confronto tra arte antica e contemporanea nell’accostamento tra opere delle rispettive collezioni.

L’aspetto interessante della mostra – oltre ovviamente alla possibilità di scoprire e godere dei nuovi ambienti espositivi – è la sua riflessione sulla questione dell’identità e della sua rappresentazione, nel passato e nell’epoca attuale, in senso individuale e collettivo, nei suoi significati sociali, etnici, culturali e storici. Sono molteplici i maestri in mostra, da Caravaggio a Giulio Paolini, da Bronzino a Richard Serra, da Raffaello a Luigi Ontani, da Pierre Subleyras a Stefano Arienti, le cui opere sono articolate per temi come l’intimità, la socialità, la temporalità, l’identità e la differenza, l’erotismo, le convenzioni sociali.

La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini
La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini

Il percorso comincia nel magnifico salone affrescato da Pietro da Cortona, monumentale celebrazione del papa Urbano VIII Barberini, sotto al quale si trova l’opera di Luigi Ontani Le Ore, riflessione – sin dal titolo – sul tema della temporalità e al contempo testimonianza del narcisismo dell’artista. Nella sala ovale è esposto il Narciso attribuito a Caravaggio cui risponde l’installazione di Giulio Paolini Eco nel vuoto: la figura di Narciso è presente nei suoi frammenti dispersi attorno a una roccia, sulla quale precipita Eco.

Maria Lai, Libro cucito
Maria Lai, Libro cucito

Nella sala successiva, la splendida Sala dei paesaggi dalle pareti affrescate alla metà dell’Ottocento con le vedute dei feudi Barberini, sono esposti i libri cuciti di Maria Lai: raccontano il forte legame dell’artista con la sua terra, la Sardegna di Ulassai, e il suo paesaggio interiore, intimo e personale. Nella Sala delle cineserie sono messi a confronto il Filosofo di Luca Giordano, rappresentato come uomo di estrema bruttezza, e due opere di Markus Schinwald, Untitles (extensions) #X e Luis.

Markus Schinwald, Luis
Markus Schinwald, Luis

Nell’appartamento d’estate si evidenzia il tema della proiezione esteriore della personalità nel suo ruolo pubblico, attraverso il Ritratto di Stefano IV Colonna di Bronzino, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane, e le due opere di Richard Serra Butor e Melville: gli ambienti sono la camera da letto e la camera dell’udienza del Cardinale, luoghi dunque che coniugavano sfera pubblica e privata. Nella camera da letto si trovano i ritratti che Serra ha realizzato dei suoi due scrittori preferiti, Michel Butor e Hermann Melville: una macchia, nera come l’inchiostro con cui lo scrittore traccia il segno della storia sulla carta. Nella camera dell’udienza si fronteggiano i due ritratti di Bronzino e Holbein, realizzati quasi contemporaneamente (nel 1546 e nel 1540), celebranti il ruolo pubblico dei due uomini di potere.

Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII - dettaglio
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII – dettaglio

Nella sala del trono si trovano i dipinti di Romanelli e Belloni Nozze di Bacco e Arianna e Peleo e Teti, e il video – con protagonista sempre femminile – di Shrin Neshat Illusion & Mirrors, mentre nella cappella è esposto il celebre Ritratto di Beatrice Cenci che, secondo la leggenda, venne realizzato da Guido Reni la notte precedente la morte della giovane: il ritratto, presunto, riconduce alla vicenda di fine Cinquecento quando la fanciulla, figlia di un nobile romano violento e dispotico, uccise il padre con l’aiuto della matrigna e del fratello e venne per questo decapitata nel 1599 sul ponte di Castel Sant’Angelo.

Kiki Smith, Large dessert
Kiki Smith, Large dessert

Nella Sala delle udienze – luogo dove il Cardinal Barberini dava udienza d’inverno – è allestita l’opera di Kiki Smith Large Dessert, con figurine femminili plasmate in porcellana di Sèvres emblemi di una dimensione familiare e domestica. L’opera è accostata ai pastelli di Rosalba Carriera con l’Allegoria dei quattro elementi e le Teste femminili di Benedetto Luti.

Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena
Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena

Nell’appartamento d’inverno campeggia la splendida tela di Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena, che insieme ai ritratti in coppia di Stefano ArientiSBQR, netnude, gayscape, orsiitaliani, etc… – suggerisce il tema dell’intimità, del voyerismo, dell’erotico e del conturbante. Nella prima sala dell’appartamento d’inverno il Ritratto della famiglia Quarantotti di Marco Benefial, rappresentante la famiglia del missionario Giovanni Battista sullo sfondo di un paesaggio esotico ideale, è messo a confronto con The invisible Man di Yinka Shonibare Mbe, opera specificamente realizzata per questa mostra e ispirata al quadro di Benefial: è la figura di un domestico, indispensabile alla famiglia del ritratto, ma invisibile, con un globo al posto della testa e sulle spalle un grande sacco di vettovaglie.

Yinka Shonibare Mbe, The invisible man
Yinka Shonibare Mbe, The invisible man

Nelle camere private dell’appartamento, opposte e speculari a quelle estive, si trovano la Maddalena di Piero di Cosimo e la Fornarina di Raffaello, che si confrontano con Bent and Fused di Monica Bonvicini: una installazione di luci al neon, accecanti, intrecciate da fili che rimandano all’arte femminile del ricamo. Il percorso espositivo si conclude nella Sala dei marmi, dove il ritratto del padrone di casa papa Urbano VIII, scolpito dal Bernini, si misura con due grandi tele di Yan Pei-Ming, Pape Mao: sono opere di dimensioni imponenti, che hanno l’aspetto di manifesti, destinate a una dimensione mediatica di arredo urbano.

Informazioni sulla mostra:
Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini
A cura di Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi
18 maggio – 28 ottobre 2018

Altre immagini:

Mappa:

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

Giampietro Campana e la sua leggendaria collezione: una storia rocambolesca

Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini
Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che l’enorme dito bronzeo della Collezione Campana custodito al Museo del Louvre appartiene alla colossale statua dell’imperatore Costantino esposta ai Musei Capitolini di Roma. La scoperta è avvenuta grazie agli studi di una ricercatrice, Aurelia Azema, che scrivendo una tesi sulle antiche tecniche di saldatura ha cominciato ad indagare sul reperto e sulla statua cui doveva appartenere. La dimensione del dito, il processo di fusione e le sue caratteristiche stilistiche l’hanno condotta alla monumentale statua di Costantino i cui elementi – una mano sinistra, la testa e un globo – si possono ammirare nell’esedra di Palazzo dei Conservatori a Roma.

Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre
Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre

La conferma definitiva è giunta nel maggio scorso, quando una ricostruzione in 3D del dito è stata portata a Roma e apposta sulla mano, con la quale ha combaciato perfettamente. Questa scoperta straordinaria verrà festeggiata con la riunificazione del dito e della mano in occasione di una mostra già prevista al Louvre per il prossimo ottobre: l’esposizione, dal titolo “Un rêve d’Italie: la collection du marquis de Campana” – vuole ricostituire la leggendaria collezione Campana, di cui faceva parte il dito. Ma chi è Giampietro Campana, l’antico proprietario dell’opera?

Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon
Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon

Mi sono imbattuta nelle opere della sua Collezione quando ho visitato – nel corso del mio viaggio in Provenza e Camargue (qui il mio racconto) – il Musée du Petit Palais di Avignone, che custodisce una parte cospicua dei dipinti della raccolta: oltre trecento opere di arte italiana dal Medioevo al Rinascimento, qui raggruppate nel corso del Novecento dopo essere state disperse in sessantasette musei francesi di provincia. La ricomposizione di questo nucleo dei dipinti (tutti appartenenti al Louvre) presso il polo di Avignone fu realizzata nel 1976, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei musei francesi, e fu l’ultimo atto di una lunga e travagliata storia che aveva visto queste opere protagoniste loro malgrado.

Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon
Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon

Giampietro Campana nacque nel 1808 da una famiglia della grande borghesia romana: il nonno aveva condotto scavi archeologici a Ostia, Roma e Castelnuovo, raccogliendo marmi antichi, il padre collezionava monete. Secondo la tradizione familiare divenne direttore del Monte di Pietà a Roma nel 1833, istituzione che gestì con piglio imprenditoriale e grande spregiudicatezza. Parallelamente coltivò la passione per il collezionismo senza alcuna preferenza d’ambito: collezionava tutto, antichità romane, greche ed etrusche provenienti dagli scavi archeologici che dirigeva – a Roma, Cerveteri, Veio… – o finanziava, o acquistate sul mercato antiquario.

Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine
Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine

Verso il 1830 la sua raccolta comprendeva 500 marmi, 2000 terracotte, 3800 vasi, 600 bronzi, 1600 oggetti in oro, 460 vasi di vetro. Le opere erano esposte nella sua abitazione romana, vicino a San Giovanni in Laterano, che nel 1846 fu visitata dal nuovo papa Pio IX, evento che ne consacrò la reputazione. Campana cominciò a concepire il desiderio di costituire un museo universale, aggiungendo al nucleo delle opere antiche sculture e maioliche rinascimentali, e dipinti, soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento.

Taddeo di Bartolo, La Vierge de l'annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge de l’annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon

I suoi acquisti si concentrarono prevalentemente in due zone, Firenze e le regioni che costituivano lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna), con cui – in virtù della sua posizione – aveva un rapporto diretto e privilegiato. Raccolse in questo modo oltre 400 dipinti di “primitivi”, che si trovavano esposti nella sua casa in via del Corso e raccolti in un magazzino in via Margutta.

L’importanza della collezione così composta era dovuta non solo alla quantità delle opere raccolte, ma anche alla loro qualità: tra di esse infatti si trovavano capolavori come il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, sculture della bottega dei Della Robbia. Queste opere mostravano e mettevano in luce il patrimonio culturale dell’Italia nel momento in cui – durante il Risorgimento – la nazione affermava la propria identità culturale.

Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre
Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre

Per continuare i suoi acquisti però Campana cominciò ad attingere alle casse del Monte di Pietà, e fu travolto dal piacere del collezionismo: contrasse debiti per tre milioni, fu arrestato nel 1857 e condannato a venti anni di galera. La sua collezione fu messa in vendita, suscitando un’emozione profonda in Italia e in tutta Europa. Venne acquistata dallo zar di Russia, che comprò 467 pezzi tra marmi, bronzi e vasi per 125.000 scudi, e da Napoleone III, che con 812.000 scudi acquistò tutto quel che rimaneva, 11.835 oggetti, con l’intento di destinarli al Louvre (acquistarono anche altri Musei, tra cui il Metropolitan di New York). All’arrivo a Parigi la collezione fu esposta nel Palais de l’Industrie, in assenza di ambienti adeguati al Louvre, dove venne inaugurato nel 1862 il Museo Napoleone III.

Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre
Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre

La raccolta venne tenuta insieme fino alla fine di quell’anno, quando fu dispersa destinando alcune opere al museo parigino, e ben 322 dipinti ai musei della provincia, a cui negli anni successivi vennero inviati a più riprese altri quadri. Solo nel 1945 si cominciò a pensare di riunirli in un’unica sede, individuando poi nel Petit Palais di Avignone il luogo più opportuno, in virtù del suo passato di capitale della cristianità del corso della cattività del XIV secolo.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l'Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon

A distanza di 160 anni dal momento della vendita della Collezione Campana e della condanna del suo spregiudicato ed onnivoro proprietario, il Museo del Louvre e l’Ermitage di San Pietroburgo hanno organizzato la riunificazione delle opere più importanti nell’eccezionale esposizione che inaugurerà a Parigi il 17 ottobre. Un’occasione unica per vedere in parte ricostituita la collezione privata più importante e significativa del XIX secolo, alla quale parteciperanno straordinariamente anche i Musei Capitolini con il prestito della mano e della testa della statua di Costantino, in seguito alla scoperta di qualche settimana fa.

Sandro Botticelli, La Vierge et l'Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon
Sandro Botticelli, La Vierge et l’Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon

La mostra, davvero imperdibile, metterà in luce la personalità di Campana, la società nella quale s’impose come collezionista e uomo d’affari, la storia della sua straordinaria raccolta, con la ricostruzione della sua casa-museo di Roma, l’influenza che la collezione esercitò sul gusto artistico della seconda metà dell’Ottocento, la sua passione per i pastiches e i falsi. L’esposizione sarà visitabile fino al 26 gennaio 2019 presso la Hall Napoléon.

Queste le informazioni relative alla mostra (questa la pagina dedicata sul sito del Louvre):

Un rêve d’Italie : la collection du marquis de Campana
La reconstitution de la légendaire collection Campana, la plus grande collection privée d’objets d’art au 19e siècle.
17 ottobre 2018 – 26 gennaio 2019
Hall Napoléon – Musée du Louvre

Altre immagini:

L’apposizione della ricostruzione in 3D del dito bronzeo del Louvre sulla mano della statua di Costantino ai Musei Capitolini

La mostra “Canaletto 1697-1768” al Museo di Roma a Palazzo Braschi

Canaletto, La Torre dell'Orologio in piazza San Marco, Venezia
Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, Venezia

Ho visitato la mostra “Canaletto 1697-1768 allestita al Museo di Roma in occasione dei 250 anni dalla morte di questo straordinario artista raccogliendo 67 sue opere, tra dipinti, disegni e documenti. Un’esposizione da vedere, non solo perché si può ammirare il più grande nucleo di capolavori mai esposto prima in Italia, ma anche per la possibilità di contemplare straordinarie vedute di Roma in una sala dedicata: Canaletto infatti, scenografo nei teatri veneziani, giunse a Roma nel 1719 per allestire due spettacoli nel Teatro Capranica, e nella città eterna decise di specializzarsi nella veduta. Roma lo affascinò con le sue rovine, e pur non facendovi più ritorno la suggestione dei paesaggi lo accompagnò per tutta la vita: le vedute che vengono esposte appartengono agli anni della sua maturità.

Canaletto, L'arco di Settimio Severo, Roma
Canaletto, L’arco di Settimio Severo, Roma

Le altre sale si snodano secondo un criterio tematico e insieme cronologico, a partire da quella sul Canaletto scenografo teatrale insieme al padre Bernardo: prima a Venezia e poi a Roma, dove il teatro – dopo un periodo di proibizione imposto dal papa Innocenzo XII – era tornato a far parte della vita culturale con il successore Clemente XI Albani. La seconda sala è dedicata al capriccio archeologico, soggetto delle prime tele di Canaletto in cui il maestro veneziano dispiega tutta la propria fantasia.

Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia
Canaletto, Il Canal Grande con Santa Maria della Carità, Venezia

La terza sala è dedicata alle vedute di Venezia, di cui le prime furono realizzate subito dopo il ritorno da Roma, nel 1720. Poi, nel corso degli anni, Canaletto sviluppò un procedimento di composizione prospettica derivante da un’osservazione diretta dei luoghi, che gli consentì di rendere con naturalezza la luce e l’atmosfera in cui si stagliavano le architetture della città lagunare. Le prime commissioni da parte degli ambasciatori stranieri sancirono il suo successo nel collezionismo internazionale, mentre venivano divulgate le nuove teorie di Newton sulla composizione della luce, di cui era a conoscenza tanto da rendere la sua limpida rappresentazione di Venezia uno degli emblemi del Secolo dei Lumi.

Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia - dettaglio del molo
Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia – dettaglio

Nel mentre le sue opere venivano inviate in Inghilterra, anticipandone il successo tra i turisti del Grand Tour: il console inglese nella città lagunare, Joseph Smith, riferimento dell’aristocrazia internazionale, inviò intere serie di Canaletto ai nobili britannici in patria. L’acquisto e il possesso di questi dipinti divenne un prestigio irrinunciabile per ogni gentleman del Grand Tour.

Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma
Canaletto, Il Colosseo visto da ovest, Roma

Con il diffondersi del gusto neoclassico giunsero a Canaletto le commissioni per dipinti di soggetto romano: il pittore attinse ai propri schizzi giovanili e ad alcune stampe per realizzare le opere richieste a Londra, dove si era stabilito tra il 1746 e il 1755. Qui trascorse nove anni dipingendo le vedute del Tamigi, le residenze di campagna, i capricci: ma la loro luce era differente rispetto alle vedute veneziane che l’avevano reso celebre, tanto da vedersi costretto a porre due annunci sul “Daily Advertiser” con l’invito a visitare il suo studio per smentire la voce che fosse un impostore.

Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi
Canaletto, a sinistra Chelsea dal Tamigi a Battersea Rich; a destra Il collegio di Chelsea, la Rotonda, casa Ranelagh e il Tamigi

Nella sala dedicata a periodo londinese viene straordinariamente ricomposta – in occasione di questa esposizione – una tela conclusa nel luglio 1751 e poi divisa in due parti dallo stesso Canaletto, “Representation of Chelsea College, Ranelagh House and the River Thames”: la parte sinistra è di proprietà del National Trust, la destra del Museo Nacional de Bellas Artes de l’Avana.

Canaletto, Prospettiva con portico
Canaletto, Prospettiva con portico

L’ultima sala è dedicata agli anni trascorsi a Venezia prima della morte, giunta nel 1768: il maestro si dedicò ancora alle vedute destinate ai nobili inglesi, sviluppandole però nel formato verticale. Si ammira qui “Prospettiva con portico”, del 1765, il celebre saggio di ammissione all’Accademia delle Belle Arti con cui Canaletto dimostrò, ancora una volta, il genio nello sviluppo prospettico e l’inventiva di capricci architettonici.

Altre opere in mostra:

Informazioni relative alla mostra:

Canaletto 1697-1768
Mostra a cura di Bożena Anna Kowalczyk
Museo di Roma, Palazzo Braschi
11 aprile – 19 agosto 2018
Sito internet: www.museodiroma.it

Mappa:

La mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti
Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti

La mostra “Stati d’animo”, organizzata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara e visitabile fino al prossimo 10 giugno, è dedicata ad approfondire quel peculiare momento storico, tra Otto e Novecento, in cui le scienze cominciarono ad indagare gli stati psicologici e gli artisti cercavano modi nuovi per esprimere i moti dell’animo. Il pregio dell’esposizione consiste, tra gli altri, nel porre attenzione su un tema poco indagato, accostando artisti ed opere d’arte molto conosciuti ad altri meno noti e accompagnando il percorso di visita a testimonianze e documenti delle coeve ricerche in ambito scientifico, letterario e musicale. Il visitatore ne ricava un’impressione ampia e approfondita di un diverso fermento artistico e di una tensione all’indagine psicologica, di un rinnovato rapporto con la natura e infine una relazione con il progresso tecnologico, l’ambiente borghese e cittadino che poi si espresse nelle provocazioni dell’arte futurista.

Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) - dettaglio
Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) – dettaglio

Alla metà del XIX secolo risalgono la moderna psicologia e la psichiatria, si fece strada l’approccio evoluzionistico di Darwin e si affermò la fisiognomica: gli artisti si dedicarono al ritratto e alla rappresentazione del volto umano quale specchio delle emozioni e dei sentimenti più profondi. Contemporaneamente la diffusione e l’uso di sostanze stupefacenti negli ambienti della Scapigliatura milanese offrirono occasioni di ispirazione e suggestione, con la creazione di opere quali le Fumatrici d’oppio di Gaetano Previati e Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, ritratto dell’amata moglie Lizzie Siddall uccisa da una dose eccessiva di laudano.

Angelo Morbelli, Asfissia! - dettaglio
Angelo Morbelli, Asfissia! – dettaglio

Al fascino di queste atmosfere maledette e bohème è riconducibile anche Asfissia! di Angelo Morbelli, ispirato a un fatto di cronaca o a un romanzo di appendice, con la rappresentazione di un suicidio di coppia in una camera d’albergo: l’opera suscitò un tale scalpore da indurre il pittore a tagliarla in due parti, eccezionalmente ricomposte in occasione della mostra.

Tra gli stati d’animo oggetto dell’esposizione e al centro del dibattito scientifico ed artistico di fine Ottocento, vi sono la melancolia, oggetto di una celeberrima incisione di Dürer e qui significativamente rappresentata da una litografia di Edvard Munch, Bambina malata, nonché la paura e l’allucinazione, che in letteratura trovarono un interprete di riferimento in Edgard Allan Poe, i cui racconti vennero illustrati anche da Previati.

Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti
Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti

La pittura di paesaggio, in particolare quella con specchi d’acqua, venne utilizzata per rappresentare gli stati d’animo, con esiti panteistici nel caso del capolavoro di Giovanni Segantini Ave Maria a trasbordo, con la compresenza empatica di esseri umani, animali e paesaggio. La tela rappresenta inoltre la prima opera italiana in cui si applicò la scomposizione del colore per intensificare gli effetti di luminosità della pittura, secondo gli studi sulla percezione visiva condotti all’epoca. Una sala della mostra è dedicata alla musica, inesauribile fonte di ispirazione e occasione di infinite corrispondenze con la pittura alla luce delle teorie wagneriane dell’arte totale: le tavole di Max Klinger, divulgatore di questa poetica, ne sono un’interessante testimonianza.

Giovanni Segantini, L'angelo della vita - dettaglio
Giovanni Segantini, L’angelo della vita – dettaglio

In seno al simbolismo e ai suoi motivi spicca il tema della maternità, che in mostra è affrontato da due capolavori quali Maternità di Previati e L’angelo della vita di Segantini. Alla figura della donna, intesa non quale madre ma amante e seduttrice, è dedicata la sala della voluttà e degli istinti ferini: con il diffondersi delle malattie veneree e le conseguenti tensioni sociali e morali si spiega la Cleopatra di Previati, dove trionfa il motivo della femme fatale. Il tema degli istinti ferini è invece testimoniato dalla dionisiaca Lotta di Centauri di Giorgio De Chirico.

Giorgio De Chirico, Lotta di centauri - dettaglio
Giorgio De Chirico, Lotta di centauri – dettaglio

L’interesse per la sfera psichica e la suggestione esercitata dalle pratiche dell’ipnosi portarono gli artisti a dedicarsi al tema del sogno e della fusione delle anime, e in tale senso emblematica è l’opera Paolo e Francesca di Previati, rappresentante le anime dei due amanti danteschi trascinati dalla furia del vento nel girone infernale. La sala conclusiva di quelle dedicate agli stati d’animo è incentrata sul tema della solarità e dell’entusiasmo, a partire dalle ricerche scientifiche sulla radiazione del sole fino a giungere agli esiti del divisionismo: l’opera di Pellizza da Volpedo Tramonto o Il roveto testimonia la ricerca del pittore nella rappresentazione della luce al suo nascere e tramontare.

Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti
Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti

La Danza delle Ore di Previati offre invece la figurazione simbolica del tema dell’irraggiamento, nella scelta dell’allegoria delle Ore e con l’utilizzo delle iridescenze per suscitare una reazione fisica nell’osservatore.

Nel primo decennio del Novecento lo sviluppo scientifico determinò la diffusione delle tecniche cinematografiche, con l’immagine in movimento, l’impiego dei raggi X – che svelarono una realtà ulteriore rispetto a quella osservabile a occhio nudo – l’utilizzo delle onde radio. Tra le opere che rappresentano questa fase vi è Affetti di Giacomo Balla, in cui il pittore rappresenta il legame e la relazione tra i soggetti della tela, la moglie e la figlia.

Umberto Boccioni, La risata
Umberto Boccioni, La risata

Con l’affermarsi del futurismo si attestò infine una nuova modalità espressiva, profondamente influenzata dalle ricerche e dalle opere dei decenni precedenti: in particolare Previati rappresentò un punto di riferimento imprescindibile, come testimonia il trittico del Giorno, cui si ispirò la Città sale di Boccioni. Il trittico Stati d’animo è dedicato alle sensazioni e ai movimenti innescati dalla partenza di un treno, nel dinamismo e nella simultaneità delle esperienze, mentre la Risata trasforma l’energia di uno scoppio di risa in infinite forme plastiche che si diffondono all’interno di un caffè concerto. Un epilogo che volle portare lo spettatore al centro del quadro, obiettivo programmaticamente dichiarato nel Manifesto tecnico della pittura futurista.

Informazioni relative alla mostra:

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
mostra a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina
3 marzo – 10 giugno 2018
Sito internet: www.palazzodiamanti.it/1614/stati-d-animo

Per la visita consiglio di utilizzare l’audioguida, inclusa nel costo del biglietto, che integra e approfondisce le informazioni dei pannelli e delle didascalie e suggerisce un percorso di scoperta delle opere, sala dopo sala.

Altre immagini:

Mappa:

Hiroshige e Monet: la suggestione del ponte giapponese e le immagini del “mondo fluttuante”

Utagawa Hiroshige, Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin

In occasione della mostra organizzata alle Scuderie del Quirinale a Roma “Hiroshige. Visioni dal Giappone” (ecco il mio articolo), ho ammirato la splendida immagine di un ponte giapponese rappresentata nella xilografia “Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin”. Questa stampa appartiene al celebre ciclo delle “Cento vedute di luoghi celebri di Edo”, realizzato da Hiroshige nell’ultima parte della sua vita: l’opera venne concepita in cento stampe uscite nel 1856, ma visto il suo straordinario successo ne furono prodotte ben centodiciotto, interrotte dalla morte di Hiroshige nel 1858. Nelle “Cento vedute”, che appartengono al genere dell’ukiyoe, ovvero “immagini del Mondo Fluttuante”, il formato verticale esalta la novità introdotta dal Maestro, consistente in un elemento in primissimo piano, ingigantito da un’inquadratura ravvicinata, rispetto allo sfondo di dimensioni molto più contenute. Questa assoluta novità compositiva influenzò non solo i primi fotografi giapponesi ma anche moltissimi artisti occidentali, impressionisti e post-impressionisti, fra cui Monet.

Tamamura Kihei – Glicini in fiore nel parco di Kameido a Tokyo – 1890 ca. @ www.artribune.it

Nella stampa di Hiroshige, l’elemento in primo piano è un tralcio di glicine, dietro il quale si staglia un ponte a collegare le due estremità di un fiume. Il santuario menzionato nel titolo non compare, e l’attenzione della stampa è tutta concentrata sul ponte, la cui curvatura lo contraddistingue quale taikobashi, “ponte-tamburo”, il cui riflesso sulle acque (effetto qui non riprodotto), dà la forma di un tamburo. L’effetto è ben visibile in alcune immagini fotografiche dell’epoca, che rappresentano il ponte e la ricca fioritura di glicini circostante.

Giardino d’acqua a Giverny. In fondo, il ponte giapponese @ www.fondation-monet.com

Monet venne profondamente colpito dalle immagini delle stampe giapponesi, di cui aveva una ricca collezione comprendente quarantasei opere di Utamaro, ventitré di Hokusai, quarantotto di Hiroshige, e alcune di esse erano appese sulle pareti della sua casa di Giverny, in Normandia, così da poterle ammirare continuamente (la casa e il giardino sono visitabili e sono sede della Fondazione Monet). La sua passione per il Giappone lo spinse a introdurre diversi elementi orientali nel giardino che creò, in modo del tutto originale, attorno alla tenuta di Giverny: sempre affascinato dall’acqua e dai suoi riflessi, come dimostrano le sue innumerevoli tele dedicate a questo soggetto, nel 1893 acquistò un ulteriore terreno e qui fece deviare il corso di uno torrente creandovi uno stagno.

Ponte giapponese a Giverny @ www.fondation-monet.com

L’influenza dei paesaggi ammirati nelle stampe è visibile nella trasformazione di questo stagno in “giardino d’acqua”, con ninfee, bamboo, ginko biloba, gigli d’acqua, salici piangenti e altri elementi di vegetazione che inquadrano lo specchio d’acqua, mentre la passerella che lo sovrasta è ispirata proprio ai ponti giapponesi. Monet era così orgoglioso del suo giardino da affermare: “Il mio giardino è l’opera più bella che io abbia mai creato”, e in effetti il luogo richiama, nei giochi di luce e ombra e nelle sue sfumature e colori, le suggestioni di quel “mondo fluttuante” celebrato da Hiroshige e dai Maestri giapponesi.

Claude Monet, Le bassin aux nymphéas, harmonie rose, Musée d’Orsay, Paris

A partire dal 1897 il giardino e il ponte divennero il soggetto di suoi moltissimi quadri, e alla mostra allestita al Vittoriano di Roma fino al 3 giugno (realizzata con sessanta opere provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi) è possibile ammirarne alcune versioni. L’immagine più icastica del ponte – che rivela a colpo d’occhio l’influenza della stampa di Hiroshige – è conservata alla National Gallery of Art di Washington, mentre queste sono le opere che si ammirano oggi al Vittoriano:

Monet dedicò l’ultima parte della sua vita alla rappresentazione del giardino e in particolare delle ninfee, realizzando uno dei suoi più grandi capolavori nel ciclo delle Nymphéas, dove gli effetti di luce e di colore spingono la sua pittura ai limiti dell’arte astratta. Le sue opere si ammirano in molti musei del mondo, e al Musée de l’Orangerie a Parigi sono custodite le tele monumentali da lui realizzate e donate alla Francia all’indomani dell’armistizio del 1918 come simbolo di pace. Questa è una storia meravigliosa, cui ho dedicato un approfondimento in occasione della mia visita a Parigi, e una galleria fotografica.

 

 

Nascita di una Nazione, la nuova mostra di Palazzo Strozzi a Firenze

La prima sala. Al centro, Renato Guttuso,”La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”

Scontro di situazioni: oltre ad essere il titolo di una delle opere esposte, è anche una chiave di lettura del percorso di visita proposto dalla mostra di Palazzo Strozzi dedicata all’arte del secondo Dopoguerra italiano, dagli anni Cinquanta fino alle soglie della contestazione del Sessantotto, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario.

Giulio Turcato, Il comizio

Lo straordinario momento creativo di questo periodo, di cui la mostra ha il merito di riconoscere l’importanza e di proporlo al grande pubblico in un linguaggio chiaro e comprensibile, viene riletto esaltandone il fermento creativo, la sperimentazione, lo spirito di avanguardia: una temperie che già all’epoca era alternativa alle tendenze “ufficiali”, riconosciute e premiate dal sistema delle gallerie, dei musei, dei collezionisti e del mercato, e che proprio per la sua alterità consentì la maturazione di una nuova identità culturale italiana.

Enrico Baj, Generale incitante alla battaglia

Lo “scontro di situazioni” si fa evidente sin dal confronto fra le opere della prima sala, dove la grande tela di Renato GuttusoLa battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” – espressione del neorealismo caro alla propaganda politica – si contrappone all’astrazione antirealista de “Il comizio” di Giulio Turcato, al collage su stoffa del “Generale incitante alla battaglia” di Enrico Baj e al décollage sul volto di Benito Mussolini “L’ultimo re dei re” di Mimmo Rotella. Seguono le opere che testimoniano la diatriba sorta fra Realismo e Astrazione, appartenenti agli anni Cinquanta, decennio di affermazione dell’Informale e di intensa ricerca sulla materia: “Concetto Spaziale, New York 10” di Lucio Fontana, “Scontro di situazioni” di Emilio Vedova, “Sacco e bianco” di Alberto Burri.

Seconda sala. In primo piano Leoncillo, Al limite della notte II, in secondo piano Emilio Vedova, Scontro di situazioni

La terza sala, che rimane impressa anche per il colpo d’occhio del suo allestimento, è dedicata al monocromo, che diventa spazio di libertà e pagina bianca su cui tracciare un nuovo inizio, mentre la sperimentazione prosegue con l’utilizzo di materiali diversi come bende, tele cucite, vinavil, cibo, materie sintetiche, plastiche: vi è la serie “Achrome” di Piero Manzoni, la tela “Superficie bianca” di Enrico Castellani, la scultura “Ferro trasparente bianco II” di Pietro Consagra, “Intersuperficie curva bianca” di Paolo Scheggi.

Quarta sala

La riflessione su segno e oggetto accompagna la nascita di una dimensione di metafisico quotidiano, illustrata nella quarta sala, in cui la realtà è trasposta in una formulazione concettuale: con il suo “Quadro da pranzo” Michelangelo Pistoletto lavora per sottrazione nella serie definita “Oggetti in meno”, mentre i grandi segni tracciati da Jannis Kounellis in “Senza titolo” superano la dialettica tra figurazione e astrazione diventando immagini senza tempo, e la “Coda di Cetaceo” di Pino Pascali spunta dal pavimento come un totem primordiale.

Domenico Gnoli, Shoulder

Alla ricerca lenticolare di Domenico Gnoli è dedicata una piccola sala, a riconoscerne l’unicità del percorso e l’originalità dello sguardo: i suoi soggetti – dettagli di mobili e abbigliamento – sono rappresentanti deformati da un ingrandimento iperrealistico, con un effetto straniante.

L’abbandono del realismo tradizionale segna la nascita di una nuova immagine, come racconta la quinta sala dedicata alla figura e al gesto: le opere di Giosetta Fioroni, “La modella inglese” e di Sergio Lombardo, “Krusciov” e “Kennedy”, celebrano le nuove icone degli anni Sessanta, con l’utilizzo dei protagonisti della moda e degli ultimi idoli della contemporaneità, con un inedito riferimento alla figura in contrapposizione alle coeve ricerche sull’astrazione.

Sergio Lombardo, Krusciov e Kennedy

Si giunge quindi alla sesta sala, dedicata alle diverse rappresentazioni degli anni Sessanta, quando non esistono più né il Realismo né l’Informale e l’arte è funzionale a una nuova lettura e interpretazione della cronaca e della politica. Le figurazioni celebrano le bandiere rosse, la falce e martello, le grandi scritte, che ricordano il rosso garibaldino dell’opera di Guttuso ma si riferiscono a un contesto completamente differente, giovane, scattante, pop: siamo nel mezzo del contrasto della contestazione sessantottina, e nel pieno miracolo economico italiano.

Sesta sala

Ecco dunque le opere “Stelle” di Franco Angeli, dove il nuovo firmamento è composto da stelle (che richiamano quelle della bandiera americana) e simboli di falce e martello (emblema del movimento operaio), “No” di Mario Schifano, celebrazione di una contestazione che vuole essere nuovo punto di partenza, “Averroé” di Giulio Paolini, opera che raccoglie quindici bandiere diverse premonizzando il futuro mondo globale.

Luciano Fabro, Italia in pelliccia

Alla metà degli anni Sessanta l’Italia riflette su se stessa e sulle sue possibili geografie, simboli di una nuova arte concettuale che trova espressione nelle “Italia” di Luciano Fabro: “L’Italia in pelliccia” allude alla ricchezza della società dei consumi, mentre “L’Italia” a testa in giù celebra la penisola attraversata dall’Autostrada del sole e ricorda il corpo di Mussolini appeso a Piazzale Loreto. Siamo alle soglie di un’altra espressione artistica italiana fondamentale, nota come Arte Povera, con le opere giovanili di Alighiero Boetti, Mario Merz, Salvo, Jannis Kounellis. La piena manifestazione dell’Arte povera, con cui l’Italia mira a ritrovare una nuova centralità sulla scena internazionale, è espressa da alcune opere esposte nell’ultima sala del percorso.

Alighiero Boetti, Mappa

Sempre seguendo la riflessione sull’identità italiana, il “Metrocubo d’infinito” di Pistoletto si contrappone alle geometrie del minimalismo statunitense, il “Tentativo di volo” di Gino De Dominicis si inserisce nelle azioni di “Identifications” di Gerry Schum, la “Mappa” di Alighiero Boetti medita sui confini e l’identità dei singoli paesi – individuati dalle proprie bandiere – e sulla dimensione manuale distinta da quella mentale: questi arazzi infatti erano spesso realizzati da artigiane afghane, a unire tradizioni artistiche diverse.

Giuseppe Penone, Rovesciare i propri occhi

L’immagine di Giuseppe Penone che in “Rovesciare i propri occhi” si fa fotografare con lenti a contatto specchianti, che gli impediscono la visione ma offrono allo spettatore le apparenze riflesse del mondo, chiude la mostra tornando al tema del rapporto tra passato e futuro, dove l’occhio dell’artista – e dei giovani protagonisti di quegli anni – accoglie “nel futuro le immagini raccolte dagli occhi nel passato”.

 

Questi i dettagli della mostra:

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero
16 marzo-22 luglio 2018
Palazzo Strozzi, Firenze

La mostra di Hiroshige alle Scuderie del Quirinale a Roma

La mostra dedicata a Utagawa Hiroshige allestita dal primo marzo al 29 luglio alle Scuderie del Quirinale di Roma è un’occasione per immergersi nel candore di paesaggi innevati, sorridere davanti a personaggi scompigliati da un’improvviso acquazzone, osservare la vita e la natura del Giappone dell’Ottocento resa immortale dalle xilografie di questo impareggiabile maestro. Hiroshige è infatti considerato uno dei più celebri artisti del genere noto come ukiyoe, ovvero “immagini del Mondo Fluttuante“, produzione che influenzò notevolmente anche l’arte europea dell’Ottocento e Novecento, come testimoniato dalle immagini e dalle parole – fra gli altri – di Vincent Van Gogh.

Vissuto fra il 1797 e il 1858, è conosciuto come “Maestro della pioggia e della neve” per la capacità di rappresentare il paesaggio nelle sue sfumature di nebbie, nevi e piogge, nelle diverse condizioni di luce e tenebra, nei suoi mutamenti stagionali: le sue xilografie più suggestive sono proprio quelle dedicate alla natura, rappresentata nella sua armonia, anche se si dedicò a molteplici generi, come le serie di “fiori e uccelli”, quella dei “Grandi Pesci” – in mostra ve ne sono di splendide! – le scene a tema comico, basate sulla parodia di eventi storici o racconti della tradizione.

Sono oltre duecento le opere esposte, fra le quali la serie delle Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaydō, dedicate al percorso che collegava Edo (l’antica Tokyo) a Kyoto: Hiroshige compì questo viaggio nel 1832 accompagnando per una parte del tragitto la delegazione dello shōgun che inviava cavalli sacri in dono all’imperatore. Traendo ispirazione dagli schizzi realizzati nel corso del viaggio, il maestro rappresentò i paesaggi ammirati, le scene di vita osservate lungo l’itinerario e attorno alle stazioni di posta, le fiere e i festival stagionali, i diversi momenti del giorno. Uscita attorno al 1833, l’opera segnò la sua fortuna e divenne uno dei temi classici di paesaggio fra le immagini del Mondo Fluttuante, tanto che fra il 1833 e il 1855 Hiroshige produsse altre serie di stampe dedicate al Tōkaydō, variandole nel formato e nei soggetti. Di fronte a queste opere, oltre alla magistrale realizzazione, colpisce l’acutezza dello sguardo che caratterizza le scene rappresentate, l’immediatezza con cui la vita emerge dai gesti, dalle posizioni, dalle espressioni dei personaggi, la reverenza e l’amore che traspare nei confronti del paesaggio e delle manifestazioni della natura, la diversa modulazione delle cromie al trascorrere del giorno e della luce, l’armonia delle sfumature nelle scene di nebbia e di neve, la composizione quasi geometrica negli episodi di pioggia, con le linee degli acquazzoni che scandiscono la disposizione dei volumi e dei colori. In molti casi la presenza umana, seppur così vivace, appare ridotta rispetto al respiro ampio della composizione, dove predomina una natura incontaminata, su cui in lontananza veglia, sempre presente, il venerato monte Fuji.

In mostra sono presenti anche le Cento Vedute dei luoghi celebri di Edo, capolavoro assoluto del Maestro, che lo impegnarono dal 1856 fino alla morte: la serie si sviluppa nel formato verticale, a sottolineare la novità introdotta da Hiroshige, consistente in un elemento in primissimo piano che crea un effetto disorientante rispetto al paesaggio disposto sul fondo, con una composizione asimmetrica. Questa originalità compositiva non solo influenzò i primi fotografi giapponesi, ma ispirò anche i pittori impressionisti e post-impressionisti, come testimoniano le copie di stampe realizzate da Van Gogh, Monet e Toulouse-Lautrec. La mostra si conclude infine con alcuni dipinti su rotolo, che Hiroshige realizzò dopo il 1848 per importanti committenze: la pittura lo indusse a misurarsi con la verticalità del supporto e con una composizione sviluppata in altezza, esperienza che poi trovò piena espressione nelle Cento Vedute.

Osservare le opere di Hiroshige significa dunque ammirare le immagini di un Giappone scomparso, dove la contemplazione dell’armonia delle forme naturali si accompagna alla rappresentazione ironica degli atteggiamenti umani. E’ un’occasione preziosa per conoscere l’opera di un Maestro, e comprendere l’influenza che egli esercitò sui più importanti artisti dell’Otto e Novecento europeo. Poco prima di morire, Hiroshige scrisse queste parole, vere ancor oggi alla luce della sua mirabile opera:

Parto per un viaggio
lasciando il mio pennello ad Azuma [Edo]
per visitare i luoghi celebri della Terra d’Occidente
[il Paradiso della Terra Pura]“.

Queste le informazioni relative all’esposizione:

Hiroshige. Visioni dal Giappone
Progetto curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson
1 marzo – 29 luglio 2018
Scuderie del Quirinale, Roma

Pubblico qui altre immagini della mostra, che ho scelto con difficoltà tra le tante che avrei voluto inserire:

Il Museo Hendrik Christian Andersen a Roma e il sogno della “Città mondiale”

Lo studio. Al centro, La Notte

Il Museo Hendrik Christian Andersen è un gioiello nascosto a Roma: custodito in una palazzina di gusto neo-rinascimentale progettata e costruita dallo stesso artista fra il 1922 e il 1925, consiste in una raccolta di oltre duecento sculture – di cui quaranta di grandi dimensioni – duecento dipinti e trecento opere grafiche, quasi tutte incentrate sull’utopico progetto di una grande “Città mondiale“. Andersen era nato in Norvegia nel 1872 ed era giunto a Roma nel corso della sua formazione artistica: qui visse per quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1940, quando lasciò tutto il suo patrimonio allo Stato Italiano.

Questo luogo racconta il progetto visionario cui l’artista consacrò la sua vita, tanto da dedicarvi un volume – del peso di cinque chili – in cui era esplicitato ogni dettaglio: una città che, partendo dalle concezioni urbanistiche delle antiche civiltà, fosse l’emblema della modernità e della bellezza. Alle pareti dei due ambienti al piano terreno, lo studio e la galleria, in cui ancora oggi sono esposte le opere monumentali, sono appesi i progetti della sua “World Centre of Communication”, con le piante e i prospetti degli edifici immaginati, descritti con infinita precisione.

Il Mattino – dettaglio

Al centro dei due spazi – lo studio dedicato alla realizzazione delle opere, illuminato da un grande lucernario centrale, e la galleria riservata all’esposizione per gli ospiti, con una copertura a cassettoni – spiccano le sculture monumentali destinate ad ornare la “Città mondiale”. Quelle più imponenti, composte da gruppi circolari di personaggi, facevano parte del grande complesso della “Fontana della Vita” che avrebbe dovuto dominare il centro della città: sono intitolate “La Notte”, “Il Giorno”, “Il Mattino”, “La Sera”. Anche altri gruppi, come i due “Nudi maschile e femminile su cavalli al passo recanti sulle spalle due bambini” e i quattro gruppi dedicati alla passione di Cristo, avrebbero dovuto far parte delle decorazioni della fontana.

Le opere, che celebrano i temi dell’amore, della forza fisica, della maternità, dell’intelligenza che trionfa sulla forza bruta, sono affascinanti nel testimoniare il sogno del loro artefice, convinto che l’arte e la bellezza potessero suscitare il progresso dell’umanità verso una condizione di pace e di armonia: la sua città ideale avrebbe dovuto essere il luogo di incontro e confronto per tutte le nazioni civili, un laboratorio di idee nel campo delle arti, delle scienze, della religione, della filosofia.

Accanto alle opere monumentali, “che nessuno voleva ma che gli procuravano grande diletto“, vi è il ritratto di Olivia Cushing, scrittrice di colta e facoltosa famiglia bostoniana, moglie del fratello di Hendrik, Andreas Andersen, che nel 1903 dopo la precoce scomparsa del marito si trasferì a Roma e visse insieme al cognato, ispirandolo e finanziandone l’attività. Vi è inoltre il busto di Henry James, lo scrittore americano che fu legato ad Andersen da profonda amicizia, tale da suscitare un intenso carteggio che si protrasse per molti anni a partire dal 1899, quando i due si conobbero a Roma.

L’appartamento

Al primo piano della palazzina, dedicata all’amata madre Helene – il cui nome è iscritto in mosaico sopra il portone di ingresso – vi è l’appartamento di Andersen, adesso destinato ad ospitare iniziative temporanee: fino al 6 maggio accoglie l’esposizione “Elogio della carta“, con opere dedicate al dialogo tra immagine e scrittura.

Andersen con Tagore

A partire dal 1999 questo luogo, un tempo frequentato da personalità come il filosofo Rabindranath Tagore, il comandante Umberto Nobile, lo scienziano Guglielmo Marconi, lo scrittore Henry James, è stato aperto al pubblico ed è visitabile gratuitamente: regala del tempo da trascorrere tra opere di grande ispirazione e una storia di fiducia nella bellezza e nell’umanità. Ad esso ho dedicato una galleria fotografica.

Immagini della mostra “Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein”