Il Trittico di san Giovenale di Masaccio

Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi
Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi

Nella sua breve vita (nacque nel 1401 e morì a 27 anni nel 1428) Masaccio realizzò alcuni capolavori che hanno segnato profondamente la storia dell’arte, opere capitali che hanno dato avvio alla pittura rinascimentale. Poche sono, purtroppo, quelle sopravvissute al passaggio dei secoli, e quelle rimaste sono disperse in molti luoghi. A Firenze si trovano gli affreschi realizzati insieme a Masolino nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine (portati a compimento fra il 1424 e il 1425) e la fondamentale Trinità nella chiesa di Santa Maria Novella (risalente al 1427 circa, ultima sua opera giunta fino a noi), nonché due tempere su tavola custodite agli Uffizi, la Madonna del solletico e la Sant’Anna Metterza (dipinta insieme a Masolino).

Masaccio, Trittico di San Giovenale
Masaccio, Trittico di San Giovenale

A poca distanza dal capoluogo toscano si può ammirare lo straordinario Trittico di San Giovenale, esposto nel Museo Masaccio della pieve di Cascia di Reggello. Il Trittico è la prima opera di Masaccio a noi nota, dipinta il 23 aprile 1422 all’età ventuno anni, come indicato dall’iscrizione che corre sul bordo inferiore: “ANNO DOMINI MCCCCXXII A DI VENTITRE APRILE”. Questa iscrizione è importante non solo perché consente di datare esattamente la tavola, ma anche perché per la prima volta in Europa vengono utilizzate le moderne lettere capitali umanistiche anziché quelle gotiche internazionali: a Masaccio va anche questo primato.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell'iscrizione
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell’iscrizione

Il Trittico rappresenta la Madonna col Bambino e due angeli ai piedi, accompagnata dai santi Bartolomeo e Biagio (nello scomparto di sinistra) e Giovenale e Antonio Abate (a destra). L’opera probabilmente venne commissionata dal patrono della chiesetta di San Giovenale a Cascia di Reggello, Vanni Castellani, e fu dipinta a Firenze dove rimase in un primo momento per essere ammirata dagli artisti dell’epoca.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino

L’innovazione che essa testimonia è evidente: l’intera composizione è organizzata secondo una chiara impostazione prospettica, attraverso la spazialità del trono monumentale della Madonna – incurvato in profondità e proiettato in avanti nelle ante laterali – e la disposizione delle assi del pavimento, che convergono prospetticamente verso un punto di fuga centrale. I santi raffigurati negli scomparti laterali sono una rappresentazione realistica di personaggi che sostengono pastorali e libri, li stringono e li afferrano: colpisce la fedeltà al vero degli occhi di Sant’Antonio Abate, che sono arrossati all’interno delle palpebre secondo un tratto tipico dell’uomo anziano, mentre un vivace maialino si muove ai suoi piedi, introducendo una nota naturalistica in un contesto solenne.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate

Altri elementi sottolineano la grande sensibilità di Masaccio e l’acutezza  del suo sguardo: il Bambino stringe tra le mani un grappolo d’uva, che era rifinito in lacca andata perduta, mentre tiene due dita dell’altra mano in bocca; la Vergine indossa al dito anulare un doppio anello e la sua veste era decorata in oro (purtroppo perduto); San Giovenale tiene aperto un libro sul quale si legge l’antifona al Salmo 109: la scrittura è stata paragonata all’unico autografo noto del pittore, una denuncia al catasto del 1427, e risulta essere della stessa mano.

Altre immagini del Trittico:

Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella
Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella

Altre opere di Masaccio sono il Polittico di Pisa (risalente al 1426), oggi smembrato e in parte disperso – nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa si conserva il pannello con San Paolo, il Museo Capodimonte di Napoli custodisce il pannello con la Crocifissione, altre parti sono a Los Angeles, Berlino, Londra – e lo scomparto con i santi Girolamo e Giovanni Battista per il polittico di Santa Maria Maggiore (oggi a Londra).

La possibilità di ammirare questa opera merita assolutamente il viaggio a Cascia di Reggello, dove peraltro il Museo Masaccio offre un’interessante pinacoteca con tavole della bottega di Domenico Ghirlandaio, di Agnolo Guidotti, di Santi di Tito, oltre che suppellettili sacre e paramenti liturgici, risalenti dal tardo Quattrocento fino al Settecento.

Altre immagini del Museo Masaccio:

L'abbazia di Vallombrosa
L’abbazia di Vallombrosa

Una volta a Reggello si può raggiungere Vallombrosa e visitare l’abbazia fondata nel 1058 da San Giovanni Gualberto, nel cui museo si trova la splendida Pala di Vallombrosa di Domenico Ghirlandaio, oppure attraversare il Valdarno e risalire in direzione del Chianti, per un giro fra borghi e badie: qui un itinerario possibile, a partire dalla badia a Coltibuono (sempre possesso dei benedettini vallombrosani) quindi Vertine, Volpaia e infine Castello di Ama.

Altre immagini di Vallombrosa:

Per mangiare in zona, consiglio senz’altro il ristorante Archimede, per assaggiare l’autentica cucina toscana in un ambiente davvero verace: ottimi l’arrosto girato, i primi a base di funghi e tartufo, le trote pescate nel vivaio.

I piatti serviti da Archimede:

Mappa:

Pio II, Cosimo de’ Medici e il sogno di una nuova crociata negli affreschi di Pinturicchio e Benozzo Gozzoli

Convocazione del concilio di Mantova
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Convocazione del concilio di Mantova

Le pareti della Libreria Piccolomini che ho da poco ammirato nella Cattedrale di Siena raccontano la vita e le opere di papa Pio II, al secolo Enea Piccolomini (1405-1464), dalla sua prima impresa – la partenza per il concilio di Basilea – fino all’ultima, l’arrivo nel porto di Ancona per dare avvio alla crociata. Fra le scene rappresentate da Pinturicchio e dalla sua bottega vi è l’episodio della convocazione del concilio di Mantova: la Dieta, che si svolse dal primo giugno 1459 al 14 gennaio 1460, era stata convocata dal pontefice con l’obiettivo di indire una nuova guerra santa contro i turchi, per liberare il mar Adriatico dalla loro presenza e recuperare le terre occupate nell’Oriente bizantino. Per raggiungere la sede del concilio Pio II affrontò un lungo viaggio che lo portò – tra le varie tappe – a visitare il suo borgo natìo, Corsignano in val d’Orcia (nell’occasione ricostruito e ribattezzato Pienza), e Firenze, dove fece ingresso il 25 aprile.

Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo

Durante il suo soggiorno, accompagnato da Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, alloggiò negli appartamenti papali del convento domenicano di Santa Maria Novella, trattenendosi sino al 5 maggio. In città incontrò Galeazzo Maria Sforza, figlio primogenito del duca di Milano che si era recato nell’alleata Firenze come ambasciatore del padre, mentre non riuscì a vedere Cosimo, immobilizzato da un forse diplomatico attacco di gotta: il Medici riuscì dunque a sottrarsi all’incontro con il pontefice e ad evitare di trattare la faccenda della crociata, che lui riteneva una follia. Durante la permanenza di Pio II e di Galeazzo Maria Sforza i fiorentini organizzarono feste e spettacoli in onore dei due ospiti, tra cui una giostra in piazza Santa Croce, un ballo nel Mercato nuovo, un banchetto nel palazzo Medici di via Larga (l’attuale Palazzo Medici Riccardi), una caccia con animali feroci. Il protagonista dello spettacolo organizzato in via Larga in occasione della cena fu Lorenzo il Magnifico, figlio di Cosimo, allora undicenne.

Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico

Lo splendore dei festeggiamenti influenzò senza dubbio il pittore Benozzo Gozzoli, che entro il 1462 affrescò la cappella di Palazzo Medici Riccardi con un magnifico corteo dei Magi (cui ho dedicato questo post). Nelle sembianze del Mago giovane dipinto da Benozzo si riconosce Lorenzo il Magnifico, rappresentato con un copricapo simile a quello realmente indossato dall’undicenne nello spettacolo di via Larga del 1459. Nel corteo che segue il Mago sulle pareti della cappella si possono individuare i personaggi che in quella occasione si riunirono a Firenze: Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Cosimo il Vecchio e il figlio Piero il Gottoso (committente dell’affresco benozziano).

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio del fondo con Ancona
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio del fondo con Ancona

Il progetto di una nuova crociata fortemente propugnato da Pio II non giunse, nemmeno negli anni seguenti, all’esito sperato, tanto da indurre lo stesso pontefice, ormai vecchio e malato, ad annunciare di voler condurre di persona la flotta nell’Adriatico: a questo scopo giunse ad Ancona il 19 luglio 1464, dove morì nella notte fra il 14 e 15 agosto, pochi giorni dopo l’arrivo delle navi promesse dai Veneziani. Questo episodio è rappresentato nell’ultimo riquadro del ciclo della Libreria Piccolomini, con il vecchio pontefice seduto in portantina e alle sue spalle il porto, con le imbarcazioni veneziane in arrivo.

Due affreschi (due capolavori), quelli di Pinturicchio e di Benozzo Gozzoli, che testimoniano l’incontro fra personaggi e storie cruciali del nostro Quattrocento, una vicenda – la gotta di Cosimo il Vecchio – che racconta l’astuzia di colui che era divenuto il Signore di Firenze, e la volontà incrollabile di Pio II di indire una crociata per opporsi alla disgregazione morale – e territoriale – della cristianità.

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Eco e Narciso: la mostra nei nuovi spazi espositivi della Galleria Barberini a Roma

Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona
Luigi Ontani, Le Ore, nel Salone Pietro da Cortona

E’ dedicata ad Eco e Narciso la mostra allestita fino al 28 ottobre nelle sale di Palazzo Barberini finalmente riaperte al pubblico. L’esposizione festeggia la restituzione degli ambienti dell’ala meridionale del palazzo, situati al piano nobile: undici sale affacciate sui giardini che dal XVII secolo costituivano gli appartamenti dei Cardinali Barberini. Sin dalla scelta, nel 1949, del Palazzo quale sede della Galleria Nazionale di Arte Antica, questi ambienti sono stati occupati dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate: dopo oltre settanta anni, con il loro ricongiungimento al museo, il complesso museale ha conquistato finalmente la sua unitarietà.

Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso
Giulio Paolini, Eco nel vuoto, e dietro Caravaggio, Narciso

Per inaugurare il nuovo percorso è stata organizzata una mostra, in collaborazione con il MAXXI, dedicata al tema del ritratto e dell’autoritratto, in un confronto tra arte antica e contemporanea nell’accostamento tra opere delle rispettive collezioni.

L’aspetto interessante della mostra – oltre ovviamente alla possibilità di scoprire e godere dei nuovi ambienti espositivi – è la sua riflessione sulla questione dell’identità e della sua rappresentazione, nel passato e nell’epoca attuale, in senso individuale e collettivo, nei suoi significati sociali, etnici, culturali e storici. Sono molteplici i maestri in mostra, da Caravaggio a Giulio Paolini, da Bronzino a Richard Serra, da Raffaello a Luigi Ontani, da Pierre Subleyras a Stefano Arienti, le cui opere sono articolate per temi come l’intimità, la socialità, la temporalità, l’identità e la differenza, l’erotismo, le convenzioni sociali.

La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini
La Sala dei paesaggi, Palazzo Barberini

Il percorso comincia nel magnifico salone affrescato da Pietro da Cortona, monumentale celebrazione del papa Urbano VIII Barberini, sotto al quale si trova l’opera di Luigi Ontani Le Ore, riflessione – sin dal titolo – sul tema della temporalità e al contempo testimonianza del narcisismo dell’artista. Nella sala ovale è esposto il Narciso attribuito a Caravaggio cui risponde l’installazione di Giulio Paolini Eco nel vuoto: la figura di Narciso è presente nei suoi frammenti dispersi attorno a una roccia, sulla quale precipita Eco.

Maria Lai, Libro cucito
Maria Lai, Libro cucito

Nella sala successiva, la splendida Sala dei paesaggi dalle pareti affrescate alla metà dell’Ottocento con le vedute dei feudi Barberini, sono esposti i libri cuciti di Maria Lai: raccontano il forte legame dell’artista con la sua terra, la Sardegna di Ulassai, e il suo paesaggio interiore, intimo e personale. Nella Sala delle cineserie sono messi a confronto il Filosofo di Luca Giordano, rappresentato come uomo di estrema bruttezza, e due opere di Markus Schinwald, Untitles (extensions) #X e Luis.

Markus Schinwald, Luis
Markus Schinwald, Luis

Nell’appartamento d’estate si evidenzia il tema della proiezione esteriore della personalità nel suo ruolo pubblico, attraverso il Ritratto di Stefano IV Colonna di Bronzino, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane, e le due opere di Richard Serra Butor e Melville: gli ambienti sono la camera da letto e la camera dell’udienza del Cardinale, luoghi dunque che coniugavano sfera pubblica e privata. Nella camera da letto si trovano i ritratti che Serra ha realizzato dei suoi due scrittori preferiti, Michel Butor e Hermann Melville: una macchia, nera come l’inchiostro con cui lo scrittore traccia il segno della storia sulla carta. Nella camera dell’udienza si fronteggiano i due ritratti di Bronzino e Holbein, realizzati quasi contemporaneamente (nel 1546 e nel 1540), celebranti il ruolo pubblico dei due uomini di potere.

Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII - dettaglio
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII – dettaglio

Nella sala del trono si trovano i dipinti di Romanelli e Belloni Nozze di Bacco e Arianna e Peleo e Teti, e il video – con protagonista sempre femminile – di Shrin Neshat Illusion & Mirrors, mentre nella cappella è esposto il celebre Ritratto di Beatrice Cenci che, secondo la leggenda, venne realizzato da Guido Reni la notte precedente la morte della giovane: il ritratto, presunto, riconduce alla vicenda di fine Cinquecento quando la fanciulla, figlia di un nobile romano violento e dispotico, uccise il padre con l’aiuto della matrigna e del fratello e venne per questo decapitata nel 1599 sul ponte di Castel Sant’Angelo.

Kiki Smith, Large dessert
Kiki Smith, Large dessert

Nella Sala delle udienze – luogo dove il Cardinal Barberini dava udienza d’inverno – è allestita l’opera di Kiki Smith Large Dessert, con figurine femminili plasmate in porcellana di Sèvres emblemi di una dimensione familiare e domestica. L’opera è accostata ai pastelli di Rosalba Carriera con l’Allegoria dei quattro elementi e le Teste femminili di Benedetto Luti.

Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena
Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena

Nell’appartamento d’inverno campeggia la splendida tela di Pierre Subleyras, Nudo femminile di schiena, che insieme ai ritratti in coppia di Stefano ArientiSBQR, netnude, gayscape, orsiitaliani, etc… – suggerisce il tema dell’intimità, del voyerismo, dell’erotico e del conturbante. Nella prima sala dell’appartamento d’inverno il Ritratto della famiglia Quarantotti di Marco Benefial, rappresentante la famiglia del missionario Giovanni Battista sullo sfondo di un paesaggio esotico ideale, è messo a confronto con The invisible Man di Yinka Shonibare Mbe, opera specificamente realizzata per questa mostra e ispirata al quadro di Benefial: è la figura di un domestico, indispensabile alla famiglia del ritratto, ma invisibile, con un globo al posto della testa e sulle spalle un grande sacco di vettovaglie.

Yinka Shonibare Mbe, The invisible man
Yinka Shonibare Mbe, The invisible man

Nelle camere private dell’appartamento, opposte e speculari a quelle estive, si trovano la Maddalena di Piero di Cosimo e la Fornarina di Raffaello, che si confrontano con Bent and Fused di Monica Bonvicini: una installazione di luci al neon, accecanti, intrecciate da fili che rimandano all’arte femminile del ricamo. Il percorso espositivo si conclude nella Sala dei marmi, dove il ritratto del padrone di casa papa Urbano VIII, scolpito dal Bernini, si misura con due grandi tele di Yan Pei-Ming, Pape Mao: sono opere di dimensioni imponenti, che hanno l’aspetto di manifesti, destinate a una dimensione mediatica di arredo urbano.

Informazioni sulla mostra:
Eco e Narciso. Ritratto e autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini
A cura di Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi
18 maggio – 28 ottobre 2018

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Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

Altre immagini:

Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

Altre immagini:

Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

Altre immagini:

Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

Altre immagini:

Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

A Castiglione della Pescaia tra storia, natura e mare

Vista del castello
Vista del castello

Nei giorni d’estate Castiglione della Pescaia è affollato di turisti desiderosi di tuffarsi nelle sue acque cristalline, premiate nel 2018 con l’ambito riconoscimento della Bandiera Blu per il diciannovesimo anno consecutivo. Oltre alle spiagge e alle belle pinete, che si estendono fino a Marina di Grosseto, il paese merita una visita per il suo borgo medievale, che situato sulle pendici del monte Petriccio è protetto dall’antica cinta muraria, costruita a partire dal X secolo dai Pisani e nei secoli successivi dagli Aragonesi e dai Senesi (in misura minore).

Piazzetta del borgo medievale
Piazzetta del borgo medievale

In alto si trova la rocca, la cui costruzione fu iniziata dal re di Napoli Alfonso d’Aragona  a partire dal 1447. Consiglio di inerpicarsi fino al borgo, percorrendone le stradine tortuose e giungendo al piazzale George Solti (grande direttore d’orchestra ungherese che passava molto tempo a Castiglione), dal quale si ammira un panorama mozzafiato sul paese, l’entroterra e la costa: lo sguardo spazia fino al parco dell’Uccellina e all’Argentario, le isole del Giglio, Montecristo e l’Elba e, nelle giornate più terse, arriva a scorgere la costa della Corsica.

La vista subito fuori piazzale Solti
La vista subito fuori piazzale Solti

Le origini del paese sono antiche, con i primi insediamenti urbani di epoca etrusca, quando venne fondata la vicina Vetulonia. L’abitato divenne Portus Traianus al tempo dei romani, mentre dopo la caduta dell’impero queste terre vennero dominate da Pisa, fino alla fine del 1300. Con il declino della repubblica marinara Castiglione si trovò sprovvista di difesa, e il 18 luglio 1404 gli abitanti decisero di porsi sotto la protezione di Firenze. Nel 1447 il re di Napoli Alfonso d’Aragona mosse verso nord  conquistando Castiglione e le terre vicine, di cui dispose l’intenso sfruttamento.

La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti
La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti

Nel 1559 l’intera area fu venduta ad Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, tornando quindi sotto il controllo fiorentino. I Medici intrapresero la bonifica della palude, azione che proseguì anche con i Lorena e si protrasse fino alla fine della seconda guerra mondiale.

La tomba di Italo Calvino
La tomba di Italo Calvino

Accanto al castello sorge il cimitero, dove gli amanti della letteratura del Novecento potranno recarsi per rendere omaggio alla tomba di uno dei nostri scrittori più importanti, Italo Calvino, qui sepolto il 20 settembre 1985. Calvino aveva frequentato Castiglione fin dal 1972, prendendo casa nella pineta di Roccamare, e la sua tomba è quella più vicina all’orizzonte, tra il cielo e il mare, circondata da siepi di rosmarino e rose.

Dall’altezza del castello si può ammirare il porto-canale ancora oggi affollato di barchini e pescherecci, testimonianza dell’antico borgo di pescatori. Oltre ancora si estende la riserva naturale della Diaccia Botrona, considerata la più vasta area umida d’Italia – oltre mille ettari – riconosciuta zona d’importanza internazionale per il suo raro ecosistema.

La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes
La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes

Si estende sul luogo dell’antico lago Prile, che arrivò ad occupare un’area di 50 chilometri quadrati e che venne prosciugato nel XIX secolo. Oggi la riserva ospita una ricchissima varietà di specie animali e vegetali, tanto da costituire una vera e propria “banca genetica”, ed è un paradiso per gli amanti degli uccelli, con oltre 200 specie che si avvicendano nel corso dell’anno. Sul versante più vicino al canale si trova la Casa Rossa Ximenes, suggestiva costruzione progettata dall’ingegnere gesuita Leonardo Ximenes tra il 1767 e il 1768 su incarico del Principe di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona

L’edificio doveva servire al risanamento della palude, all’interno di un grande progetto di bonifica della Maremma, tenendo separate le acque dolci dell’entroterra da quelle salate del mare. Inoltre serviva a regimare le acque durante le ondate di piena invernali e i periodi estivi di magra, in modo da garantire anche le attività ittiche: le chiuse, le paratie e gli ingranaggi dell’epoca sono tutt’oggi visibili e funzionanti, anche se non vengono più utilizzati. Oggi l’immobile ospita un museo multimediale dedicato alla riserva naturale, che organizza anche attività di birdwatching, visite guidate in barchino, passeggiate, escursioni in bicicletta.

La passeggiata
La passeggiata di Castiglione della Pescaia

Nei pressi di Castiglione si può visitare la frazione di Tirli, immersa in un bosco di castagni e lecci dove scorribanda il cinghiale, una delle specialità gastronomiche della zona. Qui si trova il ristorante della Locanda La Luna, che consiglio per l’ottima cucinatipicamente maremmana – e l’ambiente familiare. Uno dei piatti più prelibati è senz’altro il piccione ripieno, che va ordinato in anticipo se si vuole essere sicuri di poterlo assaggiare.

La salita al borgo medievale
La salita al borgo medievale

Merita una visita anche Vetulonia, dove si trova la necropoli etrusca – vestigia di uno dei più importanti e fiorenti centri dell’Etruria settentrionale – e il Museo archeologico “Isidoro Falchi”, che custodisce corredi funebri, steli e opere di oreficeria rinvenute nelle tombe.

La Cremeria Corradini
La Cremeria Corradini

Dove mangiare a Castiglione: in paese consiglio i ristoranti Il 13, per la qualità dei piatti e gli ingredienti freschissimi, e l’Osteria del mare, che serve solo pesce secondo le ricette della tradizione. Per un gelato, la più gettonata è la Cremeria Corradini, che si riconosce subito dalla fila di fronte al banco. Subito fuori dal paese di trova L’Andana, che fa parte del resort di lusso Tenuta La Badiola e propone una cucina premiata con la stella Michelin.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona - dettaglio
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona – dettaglio

Informazioni utili: prima della visita consiglio di documentarsi sul sito internet VisitTuscany.com, che fornisce indicazioni utili sia sulla storia di Castiglione, sia sulle attrazioni vicine, sia sulle attività cui è possibile dedicarsi. Anche il sito internet dei Musei di Maremma è ricco di indicazioni pratiche relative ai musei e alle aree archeologiche locali. In paese infine, nella piazza della fontana, si trova un fornitissimo punto di informazioni turistiche, generoso di materiali cartacei e consigli utili.

Altre immagini:

Mappa:

Una gita nel Chianti, attorno a Gaiole e Radda, fra borghi fortificati, vino, arte

Vertine le colline circostanti
Le colline circostanti il castello di Vertine

Con una bella giornata a disposizione consiglio una gita nel Chianti attorno a Gaiole e Radda, per passeggiare in antichi borghi, degustare vini famosi in tutto il mondo, ammirare opere d’arte e approfondire la storia millenaria di questi luoghi. Quel che ho compiuto e suggerisco è solo un assaggio, un invito a organizzare nuove gite in un territorio ricchissimo di tesori da scoprire, dove il passato testimonia un’eccellenza e una qualità da custodire e ricercare.

Vertine, il torrione all'ingresso
Vertine, il torrione all’ingresso

Una delle tappe è senz’altro il castello di Vertine, che conserva ancora oggi il suo impianto medievale all’interno della cinta muraria di forma ellittica. Le prime testimonianze di questo insediamento risalgono a prima dell’anno Mille. Dal 1100 fu proprietà dei Ricasoli, che ribellatisi alla Repubblica fiorentina vennero assediati e infine costretti alla resa. All’epoca delle guerre aragonesi (1452-1483) era abitato dalla stessa famiglia, divenuta nel frattempo commissaria nel Chianti per la Repubblica, e divenne centro d’importanza strategica per il controllo del territorio.

Il paesaggio attorno a Vertine
Il paesaggio attorno a Vertine

La vista che se ne ha giungendo dalla strada è davvero suggestiva, di borgo fortificato circondato dalla campagna e dai vigneti. Vi si accede entrando dalla porta fiancheggiata da un alto torrione in pietra alberese. Le costruzioni sono quasi tutte originarie, e tra di esse si riconosce la pieve di San Bartolomeo, ricostruita in forme neoromaniche intorno al 1930.

L'arrivo alla Badia a Coltibuono
L’arrivo alla Badia a Coltibuono

Nei pressi di Vertine si trova la Badia a Coltibuono, risalente anch’essa a prima del Mille, quando era un piccolo oratorio. Restaurato e ingrandito, venne trasformato in abbazia nel 1037 e divenne possesso dei monaci benedettini vallombrosani, che ne amministrarono il territorio e i beni per oltre settecento anni. Molti furono i beni che le vennero assegnati e le elargizioni nel corso dei secoli, tanto che il monastero divenne padrone di un vasto patrimonio, con giurisdizione sopra molte chiese.

Badia a Coltibuono, la torre campanaria
Badia a Coltibuono, la torre campanaria

Come racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario”, l’abbazia riceveva e amministrava copiose entrate, tante da venir assegnata in commenda abbaziale a diversi illustri prelati, tra cui il cardinale Giovanni dei Medici, divenuto papa Leone X. Nel 1810, quando sotto il dominio napoleonico i beni vennero espropriati e i monaci cacciati, il monastero conservava ancora diversi poderi, mulini, palazzi e case.

Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno
Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno

In quell’anno venne soppresso e venduto all’asta; tutt’oggi è proprietà privata. Accanto alla chiesa, che conserva le sue forme romaniche, svetta una torre campanaria forse risalente al XII-XIII secolo. Tutta la costruzione è immersa in un bosco di pini e abeti, e sotto di essa si distende un prato verde che conduce lo sguardo alla profonda vallata sottostante, dove l’occhio giunge ad ammirare il Valdarno.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista" - dettaglio
Castello di Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista” – dettaglio

A poca distanza si trova un altro borgo, Ama, i cui abitanti si sono dedicati per secoli alla cura del territorio e alla coltivazione della vite e del vino. Oggi molti edifici dell’antico paese sono divenuti proprietà dell’azienda vinicola Castello d’Ama, che produce un Chianti Classico famoso in tutto il mondo. Un ulteriore elemento di attrazione è la passione per l’arte contemporanea, sì che i luoghi dedicati al vino e gli spazi degli antichi edifici ospitano opere site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Daniel Buren, Hiroshi Sugimoto… Alla visita di questo luogo, dove l’amore per l’enologia e per il paesaggio si accompagna alla commissione di opere d’arte, ho dedicato questo articolo.

Volpaia, piazza
Volpaia, piazza

Spostandosi verso Radda in Chianti e superandone il borgo si giunge a Volpaia, castello le cui mura, le torri e il cassero sono ancora ben visibili. Risalente all’IX secolo, venne costruito dall’omonima famiglia fiorentina, che nel Rinascimento dette i natali ad eruditi come Lorenzo della Volpaia, amico di Leonardo da Vinci. Sorge sul crinale che divide la terra di Firenze da quella di Siena, e nel corso del Quattrocento subì le conseguenze della lotta tra le due Repubbliche, venendo più volte preso d’assedio e conquistato. Una situazione che cambiò completamente con il declino e infine, nel 1555, con la caduta della potenza senese, che viceversa inaugurò un lungo periodo di pace per il territorio chiantigiano.

Volpaia, il cartello del borgo
Volpaia, il cartello del borgo

All’interno del borgo, dove è piacevole passeggiare respirando un’atmosfera di altri tempi, si ammirano la chiesa di San Lorenzo e la chiesa-torre di Sant’Eufrosino, oltre ad alcune torri dell’antica fortificazione e tratti delle mura originarie, nonché resti di costruzioni medievali poi trasformate in abitazioni.

Dove mangiare: a Volpaia è divertente sostare al Bar-Ucci, gestito dalla proprietaria, la simpatica ed estroversa Paola Barucci. La sorella Carla gestisce il vicino ristorante La Bottega. Per mangiare affacciati sulle verdi colline consiglio l’enoteca con cucina di Castello di Ama, Il Ristoro, dove lo chef prepara piatti a chilometro zero con i prodotti dell’orto.

Vertine, scorcio
Vertine, scorcio

In tutti i casi consiglio vivamente la prenotazione, soprattutto nel fine settimana.

Per le notizie relative alla Badia a Coltibuono mi sono avvalsa anche delle informazioni riferite da Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” redatto e pubblicato tra il 1833 e il 1846, consultabile nell’edizione riferita al Chianti Classico edita da Libreria Editrice Fiorentina nell’anno 2000.

Mappa dei luoghi:

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

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Un’oasi verde nel cuore di Roma: l’Orto Botanico della Sapienza in Trastevere

Ciliegi in fiore nel giardino giapponese dell'orto botanico
Ciliegi in fiore nel giardino giapponese

Nei giorni di calura estiva è un’ottimo riparo al verde e al fresco: è l’Orto Botanico di Roma, che si estende su una superficie di 12 ettari tra via della Lungara e il Colle del Gianicolo in Trastevere. Sviluppatosi in questa sede a partire dal 1883, è possibile visitarlo percorrendo uno dei tanti sentieri che si snodano al suo interno, costeggiando le collezioni e le aree qui presenti. Una delle più importanti è senz’altro la collezione delle palme, composta da 35 specie coltivate all’aperto, di cui alcune rare e a rischio estinzione.

Collezione delle palme dell'orto botanico
Collezione delle palme

Anche la collezione di bambù si distingue per la sua ricchezza, con oltre 70 entità tra specie, sottospecie e varietà, tanto da essere una delle più ricche in Europa. Di grande bellezza è il giardino giapponese, che consiglio di visitare nel periodo di fioritura dei ciliegi: è stato realizzato su progetto di Nakajima Ken – l’architetto che creò anche il giardino dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (cui ho dedicato questo articolo) – secondo il modello del “giardino da passeggio” e offre giochi d’acqua, cascate e due laghetti.

Serra tropicale dell'orto botanico
Serra tropicale

Nella serra tropicale si ammirano oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, con un’umidità costante all’80% e una temperatura tra i 18° e i 20° in inverno, 30° in estate: è suddivisa in aree, come quella del sottobosco tropicale, delle specie palustri, della foresta pluviale, delle palme. Di fronte alla serra tropicale si trova il Giardino dei Semplici, in cui si osservano le piante medicinali, con oltre 300 entità protette all’interno di aiuole in muratura. Nel ruscello, nel laghetto e in alcune vasche si trovano le specie vegetali acquatiche, come le ninfee, presenti in oltre 32 specie.

Valle delle felci dell'orto botanico
Valle delle felci

Vi è poi il roseto, la collezione di felci, l’area del giardino roccioso, il bosco mediterraneo (che testimonia l’aspetto del Gianicolo e della vegetazione che in passato lo ricopriva), la zona delle gimnosperme, il giardino mediterraneo (con le specie tipiche della macchia mediterranea). Vi sono inoltre alcune serre, di aspetto davvero suggestivo: tra di esse la Serra Monumentale, che venne costruita nel 1877 dalla ditta Mathian di Lione, e che in una parte conserva un’interessante raccolta di piante carnivore con oltre 65 entità. Molto bella è anche la Serra Francese, costruita tra il 1883 e il 1884 sempre dalla ditta Mathian, caratterizzata da una struttura curva in ferro battuto e vetri.

Serra francese dell'orto botanico
Serra francese

Vi sono infine la Serra Arancera, risalente al 1930 e destinata al ricovero delle piante di agrumi, e la Serra Corsini, realizzata nel XIX secolo quale prima serra calda edificata nel giardino dell’antistante Palazzo Corsini. Al suo interno si trovano anche due vasche da bagno appartenute alla regina Cristina di Svezia nel periodo in cui alloggiava a Palazzo Riario (dal 1659 al 1689), qui trasferite in seguito.

Scalinata nelle Undici Fontane dell'orto botanico
Scalinata nelle Undici Fontane

Passeggiando nell’Orto botanico si possono ammirare molti alberi ultracentenari (sono oltre 340), nonché le fontane storiche che furono qui costruite e poi modificate nel corso dei secoli. La più affascinante è senz’altro la Scalinata delle Undici Fontane, fiancheggiata da platani plurisecolari, progettata dal Fuga nel 1742. E’ composta da cinque vasche digradanti, dalle quali zampillavano gli undici getti d’acqua che ne hanno dato il nome. Era decorata da vasi di travertino e terracotta e sculture e busti posti sui parapetti delle gradinate.

Collezione di bambù dell'orto botanico
Collezione di bambù

Al centro del giardino si trova la Fontana dei Tritoni, risalente al 1742 ad opera di Giuseppe Poddi, costituita da una vasca un marmo di Carrara con al centro un gruppo in travertino rappresentante due Tritoni. Inizialmente la fontana si trovava al centro di un emiciclo composto da piante di alloro disposte ad archi, sostenuti da colonne, a formare un “teatro di verzure”.

Informazioni utili alla visita: il sito internet dell’Orto Botanico è ricco di indicazioni utili, tra cui la mappa del Giardino. In alternativa ci si può rivolgere alla biglietteria, per ottenere consigli sui periodi di visita legati alla fioritura di alcune specie. Il numero è 06-49917107.

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Pinturicchio ai Musei Vaticani: la meraviglia dell’Appartamento Borgia

Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto

Nel corso del mio itinerario romano sulle tracce di Pinturicchio (alle sue opere a Roma ho dedicato questo articolo) una tappa fondamentale è rappresentata dai Musei Vaticani. Una visita di questo scrigno di tesori non può infatti prescindere dall’Appartamento Borgia, che nel percorso di scoperta dei Musei si trova dopo le Stanze di Raffaello e prima della Collezione di Arte Contemporanea. L’appartamento si trova al primo livello del Palazzo Apostolico e venne fatto ristrutturare e decorare da papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo de Boria y Doms (italianizzato in Borgia): fu la sua residenza nel corso del suo pontificato, dal 1492 al 1503.

Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette

Si sviluppa in sei ambienti monumentali: le Sale delle Sibille e del Credo – nella Torre Borgia – le Sale delle Arti Liberali, dei Santi e dei Misteri – situate nell’ala fatta edificare da Niccolò V – la Sala dei Pontefici – nella parte più antica, risalente a Niccolò III. Alla morte del pontefice Borgia l’appartamento venne abbandonato dal suo successore, Giulio II della Rovere, che non volendo avere costantemente sotto gli occhi le insegne e le memorie del precedessore decise di spostarsi al livello superiore, negli ambienti che vennero decorati da Raffaello Sanzio.

Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette

La decorazione delle Sale venne affidata a Pinturicchio, che già si era fatto notare nei lavori di decorazione della Cappella Sistina (1481-1483) dove prestò la sua opera a fianco del Perugino. Le Sale vennero affrescate da Pinturicchio in un lasso di tempo molto breve (dal 1492 al 1494), confermando la fama del pittore per le esecuzioni celeri: una qualità distintiva del suo operare che era consentita sia dall’ausilio di una bottega di artisti ben diretti, sia da alcuni fattori tecnici specifici, come l’utilizzo in parte dell’affresco, in parte di una tecnica di pittura mista, a secco, più rapida. Al 29 marzo 1493 risale una lettera di Alessandro VI nella quale il pontefice informava gli abitanti di Orvieto dell’interruzione dei lavori di decorazione del Duomo cittadino – dove Pinturicchio era all’opera nel coro – perché nel frattempo il pittore era impegnato a Roma nella realizzazione dei suoi appartamenti privati.

Pinturicchio, Sala delle Sibille, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala delle Sibille

Seguendo il percorso di visita, la prima Sala in cui ci si imbatte è quella delle Sibille, in cui le dodici figure – rappresentate a tre quarti di busto insieme con altrettanti profeti – sono dipinte nelle lunette del soffitto (le figure delle sibille si trovano anche nel soffitto della Cappella Baglioni a Spello, realizzata da Pinturicchio tra 1500 e 1501). Sibille e profeti stringono in mano un cartiglio svolazzante nel quale è riportata una profezia preannunciante la venuta di Cristo. Ciascuna lunetta è sormontata da un tondo, otto dei quali raffigurano scene di sacrifici pagani, e quattro simboli araldici della famiglia Borgia. Lunetta e tondo sono a loro volta contenuti in una vela: nello spazio tra due vele si trovano ottagoni con immagini dei pianeti e di Ermete Trismegisto (simbolo dell’astrologia).

Pinturicchio, Sala del Credo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo

Alla Sala delle Sibille, sempre nella Torre Borgia, segue la Sala del Credo, che ha un’articolazione simile alla precedente: i versetti del Credo sono leggibili nei cartigli svolazzanti che sono tenuti in mano dai dodici apostoli alternati ad altrettanti profeti, ad attestare la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. La Sala venne realizzata nel 1494, come indicato dalla data apposta sul soffitto, e ricorda i soffitti a grottesche della Domus Aurea di Nerone: presenta un motivo geometrico che alterna cerchi a riquadri, con iscrizioni riferite al nome del papa, stemmi e insegne del pontefice.

Pinturicchio, Sala del Credo - dettaglio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo – dettaglio

La Sala successiva è quella delle Arti Liberali, e presumibilmente era adibita a “studio” di Alessandro VI. Nelle lunette sono raffigurate le Arti del Trivio e del Quadrivio, che costituivano i saperi e le specializzazioni alla base dell’insegnamento scolastico nel Medioevo, rappresentate come figure femminili in trono (ho ammirato la stessa iconografia a Palazzo Trinci a Foligno, ad opera di Gentile da Fabriano). Ai lati dei troni sono immortalati personaggi che si sono distinti nelle specifiche discipline, a volte contemporanei del pittore. Sotto la rappresentazione della Retorica si trova la firma “Penturichio”, unica firma presente nel ciclo, sebbene gli affreschi di questa sala siano da attribuirsi prevalentemente alla bottega.

Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto - dettaglio dello stucco, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto – dettaglio dello stucco

Il soffitto della sala – unico caso nell’Appartamento – non ha una decorazione dipinta ma presenta un elaborato lavoro in stucco dorato articolato in due volte. Al centro di ciascuna volta si trovano le insegne di Alessandro VI all’interno di un sole raggiante, a sua volta inserito al centro di una serie di ottagoni. Ai lati degli ottagoni, entro due esagoni irregolari , sono rappresentati due tori che si fronteggiano ai lati di una fontana. La figura del toro, motivo araldico del Borgia, torna anche nel fregio che corre al di sotto delle lunette, composto da bucrani.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina

Segue la Sala dei Santi, i cui grandi affreschi sono riconosciuti come capolavoro di Pinturicchio. Nelle grandi lunette sono evocate le figure di sette santi: Santa Elisabetta, madre di Giovanni Battista, nella Visitazione di Maria; Sant’Antonio Abate e San Paolo di Tebe, eremiti nel deserto dell’Egitto; Santa Caterina d’Alessandria nella celebre Disputa; Santa Barbara mentre fugge dalla torre in cui il padre l’aveva rinchiusa dopo la conversione al Cristianesimo; Santa Susanna mentre si difende da due vecchioni che la spiano appostati nel suo giardino privato; San Sebastiano durante il martirio avvenuto sul Palatino, con alle spalle il Colosseo e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta dell'Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta

Sopra la porta si trova una Madonna con il Bambino, nei cui tratti Vasari riconobbe Giulia Farnese, la donna amata dal Borgia. Nella stessa Sala convivono i temi dell’antichità classica e pagana con le storie del Vecchio e Nuovo Testamento: i motivi della volta si riferiscono al mito di Iside ed Osiride, con quest’ultimo venerato dagli antichi egizi nelle sembianze di un bue, e alle Metamorfosi di Ovidio, con il mito della principessa Io, amata da Giove e da lui trasformata in giovenca. Tra le lunette, merita particolare attenzione quella della parete di fondo della sala, dedicata alla Disputa di Santa Caterina d’Alessandria, che si svolge ai piedi di un monumentale arco di trionfo modellato su quello di Costantino e sovrastato da un idolo taurino.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina - dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina – dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio

La scena si tiene al cospetto di una moltitudine di personaggi riccamente abbigliati, nei cui tratti si sono voluti riconoscere alcuni contemporanei del pittore: nelle sembianze di Caterina si è riconosciuta Lucrezia Borgia; in quelle dell’imperatore Massimino Daia, Cesare Borgia; nell’uomo con il turbante bianco, Djem, fratello del sultano Bajazet II e amico di Cesare; infine Pinturicchio e Giuliano da Sangallo con il compasso in mano, nelle figure dietro al trono. Le scene del soffitto e quelle delle lunette sono collegate nella comune celebrazione della figura del pontefice, simboleggiato dall’emblema ricorrente del toro, e della Chiesa romana di cui Alessandro VI è a capo. Le lunette sono separate dal muro sottostante per mezzo di una cornice in marmo decorata con un fregio in cui compaiono le insegne del Borgia, in una sequenza che ricorda gli elementi decorativi marmorei dei monumenti classici.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara

Un elemento di grande suggestione è rappresentato dall’ampio ricorso di inserti a stucco dorato, non solo negli apparati decorativi ma anche nelle scene rappresentate, ad esempio nei profili della torre di Santa Barbara e dell’arco di Costantino nella scena di Santa Caterina, nella fontana al centro dell’episodio di Santa Susanna, nei mantelli e nelle vesti di alcuni personaggi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione

Alla Sala dei Santi segue quella dei Misteri, l’ultima delle quattro ricavate nell’ala del Palazzo risalente a Niccolò V. Deriva il proprio nome dai Misteri della Fede, ovvero gli episodi prodigiosi della vita della Vergine – cui papa Alessandro VI era legato da una speciale devozione – e di Cristo: l’Annunciazione, la Nascita di Cristo, l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Discesa dello Spirito Santo, l’Assunzione della Vergine. Nella decorazione dell’ambiente Pinturicchio fece largo ricorso alle maestranze della sua bottega, mentre è senz’altro di sua mano il ritratto del pontefice inginocchiato ai piedi del Cristo nella Resurrezione e avvolto in abiti sfarzosi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine

Sempre riconducibile a Pinturicchio è il ritratto del figlio del papa, Francesco Borgia, in preghiera davanti alla Vergine assunta in cielo. Il soffitto è articolato in due campate di volte a crociera separate da un arcone, decorate con una profusione di emblemi araldici, mentre nelle vele si trovano otto medaglioni in cui sono raffigurati altrettanti profeti, con cartigli che anticipano e annunciano i Misteri rappresentati. Lungo le pareti si ammirano alcune finte nicchie dipinte in trompe-l’œil, in cui hanno collocazione oggetti liturgici e insegne papali, e grottesche. Le superfici riverberano grazie agli inserti in stucco e cera dorata che ornano alcuni dettagli, materiali che si trovano diffusamente su tutto il soffitto, nelle forme geometriche dell’arcone centrale e negli scudi che contengono i profeti.

Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l'œil, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l’œil

L’ultima Sala è quella dei Pontefici, che presenta dimensioni più ampie delle precedenti e per questo era destinata ad eventi pubblici come udienze, concistori, banchetti. Si trova nell’ala del Palazzo più antica, risalente a Niccolò III. A causa di un violento temporale nel 1500 l’originario soffitto a travi lignee crollò, e con esso andò distrutta la decorazione realizzata dal Pinturicchio. Sotto le macerie venne ritrovato il pontefice, rimasto miracolosamente illeso al riparo di una trave. Negli anni del pontificato di Leone X fu realizzato l’affresco che si ammira tutt’oggi, ad opera di Perin del Vaga e Giovanni da Udine.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione

La decorazione dell’Appartamento Borgia fu aspramente criticata da Giorgio Vasari, che non apprezzava Pinturicchio e la sua opera. Anche a seguito del pessimo giudizio vasariano, la critica d’arte ha sempre svilito questo ciclo, che invece rappresenta senza dubbio l’impresa più straordinaria del Rinascimento romano, per l’innovazione dei suoi contenuti, l’invenzione delle storie e delle scene, la decisa ispirazione classica, la qualità artistica di alcune sue parti. Lo stesso ricorso allo stucco e alla cera per ottenere effetti di rilievo – additato dal Vasari come un attardarsi nella maniera antica – fu una scelta voluta del pittore, insieme alla sistematica rievocazione delle stanze della Domus Aurea con grottesche sparse ovunque (grottesche ampiamente rappresentate in ogni suo lavoro, sin dagli esordi a Roma).

Pinturicchio Sala dei Misteri - dettaglio del soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri – dettaglio del soffitto

A chi come me ama infinitamente Pinturicchio e ne insegue le opere per ammirarne i dettagli, in Umbria consiglio di visitare la Cappella Baglioni a Spello (ne parlo qui) e la Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto (questo l’articolo sulla città umbra). In Toscana, una tappa imprescindibile è rappresentata dalla Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena (questo il post sul capoluogo toscano), immenso capolavoro del Maestro perugino. Tutti gli articoli collegati a Pinturicchio sono comunque consultabili attraverso il tag dedicato.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano - dettaglio del Colosseo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano – dettaglio del Colosseo

Per la redazione di questo articolo ho fatto ricorso all’ampia e approfondita analisi delle opere riportata nel volume “Pintoricchio. Itinerario romano” di Claudia La Malfa (Silvana Editoriale, 2008, Milano) e alle schede presenti sul sito dei Musei Vaticani.

Per la visita degli appartamenti consiglio di documentarsi sul sito dei Musei, che riporta ogni indicazione utile. Ritengo essenziale acquistare on line il biglietto, vista l’altissima richiesta e le lunghe file per l’accesso, ed utile il noleggio dell’audioguida. All’interno delle stanze vi sono alcuni pannelli informativi, ma non sono presenti in tutte.

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