Le chiese di Siena: un itinerario alla scoperta di tesori meno conosciuti

Il panorama di Siena dalla chiesa di San Domenico
Il panorama di Siena dalla chiesa di San Domenico

Sono tornata a Siena per studiare la Libreria Piccolomini della Cattedrale (al capolavoro di Pinturicchio ho dedicato questo articolo) e nell’occasione mi sono recata in alcune chiese che non avevo mai visitato prima.

La navata della chiesa di San Domenico
La navata della chiesa di San Domenico

Dopo aver ammirato la Cattedrale, il Museo dell’Opera del Duomo, il Battistero, il complesso di Santa Maria della Scala, il Palazzo Comunale e la Pinacoteca nel corso delle mie visite precedenti, stavolta ho voluto visitare luoghi meno noti, cominciando dalla Basilica di San Domenico, da cui il panorama sul Duomo, il campanile e la Torre del Mangia è davvero splendido.

La Cappella di santa Caterina nella chiesa di San Domenico
La Cappella di santa Caterina nella chiesa di San Domenico

Risalente al 1226, la chiesa venne in seguito ampliata nelle forme gotiche attuali: edificata in mattoni, in controfacciata ospita una struttura soprelevata chiamata Cappella delle Volte, luogo di preghiera delle suore Mantellate legato ad episodi di santità di Caterina da Siena. Sulla parete di fondo si ammira un ritratto veritiero della santa, opera ad affresco di Andrea Vanni. Il luogo più suggestivo è senz’altro la cappella dedicata a Caterina, voluta nel 1466 per custodire la reliquia della testa della santa (in questa basilica sin dal 1383), collocata al centro dell’altare e affiancata da due affreschi del Sodoma con Svenimento ed Estasi. Il pavimento marmoreo è opera di Francesco di Giorgio e rappresenta Orfeo e gli animali. Sulla parete di destra si trovano anche un affresco staccato di Pietro Lorenzetti con Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e un cavaliere e l’Adorazione dei pastori di Francesco di Giorgio.

Altre foto di San Domenico:

Ho quindi visitato la basilica di San Francesco, anch’essa risalente al 1228 e successivamente ampliata in forme gotiche.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Come la chiesa domenicana, ha pianta a croce egizia ed è stata edificata in mattoni: un luogo dalle imponenti dimensioni, adatto ad accogliere grandi masse di fedeli in occasione delle predicazioni. Nel transetto destro si trova la cappella delle Sacre Particole, ostie rimaste miracolosamente incorrotte dal 14 agosto 1730, quando venne trafugata la pisside che le custodiva. In una cappella del transetto sinistro si trova una Crocifissione di Pietro Lorenzetti, che faceva parte di un ciclo realizzato insieme al fratello Ambrogio per la sala capitolare e il chiostro del convento francescano. I brani superstiti sono inoltre le scene con il Martirio di frati francescani e San Ludovico da Tolosa che si congeda da Bonifacio VIII.

Altre foto di San Francesco:

La navata della chiesa di Sant'Agostino
La navata della chiesa di Sant’Agostino

Ho raggiunto la chiesa di Sant’Agostino, che si erge a fianco del prato che ne porta il nome: risalente al 1258, a fine Settecento venne rinnovata da Luigi Vanvitelli, a cui si deve il luminoso interno a una navata. Qui si ammira, in un altare laterale, un Crocifisso e Santi di Perugino, mentre nella cappella in fondo a destra si osservano affreschi quattrocenteschi sopravvissuti al rinnovamento vanvitelliano: la volta con le Sibille ad opera di Luca Signorelli e sulle pareti due affreschi in monocromo di Francesco di Giorgio Martini e bottega, rappresentanti la Nascita della Vergine e la Natività di Gesù. Nella piazza di fronte alla chiesa di trova l’Accademia dei Fisiocratici, fondata nel 1691 da Pirro Maria Gabrieli e il Museo di Storia Naturale (uno dei più antichi della Toscana).

Altre foto di Sant’Agostino:

San Clemente in Santa Maria dei Servi
San Clemente in Santa Maria dei Servi

Dalla chiesa di sant’Agostino ho imboccato via Sant’Agata e seguendone il corso dopo la piazza del Mercato, lungo il lato posteriore del Palazzo Pubblico, percorrendo via del Salicotto sono giunta all’ultima chiesa del mio itinerario, San Clemente in Santa Maria dei Servi. Innalzata sopra una scalinata in fondo alla bella piazza alberata, il suo nome ne racconta l’origine, fondata dall’ordine dei frati Servi di Maria sull’allora preesistente e fatiscente chiesa di San Clemente.

Coppo di Marcovaldo, Madonna del Bordone
Coppo di Marcovaldo, Madonna del Bordone

Al suo interno mostra le epoche e gli stili degli ampliamenti e degli interventi successivi: le tre navate risalgono all’alto Rinascimento, il transetto e l’abside al periodo gotico, gli altari laterali sono barocchi mentre l’illuminazione in ferro battuto è neogotica. Il campanile è romanico, del XIII secolo, mentre la scalinata d’accesso risale al Settecento. Fra le opere si distingue la Madonna col Bambino e due angeli, detta “Madonna del Bordone” di Coppo di Marcovaldo, firmata e datata 1261, ispirata a un modello bizantino. Vi sono inoltre un affresco di Pietro Lorenzetti rappresentante la Strage degli innocenti e una tela di medesimo soggetto di Matteo di Giovanni (1491), nonché una Croce dipinta di Niccolò di Segna di Bonaventura. Sull’altare è collocata l’Incoronazione di Maria di Bernardino Fungai (1501).

Altre foto di San Clemente in Santa Maria dei Servi:

Per pranzo mi sono fermata all’Enoteca I Terzi, collocata in una posizione centrale rispetto ai luoghi da visitare e di qualità e servizio garantiti. Fra i piatti ordinati: salmone marinato con cipolla rossa, carpaccio di girello con fonduta di gorgonzola, pici al ragù chiantigiano, spaghetti al limone con rana pescatrice  e zucchine.

I piatti:

Altre immagini di Siena:

Mappa delle chiese visitate:

Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

Altre immagini:

Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

Altre immagini:

Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

Altre immagini:

Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

Altre immagini:

Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

A Castiglione della Pescaia tra storia, natura e mare

Vista del castello
Vista del castello

Nei giorni d’estate Castiglione della Pescaia è affollato di turisti desiderosi di tuffarsi nelle sue acque cristalline, premiate nel 2018 con l’ambito riconoscimento della Bandiera Blu per il diciannovesimo anno consecutivo. Oltre alle spiagge e alle belle pinete, che si estendono fino a Marina di Grosseto, il paese merita una visita per il suo borgo medievale, che situato sulle pendici del monte Petriccio è protetto dall’antica cinta muraria, costruita a partire dal X secolo dai Pisani e nei secoli successivi dagli Aragonesi e dai Senesi (in misura minore).

Piazzetta del borgo medievale
Piazzetta del borgo medievale

In alto si trova la rocca, la cui costruzione fu iniziata dal re di Napoli Alfonso d’Aragona  a partire dal 1447. Consiglio di inerpicarsi fino al borgo, percorrendone le stradine tortuose e giungendo al piazzale George Solti (grande direttore d’orchestra ungherese che passava molto tempo a Castiglione), dal quale si ammira un panorama mozzafiato sul paese, l’entroterra e la costa: lo sguardo spazia fino al parco dell’Uccellina e all’Argentario, le isole del Giglio, Montecristo e l’Elba e, nelle giornate più terse, arriva a scorgere la costa della Corsica.

La vista subito fuori piazzale Solti
La vista subito fuori piazzale Solti

Le origini del paese sono antiche, con i primi insediamenti urbani di epoca etrusca, quando venne fondata la vicina Vetulonia. L’abitato divenne Portus Traianus al tempo dei romani, mentre dopo la caduta dell’impero queste terre vennero dominate da Pisa, fino alla fine del 1300. Con il declino della repubblica marinara Castiglione si trovò sprovvista di difesa, e il 18 luglio 1404 gli abitanti decisero di porsi sotto la protezione di Firenze. Nel 1447 il re di Napoli Alfonso d’Aragona mosse verso nord  conquistando Castiglione e le terre vicine, di cui dispose l’intenso sfruttamento.

La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti
La vista del porto-canale, della pineta e della Diaccia Botrona da piazzale Solti

Nel 1559 l’intera area fu venduta ad Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, tornando quindi sotto il controllo fiorentino. I Medici intrapresero la bonifica della palude, azione che proseguì anche con i Lorena e si protrasse fino alla fine della seconda guerra mondiale.

La tomba di Italo Calvino
La tomba di Italo Calvino

Accanto al castello sorge il cimitero, dove gli amanti della letteratura del Novecento potranno recarsi per rendere omaggio alla tomba di uno dei nostri scrittori più importanti, Italo Calvino, qui sepolto il 20 settembre 1985. Calvino aveva frequentato Castiglione fin dal 1972, prendendo casa nella pineta di Roccamare, e la sua tomba è quella più vicina all’orizzonte, tra il cielo e il mare, circondata da siepi di rosmarino e rose.

Dall’altezza del castello si può ammirare il porto-canale ancora oggi affollato di barchini e pescherecci, testimonianza dell’antico borgo di pescatori. Oltre ancora si estende la riserva naturale della Diaccia Botrona, considerata la più vasta area umida d’Italia – oltre mille ettari – riconosciuta zona d’importanza internazionale per il suo raro ecosistema.

La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes
La Diaccia Botrona dalla terrazza della Casa Rossa Ximenes

Si estende sul luogo dell’antico lago Prile, che arrivò ad occupare un’area di 50 chilometri quadrati e che venne prosciugato nel XIX secolo. Oggi la riserva ospita una ricchissima varietà di specie animali e vegetali, tanto da costituire una vera e propria “banca genetica”, ed è un paradiso per gli amanti degli uccelli, con oltre 200 specie che si avvicendano nel corso dell’anno. Sul versante più vicino al canale si trova la Casa Rossa Ximenes, suggestiva costruzione progettata dall’ingegnere gesuita Leonardo Ximenes tra il 1767 e il 1768 su incarico del Principe di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona

L’edificio doveva servire al risanamento della palude, all’interno di un grande progetto di bonifica della Maremma, tenendo separate le acque dolci dell’entroterra da quelle salate del mare. Inoltre serviva a regimare le acque durante le ondate di piena invernali e i periodi estivi di magra, in modo da garantire anche le attività ittiche: le chiuse, le paratie e gli ingranaggi dell’epoca sono tutt’oggi visibili e funzionanti, anche se non vengono più utilizzati. Oggi l’immobile ospita un museo multimediale dedicato alla riserva naturale, che organizza anche attività di birdwatching, visite guidate in barchino, passeggiate, escursioni in bicicletta.

La passeggiata
La passeggiata di Castiglione della Pescaia

Nei pressi di Castiglione si può visitare la frazione di Tirli, immersa in un bosco di castagni e lecci dove scorribanda il cinghiale, una delle specialità gastronomiche della zona. Qui si trova il ristorante della Locanda La Luna, che consiglio per l’ottima cucinatipicamente maremmana – e l’ambiente familiare. Uno dei piatti più prelibati è senz’altro il piccione ripieno, che va ordinato in anticipo se si vuole essere sicuri di poterlo assaggiare.

La salita al borgo medievale
La salita al borgo medievale

Merita una visita anche Vetulonia, dove si trova la necropoli etrusca – vestigia di uno dei più importanti e fiorenti centri dell’Etruria settentrionale – e il Museo archeologico “Isidoro Falchi”, che custodisce corredi funebri, steli e opere di oreficeria rinvenute nelle tombe.

La Cremeria Corradini
La Cremeria Corradini

Dove mangiare a Castiglione: in paese consiglio i ristoranti Il 13, per la qualità dei piatti e gli ingredienti freschissimi, e l’Osteria del mare, che serve solo pesce secondo le ricette della tradizione. Per un gelato, la più gettonata è la Cremeria Corradini, che si riconosce subito dalla fila di fronte al banco. Subito fuori dal paese di trova L’Andana, che fa parte del resort di lusso Tenuta La Badiola e propone una cucina premiata con la stella Michelin.

Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona - dettaglio
Casa Rossa Ximenes nella Diaccia Botrona – dettaglio

Informazioni utili: prima della visita consiglio di documentarsi sul sito internet VisitTuscany.com, che fornisce indicazioni utili sia sulla storia di Castiglione, sia sulle attrazioni vicine, sia sulle attività cui è possibile dedicarsi. Anche il sito internet dei Musei di Maremma è ricco di indicazioni pratiche relative ai musei e alle aree archeologiche locali. In paese infine, nella piazza della fontana, si trova un fornitissimo punto di informazioni turistiche, generoso di materiali cartacei e consigli utili.

Altre immagini:

Mappa:

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

La città del tufo rosso e della via Francigena: Sutri

Il panorama di Sutri da Villa Savorelli
Il panorama di Sutri da Villa Savorelli

Arrivare a Sutri significa ammirare una città interamente costruita in tufo, la pietra locale dal caratteristico colore rossastro lavorata secondo una tradizione giunta ai nostri giorni. Sin dalla sua fondazione, la cittadina è stata al centro di una tale densità di avvenimenti storici, talvolta intrecciati con la leggenda e con il mito, da stupire il suo visitatore: la felice posizione del suo borgo ne ha segnato le vicissitudini nel corso dei secoli e ha lasciato testimonianze che invitano all’approfondimento e alla sosta.

La necropoli di Sutri
La necropoli

Sutri vanta antichissime origini: la sua fondazione è fatta risalire alla tarda età del bronzo (X secolo a.C.), quale centro agricolo – collocato in mezzo a campagne intensamente coltivate – influenzato sia dai Falisci sia dagli Etruschi. A questo periodo risalgono le necropoli che oggi si ammirano, scavate nel tufo e rimaste in uso anche nel corso della successiva dominazione di Roma. Dal V secolo la cittadina entrò nella sfera d’influenza romana, grazie alla sua posizione strategica per il controllo sia delle regioni falische sia di quelle etrusche, definita da Tito Livio “Porta dell’Etruria”. Minacciata dagli etruschi di Tarquinia, che miravano a riprenderne il controllo, nel 389 a.C. venne fulmineamente riconquista da Marco Furio Camillo, che ne riprese il controllo in una sola notte: da qui il proverbio “Sutrium ire”, che indica un’azione fatta rapidamente.

L'anfiteatro romano di Sutri, vista dall'alto
L’anfiteatro romano

La città, già florido centro agricolo, divenne uno dei più importanti centri dell’Etruria meridionale in virtù della sua ubicazione lungo la via Cassia, luogo di commercio e scambi. A questo periodo risale la costruzione dell’anfiteatro, scavato in una collina – come quello di Ocriculum, in Umbria (cui ho dedicato questo articolo): risalente alla fine del I secolo a.C., in piena epoca augustea, ha pianta ellittica, era diviso in tre ordini di gradinate e poteva ospitare fino a 5000 spettatori. La struttura, che per la sua conformazione era praticamente invisibile dall’esterno, rimase completamente sconosciuta e interrata per secoli, venendo usata come pascolo fino all’inizio del XIX secolo: allora venne riscoperto dalla famiglia Savorelli (proprietaria del colle) e iniziarono i lavori di recupero e restauro.

Il mitreo di Sutri, interno
Il mitreo

Alla fine del I secolo d.C. insieme al cristianesimo si diffuse anche il mitraismo, una religione importata dall’oriente dedicata al culto del dio Mitra i cui riti si svolgevano, in forma segreta ed iniziatica, nei mitrei, santuari in genere ricavati in ambienti sotterranei. A Sutri si conserva uno splendido mitreo, scavato nel cuore della collina tufacea che già accoglieva la necropoli: a tre navate divise da pilastri, la navata centrale coperta da una volta a botte e le navate laterali con copertura piana, venne trasformato in chiesa cristiana a seguito all’avvento del cristianesimo.

Affreschi nel vestibolo del Mitreo
Affreschi nel vestibolo del Mitreo

Inizialmente intitolata all’Arcangelo Michele, la chiesa nel 700 fu dedicata al culto della Madonna col Bambino, come dimostra l’affresco sopra l’altare, e intitolata alla Madonna del Parto. Nel vestibolo si ammirano affreschi successivi, risalenti al XIV secolo, che raffigurano la leggenda della fondazione del santuario di San Michele sul monte Gargano e una processione di pellegrini: questi sono vestiti secondo la moda medievale, con un cappello a tesa larga, un mantello, la scarsella (bisaccia) e il bordone (bastone), come quelli che – provenienti da tutta Europa – transitavano sulla vicina Francigena diretti verso Roma.

Pellegrini raffigurati nel Mitreo di Sutri
Pellegrini raffigurati nel Mitreo

Il ricordo dei pellegrinaggi è testimoniato dalla Porta Franceta, che sin dall’epoca romana costituiva il principale accesso al colle di Sutri e che deve il suo nome ai pellegrini romei, chiamati “Franchi”.

La Francigena fu percorsa anche dall’imperatore Carlo Magno, che si recò a Roma in più occasioni, tra cui quella della sua incoronazione a imperatore nel Natale dell’800: secondo la tradizione trascorse a Sutri qualche tempo perché colto da un malore sulla strada del ritorno.

Porta Franceta a Sutri
Porta Franceta

La memoria di questa sosta è tramandata da un piccolo castello che si trova nel parco di Villa Savorelli, conosciuto come Castello di Carlo Magno. Oltre che al nome del carolingio la cittadina è legata anche al paladino Orlando, che secondo la Chanson de geste “Berta e Milone” nacque a Sutri: il testo, risalente alla prima metà del XIV secolo, narra l’esilio della sorella di Carlo Magno, Berta, dopo la sua unione con Milone e la nascita a Sutri di Orlando. Orlando, venuto alla luce in una grotta che ancora porta il suo nome, venne poi nominato Paladino dallo zio imperatore e le sue gesta furono cantate nei cantari cavallereschi dei ciclo carolingio. Vi è infine la memoria di un altro pellegrino illustre, Francesco Petrarca, che soggiornò a Sutri diretto a Roma e in una lettera al cardinale Colonna la definì “sede diletta a Cerere, e antica colonia, come dicono, di Saturno”.

Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano
Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano

Il poeta nella lettera fa riferimento al mito secondo il quale la città fu fondata dal dio Saturno, rappresentato a cavallo con tre spighe di grano in mano nello stemma comunale: “non lungi dalle mura mostrano il campo che narrano fosse il primo in Italia a ricevere la sementa del grano, e mietuto dal re straniero, che con tal beneficio mansuefatti e accattivatisi gli animi di quei primi abitatori regnò su loro tranquillo fin che visse, e venuto dopo morte in voce di Dio, dalla gratitudine degli uomini qual vecchio nume con in mano la falce fu venerato”.

Abitazioni in tufo e la Porta Franceta a Sutri
Abitazioni in tufo e la Porta Franceta

In seguito alla caduta dell’impero romano Sutri mantenne il suo ruolo di controllo della via Cassia, punto di transito e ultima tappa prima di Roma, e passò sotto il controllo della Chiesa divenendo sede di una cattedra vescovile: al 456 d.C. risale la prima testimonianza di un vescovo, Eusebius, partecipante al sinodo romano che si svolse quell’anno. La cittadina fu al centro di numerose diatribe tra la Chiesa, gli eserciti bizantini e gli invasori Longobardi, fino a quando il re longobardo Liutprando  nel 728 compì la celebre Donazione di Sutri, donando a papa Gregorio II il “castello di Sutri” e i territori conquistati, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa.

La piazza del Comune a Sutri
La piazza del Comune

Nel 1046 la città, che beneficiava della felice posizione – distante ma non troppo – rispetto a Roma, ospitò il concilio indetto dall’imperatore Enrico III, durante il quale venne eletto al soglio pontificio Clemente II. Accolse incontri e ospiti prestigiosi anche nei secoli successivi: nel 1111 qui si celebrò il concilio con papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V per mettere fine alle lotte per le investiture, nel 1244 fu scelta come rifugio da papa Innocenzo IV in lotta con l’imperatore Federico II, da lui scomunicato.

Cattedrale di Santa Maria Assunta, interno
Cattedrale di Santa Maria Assunta

Al periodo medievale risale la Cattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1207 da papa Innocenzo III: l’edificio romanico venne costruito su di un precedente edificio carolingio, forse a sua volta edificato sul sito di un’antica basilica romana. L’impianto che oggi si ammira risale al ‘700, quando fu decisa un’ampia opera di restauro che, di fatto, trasformò completamente l’architettura romanica nell’aspetto barocco che oggi si ammira. Il rifacimento preservò la cripta, il campanile in tufo e lo splendido pavimento cosmatesco che si trova lungo tutta la navata centrale. Nella cripta si possono osservare colonne di reimpiego di origine romana, oltre a capitelli bizantini, longobardi e romanici.

La cripta della cattedrale di Sutri
La cripta della cattedrale

Lungo le pareti si aprono nicchie semicircolari, forse destinate alla conservazione delle reliquie, mentre la copertura è a volte a crociera in tufo: tutte le superfici erano ornate di affreschi, oggi scomparsi. All’interno della chiesa si trova la tavola del Cristo benedicente donata dal Innocenzo III in occasione della consacrazione. L’icona risale al XII-XIII secolo e rappresenta il Cristo nella posa del pantocratore bizantino: per alcuni aspetti è ritenuta la copia dell’Acheropita del Salvatore conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano a Roma.

La tavola del Cristo Benedicente nella Cattedrale di Sutri
La tavola del Cristo Benedicente

Nei secoli XIII e XIV le sorti di Sutri furono legate agli scontri fra guelfi e ghibellini, che culminarono nell’incendio del 1433 del Borgo, la parte bassa della città sorta lungo la via Cassia, a valle rispetto all’attuale abitato: quel che rimase del centro venne quasi completamente distrutto nel 1527 dal passaggio dei Lanzichenecchi di Carlo V e quindi sepolto da un’alluvione che a metà del ‘600 portò via tutto. Il declino delle attività commerciali fu decretato anche dallo spostamento dei traffici lungo la via Cimina, voluto dai Farnese alla metà del XV secolo, che causò l’abbandono dei commerci lungo l’antica Cassia, mentre nel 1435 la sede arcivescovile di Sutri venne unificata con quella di Nepi, a ulteriore testimonianza della situazione di declino.

Villa Savorelli e il suo giardino a Sutri
Villa Savorelli e il suo giardino

All’esterno del centro abitato, sul colle di San Giovanni che faceva parte del Borgo oggi scomparso, si trova Villa Savorelli, edificata dalla famiglia Muti Papazzurri agli inizi del XVIII secolo insieme alla chiesa annessa, al giardino e al parco. La chiesa fu costruita sulle fondamenta di un edificio preesistente al tempo del Borgo medievale e presenta una facciata barocca affiancata da due campanili. Il giardino venne realizzato secondo i canoni del rinascimento italiano, con siepi di bosso, mentre il bosco vicino custodisce alcuni resti di architetture medievali.

La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo
La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo

Al limitare del colle si trovano i resti di quella rocca difensiva indicata come Castello di Carlo Magno. Alla fine del secolo tutta la proprietà venne ereditata dai marchesi Savorelli per passare poi alla famiglia Staderini.

 

Informazioni utili per la visita:

L’ingresso al Parco Regionale di Sutri
L’ingresso al Parco Regionale

Ai piedi della città di Sutri si trova il Parco Regionale, che comprende l’anfiteatro, il mitreo-chiesa della Madonna del Parto, le antiche necropoli, Villa Savorelli. Il parco è visitabile liberamente oppure con visita guidata. L’accesso all’anfiteatro è a pagamento, mentre la visita del Mitreo è possibile solo con visita guidata. Le visite si svolgono ogni ora, dalle 9 alle 17. Per ulteriori informazioni rimando al sito regionale dei Parchi del Lazio, www.parchilazio.it/sutri e alla pagina dedicata sul sito del Comune di Sutri, da cui è possibile scaricare anche una mappa del luogo (distribuita in forma cartacea presso la biglietteria e centro visite del Parco). E’ molto interessante anche il sito della via Francigena, www.viefrancigene.org/it/.

A pranzo mi sono fermata presso La locanda di Saturno, dove ho mangiato benissimo: ho molto apprezzato, tra i vari piatti, le fettuccine alla lepre e le tagliatelle integrali con ragù bianco di maiale e lavanda. Il servizio è stato attento e puntuale, l’accoglienza cortese e calorosa. Ho pranzato in una bella terrazza esterna, con vista sul verde circostante e le abitazioni del borgo in tufo, ma ho notato che anche all’interno c’erano belle sale arredate con gusto, ideali per un pranzo o cena invernali.

Altre immagini:

I piatti assaggiati alla Locanda di Saturno:

Mappa di Sutri:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Terzo giorno: Spoleto

Basilica di San Salvatore, interno. Spoleto
Basilica di San Salvatore, interno

Il terzo giorno del mio viaggio in Umbria, dopo aver visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il racconto), mi sono recata a Spoleto. Nell’avvicinarmi a questa città dalla storia antica ho deciso di conoscerne la testimonianza di epoca longobarda più interessante, la basilica di San Salvatore. Dal 2011 l’edificio è patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” comprendente – tra gli altri – il Tempietto sul Clitunno poco distante. La chiesa è purtroppo chiusa per problemi di stabilità conseguenti al terremoto, ma in occasione della Pasqua è stato straordinariamente riaperto il portale rendendone visibile l’interno dalla soglia. Inglobata nel cimitero di Spoleto, al di fuori delle mura medievali della città, ha origini paleocristiane (risale probabilmente al IV-V secolo d.C.), e dall’VIII secolo assunse il titolo di San Salvatore nel corso della dominazione longobarda.

Basilica di San Salvatore, facciata. Spoleto
Basilica di San Salvatore, facciata

Sin dalla facciata è evidente l’ampio ricorso a spolia, con il riutilizzo di colonne, basi, capitelli, elementi decorativi di origine romana, con un gusto decorativo di matrice orientale e siriaca: come riportano le notizie relative a questo luogo, nello spoletino vi era la forte presenza di un nucleo di monaci provenienti dalla Siria, che inoltre importò un modello di insediamento monastico ed eremitico di cui si ha testimonianza sul Monte Luco e in Valnerina. Il fascino della Basilica, che oggi purtroppo si ammira in modo assai parziale, consiste anche nel suo testimoniare quell’incontro di culture e tendenze differenti – ellenistiche e romane, bizantine, longobarde, locali – proprie del pluralismo e del sincretismo altomedievale.

Vista dalla Rocca Albornoziana
Vista dalla Rocca Albornoziana

Dopo aver visitato la chiesa, ho lasciato l’auto al parcheggio della Ponzianina (situato proprio sotto il cavalcavia della Flaminia) e utilizzando le comode scale mobili sono giunta alla Rocca Albornoziana, che domina la città dall’alto del colle Sant’Elia: il complesso merita una visita approfondita sia per la sua storia, sia per l’interessante Museo del Ducato di Spoleto che qui è allestito, sia per la vista impareggiabile che regala sulla città e sul Ponte delle Torri.

Torri della Rocca Albornoziana
Torri della Rocca Albornoziana

La fortezza venne costruita a partire dal 1359 per volere di papa Innocenzo VI per controllare i territori dello Stato della Chiesa durante il periodo della cattività avignonese (ad Avignone e al palazzo dei Papi ho dedicato una giornata del mio viaggio in Provenza, di cui ho parlato in questo articolo). Innocenzo VI inviò in Italia il potente cardinale Egidio Albornoz (da cui la rocca prende il nome) incaricando Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” (coinvolto tra l’altro nella costruzione dello splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio, di cui ho parlato qui) della direzione dei lavori. Nel corso degli anni la fortezza divenne anche la residenza dei rettori del Ducato e dei legati pontifici, arricchendosi di decorazioni ed affreschi: purtroppo molti andarono distrutti quando, dal 1816, l’ambiente venne destinato a carcere e subì profonde modifiche interne.

Corte d'onore della Rocca Albornoziana
Corte d’onore della Rocca Albornoziana

Gli spazi più suggestivi, oltre alle splendide mura fortificate e alle sei torri, sono i due cortili interni (il Cortile delle Armi, enorme, e il Cortile d’Onore, circondato da un doppio loggiato con lacerti di affreschi) nonché gli ambienti della zona di rappresentanza, con il Salone d’Onore e soprattutto la Camera Pinta. Questo luogo è ornato da un ciclo di affreschi di soggetto profano, fortunatamente rimasti quasi intatti, risalenti al XIV e XV secolo.

Camera Pinta, Rocca Albornoziana - dettaglio del cavaliere alla fonte
Camera Pinta, Rocca Albornoziana – dettaglio del cavaliere alla fonte

Il Museo del Ducato di Spoleto è allestito negli spazi a piano terreno e primo piano che si affacciano sulla Corte d’Onore e racconta la storia della città dal IV al XV secolo. La Rocca offre anche una suggestiva visuale del Ponte delle Torri, che purtroppo è chiuso per consentire i lavori di consolidamento in seguito al sisma del 2016: tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica (ha una lunghezza di 230 metri e un’altezza di oltre 80), il ponte svolgeva la funzione di acquedotto collegando Spoleto al Monte Luco.

Ponte delle torri
Ponte delle torri

Risalente al XIII/XIV secolo, affascinò anche Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia” scrisse: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili“. Dopo la visita della Rocca sono scesa verso piazza Duomo, passando dalla Fontana del Mascherone e dal Palazzo Comunale, su cui s’innalza l’originaria torre duecentesca.

Basilica di Santa Eufemia, facciata. Spoleto
Basilica di Santa Eufemia, facciata

Prima di visitare il Duomo ho festeggiato la Pasqua al ristorante La Barcaccia, a gestione familiare e casalinga, affollato da una clientela locale affezionata: ottimo il menù tipico, con strangozzi alla spoletina e agnello scottadito. Recandomi alla Cattedrale mi sono fermata alla Basilica di sant’Eufemia, risalente al X secolo, situata nell’area della residenza dei Duchi longobardi. Mi ha colpito per la semplicità della sua struttura, nel complesso davvero piccola, e l’armonia delle proporzioni: anche qui, come in San Salvatore, è stato utilizzato materiale di spoglio di provenienza classica e altomedievale. Non ho potuto visitare l’annesso Museo Diocesano (la Basilica sorge all’interno del Palazzo Arcivescovile) perché chiuso in occasione delle festività.

Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso
Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso

Ho quindi visitato il Duomo, scendendo la scenografica scalinata di via dell’Arringo che conduce alla piazza, su cui affaccia anche il teatro Caio Melisso, il bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto. Nella cattedrale, edificata alla fine del XII secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, spiccano gli affreschi di Filippo Lippi che ornano l’abside maggiore, rappresentanti Storie della Vergine: l’opera venne eseguita tra il 1467 e il 1469 negli ultimi anni di vita del Maestro, che qui infatti venne sepolto.

Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto - dettaglio dell'incoronazione della Vergine
Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio dell’incoronazione della Vergine

La sua tomba fu disegnata dal figlio, Filippino, e Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio (di Filippo Lippi ho ammirato il ciclo di affreschi realizzati nel Duomo di Prato quindici anni prima, che costituiscono uno dei capolavori del Rinascimento, parlandone in questo articolo).

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta

Particolare attenzione meritano anche la Cappella Eroli, dove si trova un affresco di Pinturicchio, e l’adiacente Cappella dell’Assunta, interamente affrescata da Jacopo Siculo intorno al 1530. Nella Cappella Eroli – intitolata a San Leonardo – oggi si ammira l’opera di Pinturicchio nella zona absidale, con l’Eterno tra gli angeli in alto e in basso Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Leonardo. L’opera fu commissionata dal vescovo di Spoleto Costantino Eroli e venne ultimata da Pinturicchio nel 1497, ma il suo impianto originale – e di conseguenza la decorazione – venne sensibilmente modificato nel 1785 in seguito ai lavori di ammodernamento della cattedrale diretti da Giuseppe Valadier.

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta - dettaglio con l'Arco di Tito
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio con l’Arco di Tito

Lo stato dell’affresco è inoltre gravato da importanti problemi di umidità, che ne hanno compromesso l’originario splendore: sono infatti andate perdute le lumeggiature e i dettagli aggiunti a secco, mentre si è conservata la parte realizzata ad affresco. Quel che si ammira si distingue anche per il paesaggio minutamente descritto – alle spalle dei personaggi in primo piano – e nelle scene e nelle architetture immaginate: dietro la figura di Leonardo si distingue la Fuga in Egitto, mentre alle spalle del personaggio di Maria si sviluppa una città medievale e una citazione dell’Arco di Tito, fantasiosamente coronato da un gruppo bronzeo che potrebbe ispirarsi al Marco Aurelio. Immagini, queste, che testimoniano il repertorio e le memorie romane di Pinturicchio (in questo articolo ho parlato delle opere realizzate a Roma dal maestro perugino prima della Cappella Eroli, dal 1477 al 1500 circa).

E’ molto interessante anche la Cappella delle Reliquie, in cui è conservata la lettera autografa di San Francesco a Frate Leone, preziosissima testimonianza – oltre alle spoglie, che riposano ad Assisi – della vita e della predicazione del Santo. Sono solo due gli autografi di Francesco, uno è conservato ad Assisi, il secondo qui a Spoleto.

L'arco di Druso e Germanico a Spoleto
L’arco di Druso e Germanico

Nel pomeriggio mi sono concessa una passeggiata per le vie cittadine, giungendo all’arco di Druso e Germanico, risalente al 23 d.C.: il monumento sorge a poca distanza dalla piazza del mercato, l’antico foro romano di cui l’arco era l’ingresso trionfale, ed è stato inglobato nelle successive costruzioni medievali. Testimonia, insieme alle vestigia del Ponte sanguinario, del teatro e dell’anfiteatro, la floridezza del municipio romano di Spoletium, che ebbe grande importanza economica e strategica in virtù della sua collocazione sulla via Flaminia. Sono quindi giunta fino a piazza della Libertà, da cui si ammira dall’alto lo splendido teatro romano, risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e rimasto in uso fino al IV secolo: nel periodo altomedievale sulla scena venne edificata la chiesa di Sant’Agata e il palazzo Corvi, attuali sedi del Museo Archeologico Statale.

Teatro romano e chiesa di Sant'Agata
Teatro romano e chiesa di Sant’Agata

Sono poi scesa verso Palazzo Collicola per visitare la collezione di arte contemporanea Carandente, qui ospitata a piano terreno, e le sale del piano nobile, dove è stata ricostruita un’abitazione gentilizia settecentesca e si ammira una pinacoteca con dipinti risalenti al XV-XX secolo. Oltre alla bellezza degli ambienti, davvero raffinati, sempre al primo piano meritano attenzione la galleria, completamente affrescata secondo un gusto barocco e rococò con vedute a trompe l’oeil, e alcuni soffitti a cassettoni magnifici.

Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color
Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color

Fra le opere esposte nella collezione Carandente ho particolarmente apprezzato quella di Richard Serra (collocata all’ingresso), la sala di wall drawing realizzata da Sol Lewitt (dal titolo Bands of color), i mobiles di Calder, le sculture di Leoncillo (nato a Spoleto nel 1915). Alla collezione appartiene anche la Coda di cetaceo di Pino Pascali, attualmente in prestito a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della mostra “Nascita di una Nazione” (di cui ho parlato in questo post). Percorrendo la suggestiva via Porta Fuga sono giunta in piazza Garibaldi e da qui, costeggiando il fossato (da cui si ammira una bella veduta della Rocca Albornoziana) sono tornata alla mia auto.

Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Per organizzare la mia giornata a Spoleto ho consultato con molto profitto il sito internet del Comune dedicato al turismo e alla culturawww.comunespoleto.gov.it/turismoecultura/, e ho ricevuto preziose indicazioni dall’Ufficio Turistico, che ha prontamente risposto alla mia mail (l’indirizzo è info@iat.spoleto.pg.it). Per visitare i sei musei cittadini è consigliabile l’acquisto della Spoleto Card (info sul sito www.spoletocard.it/) che consente di avvalersi di un unico biglietto integrato utilizzabile nell’arco di sette giorni, con un significativo risparmio economico.

Altre immagini:

Mappa di Spoleto:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Secondo giorno: Bevagna e Foligno

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

Dopo aver visitato Montefalco (qui il mio racconto) ho dedicato il secondo giorno della gita nella Valle Umbra a Bevagna e Foligno. Prima di giungere a Bevagna mi sono fermata presso la tenuta Castelbuono di Lunelli, dove avevo prenotato una visita incuriosita dall’originalità del luogo: si tratta infatti di un enorme carapace di tartaruga realizzato da Arnaldo Pomodoro, incastonato nelle colline tra i filari.

Il carapace di Arnaldo Pomodoro
Il carapace di Arnaldo Pomodoro

Le mie aspettative sono state pienamente premiate: l’architettura-scultura di Pomodoro s’inserisce nel dolce paesaggio umbro, di cui ricorda la morbidezza nella rotondità della forma del carapace, ed evoca la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità. Come il carapace protegge la tartaruga, così la forma di Pomodoro qui custodisce il vino, che riposa nelle botti in attesa di essere pronto. L’architettura si aggrappa alla terra su cui è posta e nel suo ventre, nelle cantine sottostanti il guscio, le botti sono disposte in cerchio, attorno a una scala elicoidale che collega la superficie al sottoterra.

Il "ventre" del carapace, con la ziggurat al centro
Il “ventre” del carapace, con la ziggurat al centro

Nel sottosuolo, al centro della scala, si sviluppa un ambiente conico, che prende luce naturale dal piano superiore e al centro accoglie una sorta di altare, dove il vino viene presentato e degustato: la struttura evoca, secondo il suo ideatore, una ziggurat, la torre mesopotamica costruita con finalità religiose e sacre per unire il cielo e la terra.

La volta del carapace
La volta del carapace

Al piano terreno il guscio della tartaruga, realizzato in rame, poggia su una grande vetrata circolare, in modo che dall’interno lo guardo spazi sulla campagna circostante: la volta ricorda immediatamente l'”alfabeto artistico” di Pomodoro, riconducibile al suo estro con le spaccature e i tagli che rompono la superficie. In questo ambiente si svolge l’accoglienza dei visitatori e si tengono le degustazioni.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

All’esterno invece la sfericità del guscio è percorsa da crepe che ricordano i solchi della terra, mentre il colore del rame – inizialmente del suo tipico rosso – sta cedendo per effetto dell’ossidazione a un verde scuro che mimetizza l’intervento fra i colori della campagna. Il carapace è segnalato da un monumentale dardo rosso, conficcato nel terreno a poca distanza, che sottolinea l’opera nel paesaggio.

Dopo la visita, comprensiva della degustazione di alcuni vini, sono arrivata a Bevagna, dove ho pranzato Da Oscar, un piccolo ristorante che mi ha colpito per la qualità e originalità dei piatti, appartenenti alla tradizione umbra ma rivisitati dal suo eclettico chef.

Budino al atte e olio d'oliva, Ristorante Da Oscar
Budino al atte e olio d’oliva, Ristorante Da Oscar

Tra le portate, presentate con cura e abbondanza di particolari, la più originale mi è sembrata il dolce, un budino di latte all’olio extravergine di oliva profumato da fiori di finocchietto. Al temine del pranzo ho visitato la cittadina, un borgo delizioso, passeggiando piacevolmente tra le sue stradine, testimonianza inalterata dell’assetto urbano medievale risalente al XII e XIII secolo: proprio la cura e l’attenzione ai propri monumenti ha permesso a Bevagna di conquistare la bandiera arancione, oltre a far parte dei “borghi più belli d’Italia”.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Partendo dalla Porta Perugina (molto comoda perché subito all’esterno si trova un ampio parcheggio), ho visitato la chiesa di San Francesco, dove è conservata la pietra su cui San Francesco tenne la sua predica agli uccelli. Alle spalle della chiesa si snoda in senso circolare il vicolo dell’anfiteatro, il cui nome e andamento assecondano la disposizione delle abitazioni medievali, edificate sopra le fondamenta dell’antico teatro romano, risalente presumibilmente all’epoca traianea, al I secolo d.C.. I suoi ambulacri si possono ammirare entrando nel ristorante Redibis, che è allestito proprio all’interno di questi suggestivi spazi: un’occasione unica per ammirare le vestigia romane in un contesto non museale.

Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo
Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo

Percorrendo il corso principale sono giunta alla piazza Silvestri, su cui affacciano le due chiese medievali di san Michele Arcangelo e di san Silvestro, il Palazzo dei Consoli – sede del delizioso teatro Francesco Torti (l’ho visitato tanti anni fa, a Pasqua purtroppo non era aperto. La visita necessita di prenotazione) – la chiesa dei santi Domenico e Giacomo. Uscendo dalle mura si può compiere una bella passeggiata costeggiandone il tratto meridionale, affiancati da un fresco torrentello: davvero un angolo di paradiso.

La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale
La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale

Nel pomeriggio ho trascorso alcune ore visitando le cantine vicine, tra cui la Fattoria Colleallodole di Melziade Antano e la cantina Arnaldo Caprai. Per la visita della cantina Caprai è necessaria la prenotazione, che si può richiedere anche on line. Con l’arrivo del bel tempo è inoltre possibile godere di un bel “pic nic in vigna“, con la cantina che offre tutto il necessario e la libertà di scegliere l’angolo preferito dove accomodarsi tra le vigne e i prati della Tenuta: un’idea originale e simpatica per un’esperienza “a tutto sagrantino”.

Calamita Cosmica di Gino De Dominicis
Calamita Cosmica di Gino De Dominicis

Nell’ultima parte della giornata – è stata lunghissima e piena di incontri e scoperte! – sono andata a Foligno, dove ho passeggiato per le vie del centro cittadino. Ho avuto il tempo di ammirare un’opera enigmatica, collocata in un contesto inusuale per l’arte contemporanea: mi riferisco alla Calamita Cosmica di Gino De Dominicis, una scultura monumentale (lunga 24 metri) che rappresenta uno scheletro umano sdraiato. La sua peculiarità consiste in un grosso naso, simile a un becco di uccello, posto sul volto (è uno dei motivi ricorrenti delle opere di De Dominicis), e in un’asta di ferro dorata, appoggiata all’ultima falange del dito medio della mano destra, alta 9 metri, che costituisce la calamita del titolo: l’asta metterebbe in contatto lo scheletro con il mondo cosmico.

Calamita Cosmica, dettaglio del busto e della testa
Calamita Cosmica

Quest’opera fu realizzata da De Dominicis in circostanze segrete intorno al 1988, ed è avvolta nel mistero come la vita del suo creatore: “egli stesso opera d’arte senza fine, originaria e carica di segreto” lo definì il pittore tedesco Ansel Kiefer. Dal 2011 Calamita Cosmica è esposta permanentemente a Foligno, ospitata dal Centro Italiano di Arte Contemporanea nell’ambiente dell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata. Il contesto espositivo contribuisce ad aumentare il fascino della visita: la chiesa infatti è un gioiello di architettura neoclassica opera di Carlo Murena, allievo di Luigi Vanvitelli.

Palazzo Trinci, lo scalone del cortile
Palazzo Trinci, lo scalone del cortile

A seguire mi sono recata a Palazzo Trinci (collocato accanto al Duomo nella piazza centrale di Foligno), dove la giornata si è conclusa in un’apotesi di bellezza: il palazzo trecentesco, costruito su edifici medievali preesistenti, fu la residenza della famiglia Trinci che governò la città dal 1305 al 1439, mentre in seguito all’annessione di Foligno allo Stato della Chiesa divenne la sede dei governatori pontifici.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti a Palazzo Trinci a Foligno
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti

La storia che lo riguarda è tangibile nelle trasformazioni architettoniche che il luogo ha vissuto, di cui resta una traccia affascinante nella scala gotica interna – un tempo a cielo aperto – e nel collegamento fra i vari ambienti del secondo piano, dove si trovano gli affreschi più interessanti.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica

I Trinci infatti chiamarono Gentile da Fabriano a decorare le sale del palazzo, e dell’opera del maestro rimangono varie sale tra cui la Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti: qui sono rappresentate le personificazioni delle arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), e dei sette Pianeti.

Gentile da Fabriano, Palazzo Trinci a Foligno, Sala dei giganti
Gentile da Fabriano, Sala dei Giganti

Questa rappresentazione simboleggia le sette età dell’uomo, ciascuna delle quali influenzata da uno specifico pianeta e dedita all’apprendimento di un’arte. Il tema delle età dell’uomo è sviluppato anche nel corridoio che collega il palazzo al Duomo. Sempre al secondo piano si trova la grande Sala dei Giganti, affrescata con colossali figure di eroi della storia di Roma, da Romolo a Traiano, abbigliati secondo la moda e il gusto rinascimentali.

Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia
Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia

Anche questa sala, insieme all’ambiente della loggia con le Storie della fondazione di Roma – situata sempre al secondo piano – è riconducibile all’ingegno e alla fantasia di Gentile da Fabriano, con la collaborazione di aiuti. Vi è inoltre l’ampia sala Sisto IV, con un soffitto ligneo magnificamente decorato, in fondo alla quale si trova la piccola bellissima cappella affrescata da Ottaviano Nelli nel 1424 con Storie della vita della Vergine: davvero uno scrigno prezioso.

Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo
Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo

Palazzo Trinci ospita anche la pinacoteca civica articolata in tre sezioni (Trecento, Quattrocento, Cinquecento) e il Museo Archeologico, nonché il Museo multimediale dei Tornei, delle Giostre e dei Giochi (immancabile nella città che organizza la Quintana). Ho lasciato Foligno a malincuore, non prima però di aver trascorso del tempo nella libreria Editoriale Umbra in via Pignattara 36: un luogo ricchissimo di pubblicazioni d’arte, di storia locale, di libri rari, dove sfogliare volumi parlando con l’appassionato libraio è stato davvero un piacere.

La campagna della Tenuta Lunelli
La campagna della Tenuta Lunelli

Per preparare le mie visite ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbriawww.umbriatourism.it, nonché ai siti web delle varie cantine vinicole visitate (per alcune delle quali, come ho scritto, è auspicabile se non proprio necessaria la prenotazione). Il servizio turistico comunale di Foligno è stato sollecito e puntuale nel fornirmi le informazioni richieste: ho mandato una mail a  info@iat.foligno.pg.it e ho ricevuto risposta il giorno seguente. Consiglio anche il sito del circuito intercomunale Terre e Musei dell’Umbriawww.umbriaterremusei.it, che offre una descrizione puntuale dei dodici Comuni coinvolti e dei venti siti museali in essi presenti: ho trovato molto utili le “miniguide” scaricabili relative a ciascun museo.

Altre immagini del borgo di Bevagna:

Il pranzo Da Oscar a Bevagna, i piatti degustati:

Altre immagini dell’impressionante Calamita Cosmica di Gino De Dominicis:

Altre immagini delle sale e degli affreschi di Palazzo Trinci a Foligno:

La mappa della mia giornata, i luoghi che ho visitato:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Primo giorno: Montefalco

 

La Valle Umbra che si ammira da Montefalco

Ho trascorso le festività di Pasqua nella Valle Umbra, visitando alcuni dei borghi più belli d’Italia, luoghi dove il rispetto della natura e del paesaggio, l’attenzione al cibo e al vino sono elevati da un richiamo secolare alla bellezza e all’arte. Ho visitato Montefalco, Bevagna, Foligno, Spoleto, Spello, Campello sul Clitunno, e le impressioni e i ricordi che ho portato a casa derivano da un senso di cura, accoglienza, apertura e cordialità che non sempre ho incontrato durante i miei viaggi.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefalco

Ho notato un grande riguardo nella gestione dei beni culturali, nonostante le ferite del terremoto del 2016 siano ancora tangibili, e alcuni scrigni d’arte come il convento di San Fortunato a Montefalco o la chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello non siano ancora accessibili per problemi di staticità e sicurezza. Auspico che questi tesori, che rappresentano il senso d’identità di quelle comunità e un patrimonio per tutti, possano finalmente tornare alla luce.

Ho suddiviso il mio racconto di viaggio in quattro puntate, una per ogni giorno della mia vacanza. Inizio dal primo e dalla visita del primo borgo, Montefalco, così chiamata in riferimento ai falchi dell’imperatore Federico II che qui aveva soggiornato nel 1240: ho visitato la chiesa di San Francesco (oggi museo) che racchiude uno dei capolavori di Benozzo Gozzoli, un ciclo di affreschi dedicato alle storie del santo di Assisi.

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore di San Francesco

Benozzo stava lavorando a Orvieto insieme al suo maestro Beato Angelico quando venne chiamato a Montefalco: il suo intervento si dispiegò nella cappella maggiore della chiesa, dove tra il 1450 e il 1452 raffigurò gli episodi salienti della vita di San Francesco ambientandoli nei luoghi delle sue predicazioni, affiancandogli i cittadini più illustri di Montefalco. A questo lavoro, che gli valse lo status di “maestro” indipendente, ho dedicato questo approfondimento.

Perugino, Natività con l’Eterno in gloria tra gli angeli e l’Annunciazione

La chiesa di San Francesco ospita anche un affresco del Perugino collocato in controfacciata, che rappresenta una scena di natività, nonché la cappella di San Girolamo, ugualmente affrescata da Benozzo, parzialmente compromessa. Vi è poi una pinacoteca al piano superiore e, nei sotterranei, sono visitabili le cantine dei frati e una piccola raccolta archeologica: una visita frettolosa potrebbe tralasciare un momento fondamentale della storia del vino sagrantino che proprio qui trovò la sua origine. Già in epoca romana infatti la vinicoltura veniva praticata in questo territorio, e i montefalchesi si dedicavano alla vigna anche all’interno del centro urbano: lo dimostrano ancora oggi alcuni filari coltivati nei giardini delle abitazioni del borgo, che si ammirano seguendo il percorso delle Viti storiche.

Le cantine dei frati di San Francesco

A partire dal Quattrocento le leggi comunali tutelavano vite e vino, con una serie di ferree istruzioni comprese nello Statuto come, ad esempio, questa: “Chiunque sarà trovato a portar le uve acerbe o mature e non havesse vigna propria o in affitto o a lavoreccio, sia punito come se fosse entrato in vigna di alcuno et havesse colto le uve” ( IV Libro, Rubrica 2, XV sec.). I frati francescani avrebbero portato il sagrantino dall’Asia Minore, e proprio quest’uva sarebbe stata lavorata nelle cantine della chiesa di San Francesco per farne uso durante le cerimonie religiose, in qualità di vino dolce, e in occasione delle festività pasquali (da questo suo impiego “sacro” ne deriverebbe il nome).

Alcune bottiglie di Sagrantino

La storia di Montefalco s’intreccia quindi con quella del vino che ne ha fatto la fortuna: quasi scomparso dai vigneti umbri negli anni Sessanta, il sagrantino venne recuperato grazie all’impegno di alcuni imprenditori locali, primo fra tutti Arnaldo Caprai, ottenendo nel 1979 il riconoscimento DOC e nel 1992 la DOCG.

Porta Sant’Agostino

Dopo il complesso di San Francesco ho visitato la cittadina, passeggiando per le vie ricche di scorci pittoreschi: consiglio di partire dalla bella Porta di Sant’Agostino e seguire il corso principale, l’antico “Stradone”, su cui si affaccia la chiesa di Sant’Agostino, che all’interno conserva affreschi della scuola di Ambrogio Lorenzetti e Bartolomeo Caporali. La chiesa ha anche un bel chiostro. Sempre seguendo il corso si giunge alla piazza del paese, su cui si trova il palazzo comunale, e si dipanano altre vie, tra cui la passeggiata delle Viti storiche e il percorso che conduce alla piccola chiesa di Santa Lucia.

La chiesa di Santa Lucia

Raccomando inoltre un giro attorno alle mura duecentesche, splendidamente conservate, che consente anche di ammirare il panorama circostante: Montefalco è infatti soprannominata “la ringhiera dell’Umbria” perché si trova in una posizione soprelevata, da cui lo sguardo spazia dai vigneti vicini fino a raggiungere Assisi, Spoleto, Foligno, Spello, Bevagna…

La piazza di Montefalco. A destra il Palazzo Comunale

Non sono riuscita a visitare la chiesa e il convento agostiniano di Santa Chiara della Croce, che ospita un ciclo di affreschi di scuola umbra del Trecento, perché non visibili durante le festività pasquali: la chiesa fu fondata dalla santa, le cui spoglie qui riposano dal 1308 custodite in un’urna di vetro.

Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va
Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va

La chiesa e convento di San Fortunato, situati poco fuori le mura cittadine, non sono purtroppo visitabili a causa di problemi di staticità conseguenti al terremoto del 2016: qui Benozzo Gozzoli realizzò la splendida pala per l’altare maggiore dedicata alla Madonna della Cintola, che si trova ai Musei Vaticani (per l’iconografia della Madonna della Cintola consiglio questo mio articolo), ed altri affreschi.

Prosciutto tagliato al coltello da Coccorone e bruschetta con olio della casa

Al termine della mia giornata ho cenato da Coccorone, un ottimo ristorante che propone specialità umbre, pasta fatta in casa e carne alla brace: il servizio è stato ottimo e i piatti davvero deliziosi.

Per tutta la durata del mio soggiorno ho pernottato a Villa Pambuffetti, situata poco fuori le mura cittadine, che ho scelto per l’ambiente confortevole e le ottime recensioni: non sono rimasta delusa, l’atmosfera era familiare e gli ospiti attenti e premurosi.

Villa Pambuffetti

Per preparare la mia visita ho consultato anche le notizie disponibili on line, e mi sento di consigliare questi siti internet:

  • La pagina dedicata a Montefalco sul portale turistico della Regione Umbria, www.umbriatourism.it
  • Il sito internet del Museo di San Francesco, www.museodimontefalco.it: per apprendere la storia degli affreschi di Benozzo Gozzoli consiglio di avvalersi della visita guidata, che va richiesta in biglietteria al momento dell’ingresso, e offre una panoramica sull’opera e sul suo contesto storico davvero approfondita ed esaustiva.
  • Il sito internet del turismo e della cultura a Montefalco, www.montefalcodoc.it
  • Il sito internet della Strada del Sagrantino, territorio cui Montefalco appartiene insieme a Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi: www.stradadelsagrantino.it

Alcune immagini di Montefalco:

Alcune immagini degli affreschi della chiesa di San Francesco (per una galleria più ampia rimando all’articolo dedicato):

I piatti degustati da Coccorone:

Mappa di Montefalco:

Provenza e Camargue da vedere

Dopo il mio viaggio in Provenza e Camargue, sono tornata a casa con il desiderio di tornare appena possibile in questa regione, per visitare ciò che non sono riuscita a raggiungere nel corso del mio primo tour.

Château d’If @ www.chateau-if.fr/

In particolare, memore delle mie suggestioni letterarie e cinematografiche, a Marsiglia vorrei fare una crociera all’isolotto di If: questo luogo è interamente occupato dallo Château che fra il 1634 e il 1872 fu utilizzato come prigione e accolse, nella finzione letteraria del romanzo di Dumas, il Conte di Monte Cristo.

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Vorrei inoltre compiere un giro per le architetture moderne e contemporanee della città: oltre al Mucem e alla Ville Mediterranée, vorrei vedere il Frac-Paca, centro di arte contemporanea realizzato su progetto dell’architetto Kengo Kuma e l’edificio della Cma (la maggiore società francese di armatori) progettato da Zaha Hadid. Ma soprattutto vorrei raggiungere la Cité Radieuse, edificio che fu progettato da Le Courbusier per ospitare, su diciassette piani, trecentotrentasette appartamenti in ventitré tagli diversi (in base alle differenti esigenze di differenti famiglie): si tratta di una vera e propria città autonoma verticale, che sul tetto ospita sculture e attrezzature ricreative.

Palais Longchamp @ www.marseilletourisme.fr

Fra i musei cittadini, non ho potuto visitare né il Musée d’Histoire de Marseille, che all’esterno mostra le antiche vestigia della città di Massalia ed è ospitato nel neorinascimentale e scenografico Palais Longchamp, né il Musée des Beaux Arts (situato nel medesimo Palais), che vanta opere di Corot, Daumier, Courbet, Millet, né il Musée Cantini (ora chiuso, riaprirà il 18 maggio), dedicato alla pittura del Novecento e in particolare al movimento surrealista che a Marsiglia, durante l’occupazione nazista di Parigi, concentrò la propria attività.

La vista del Vieux Port dalla camera dell’Hotel Belle Vue. Di fronte, Notre-Dame-de-la-Garde

Vorrei inoltre arrivare fino a Notre-Dame-de-la-Garde, che veglia la città dall’alto, e da dove il panorama dev’essere splendido e  percorrere la Corniche John-Fitzgerald Kennedy, che offre una bella vista sull’arcipelago di Frioul. Anche la stazione ferroviaria merita una visita, per lo scalone monumentale che la collega al boulevard d’Athènes e che ne ricorda la storia: inaugurato nel 1927, a suoi piedi si trovano due gruppi scultorei rappresentanti Le Colonie d’Asia e Le Colonie d’Africa, a testimonianza di un illustre e importante passato.

Fondation Vasarely @ www.fondationvasarely.org

Ad Aix en Provence, oltre ad esplorare con calma le vie del centro storico e scoprire i palazzi sei-settecenteschi che costeggiano il bel Cour de Mirabeau, vorrei tornare per ammirare i diciannove arazzi che sono ospitati nel Musée du palais de l’Archevêque e recarmi alla Fondazione Vaserely, che si trova subito fuori il centro, con numerose opere di questo artista che poco conosco.

Paul Cézanne. Toward Mont Sainte-Victoire (Vers la Montagne Sainte-Victoire), 1878–1879 @ www.barnesfoundation.org

Inoltre troverei suggestivo seguire il percorso contrassegnato dai chiodi dorati, con il nome di Cézanne, che sono disseminati nelle vie di Aix e che conducono ai luoghi legati alla vita di questo Maestro: Cézanne infatti nacque e trascorse gran parte della sua vita in questa cittadina, dove però le sue opere non sono rimaste. Si possono piuttosto visitare il suo Atelier, dove lavorò gli ultimi anni di vita, e il Terrain des Lauves, spianata sulla quale poggiava il suo cavalletto per ritrarre l’amata montagna Sainte-Victoire, oggetto di oltre settanta dipinti. Si può inoltre percorrere la Route Cézanne, itinerario automobilistico che conduce fino ai piedi della montagna, soffermandosi presso gli innumerevoli punti panoramici. L’ufficio turistico di Aix en Provence ha realizzato un depliant dedicato.

Châteauneuf-du-Pape @ www.chateauneuf-du-pape-tourisme.fr/

Ad Avignone tornerei in occasione del Festival di teatro, danza e musica che da alcuni decenni anima le vie cittadine e rappresenta una kermesse d’indiscutibile importanza in Europa: la 71° edizione si svolgerà quest’anno dal 6 al 26 luglio. Non sono inoltre riuscita a vedere né Musée Angladon, allestito in un hôtel particulier del XVIII secolo con opere di Van Gogh, Cézanne, Manet, Sisley, Degas, Modigliani, Derain, Picasso, né la Collection Lambert, ospitata nel settecentesco hôtel de Caumont, con pezzi e installazioni di Cy Twombly, Jean Michel Basquiat, Miroslaw Balka. Sarebbe inoltre interessante arrivare fino a Châteauneuf-du-Pape, dove si trova il castello – ormai in rovina – eretto dai papi avignonesi come dimora estiva. Ai piedi della loro magione i papi fecero piantare viti, tra cui si snoda un delizioso sentiero (Escapade au coer du vignoble de Châteauneuf du Pape), introducendo la viticoltura: tutt’oggi qui si produce uno dei più rinomati vini rossi di Francia.

Isle sur la Sorgue @ www.provenzafrancia.it

In aggiunta a ciò che ho già visto, vorrei fermarmi nel paesino di Isle sur la Sorgue, che sorge sugli isolotti formatisi attorno ai rami della Sorgue e che è caratterizzato dalle ruote idrauliche installate per far funzionare i laboratori tessili e cartari. Oggi ne sono rimaste sette, e rappresentano un elemento di attrattiva per questa cittadina che ha conservato intatta la sua atmosfera provenzale. Inoltre, questa città che già ospita numerose botteghe di antiquariato e modernariato, a Pasqua e a ferragosto diviene la capitale del settore grazie alla famosa Foire International Antiquités & Brocante, che richiama oltre un migliaio di venditori, appassionati d’antiquariato e semplici curiosi.

Pont du Gard @ www.pontdugard.fr

Lungo il tragitto da Avignone ad Arles vorrei tornare ad ammirare il Pont du Gard, testimonianza del maestroso acquedotto che fu costruito dai romani nel 19 a.C. per condurre l’acqua dalla val d’Eure fino a Nîmes. La struttura cadde in disuso già nel VI secolo, ma ne resta questo magnifico ponte sviluppato su tre ordini di arcate per un’altezza di 49 metri e una lunghezza di 275. Una struttura imponente che è giustamente riconosciuta dall’Unesco quale patrimonio dell’umanità.

Fondation Van Gogh @ www.artribune.com

Ad Arles vorrei tornare in occasione del Festival della fotografia, chiamato Les Rencontres de la photographie, che offre mostre organizzate in ogni luogo della città: quest’anno si terrà dal 2 luglio al 23 settembre. Vorrei inoltre visitare la Fondation Van Gogh, inaugurata nel 2014 e sede di mostre temporanee, e la nuova torre realizzata da Frank O. Gehry – parte di un complesso più ampio, in un’area industriale dismessa destinata a diventare un “campus del design” – la cui inaugurazione è prevista per quest’anno.

Oltre ai ristoranti in cui sono già stata, quelli consigliatimi dalla padrona di Villa M e che segnalo sono:

L’affenage, 4 rue Molière
La mule blanche, 9 rue du Président Wilson
Le galoubet, 18 rue du Dr. Fanton
Au brin de Thym, 22 rue du Dr. Fanton
Le jardin de Manon, 14 Av. Des Alyscamps
Le refectoire, Parc des Ateliers SNCF

Parco della Camargue, Étang de Vaccarès

In Camargue, come già accennato, vorrei compiere un’escursione in bicicletta lungo i sentieri bianchi di questo splendido parco, arrivando dove l’auto è bandita. Dal sito internet dell’Ufficio del Turismo di Arles, davvero ben fatto e ricco di contenuti, è possibile scaricare le mappe di alcuni itinerari proposti, tra cui quello dei fenicotteri rosa e del sale, quello della Digue à la mer, quello da Salin-de-Giraud fino a Port-Saint-Louis-du-Rhône: uno più bello dell’altro!

 

Pasqua in Provenza e Camargue: arte, natura e buona cucina

Il Palazzo dei Papi ad Avignone

Con la Pasqua alle porte (quest’anno cadrà il primo aprile) chi potrà concedersi qualche giorno di vacanza potrebbe scegliere un viaggio in Provenza e Camargue. Ho fatto questo viaggio l’anno scorso, e lo consiglio sia perché tra marzo e maggio il clima qui è splendido, sia perché in occasione della Pasqua sono tantissime le iniziative e le feste che vengono tradizionalmente organizzate. I musei inoltre non risentono di nessuna chiusura per le festività e, anzi, sono quasi tutti aperti.

Vieux Port di Marsiglia al mattino

Premetto, prima di passare alla descrizione del viaggio, che si è trattato di un tour molto intenso, che ha escluso ben poco: l’ho organizzato proprio così, per avere la possibilità di vedere più cose possibili, e farmi un’idea precisa di cosa merita un ulteriore successivo viaggio.

Venerdì – MARSIGLIA

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Partendo in aereo sono giunta a Marsiglia, dove all’aeroporto ho noleggiato un’auto che ho utilizzato per il mio giro. Il primo giorno l’ho dedicato alla visita – purtroppo breve, ma sufficiente per alimentare il desiderio di tornarci con calma – di questa città. Con poco tempo a disposizione ho preferito concentrarmi sulla zona del Vieux Port, che si gira comodamente a piedi, arrivando fino al Mucem e alla Ville Mediterranée: il primo è il Museo delle Culture del Mediterraneo, unito al Fort Saint Jean da una passerella pedonale, ed è dedicato ad illustrare gli aspetti che identificano il mondo mediterraneo. Ai problemi e alle tematiche “mediterranee” sono dedicate le mostre temporanee ospitate nell’attigua Ville Mediterraneé.

La Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur

Entrambi i complessi, che spiccano per le loro architetture moderne, hanno riqualificato l’area a nord del Vieux Port e consentono una bella passeggiata lungomare. Costeggiando la Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur – che fra 1852-93 sostituì la precedente risalente all’XI secolo – mi sono poi addentrata nel quartiere di Le Panier, verace e molto poco turistico. Esso sorge sul luogo dove i focesi fondarono Massalia e in mezzo alle sue pittoresche viuzze di trova la Vieille Charité, che fu ospizio della carità fra il 1671 e il 1749: è una bella costruzione articolata su un cortile centrale con una cappella di forma ovale.

Concept Store ne Le Panier

Trovandomi in questa città è stato impossibile non comprare del sapone a base di olio d’oliva: da Fer à Cheval vendono l’unica marca ancora prodotta a Marsiglia (le altre produzioni sono state tutte delocalizzate in paesi limitrofi, in particolare a Salon). Ho sostato nella bottega di Escoffier per ammirare i tradizionali Santons, statuine del presepe provenzale che furono create nel corso della Rivoluzione francese – quando le chiese vennero chiuse – per consentire a tutti di allestire un presepe nella propria abitazione.

Bouillabaisse Chez Michel

A cena mi sono concessa la tipica bouillabaisse, la zuppa di pesce marsigliese cucinata per ore a fuoco basso (da qui il suo nome), e ho scelto il Restaurant Chez Michel per questa occasione: l’ho trovata deliziosa, ricca di sapori, colori e profumi! Ho infine pernottato all’Hotel BelleVue, situato proprio nel vecchio porto, con una camera con vista sulle barche ormeggiate e la ruota panoramica alla mia destra: una vista stupenda, che mi ha permesso di godere del panorama durante tutto il trascorrere della giornata. La scelta è valsa la pena, nonostante la camera fosse a un piano elevato e l’albergo privo di ascensore. Segnalo inoltre che al primo piano l’hotel ha un grazioso bar e ristorante, dove gli ospiti possono fare colazione, chiamato La Caravelle.

Una galleria di immagini sintetizza la mia giornata

Il porto di Cassis

Sabato – CASSIS, LA CIOTAT, AIX EN PROVENCE, CHÂTEAU LA COSTE

Ho preso l’auto e sono arrivata al piccolo e vivace porto di Cassis. Ho deciso di compiere un’escursione in battello, della durata di un’ora, per ammirare dal mare cinque calanchi del Parc National des Calanques, caratterizzato da alte scogliere che si gettano a strapiombo fra le onde, in mezzo a una vegetazione mediterranea. La visita, organizzata dalla locale compagnia dei battellieri, è valsa davvero la pena: non è stato necessario compiere alcuna prenotazione perché le imbarcazioni partono continuamente, e si può scegliere la durata dell’escursione in base al numero di calanchi che si desidera raggiungere.

Calanchi de L’Oule

I calanchi si possono ammirare anche dall’alto, percorrendo i numerosi sentieri che si costeggiano: nel parco infatti si snodano vari percorsi trekking, da 3 a 5 ore di cammino, ma questa soluzione avrebbe richiesto tempo che non avevo. Se dovessi tornare, mi piacerebbe fare alcune di queste passeggiate.

Pesce da “Nino”

Tornata nel porticciolo ho pranzato da “Nino”, ristorante gestito da una coppia di italiani, affacciato sul viavai delle barche: lo consiglio, oltre che per la vista, per l’atmosfera familiare, accogliente e cortese, per la freschezza del pesce e la cura della cucina. Dopo pranzo ho ripreso l’auto e ho compiuto un percorso spettacolare, che parte da Cassis e fiancheggiando i calanchi giunge fino a La Ciotat: la strada, Route des Crêtes, svela punti panoramici da vertigine, sia per la bellezza del panorama, sia per l’altezza dei luoghi di osservazione in cui è possibile sostare.

La Route des Crêtes

Non ci sono riuscita, ma avrei voluto soffermarmi a La Ciotat per sostare davanti al Cinema Eden, rinnovato nel 2013, che vanta meritoriamente il titolo di più antica sala cinematografica al mondo, ancora in attività: qui infatti furono proiettati i primi cortometraggi dei Fratelli Lumière, girati in questa piccola cittadina grazie alla straordinaria qualità della luce: tra di essi, il cortometraggio del treno che arriva in stazione – la piccola “gare” de La Ciotat! – definito “premier film d’épouvante de l’histoire du cinéma”.

Saint Sauveur

Mi sono diretta verso Avignone, e sulla strada mi sono fermata ad Aix en Provence, che avrebbe meritato almeno un giorno intero di visita e che invece è stata l’occasione per una passeggiata nel centro (affollatissimo!), per un caffè e una madeleine che non dimenticherò nella vita. Andando con ordine, ho parcheggiato in uno dei parcheggi sotterranei che con grandissima utilità circondano il centro storico, e percorrendo il bel Cour Mirabeau fiancheggiato da platani mi sono avviata a piedi verso il centro storico, che mantiene ancora il suo impianto medievale. Addentrandomi nelle sue stradine sono arrivata fino alla piazza dell’Hôtel de Ville, edificio seicentesco accanto al quale si trova la torre dell’orologio, sostenuto dalla porta dell’antica cinta muraria medievale.

Madeleines chez Christophe

A pochi passi si trova la Cattedrale di Saint Saveur, che mescola stili diversi e racconta la storia – dal IV secolo fino al Seicento – che ne ha determinato l’aspetto attuale: il suo battistero è paleocristiano, la facciata è gotica, l’interno è romanico con interventi cinquecenteschi… Meritano la visita le ante delle porte di ingresso – generalmente chiuse da controporte – che sono aperte solo nel periodo di Pasqua: sono un capolavoro di scultura tardo-gotica ad opera di Jean Guiramand. Lungo rue Gaston de Saporta mi sono fermata di fronte al bancone di una pasticceria, che sfornava esclusivamente madeleines, e ne ho comprato un sacchetto: calde, profumatissime, deliziose, non le scorderò mai. La pasticceria, che affaccia sulla strada con un’unica vetrina-bancone, si chiama Christophe.

Château La Coste, Tadao Ando, Centre d’Art

Ripartita da questa cittadina, di cui inevitabilmente mi è rimasto il desiderio di tornare con calma, mi sono recata alla tenuta vitivinicola Château La Coste, situata nella campagna di Le Puy-Sainte Réparade, perché vanta una straordinaria raccolta d’arte contemporanea. Non ho avuto il tempo per compiere il giro di tutta la tenuta, disseminata di opere d’arte e capolavori di architettura, perché esso richiede almeno due ore, ma ho ammirato le opere situate nei pressi del centro visite – progettato da Tadao Ando – e la mostra temporanea di Ai Weiwei, “Mountains and Seas” che nell’occasione era stata allestita nello spazio delle esposizioni temporanee.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Fra le opere immediatamente riconoscibili, ho ammirato le sculture di Alexander Calder, Hiroshi Sugimoto, Louise Bourgeois; inoltre, le cantine progettate da Jean Nouvel, il teatro all’aperto di Frank Gehry, un padiglione ipogeo appena realizzato da Renzo Piano. La tenuta ha anche una terrazza caffè e ristorante all’aperto, in un pittoresco giardino, che lusinga la sosta e invita al riposo.

Al termine della giornata sono infine arrivata ad Avignone, dove avevo prenotato una camera con vista sul Palazzo dei Papi presso l’hotel Palais des Papes. La camera era un po’ angusta, ma la vista davvero impagabile.

Qualche immagine racconta quel che ho visto.

Grande Cour del Palazzo dei Papi

Domenica – AVIGNONE

Ho dedicato la domenica di Pasqua alla visita di Avignone, dove nonostante la festività (grazie ad essa!) tutto era aperto. Dopo una giornata in movimento, è stato piacevole lasciare la macchina e passeggiare fra le mura e le vie di questa città ricca di storie. Come prima visita, ho dedicato la mattina e il primo pomeriggio al Palazzo dei Papi, dove risiedettero i papi durante la “cattività avignonese”: Giovanni XXII, Benedetto XII (che fece abbattere il vecchio palazzo episcopale e cominciò la ventennale costruzione di quello che oggi ammiriamo), Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V.

Cappella Clementina

La maestà degli ambienti, oggi – tranne pochissime eccezioni – quasi completamente spogli, lasciano intuire lo splendore e la magnificenza del palazzo nel corso del Trecento, e lo sfarzo che la corte papale si concedeva. Le vicende successive, che videro questa magnifica struttura subire danni gravissimi nel corso della Rivoluzione Francese e infine la sua trasformazione in caserma, segnano quasi un amaro contrappasso, e rendono il recupero del patrimonio pittorico un dono prezioso e inaspettato. Per visitare il Palazzo avevo acquistato il biglietto on line, per evitare inutili code in biglietteria e perdite di tempo prezioso. Consiglio caldamente l’audioguida, che viene fornita a pagamento all’ingresso, e che costituisce un utile aiuto alla visita, anche se l’apparato didascalico lungo il percorso – costituito sia da pannelli testuali sia da immagini e video – è assai ricco e dettagliato.

Vista dal tetto del Palazzo verso Place du Palais e i tetti di Avignone: a destra l’Hôtel des Monnais e a sinistra la torre dell’orologio

Al termine della visita mi sono rifocillata nella piccola caffetteria (che sconsiglio nelle ore di punta del pranzo) situata sul tetto del palazzo, da cui si gode una bella vista sulla città sottostante. Il riposo è stato prezioso per poter affrontare il resto della giornata.

Dopo una veloce visita della chiesa di Notre-Dame-des-Doms, situata accanto al Palazzo dei Papi, e una passeggiata nei soprastanti giardini della terrazza del Rocher des Domes (da cui si vede – al di là del Rodano – l’abitato di Villeneuve-lès-Avignon e il Fort Saint André che lo sovrasta), mi sono recata al Musée du Petit Palais, ospitato nell’ex palazzo episcopale.

Musée du Petit Palais, collezione

Il Museo custodisce la Collezione Campana di Cavelli, che dopo essere stata dispersa tra il Louvre e altri musei francesi, è stata infine qui riunita nelle sue oltre trecento opere di pittura italiana del XIII-XVI secolo. Tra le opere, dipinti di Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Gherardo Starnina, Sandro Botticelli, Ridolfo Ghirlandaio, Vittore Carpaccio, Marco Palmezzano.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant – dettaglio

Il percorso di visita consente di comprendere l’importanza della pittura italiana in terra francese, grazie alle opere e ai maestri che si recarono presso la corte papale per abbellirne i palazzi: fra di essi, Simone Martini, che realizzò alcuni affreschi nella Cattedrale (andati quasi completamente perduti) e che qui morì nel 1344.

Le Pont de Saint Bénézet

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla visita del Pont Saint Bénézet, di cui ho appreso la storia grazie all’audioguida e che ho percorso lungo le sue quattro arcate superstiti, memoria di un ben più ambizioso monumento che osò sfidare le correnti del Rodano per una lunghezza di ben ventidue campate, oltre novecento metri, venendo distrutto e ricostruito più volte, fino al 1669. Del suo approdo in terra di Francia (il ponte era la frontiera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Francia) rimane oggi la Tour de Philippe-le-Bel, innalzata tra il 1293 e il 1307 per vigilarne l’accesso.

Palazzo dei Papi e mura dal Pont de Saint Bénézet

Sulle arcate del ponte ho sperimentato la forza del mistral, il vento che soffia sulla Provenza e rende i suoi cieli talmente tersi da rimanere impressi nella memoria. La luce di questi luoghi, che sedusse pittori e artisti richiamandoli qui, è così limpida grazie al mistral che, si dice ma posso testimoniarlo personalmente, può soffiare per giorni in modo furioso ed è capace di indurre alla pazzia. Dalle sponde del fiume si ammira parte della cinta muraria che ancora oggi circonda Avignone per oltre quattro chilometri, completa di torri e merlature.

Opéra di Avignone

Una volta tornata al suo interno, ho passeggiato per il centro storico soffermandomi in Place de l’Horloge, piena di caffè con i tavolini all’aperto su cui affacciano l’Hôtel de Ville e l’Opéra, e mi sono addentrata per le vie fino alla chiesa di Saint Pierre, alla chiesa di Saint Didier e infine alla suggestiva Rue des Teinturiers, dove si trovavano le botteghe dei tessitori e lungo l’acciottolato un canale d’acqua faceva correre ruote idrauliche a pale, ancora oggi in funzione.

Rue des Teinturiers

All’estremità della via sorgeva il Couvent des Cordeliers in cui venne sepolta la Laura amata dal Petrarca, struttura che venne demolita in occasione dell’annessione di Avignone alla Francia rivoluzionaria: è sopravvissuto il solo campanile a tramandarne la memoria. Ho concluso la giornata con la cena, per la quale mi sono recata presso L’Epicerie, nella pittoresca place Saint Pierre: un locale piccolo, ma molto accogliente, con una buona cucina e un servizio attento. Lo consiglio.

Qui il racconto fotografico della giornata.

Villeneuve-lès-Avignon, Tour de Philippe-le-Bel

Lunedì – VILLENEUVE-LÈS-AVIGNON E ARLES

Al mattino ho ripreso l’auto, e prima di dirigermi verso Arles ho fatto una breve sosta a Villeneuve-lès-Avignon, per ammirare la Tour de Philippe-le-Bel, ultima vestigia superstite – da questa parte del Rodano – del Pont Saint Bénézet, e il Fort Saint André, le cui mura possenti vigilavano sulla città dei papi.

Quindi mi sono diretta verso Arles, che in quei giorni stava festeggiando la Feria di Pasqua. Si tratta del primo appuntamento della tauromachia francese che si celebra ogni anno nel periodo pasquale (nel 2018 si terrà dal 30 marzo al 2 aprile): la città si riempie di persone che vengono ad assistere alle “couses camarguaises”, corse dei tori organizzate nei suoi boulevards e alla corrida, che si svolge a Les Arènes, l’antico anfiteatro romano che, per questo suo ancora attuale utilizzo, può essere considerato la plaza de toros più antica al mondo.

Arles, place de la République: a destra Saint Trophime, a sinistra l’Hôtel de Ville

Inoltre vi sono concerti di musica e danza, spettacoli, rievocazioni in costume, stands gastronomici e mercatini di artigianato artistico. Un vero pandemonio di colori, musica, odori, davvero imperdibile. Io avevo prenotato una camera presso Villa M, Maison d’hôtes sul Boulevard Clémenceau, affacciata sugli stands e sulla course camarguaise: una villa elegante collocata ai margini della festa ma che ha garantito anche il necessario silenzio notturno e, ancor più importante, un parcheggio riservato, in quei giorni altrimenti introvabile.

Arles, Alyscamps, Viale dei sarcofagi

Appena sono arrivata ad Arles ho visitato il cimitero degli Alyscamps, una delle necropoli più celebri d’Europa, ricordato anche da Dante nel IX canto dell’Inferno. Il divino poeta così descrive la città di Dite, punteggiata di sepolcri aperti: “Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, / sì com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna, /
fanno i sepulcri tutt’il loco varo“, ricorrendo all’immagine delle arche custodite presso gli Alyscamps di Arles. L’attuale sistemazione, risalente al XVII secolo, rispecchia il gusto romantico, e permette di passeggiare in un viale alberato in cui sono allineati i sepolcri, fino a giungere alla chiesa di Saint Honorat, che custodisce alcuni sarcofagi carolingi. Il luogo e il suo fascino decandente sedussero anche Van Gogh, che vi dedicò alcuni quadri.

Vincent Van Gogh, Vallende bladeren (Les Alyscamps), c. 1 November 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Ad Arles l’artista arrivò nel febbraio del 1888 e vi trascorse quindici mesi, vivendo nella Casa Gialla che sorgeva in Place Lamartine: arrivò in questa cittadina della Provenza attirato dalla sua luce, e visse il periodo artistico più prolifico della sua vita, realizzando trecento opere. Sognava di fondare l’Atelier du Midi, una comunità artistica che però rimase solo un sogno: l’unico amico che lo raggiunse fu Gauguin, che vi trascorse due mesi prima di andarsene, per niente sedotto dalla città e dal suo fascino e a seguito di un violento alterco dovuto all’irritazione e ai contrasti per il carattere e le abitudini di vita di Van Gogh. Anche Gauguin dedicò un’opera a Les Alyscamps, un quadro che è possibile ammirare al Musée d’Orsay.

La chiesa e il chiostro di Saint Trophime

Per pranzo mi sono fermata a Le bistrot A Côté, consigliatomi dalla proprietaria di Villa M, che proponeva un menù speciale in occasione della Feria, quindi ho visitato la cattedrale di Saint Trophime, che nel 1178 ospitò l’incoronazione di Federico Barbarossa (nonno di Federico II di Svevia). Il portale in facciata merita un’attenta osservazione, perché è una splendida opera romanica, e prelude alla meraviglia che si trova di lì a pochi passi, il chiostro.

Statua della Madre-Chiesa

Costruito in due fasi differenti (le gallerie est e nord sono romaniche, realizzate nel XII secolo, mentre quelle ovest e sud sono gotiche e risalgono al XIII-XIV secolo), presenta capitelli e pilastri ornati con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, storie della vita di San Trofimo ed episodi della tradizione cattolica provenzale.

Alle 16,30 sono entrata nell’anfiteatro romano, perché l’unica possibilità per visitarlo era assistere alla corrida che vi si svolge in occasione della Feria di Pasqua.

L’anfiteatro (Les Arènes) – l’attesa per l’inizio della corrida

Avevo comprato il biglietto con largo anticipo sul sito ufficiale, in una posizione soprelevata in modo da ammirare il complesso e il suo sviluppo architettonico nel corso dei secoli: la struttura è infatti in ottime condizioni, e le torri che svettano sul suo coronamento superiore ne ricordano la conversione in fortezza militare avvenuta nel corso del Medioevo.

La sfilata iniziale

A suo interno successivamente si sviluppò un abitato, secondo una prassi comune nei confronti di simili luoghi (basti pensare all’insediamento medievale che si sviluppò a Roma sulle fondamenta del Teatro di Balbo), costruzioni che qui però vennero demolite a partire dal 1825 per consentire il totale ripristino dell’architettura romana. La corrida è stata inaugurata da un corteo composto dalle varie figure coinvolte e poi ha visto la “liberazione” del toro nell’arena. Inizialmente attirata da più toreri, quindi ferita da un picador a cavallo, la povera bestia è stata subito attirata dal capote del torero, con cui ha iniziato una macabra danza di cui ho assistito solo alla prima parte: era troppa per me la tensione sia nei confronti del toro, sia nei confronti del matador. Dei tre toreri che partecipavano a questa manifestazione, qualche mese fa ho appreso della morte di uno, Ivan Fandino, incornato nel giugno scorso in un’arena simile a questa. Uscita anzitempo dallo spettacolo, ho dedicato il secondo pomeriggio alla visita della città, del teatro romano (a differenza di questo, in cattivo stato di conservazione), di Notre-Dame-de-la-Major, di Place du Forum, delle Thermes de Costantin.

Le Criquet. L’aïoli provenҫal du Criquet: morue pochée, legumes, fruits de mer e aïoli

Ho concluso l’intensa giornata cenando da Le Criquet, un piccolo ristorante gestito da ragazze estremamente gentili, con una cucina tipicamente locale, piatti ottimi preparati e presentati con grande attenzione. Anch’esso mi era stato consigliato dalla proprietaria della mia Maison d’hôtes.

Tutte le fotografie della mia giornata in questa pagina.

Arles, Pont de Langlois

Martedì – AIGUES-MORTES E CAMARGUE

Sono ripartita di buon mattino dopo l’ottima colazione preparatami a Villa M, con prodotti di filiera corta e prelibatezze casalinghe, soffermandomi presso il ponte di Langlois, situato subito fuori Arles, immortalato varie volte da Van Gogh.

Vincent Van Gogh, Brug te Arles (Pont de Langlois), mid-March 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Mi sono quindi diretta in Camargue, cominciando dalla visita di Aigues-Mortes. Qui giunta, mi sono arrampicata sulla cinta muraria, che nel suo sviluppo rettangolare (300×500 metri) è del tutto percorribile e consente di ammirare i tetti della cittadina che vi è racchiusa. Tutto il borgo sorse per volere di Luigi IX, poi San Luigi dei francesi, che fece costruire il porto, il canale e l’abitato per raccogliere le barche in partenza per la VII crociata: si tratta di una storia che merita il suo approfondimento. I suoi successori , Filippo III e Filippo il Bello fecero innalzare la cinta muraria che si è conservata pressoché intatta fino ad oggi.

Camminamento delle mura sud: a destra la salina, a sinistra la città

Il camminamento riserva panorami indimenticabili, in particolare il lato sud, che si rivolge alle lagune e alle cangianti saline, e la terrazza della Torre di Costanza, che da 32 metri di altezza permette di osservare nel suo sviluppo il canale del Rodano. Dopo aver esplorato i bastioni della cinta muraria sono scesa fra le abitazioni, ancora disposte secondo un ordinamento a scacchiera, e ho visitato la chiesa di Notre-Dame des Sablons (risalente al 1246-1248) e place Saint Louis.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle verso la Digue à la Mer

Ho ripreso l’auto e mi sono diretta con risoluzione verso gli stagni della Camargue, per godere dell’ultima meraviglia del mio viaggio. Ho percorso l’unico tragitto consentito con l’auto (la maggior parte dei percorsi sono permessi, giustamente, solo a piedi o in bicicletta), costeggiando l’Étang de Vaccarès fino ad incrociare il sentiero per il faro de la Gacholle sui bordi dell’Étang du Fangassier.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle

Lungo il viaggio mi sono soffermata in tutti i punti panoramici che si aprivano dinanzi a me, ammirando la varietà di paesaggi, vegetazione, specie animali che si offrivano alla mia vista. Infine presso l’ Étang du Fangassier ho avuto la sorpresa dei fenicotteri rosa in volo, quasi immobili nell’affrontare un mistral che qui soffiava fortissimo. Lo stagno du Fangassier è il solo sito francese di riproduzione dei fenicotteri, e custodisce una delle più grandi colonie del Mediterraneo occidentale. Lo spettacolo, posso dirlo senza retorica, è stato un’emozione fortissima.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle, fenicotteri in volo da l’Étang du Fangassier

Prima di ripartire ho espresso il desiderio di tornarci, per raggiungere in bicicletta i luoghi dove non sono potuta arrivare, sperando magari di giungervi in giorni in cui il mistral non soffi troppo violentemente, perché qui è capace di gettare a terra chiunque e rendere i movimenti una vera fatica.

Salin-de-Giraud

Salita in auto mi sono recata presso Salin-de-Giraud, dove poco oltre l’abitato si distendono le saline dai tipici colori rosa dovuti alla presenza dell’alga Dunaliella salina, e qui ho preso il traghetto Bac de Barcarin che mi ha consentito di attraversare il Rodano e giungere sulla sponda di Port-Saint-Louis-Du-Rhône, posto sulla strada che mi ha ricondotto all’aeroporto di Marsiglia.

Qualche fotografia ricorda la mia ultima giornata di viaggio.