Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

Altre immagini:

Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

Altre immagini:

Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

Altre immagini:

Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

Altre immagini:

Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

Una gita nel Chianti, attorno a Gaiole e Radda, fra borghi fortificati, vino, arte

Vertine le colline circostanti
Le colline circostanti il castello di Vertine

Con una bella giornata a disposizione consiglio una gita nel Chianti attorno a Gaiole e Radda, per passeggiare in antichi borghi, degustare vini famosi in tutto il mondo, ammirare opere d’arte e approfondire la storia millenaria di questi luoghi. Quel che ho compiuto e suggerisco è solo un assaggio, un invito a organizzare nuove gite in un territorio ricchissimo di tesori da scoprire, dove il passato testimonia un’eccellenza e una qualità da custodire e ricercare.

Vertine, il torrione all'ingresso
Vertine, il torrione all’ingresso

Una delle tappe è senz’altro il castello di Vertine, che conserva ancora oggi il suo impianto medievale all’interno della cinta muraria di forma ellittica. Le prime testimonianze di questo insediamento risalgono a prima dell’anno Mille. Dal 1100 fu proprietà dei Ricasoli, che ribellatisi alla Repubblica fiorentina vennero assediati e infine costretti alla resa. All’epoca delle guerre aragonesi (1452-1483) era abitato dalla stessa famiglia, divenuta nel frattempo commissaria nel Chianti per la Repubblica, e divenne centro d’importanza strategica per il controllo del territorio.

Il paesaggio attorno a Vertine
Il paesaggio attorno a Vertine

La vista che se ne ha giungendo dalla strada è davvero suggestiva, di borgo fortificato circondato dalla campagna e dai vigneti. Vi si accede entrando dalla porta fiancheggiata da un alto torrione in pietra alberese. Le costruzioni sono quasi tutte originarie, e tra di esse si riconosce la pieve di San Bartolomeo, ricostruita in forme neoromaniche intorno al 1930.

L'arrivo alla Badia a Coltibuono
L’arrivo alla Badia a Coltibuono

Nei pressi di Vertine si trova la Badia a Coltibuono, risalente anch’essa a prima del Mille, quando era un piccolo oratorio. Restaurato e ingrandito, venne trasformato in abbazia nel 1037 e divenne possesso dei monaci benedettini vallombrosani, che ne amministrarono il territorio e i beni per oltre settecento anni. Molti furono i beni che le vennero assegnati e le elargizioni nel corso dei secoli, tanto che il monastero divenne padrone di un vasto patrimonio, con giurisdizione sopra molte chiese.

Badia a Coltibuono, la torre campanaria
Badia a Coltibuono, la torre campanaria

Come racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario”, l’abbazia riceveva e amministrava copiose entrate, tante da venir assegnata in commenda abbaziale a diversi illustri prelati, tra cui il cardinale Giovanni dei Medici, divenuto papa Leone X. Nel 1810, quando sotto il dominio napoleonico i beni vennero espropriati e i monaci cacciati, il monastero conservava ancora diversi poderi, mulini, palazzi e case.

Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno
Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno

In quell’anno venne soppresso e venduto all’asta; tutt’oggi è proprietà privata. Accanto alla chiesa, che conserva le sue forme romaniche, svetta una torre campanaria forse risalente al XII-XIII secolo. Tutta la costruzione è immersa in un bosco di pini e abeti, e sotto di essa si distende un prato verde che conduce lo sguardo alla profonda vallata sottostante, dove l’occhio giunge ad ammirare il Valdarno.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista" - dettaglio
Castello di Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista” – dettaglio

A poca distanza si trova un altro borgo, Ama, i cui abitanti si sono dedicati per secoli alla cura del territorio e alla coltivazione della vite e del vino. Oggi molti edifici dell’antico paese sono divenuti proprietà dell’azienda vinicola Castello d’Ama, che produce un Chianti Classico famoso in tutto il mondo. Un ulteriore elemento di attrazione è la passione per l’arte contemporanea, sì che i luoghi dedicati al vino e gli spazi degli antichi edifici ospitano opere site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Daniel Buren, Hiroshi Sugimoto… Alla visita di questo luogo, dove l’amore per l’enologia e per il paesaggio si accompagna alla commissione di opere d’arte, ho dedicato questo articolo.

Volpaia, piazza
Volpaia, piazza

Spostandosi verso Radda in Chianti e superandone il borgo si giunge a Volpaia, castello le cui mura, le torri e il cassero sono ancora ben visibili. Risalente all’IX secolo, venne costruito dall’omonima famiglia fiorentina, che nel Rinascimento dette i natali ad eruditi come Lorenzo della Volpaia, amico di Leonardo da Vinci. Sorge sul crinale che divide la terra di Firenze da quella di Siena, e nel corso del Quattrocento subì le conseguenze della lotta tra le due Repubbliche, venendo più volte preso d’assedio e conquistato. Una situazione che cambiò completamente con il declino e infine, nel 1555, con la caduta della potenza senese, che viceversa inaugurò un lungo periodo di pace per il territorio chiantigiano.

Volpaia, il cartello del borgo
Volpaia, il cartello del borgo

All’interno del borgo, dove è piacevole passeggiare respirando un’atmosfera di altri tempi, si ammirano la chiesa di San Lorenzo e la chiesa-torre di Sant’Eufrosino, oltre ad alcune torri dell’antica fortificazione e tratti delle mura originarie, nonché resti di costruzioni medievali poi trasformate in abitazioni.

Dove mangiare: a Volpaia è divertente sostare al Bar-Ucci, gestito dalla proprietaria, la simpatica ed estroversa Paola Barucci. La sorella Carla gestisce il vicino ristorante La Bottega. Per mangiare affacciati sulle verdi colline consiglio l’enoteca con cucina di Castello di Ama, Il Ristoro, dove lo chef prepara piatti a chilometro zero con i prodotti dell’orto.

Vertine, scorcio
Vertine, scorcio

In tutti i casi consiglio vivamente la prenotazione, soprattutto nel fine settimana.

Per le notizie relative alla Badia a Coltibuono mi sono avvalsa anche delle informazioni riferite da Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” redatto e pubblicato tra il 1833 e il 1846, consultabile nell’edizione riferita al Chianti Classico edita da Libreria Editrice Fiorentina nell’anno 2000.

Mappa dei luoghi:

La cappella Baglioni nella Collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello, capolavoro del Pinturicchio

Pinturicchio, L'adorazione dei pastori e l'arrivo dei Magi
L’adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi

Gli affreschi della Cappella Baglioni nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello furono commissionati a Pinturicchio da Troilo Baglioni, esponente della potente famiglia che aveva governato la cittadina sin dal 1386, e vennero eseguiti dal maestro perugino tra il 1500 e il 1501. L’ambiente, a base quadrangolare coperto da una volta a crociera, ospita un programma iconografico incentrato sul tema delle Storie di Maria e dell’infanzia di Gesù. Il pavimento, di notevole fattura, risale al 1566 ed è rivestito da mattonelle in ceramica realizzate nella vicina cittadina di Deruta, famosa per le sue maioliche decorate.

Pinturicchio, volta della cappella
Volta della cappella

Gli affreschi del Pinturicchio si estendono sulla volta, dove nei quattro spicchi si trovano le rappresentazioni delle Sibille – Tiburtina, Eritrea, Europea, Samia – sedute in trono e profetizzanti la venuta di Cristo, e sulle pareti, che mostrano tre episodi della vita di Cristo: sulla parete di fondo l’Adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi, a sinistra l’Annunciazione con l’autoritratto dell’artista, a destra la Disputa con i Dottori nel Tempio.

Pinturicchio, Annunciazione - dettaglio rappresentante il borgo di Spello
Annunciazione – dettaglio rappresentante il borgo di Spello

Accanto agli episodi principali, che occupano il centro della scena, Pinturicchio raffigura altri momenti e circostanze disponendoli di lato, nell’ampio paesaggio circostante, secondo un gusto per l’aneddotica e la rappresentazione della vita quotidiana che abbonda di particolari, dettagli, attenzione alle capigliature e alle vesti, e grande passione per gli elementi decorativi, floreali, vegetali. Ad esempio sullo sfondo dell’Annunciazione è rappresentata la campagna e il borgo di Spello, e di fronte a un’osteria sono raffigurati un prelato e un gentiluomo circondanti da alcuni servitori; nell’Adorazione sulla destra compare un gruppo di armati, con un soldato recante lo scudo con lo stemma dei Baglioni, mentre sullo sfondo vi è una città rinascimentale che si affaccia su uno specchio d’acqua e due contadini spingono su di un ponte un restìo asinello; di fronte al tempio della Disputa vi sono mendicanti e storpi, mentre sulla destra da una forca pende un impiccato.

Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio - dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)
Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio – dettaglio di Troilo Baglioni (con la veste nera) e Pietro di Ercolano Ugolini (con la borsa di monete)

Fra i personaggi che assistono alla disputa si notano Troilo Baglioni, il committente dell’opera, che indossa una veste nera che lo qualifica come protonotaro apostolico, e Pietro di Ercolano Ugolini, camerlengo della collegiata, che porta un sacchetto contenente delle monete, probabilmente il compenso di Pinturicchio per l’esecuzione degli affreschi. Ogni scena inoltre è inserita in una finta architettura, che spartisce lo spazio con una struttura a pilastri dipinti e archi a tutto sesto, all’interno della quale si svolgono gli episodi raffigurati in fuga prospettica, dando all’osservatore l’illusione di trovarsi in un ambiente a croce greca con i bracci aperti verso l’esterno. Il gusto per questa disposizione si manifesta pienamente nel riquadro dell’Annunciazione, che rappresenta l’incontro tra l’Angelo e la Vergine all’interno di un loggiato rinascimentale: le volte e i pilastri dell’ambiente ripetono la finta architettura che incornicia la scena.

Annunciazione - dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca
Annunciazione – dettaglio del loggiato rinascimentale con il motivo della grottesca

Sul fronte dei pilastri e sui costoloni della volta si sviluppano meravigliose grottesche: Pinturicchio era un appassionato studioso dell’antico, ed ebbe il merito di utilizzare per primo questo motivo ammirato sulle pareti della Domus Aurea di Nerone – scoperta in quel periodo sul Colle Oppio – anticipandone la moda degli anni successivi. Per queste sue caratteristiche rimando all’articolo che ho dedicato alle opere “romane” di Pinturicchio (realizzate prima della Cappella Baglioni, dal 1477 al 1500 circa) e al post dedicato al Duomo di Siena (dove fra il 1503 e il 1508 il Maestro affrescò la stupefacente Libreria Piccolomini).

Annunciazione - dettaglio dell'autoritratto di Pinturicchio
Annunciazione – dettaglio dell’autoritratto di Pinturicchio

Nella parete destra del loggiato dell’Annunciazione si trova un dipinto appeso, che non è altro che l’autoritratto di Pinturicchio, che si rappresenta con il volto di tre quarti e l’iscrizione dedicatoria “+ Bernardinvs + Pictoricivs Pervsinvs +”. Fra le scene della cappella Baglioni e le precedenti imprese di Pinturicchio si notano alcuni richiami, come le forme della Madonna e del Bambino nell’Adorazione dei pastori – che riprende l’opera omonima della Cappella del presepio a Santa Maria del Popolo a Roma – e l’ambientazione della Disputa di Gesù con i Dottori, con un pavimento a scacchiera che fa convergere la prospettiva verso il tempio di Gerusalemme, espediente già utilizzato nella scena dei Funerali di San Bernardino nella cappella Bufalini di Santa Maria in Aracoeli a Roma (là vi era una torre con cupola).

Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi - dettaglio della Sacra Famiglia
Adorazione dei pastori e arrivo dei Magi – dettaglio della Sacra Famiglia

Sempre nella Collegiata di Spello, nell’ambiente della sacrestia, si ammira un altro affresco realizzato da Pinturicchio in concomitanza con i lavori alla cappella Baglioni: è un Angelo che sorregge un cartiglio recante l’iscrizione “Lavami et / mvndi / estote” (“Lavatevi e siate puri“) che si trova in corrispondenza di un lavabo in pietra.

Altre immagini degli affreschi:

A Spello ho dedicato questo articolo, in occasione della mia visita alla cittadina, nel corso di una gita di quattro giorni nella Valle Umbra. Durante il mio viaggio ho visitato Montefalco (questo il post dedicato), Bevagna e Foligno (ne ho parlato qui), Spoleto (il mio racconto).

Mappa della chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello:

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra

Gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco si dispiegano nell’abside maggiore e sono dedicati alle Storie della vita di san Francesco, santi e personaggi dell’Ordine Francescano. Il ciclo pittorico, portato a compimento tra il 1450 e il 1452, consentì a Benozzo di raggiungere lo “status” di Maestro indipendente, dopo essere stato allievo di Ghiberti a Firenze ed aver collaborato con Beato Angelico a Roma ed Orvieto. L’incarico gli venne affidato da Fra’ Jacopo, il guardiano del convento di San Francesco, dopo che il pittore era giunto a Montefalco chiamato da Frate Antonio, priore dell’altro convento francescano di San Fortunato, collocato fuori le mura, affinché là realizzasse alcune opere: tra queste la pala d’altare con la Madonna della Cintola che oggi si trova ai Musei Vaticani.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l'affresco di Benozzo Gozzoli
Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l’affresco di Benozzo Gozzoli

Frate Antonio nel 1442 era stato nominato da papa Eugenio IV come Vicario Generale dell’Osservanza, il movimento di riforma dell’Ordine francescano, ed era dedito a trasformare il santuario di San Fortunato in un monastero osservante. Frequentava assiduamente la Curia Romana e probabilmente aveva avuto occasione di conoscere Benozzo quando il pittore era impegnato nelle decorazioni in Vaticano a fianco del Beato Angelico.

Una volta conclusi gli affreschi per la chiesa di San Fortunato, Benozzo fu incaricato di realizzare il ciclo per l’abside maggiore di San Francesco, la chiesa principale dell’ordine a Montefalco, situata dentro le mura cittadine. Per lo sviluppo della decorazione il pittore prese a modello gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi, realizzati a partire dal testo ufficiale della vita del santo, la Legenda Major di San Bonaventura da Bagnoregio, ma seguì anche le indicazioni di Fra’ Jacopo e si ispirò alla Leggenda dei tre Compagni che narra le vicende di Francesco ad Assisi.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l'indicazione della commissione dell'opera da parte di Fra' Jacopo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l’indicazione della commissione dell’opera da parte di Fra’ Jacopo

Fra’ Jacopo viene indicato come committente dell’opera sin dall’iscrizione dipinta sulla parete sinistra del coro, quale “Fra Jacopo da Montefalco dell’Ordine dei Frati Minori”: il custode del convento era un eminente teologo e predicatore, pubblico lettore a Santo Stefano dell’Università di Bologna, appartenente alla confraternita di San Gerolamo di Perugia. Per la sua erudizione e conoscenza del pensiero francescano quasi sicuramente ispirò il programma iconografico del ciclo benozziano, il cui tema preminente è l’identificazione di Francesco come “alter Christus”, “altro Cristo”. Moltissimi sono gli elementi che richiamano questa identificazione:

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta

nel lato inferiore dell’arcone, dodici seguaci di San Francesco, collocato al centro mentre mostra le stigmate, lo fiancheggiano richiamando i dodici apostoli; al centro della volta il santo – nella posa del Cristo Pantocratore – sostiene un libro su cui si legge “Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto” (“In quanto reco sul mio corpo i segni di Cristo Signore”); altri richiami si dispiegano nel corso dei venti episodi rappresentati, disposti all’interno di dodici scene su tre registri. La narrazione procede da sinistra verso destra e quindi dal basso verso l’alto, giungendo alla volta costolonata dove si trova la Gloria del santo tra le schiere angeliche e i principali santi francescani.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell'omaggio dell'uomo semplice al giovane santo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell’omaggio dell’uomo semplice al giovane santo

Si parte dunque dalla nascita di Francesco, che assecondando l’identificazione con Cristo viene fatto nascere in una stalla, alla presenza del bue e dell’asino. Nello stesso riquadro vi sono altri due episodi: Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e l’Omaggio dell’uomo semplice al giovane santo. Segue la donazione del mantello a un povero, episodio che lo avvicina a San Martino di Tours, e il sogno di Francesco con a fianco la rappresentazione di un palazzo rinascimentale – che ricorda Palazzo della Signoria a Firenze – ornato con una moltitudine di vessilli crociati. Da notare il particolare realistico delle calze, appoggiate sul cassone del letto del santo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della rinuncia ai beni paterni

Vi è poi il riquadro interamente dedicato all’episodio della rinuncia ai beni paterni, che si svolge di fronte a una dettagliata rappresentazione della città di Assisi, e infine una raffigurazione di Cristo intento a scagliare frecce contro l’umanità peccatrice, fermato dalla Madonna che Gli mostra l’incontro di San Francesco e San Domenico. Alle spalle dei due santi vi è un edificio che potrebbe identificarsi con la Basilica di San Pietro a Roma, al cui fianco di trova l’obelisco.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della cacciata dei diavoli da Arezzo

Il secondo registro inizia con il sogno di papa Innocenzo III e Francesco mentre sostiene la chiesa del Laterano, in rovina; a fianco, la Bollatura della Regola francescana da parte di papa Onorio III. Seguono la cacciata dei diavoli da Arezzo, con san Francesco affiancato da san Silvestro, e il riquadro più importante per la cittadina, che narra la Benedizione di Montefalco e dei suoi abitanti da parte del santo e la Predica agli uccelli, avvenuta nei pressi di Bevagna (dove, nella chiesa di San Francesco, si conserva la pietra su cui il santo si sarebbe trovato durante l’episodio miracoloso: ne parlo in questo articolo).

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della predicazione agli uccelli e della benedizione della città di Montefalco e del suo popolo

Nella vallata Benozzo rappresenta fedelmente il paesaggio della zona: vi si distinguono i borghi di Bevagna, Spello, e la città di Assisi, nonché l’abitato di Montefalco racchiuso nelle sue mura. Di fronte al santo benedicente si genuflettono alcune personalità del tempo, tra cui si possono riconoscere Marcus, Magistrato di Montefalco e Vescovo di Sarsina che offre la sua mitra, e Fra’ Jacopo. Vi sono poi gli episodi – limitatamente leggibili a causa di alcuni crolli della superficie pittorica – legati alle vicende di san Francesco presso il signore di Celano, che narrano la cena, la confessione e la morte del cavaliere: sul tavolo imbandito vi è un omaggio a Montefalco e alla sua tradizione vinicola, un bicchiere e un’ampolla di sagrantino.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio

Nelle lunette della volta sono rappresentati gli eventi miracolosi: la Rievocazione del presepe a Greccio, san Francesco alla corte del Sultano, il santo che riceve le Stigmate sul monte della Verna, la Morte di Francesco. Sotto la finestra, che doveva contenere l’apparizione della Croce di San Damiano, affresco andato perduto, Benozzo immortala tre personaggi del passato: Petrarca, Dante con la Commedia, Giotto mentre dipinge una Madonna con Bambino.

Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci
Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci

Nello spazio dell’abside maggiore è esposta una preziosa lettera autografa di Benozzo, redatta proprio nella chiesa di san Francesco e indirizzata a Michele di Felice Brancacci, esponente della nota famiglia fiorentina. Il destinatario della missiva viene informato dal pittore che è impossibilitato a lasciare Montefalco prima di aver terminato il suo lavoro: “Ora m’è ochorso un pocho di chaso e non mi posso partire di qui”. Firmato “Benozzo di Lese dipintore / In Montefalco, in San Franciescho /, Proprio.”

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo

Benozzo portò a compimento la sua opera nel 1452, ultimando non solo gli affreschi dell’abside maggiore, ma anche quelli della cappella di san Girolamo, collocata nella navata meridionale della chiesa.

La prima cappella su questo lato era infatti dedicata a san Girolamo, e gli affreschi – con le Storie di san Girolamo e santi – furono realizzati da Benozzo Gozzoli nel 1452: la data è espressa in un’iscrizione che per esteso reca “MCCCCLII D(IE) P(RIMO) NOVEMBRIS”.

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo, scena di San Girolamo che toglie la spina dalla zampa di un leone

Si tratta di uno degli ultimi lavori a Montefalco di Benozzo, che ai primi del 1453 si recò a Viterbo per compiere altre opere. Il ciclo di affreschi fu commissionato dal nobile Girolamo di Ser Giovanni Battista De Filippis per celebrare il proprio nome, e al contempo omaggiare il santo a cui era dedicata la confraternita di San Girolamo di Perugia, alla quale apparteneva anche Fra’ Jacopo.

Probabilmente fu proprio Fra’ Jacopo, come era già accaduto per il ciclo dell’abside maggiore, a scegliere gli episodi che Benozzo rappresentò, sottolineando le affinità tra la vita di Girolamo e quella di san Francesco ed esaltandone l’amore per la povertà, l’auto-abnegazione e la rinuncia del mondo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli

Purtroppo lo stato degli affreschi è stato compromesso  da alcuni rimaneggiamenti avvenuti nel corso dei secoli: la cappella di san Girolamo era stata realizzata, insieme ad altre cinque cappelle, alla fine del XIV secolo sul fianco destro della chiesa, ma nel primo decennio del XVII secolo i setti murari che separavano questi spazi – e gli affreschi che vi erano stati realizzati – vennero demoliti per fare spazio all’attuale navata laterale.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma

Della decorazione originale sono dunque rimaste solo le volte affrescate, la parete dell’altare e l’arco d’entrata: la parete orientale venne distrutta quando le cappelle vennero unite, mentre la decorazione di quella occidentale fu quasi cancellata per aprire un nuovo portale di ingresso alla chiesa. Pur nel suo stato la cappella è importante anche perché costituisce – oltre agli affreschi del Pinturicchio a Santa Maria del Popolo a Roma (ne parlo in questo articolo) – l’unico ciclo italiano risalente al XV secolo e ancora esistente sulla vita di San Girolamo. La parete dell’altare è occupata da un finto polittico d’oro – che grazie ad effetti illusionistici come le ombre di pinnacoli, l’imitazione della struttura, la tenda fermata a un palo retrostante – suggerisce una costruzione lignea che non c’è, inserita in un tabernacolo, anch’esso finto, dalla classicheggiante cornice in prospettiva.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi - dettaglio della firma di Benozzo, dell'ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi – dettaglio della firma di Benozzo, dell’ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura

Il polittico rappresenta la Madonna in trono tra i santi, completo di predella e pinnacoli, e sulla cornice del tabernacolo si legge “OPUS BENOTII DE FLORENZIA”. Per rendere completa l’illusione di una pala a tempera, Benozzo dipinse il polittico a secco, simulando gli effetti e la resa di una pittura a tempera.

Alla sinistra e alla destra del finto polittico Benozzo introdusse gli episodi della storia di San Girolamo: a sinistra San Girolamo che lascia Roma, richiamando il tema francescano della rinuncia del mondo, a destra il santo che toglie la spina dalla zampa di un leone, animale che evoca il francescano lupo di Gubbio.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio del martirio di San Sebastiano
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio del martirio di San Sebastiano

Seguono altre scene, purtroppo frammentarie: Girolamo impegnato nella traduzione della Bibbia; la cacciata del leone dal monastero da parte dei frati, che ingiustamente accusano l’animale di aver mangiato il loro asino; il leone che riconduce l’asino al monastero, insieme ai mercanti che lo avevano rubato; infine il santo penitente nel deserto, in compagni del fedele leone. Ogni riquadro è spiegato da una didascalia apposta alla base.

Nella lunetta sovrastante il finto polittico vi è la Crocifissione con san Domenico e san Francesco a sinistra e i santi francescani Romualdo e Silvestro a destra. Nelle quattro vele della volta sono rappresentati gli Evangelisti accompagnati dai loro simboli. Nell’arco di ingresso vi è Cristo benedicente circondato dagli angeli, con la sottostante scena del martirio di San Sebastiano. Sui pilastri di destra e sinistra sono raffigurati San Bernardino da Siena e Santa Caterina d’Alessandria.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio

Per la redazione di questo articolo ho trovato di grande interesse lo splendido volume di Diane Cole Ahl “Benozzo Gozzoli”, pubblicato da Silvana Editoriale nel 1996. Sono state preziose le informazioni ricevute nel corso della visita guidata agli affreschi e quelle disponibili nell’agile guida acquistabile presso il bookshop del Museo della chiesa di San Francesco. La mia visita si è svolta nel corso di una gita nella Valle Umbra, la cui prima tappa è stata Montefalco. In questo articolo ho raccontato la mia giornata.

Di Benozzo ho inoltre ammirato la splendida cappella dei Magi, realizzata a Palazzo Medici Riccardi a Firenze entro il 1462 (oltre dieci anni dopo gli affreschi di Montefalco, ne parlo in questo articolo), e quelli ancora successivi, eseguiti tra il 1464 e il 1465 nella cappella maggiore della chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano (li ho ammirati quando sono andata nella cittadina delle torri, raccontandoli qui).

Altre immagini della cappella maggiore:

Altre immagini della cappella di San Girolamo:

Mappa della chiesa:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Quarto giorno: Spello e Campello sul Clitunno

La Sala del sole radiante @VMS
Villa del Mosaici di Spello, la Sala del sole radiante @VMS

L’ultimo giorno del mio viaggio in Umbria l’ho trascorso a Spello e Campello sul Clitunno. I giorni precedenti ho visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il mio racconto), Spoleto (il mio post). A Spello ho visitato la splendida Villa dei Mosaici, la cui struttura museale è stata inaugurata lo scorso 24 marzo: il museo utilizza ricostruzioni in 3D, postazioni multimediali e una APP dedicata (e gratuita) per accompagnare la visita degli ambienti, con un apparato didascalico e di comunicazione davvero ben fatto.

Sala del Triclinio, la mescita del vino
Villa dei Mosaici di Spello, la Mescita del Vino del mosaico della Sala del triclinio @ VMS

Della villa romana, una residenza risalente a due fasi costruttive, la prima di età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) e la seconda di epoca imperiale (II secolo d.C.), si ammirano i mosaici policromi che decorano i pavimenti delle stanze, distribuite attorno a un giardino interno. Con una estensione di quasi cinquecento metri quadrati, gli ambienti sono identificati dalle figure e dai motivi dei mosaici: vi sono quindi la stanza degli uccelli, la stanza delle anfore, il triclinio, la sala del sole radiante, la stanza del mosaico geometrico, la stanza degli scudi, l’ambiente riscaldato e il peristilio, ovvero il cortile porticato che circondava il giardino esterno.

Villa dei Mosaici di Spello, Sala del Triclinio, ricostruzione virtuale
Ricostruzione virtuale della sala del triclinio @ VMS

L’ambiente più bello è senz’altro quello del triclinio, la sala dove si svolgevano i banchetti, con al centro del pavimento una scena di mescita del vino, e attorno personaggi  simboleggianti le stagioni, animali selvatici, domestici e fantastici. Oltre ai mosaici, sugli zoccoli delle pareti interne sono stati rinvenuti affreschi e stucchi. L’alta qualità delle opere testimonia l’abilità delle maestranze impiegate nella loro realizzazione, probabilmente provenienti da Roma, e l’elevato rango del proprietario della villa, particolarmente facoltoso: della sua identità, però, non vi è alcuna traccia.

Sala del triclinio, dettaglio di mostro marino
Villa dei Mosaici di Spello, dettaglio della Sala del triclinio @ VMS

La scoperta archeologica, una delle più importanti avvenute in Umbria per l’estensione degli apparati decorativi e il loro ottimo stato di conservazione, risale al 2005 e fu del tutto fortuita: nel corso dei lavori di scavo per la realizzazione di un parcheggio pubblico affiorarono i resti di un mosaico antico, scoperta che diede il via allo scavo archeologico, al restauro, e alla musealizzazione di tutto il complesso.

Spello, via Torre Belvedere
Scorcio di via Torre Belvedere

Dopo la visita della villa ho passeggiato nel borgo di Spello, città di origine umbra e rifondata dai romani con il titolo di Colonia Julia Hispellum, “Splendidissima Colonia Julia” secondo l’imperatore Augusto: il suo impianto urbanistico risale a questa fase, quando il centro acquisì rilevanza grazie alla sua posizione strategica sulla via Flaminia. Venne dominata dai Longobardi del Ducato di Spoleto e divenne Comune indipendente nel XII secolo. Dalla fine del XIV secolo fino al 1583 fu sotto i Baglioni di Perugia e visse un’epoca di intensa attività artistica, di cui restano i capolavori di Pinturicchio e Perugino. Ho percorso le vie cittadine a partire dalla Porta Consolare, salendo lungo via Sant’Angelo (poi via Cavour) fino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che purtroppo è chiusa per motivi di sicurezza in seguito al terremoto del 2016.

Spello, Cappella Baglioni, Affreschi di Pinturicchio, scena della Natività
Gli affreschi di Pinturicchio nella cappella Baglioni

Nella chiesa si trova la Cappella Baglioni, tesoro del rinascimento, completamente affrescata dal Pinturicchio tra il 1500 e il 1501, a cui ho dedicato un approfondimento. Nelle cappelline ai lati dell’altare maggiore si trovano due affreschi del Perugino, “Pietà, San Giovanni Evangelista, e la Maddalena” e “Madonna con Bambino, Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio”.

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista

Accanto a Santa Maria Maggiore si trova la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, che conserva una grande pala di Pinturicchio raffigurante “Madonna con il Bambino tra i Santi Andrea apostolo, Ludovico, Francesco, Lorenzo e San Giovannino”, con “Cristo risorto benedicente” nella cimasa, risalente al 1508. L’opera era stata commissionata al pittore nel 1506 e doveva comprendere la pala, la predella e un gradino con un tabernacolo per il Corpo di Cristo. Nel 1507 però Pinturicchio, impegnato nei lavori della Libreria Piccolomini a Siena, affidò a Eusebio da San Giorgio l’ultimazione del lavoro – che doveva rispettare il suo disegno – impegnandosi però a eseguire personalmente le teste dei personaggi e a fornire i disegni della predella (andata dispersa).

Pinturicchio, Madonna col Bambino, Spello - dettaglio
Pinturicchio ed Eusebio da San Giorgio, Madonna col Bambino tra i santi Andrea, Ludovico, Francesco, Lorenzo, Giovanni Battista – dettaglio

A Pinturicchio va attribuita dunque l’ideazione dell’insieme, le teste della Madonna e del Bambino, il paesaggio di fondo, San Giovannino seduto e il martirio di San Lorenzo ricamato, dipinto sulla dalmatica del diacono. Alla sua inventiva va ricondotta anche la panchetta in primo piano, su cui si trova una lettera spiegata di cui è leggibile il contenuto: è una missiva inviatagli dal vescovo di Orvieto, Gentile Baglioni, che sollecita il suo rientro a Siena. L’invenzione pare un’evidente giustificazione per non aver completato la pala di Spello in prima persona, come impegnatosi nel 1506.

Porta Venere, Spello
Porta Venere

Dalla chiesa di Sant’Andrea Apostolo imboccando via Torri di Properzio sono facilmente arrivata alla Porta di Venere, di epoca augustea, che presenta una forma ad arco trionfale affiancato da due torri a pianta dodecagonale. Una vera meraviglia. Risalendo su via Cavour sono arrivata in breve al Palazzo Comunale, in piazza della Repubblica, dove è custodito un prezioso rescritto dell’imperatore Costantino (333-337 a.C.) che conferisce a Spello il diritto di mettere in scena le proprie rappresentazioni teatrali con i gladiatori.

Belvedere, panorama, Spello
La vista dal belvedere

Superata la chiesa di San Lorenzo ho imboccato via Giulia, che mi ha condotto ai resti di un arco di epoca augustea (di cui si conservano i soli piedritti) e mi ha regalato scorci suggestivi sulla campagna circostante. Risalendo via Cappuccini sono giunta alla chiesa di San Severino, dove si ammirano i resti della fortezza di Spello del XIV secolo e si trova il belvedere:  è il punto più alto della città, da cui la veduta sulla Valle Umbra, con Assisi in lontananza, è davvero meravigliosa.

Tempietto sul Clitunno
Il tempietto sul Clitunno

Ho ripreso l’auto e visitato le ultime mete del mio viaggio a Campello sul Clitunno. Mi sono fermata al tempietto, che insieme alla chiesa di San Salvatore di Spoleto fa parte del sito seriale Unesco “I Longobardi in italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”: è un piccolo tempio di forma classica, composto da una cella preceduta da un pronao, risalente secondo alcuni al IV-V secolo d.C., per altri al VII-IX secolo. La fronte del pronao ha quattro colonne dai capitelli corinzi, sormontate dal timpano che reca un’iscrizione dedicatoria al Dio degli angeli, mentre il frontone è ornato con una croce fra viti e grappoli d’uva.

L’abside del sacello del Tempietto
L’abside del sacello del Tempietto

All’interno della cella si trova un’abside a sua volta sormontata da un frontone in cui s’inserisce un arco: si possono osservare resti di affreschi risalenti all’VIII secolo con Cristo fra i Santi Pietro e Paolo, angeli e la croce gemmata. Questi affreschi sono stati messi in relazione con quelli di Santa Maria Antiqua a Roma (ne parlo in questo articolo).  Al tempietto si accedeva tramite due scalette laterali che terminavano sotto piccoli protiri: l’accesso di destra è quello tutt’oggi utilizzato. Anche questa architettura, come la chiesa di San Salvatore a Spoleto, presenta materiale di spoglio di origine romana, ma qui la maggior parte dei manufatti scolpiti è originale e non di reimpiego.

Mi sono infine recata alle Fonti del Clitunno per ammirare un paesaggio bucolico: la meraviglia di questo luogo deriva dalle numerose sorgenti, già famose in epoca romana, che formano un laghetto da cui nasce il torrente Clitunno.

Le fonti del Clitunno
Le fonti del Clitunno

Attorno alle sorgenti è cresciuta una fitta e ridente vegetazione, soprattutto salici piangenti e pioppi, che si riflettono sullo specchio delle acque, limpidissime, e creano un’aurea d’incanto. Il luogo è talmente suggestivo che fu di ispirazione per poeti, scrittori e pittori, tra cui Carducci, Byron, Corot: celebre è l’ode carducciana Alle fonti del Clitunno risalente al 1876 (ne cito una strofa: “Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte / nume Clitumno! Sento in cuor l’antica / patria e aleggiarmi su l’accesa fronte / gl’itali iddii.”).

Il Parco delle Fonti del Clitunno
Il Parco delle Fonti del Clitunno

Il parco che oggi si ammira risale alla sistemazione voluta dal conte Paolo Campello della Spina, che tra il 1860 e il 1865 creò lo spazio per il laghetto e fece crescere la vegetazione che oggi caratterizza il luogo. Nell’antichità lungo le sponde sorgevano ville, terme e templi in onore del dio fluviale Clitunno, che si credeva risiedesse nelle profondità delle acque (ne parla ampiamente Plinio il Giovane nell’Epistola 8.8). Inoltre, come raccontano Virgilio (Georgiche, 2.146) e Properzio (Elegie, 2.19.25), qui si svolgevano riti religiosi che prevedevano l’immersione dei buoi nelle acque per purificarli prima del loro sacrificio rituale. Un vero parco naturale e letterario, un luogo in cui bellezza della natura, mito, storia, si intrecciano lasciando un’impressione indelebile.

Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso
Il Parco delle Fonti del Clitunno, ingresso

Per preparare la mia visita ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbria (www.umbriatourism.it) e al sito internet dedicato al turismo del Comune di Spello (http://turismo.comune.spello.pg.it/), nonché al sito della Villa dei Mosaici (www.villadeimosaicidispello.it) e – per il tempietto di Campello sul Clitunno – al portale del sito Unesco dedicato ai Longobardi in Italia (www.longobardinitalia.it).

Presso la Villa dei Mosaici consiglio di scaricare l’APP messa gratuitamente a disposizione, perché offre elementi ed indicazioni ulteriori, che arricchiscono e integrano la visita. Durante il percorso, in alcuni punti segnalati ci sono sensori che – con la tecnologia bluetooth – attivano schede, fotografie e filmati di approfondimento. E’ quindi possibile ampliare le informazioni dei pannelli e delle didascalie con questi contenuti multimediali.

Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it
Infiorata 2015, piazza San Martino @ infioratespello.it

Segnalo che a Spello in occasione del Corpus Domini, il 3 giugno, si svolgerà la tradizionale Infiorata: un vero spettacolo, con i colori dei fiori che ornano le già pittoresche vie e piazze cittadine e i loro profumi che si spandono per l’aria. Tutte le informazioni sul sito web dedicato, http://infioratespello.it/

Altre immagini della Villa dei mosaici:

Altre immagini:

La mappa dei luoghi:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Terzo giorno: Spoleto

Basilica di San Salvatore, interno. Spoleto
Basilica di San Salvatore, interno

Il terzo giorno del mio viaggio in Umbria, dopo aver visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il racconto), mi sono recata a Spoleto. Nell’avvicinarmi a questa città dalla storia antica ho deciso di conoscerne la testimonianza di epoca longobarda più interessante, la basilica di San Salvatore. Dal 2011 l’edificio è patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” comprendente – tra gli altri – il Tempietto sul Clitunno poco distante. La chiesa è purtroppo chiusa per problemi di stabilità conseguenti al terremoto, ma in occasione della Pasqua è stato straordinariamente riaperto il portale rendendone visibile l’interno dalla soglia. Inglobata nel cimitero di Spoleto, al di fuori delle mura medievali della città, ha origini paleocristiane (risale probabilmente al IV-V secolo d.C.), e dall’VIII secolo assunse il titolo di San Salvatore nel corso della dominazione longobarda.

Basilica di San Salvatore, facciata. Spoleto
Basilica di San Salvatore, facciata

Sin dalla facciata è evidente l’ampio ricorso a spolia, con il riutilizzo di colonne, basi, capitelli, elementi decorativi di origine romana, con un gusto decorativo di matrice orientale e siriaca: come riportano le notizie relative a questo luogo, nello spoletino vi era la forte presenza di un nucleo di monaci provenienti dalla Siria, che inoltre importò un modello di insediamento monastico ed eremitico di cui si ha testimonianza sul Monte Luco e in Valnerina. Il fascino della Basilica, che oggi purtroppo si ammira in modo assai parziale, consiste anche nel suo testimoniare quell’incontro di culture e tendenze differenti – ellenistiche e romane, bizantine, longobarde, locali – proprie del pluralismo e del sincretismo altomedievale.

Vista dalla Rocca Albornoziana
Vista dalla Rocca Albornoziana

Dopo aver visitato la chiesa, ho lasciato l’auto al parcheggio della Ponzianina (situato proprio sotto il cavalcavia della Flaminia) e utilizzando le comode scale mobili sono giunta alla Rocca Albornoziana, che domina la città dall’alto del colle Sant’Elia: il complesso merita una visita approfondita sia per la sua storia, sia per l’interessante Museo del Ducato di Spoleto che qui è allestito, sia per la vista impareggiabile che regala sulla città e sul Ponte delle Torri.

Torri della Rocca Albornoziana
Torri della Rocca Albornoziana

La fortezza venne costruita a partire dal 1359 per volere di papa Innocenzo VI per controllare i territori dello Stato della Chiesa durante il periodo della cattività avignonese (ad Avignone e al palazzo dei Papi ho dedicato una giornata del mio viaggio in Provenza, di cui ho parlato in questo articolo). Innocenzo VI inviò in Italia il potente cardinale Egidio Albornoz (da cui la rocca prende il nome) incaricando Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” (coinvolto tra l’altro nella costruzione dello splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio, di cui ho parlato qui) della direzione dei lavori. Nel corso degli anni la fortezza divenne anche la residenza dei rettori del Ducato e dei legati pontifici, arricchendosi di decorazioni ed affreschi: purtroppo molti andarono distrutti quando, dal 1816, l’ambiente venne destinato a carcere e subì profonde modifiche interne.

Corte d'onore della Rocca Albornoziana
Corte d’onore della Rocca Albornoziana

Gli spazi più suggestivi, oltre alle splendide mura fortificate e alle sei torri, sono i due cortili interni (il Cortile delle Armi, enorme, e il Cortile d’Onore, circondato da un doppio loggiato con lacerti di affreschi) nonché gli ambienti della zona di rappresentanza, con il Salone d’Onore e soprattutto la Camera Pinta. Questo luogo è ornato da un ciclo di affreschi di soggetto profano, fortunatamente rimasti quasi intatti, risalenti al XIV e XV secolo.

Camera Pinta, Rocca Albornoziana - dettaglio del cavaliere alla fonte
Camera Pinta, Rocca Albornoziana – dettaglio del cavaliere alla fonte

Il Museo del Ducato di Spoleto è allestito negli spazi a piano terreno e primo piano che si affacciano sulla Corte d’Onore e racconta la storia della città dal IV al XV secolo. La Rocca offre anche una suggestiva visuale del Ponte delle Torri, che purtroppo è chiuso per consentire i lavori di consolidamento in seguito al sisma del 2016: tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica (ha una lunghezza di 230 metri e un’altezza di oltre 80), il ponte svolgeva la funzione di acquedotto collegando Spoleto al Monte Luco.

Ponte delle torri
Ponte delle torri

Risalente al XIII/XIV secolo, affascinò anche Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia” scrisse: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili“. Dopo la visita della Rocca sono scesa verso piazza Duomo, passando dalla Fontana del Mascherone e dal Palazzo Comunale, su cui s’innalza l’originaria torre duecentesca.

Basilica di Santa Eufemia, facciata. Spoleto
Basilica di Santa Eufemia, facciata

Prima di visitare il Duomo ho festeggiato la Pasqua al ristorante La Barcaccia, a gestione familiare e casalinga, affollato da una clientela locale affezionata: ottimo il menù tipico, con strangozzi alla spoletina e agnello scottadito. Recandomi alla Cattedrale mi sono fermata alla Basilica di sant’Eufemia, risalente al X secolo, situata nell’area della residenza dei Duchi longobardi. Mi ha colpito per la semplicità della sua struttura, nel complesso davvero piccola, e l’armonia delle proporzioni: anche qui, come in San Salvatore, è stato utilizzato materiale di spoglio di provenienza classica e altomedievale. Non ho potuto visitare l’annesso Museo Diocesano (la Basilica sorge all’interno del Palazzo Arcivescovile) perché chiuso in occasione delle festività.

Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso
Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso

Ho quindi visitato il Duomo, scendendo la scenografica scalinata di via dell’Arringo che conduce alla piazza, su cui affaccia anche il teatro Caio Melisso, il bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto. Nella cattedrale, edificata alla fine del XII secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, spiccano gli affreschi di Filippo Lippi che ornano l’abside maggiore, rappresentanti Storie della Vergine: l’opera venne eseguita tra il 1467 e il 1469 negli ultimi anni di vita del Maestro, che qui infatti venne sepolto.

Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto - dettaglio dell'incoronazione della Vergine
Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio dell’incoronazione della Vergine

La sua tomba fu disegnata dal figlio, Filippino, e Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio (di Filippo Lippi ho ammirato il ciclo di affreschi realizzati nel Duomo di Prato quindici anni prima, che costituiscono uno dei capolavori del Rinascimento, parlandone in questo articolo).

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta

Particolare attenzione meritano anche la Cappella Eroli, dove si trova un affresco di Pinturicchio, e l’adiacente Cappella dell’Assunta, interamente affrescata da Jacopo Siculo intorno al 1530. Nella Cappella Eroli – intitolata a San Leonardo – oggi si ammira l’opera di Pinturicchio nella zona absidale, con l’Eterno tra gli angeli in alto e in basso Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Leonardo. L’opera fu commissionata dal vescovo di Spoleto Costantino Eroli e venne ultimata da Pinturicchio nel 1497, ma il suo impianto originale – e di conseguenza la decorazione – venne sensibilmente modificato nel 1785 in seguito ai lavori di ammodernamento della cattedrale diretti da Giuseppe Valadier.

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta - dettaglio con l'Arco di Tito
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio con l’Arco di Tito

Lo stato dell’affresco è inoltre gravato da importanti problemi di umidità, che ne hanno compromesso l’originario splendore: sono infatti andate perdute le lumeggiature e i dettagli aggiunti a secco, mentre si è conservata la parte realizzata ad affresco. Quel che si ammira si distingue anche per il paesaggio minutamente descritto – alle spalle dei personaggi in primo piano – e nelle scene e nelle architetture immaginate: dietro la figura di Leonardo si distingue la Fuga in Egitto, mentre alle spalle del personaggio di Maria si sviluppa una città medievale e una citazione dell’Arco di Tito, fantasiosamente coronato da un gruppo bronzeo che potrebbe ispirarsi al Marco Aurelio. Immagini, queste, che testimoniano il repertorio e le memorie romane di Pinturicchio (in questo articolo ho parlato delle opere realizzate a Roma dal maestro perugino prima della Cappella Eroli, dal 1477 al 1500 circa).

E’ molto interessante anche la Cappella delle Reliquie, in cui è conservata la lettera autografa di San Francesco a Frate Leone, preziosissima testimonianza – oltre alle spoglie, che riposano ad Assisi – della vita e della predicazione del Santo. Sono solo due gli autografi di Francesco, uno è conservato ad Assisi, il secondo qui a Spoleto.

L'arco di Druso e Germanico a Spoleto
L’arco di Druso e Germanico

Nel pomeriggio mi sono concessa una passeggiata per le vie cittadine, giungendo all’arco di Druso e Germanico, risalente al 23 d.C.: il monumento sorge a poca distanza dalla piazza del mercato, l’antico foro romano di cui l’arco era l’ingresso trionfale, ed è stato inglobato nelle successive costruzioni medievali. Testimonia, insieme alle vestigia del Ponte sanguinario, del teatro e dell’anfiteatro, la floridezza del municipio romano di Spoletium, che ebbe grande importanza economica e strategica in virtù della sua collocazione sulla via Flaminia. Sono quindi giunta fino a piazza della Libertà, da cui si ammira dall’alto lo splendido teatro romano, risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e rimasto in uso fino al IV secolo: nel periodo altomedievale sulla scena venne edificata la chiesa di Sant’Agata e il palazzo Corvi, attuali sedi del Museo Archeologico Statale.

Teatro romano e chiesa di Sant'Agata
Teatro romano e chiesa di Sant’Agata

Sono poi scesa verso Palazzo Collicola per visitare la collezione di arte contemporanea Carandente, qui ospitata a piano terreno, e le sale del piano nobile, dove è stata ricostruita un’abitazione gentilizia settecentesca e si ammira una pinacoteca con dipinti risalenti al XV-XX secolo. Oltre alla bellezza degli ambienti, davvero raffinati, sempre al primo piano meritano attenzione la galleria, completamente affrescata secondo un gusto barocco e rococò con vedute a trompe l’oeil, e alcuni soffitti a cassettoni magnifici.

Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color
Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color

Fra le opere esposte nella collezione Carandente ho particolarmente apprezzato quella di Richard Serra (collocata all’ingresso), la sala di wall drawing realizzata da Sol Lewitt (dal titolo Bands of color), i mobiles di Calder, le sculture di Leoncillo (nato a Spoleto nel 1915). Alla collezione appartiene anche la Coda di cetaceo di Pino Pascali, attualmente in prestito a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della mostra “Nascita di una Nazione” (di cui ho parlato in questo post). Percorrendo la suggestiva via Porta Fuga sono giunta in piazza Garibaldi e da qui, costeggiando il fossato (da cui si ammira una bella veduta della Rocca Albornoziana) sono tornata alla mia auto.

Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Per organizzare la mia giornata a Spoleto ho consultato con molto profitto il sito internet del Comune dedicato al turismo e alla culturawww.comunespoleto.gov.it/turismoecultura/, e ho ricevuto preziose indicazioni dall’Ufficio Turistico, che ha prontamente risposto alla mia mail (l’indirizzo è info@iat.spoleto.pg.it). Per visitare i sei musei cittadini è consigliabile l’acquisto della Spoleto Card (info sul sito www.spoletocard.it/) che consente di avvalersi di un unico biglietto integrato utilizzabile nell’arco di sette giorni, con un significativo risparmio economico.

Altre immagini:

Mappa di Spoleto:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Secondo giorno: Bevagna e Foligno

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

Dopo aver visitato Montefalco (qui il mio racconto) ho dedicato il secondo giorno della gita nella Valle Umbra a Bevagna e Foligno. Prima di giungere a Bevagna mi sono fermata presso la tenuta Castelbuono di Lunelli, dove avevo prenotato una visita incuriosita dall’originalità del luogo: si tratta infatti di un enorme carapace di tartaruga realizzato da Arnaldo Pomodoro, incastonato nelle colline tra i filari.

Il carapace di Arnaldo Pomodoro
Il carapace di Arnaldo Pomodoro

Le mie aspettative sono state pienamente premiate: l’architettura-scultura di Pomodoro s’inserisce nel dolce paesaggio umbro, di cui ricorda la morbidezza nella rotondità della forma del carapace, ed evoca la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità. Come il carapace protegge la tartaruga, così la forma di Pomodoro qui custodisce il vino, che riposa nelle botti in attesa di essere pronto. L’architettura si aggrappa alla terra su cui è posta e nel suo ventre, nelle cantine sottostanti il guscio, le botti sono disposte in cerchio, attorno a una scala elicoidale che collega la superficie al sottoterra.

Il "ventre" del carapace, con la ziggurat al centro
Il “ventre” del carapace, con la ziggurat al centro

Nel sottosuolo, al centro della scala, si sviluppa un ambiente conico, che prende luce naturale dal piano superiore e al centro accoglie una sorta di altare, dove il vino viene presentato e degustato: la struttura evoca, secondo il suo ideatore, una ziggurat, la torre mesopotamica costruita con finalità religiose e sacre per unire il cielo e la terra.

La volta del carapace
La volta del carapace

Al piano terreno il guscio della tartaruga, realizzato in rame, poggia su una grande vetrata circolare, in modo che dall’interno lo guardo spazi sulla campagna circostante: la volta ricorda immediatamente l'”alfabeto artistico” di Pomodoro, riconducibile al suo estro con le spaccature e i tagli che rompono la superficie. In questo ambiente si svolge l’accoglienza dei visitatori e si tengono le degustazioni.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

All’esterno invece la sfericità del guscio è percorsa da crepe che ricordano i solchi della terra, mentre il colore del rame – inizialmente del suo tipico rosso – sta cedendo per effetto dell’ossidazione a un verde scuro che mimetizza l’intervento fra i colori della campagna. Il carapace è segnalato da un monumentale dardo rosso, conficcato nel terreno a poca distanza, che sottolinea l’opera nel paesaggio.

Dopo la visita, comprensiva della degustazione di alcuni vini, sono arrivata a Bevagna, dove ho pranzato Da Oscar, un piccolo ristorante che mi ha colpito per la qualità e originalità dei piatti, appartenenti alla tradizione umbra ma rivisitati dal suo eclettico chef.

Budino al atte e olio d'oliva, Ristorante Da Oscar
Budino al atte e olio d’oliva, Ristorante Da Oscar

Tra le portate, presentate con cura e abbondanza di particolari, la più originale mi è sembrata il dolce, un budino di latte all’olio extravergine di oliva profumato da fiori di finocchietto. Al temine del pranzo ho visitato la cittadina, un borgo delizioso, passeggiando piacevolmente tra le sue stradine, testimonianza inalterata dell’assetto urbano medievale risalente al XII e XIII secolo: proprio la cura e l’attenzione ai propri monumenti ha permesso a Bevagna di conquistare la bandiera arancione, oltre a far parte dei “borghi più belli d’Italia”.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Partendo dalla Porta Perugina (molto comoda perché subito all’esterno si trova un ampio parcheggio), ho visitato la chiesa di San Francesco, dove è conservata la pietra su cui San Francesco tenne la sua predica agli uccelli. Alle spalle della chiesa si snoda in senso circolare il vicolo dell’anfiteatro, il cui nome e andamento assecondano la disposizione delle abitazioni medievali, edificate sopra le fondamenta dell’antico teatro romano, risalente presumibilmente all’epoca traianea, al I secolo d.C.. I suoi ambulacri si possono ammirare entrando nel ristorante Redibis, che è allestito proprio all’interno di questi suggestivi spazi: un’occasione unica per ammirare le vestigia romane in un contesto non museale.

Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo
Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo

Percorrendo il corso principale sono giunta alla piazza Silvestri, su cui affacciano le due chiese medievali di san Michele Arcangelo e di san Silvestro, il Palazzo dei Consoli – sede del delizioso teatro Francesco Torti (l’ho visitato tanti anni fa, a Pasqua purtroppo non era aperto. La visita necessita di prenotazione) – la chiesa dei santi Domenico e Giacomo. Uscendo dalle mura si può compiere una bella passeggiata costeggiandone il tratto meridionale, affiancati da un fresco torrentello: davvero un angolo di paradiso.

La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale
La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale

Nel pomeriggio ho trascorso alcune ore visitando le cantine vicine, tra cui la Fattoria Colleallodole di Melziade Antano e la cantina Arnaldo Caprai. Per la visita della cantina Caprai è necessaria la prenotazione, che si può richiedere anche on line. Con l’arrivo del bel tempo è inoltre possibile godere di un bel “pic nic in vigna“, con la cantina che offre tutto il necessario e la libertà di scegliere l’angolo preferito dove accomodarsi tra le vigne e i prati della Tenuta: un’idea originale e simpatica per un’esperienza “a tutto sagrantino”.

Calamita Cosmica di Gino De Dominicis
Calamita Cosmica di Gino De Dominicis

Nell’ultima parte della giornata – è stata lunghissima e piena di incontri e scoperte! – sono andata a Foligno, dove ho passeggiato per le vie del centro cittadino. Ho avuto il tempo di ammirare un’opera enigmatica, collocata in un contesto inusuale per l’arte contemporanea: mi riferisco alla Calamita Cosmica di Gino De Dominicis, una scultura monumentale (lunga 24 metri) che rappresenta uno scheletro umano sdraiato. La sua peculiarità consiste in un grosso naso, simile a un becco di uccello, posto sul volto (è uno dei motivi ricorrenti delle opere di De Dominicis), e in un’asta di ferro dorata, appoggiata all’ultima falange del dito medio della mano destra, alta 9 metri, che costituisce la calamita del titolo: l’asta metterebbe in contatto lo scheletro con il mondo cosmico.

Calamita Cosmica, dettaglio del busto e della testa
Calamita Cosmica

Quest’opera fu realizzata da De Dominicis in circostanze segrete intorno al 1988, ed è avvolta nel mistero come la vita del suo creatore: “egli stesso opera d’arte senza fine, originaria e carica di segreto” lo definì il pittore tedesco Ansel Kiefer. Dal 2011 Calamita Cosmica è esposta permanentemente a Foligno, ospitata dal Centro Italiano di Arte Contemporanea nell’ambiente dell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata. Il contesto espositivo contribuisce ad aumentare il fascino della visita: la chiesa infatti è un gioiello di architettura neoclassica opera di Carlo Murena, allievo di Luigi Vanvitelli.

Palazzo Trinci, lo scalone del cortile
Palazzo Trinci, lo scalone del cortile

A seguire mi sono recata a Palazzo Trinci (collocato accanto al Duomo nella piazza centrale di Foligno), dove la giornata si è conclusa in un’apotesi di bellezza: il palazzo trecentesco, costruito su edifici medievali preesistenti, fu la residenza della famiglia Trinci che governò la città dal 1305 al 1439, mentre in seguito all’annessione di Foligno allo Stato della Chiesa divenne la sede dei governatori pontifici.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti a Palazzo Trinci a Foligno
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti

La storia che lo riguarda è tangibile nelle trasformazioni architettoniche che il luogo ha vissuto, di cui resta una traccia affascinante nella scala gotica interna – un tempo a cielo aperto – e nel collegamento fra i vari ambienti del secondo piano, dove si trovano gli affreschi più interessanti.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica

I Trinci infatti chiamarono Gentile da Fabriano a decorare le sale del palazzo, e dell’opera del maestro rimangono varie sale tra cui la Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti: qui sono rappresentate le personificazioni delle arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), e dei sette Pianeti.

Gentile da Fabriano, Palazzo Trinci a Foligno, Sala dei giganti
Gentile da Fabriano, Sala dei Giganti

Questa rappresentazione simboleggia le sette età dell’uomo, ciascuna delle quali influenzata da uno specifico pianeta e dedita all’apprendimento di un’arte. Il tema delle età dell’uomo è sviluppato anche nel corridoio che collega il palazzo al Duomo. Sempre al secondo piano si trova la grande Sala dei Giganti, affrescata con colossali figure di eroi della storia di Roma, da Romolo a Traiano, abbigliati secondo la moda e il gusto rinascimentali.

Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia
Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia

Anche questa sala, insieme all’ambiente della loggia con le Storie della fondazione di Roma – situata sempre al secondo piano – è riconducibile all’ingegno e alla fantasia di Gentile da Fabriano, con la collaborazione di aiuti. Vi è inoltre l’ampia sala Sisto IV, con un soffitto ligneo magnificamente decorato, in fondo alla quale si trova la piccola bellissima cappella affrescata da Ottaviano Nelli nel 1424 con Storie della vita della Vergine: davvero uno scrigno prezioso.

Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo
Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo

Palazzo Trinci ospita anche la pinacoteca civica articolata in tre sezioni (Trecento, Quattrocento, Cinquecento) e il Museo Archeologico, nonché il Museo multimediale dei Tornei, delle Giostre e dei Giochi (immancabile nella città che organizza la Quintana). Ho lasciato Foligno a malincuore, non prima però di aver trascorso del tempo nella libreria Editoriale Umbra in via Pignattara 36: un luogo ricchissimo di pubblicazioni d’arte, di storia locale, di libri rari, dove sfogliare volumi parlando con l’appassionato libraio è stato davvero un piacere.

La campagna della Tenuta Lunelli
La campagna della Tenuta Lunelli

Per preparare le mie visite ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbriawww.umbriatourism.it, nonché ai siti web delle varie cantine vinicole visitate (per alcune delle quali, come ho scritto, è auspicabile se non proprio necessaria la prenotazione). Il servizio turistico comunale di Foligno è stato sollecito e puntuale nel fornirmi le informazioni richieste: ho mandato una mail a  info@iat.foligno.pg.it e ho ricevuto risposta il giorno seguente. Consiglio anche il sito del circuito intercomunale Terre e Musei dell’Umbriawww.umbriaterremusei.it, che offre una descrizione puntuale dei dodici Comuni coinvolti e dei venti siti museali in essi presenti: ho trovato molto utili le “miniguide” scaricabili relative a ciascun museo.

Altre immagini del borgo di Bevagna:

Il pranzo Da Oscar a Bevagna, i piatti degustati:

Altre immagini dell’impressionante Calamita Cosmica di Gino De Dominicis:

Altre immagini delle sale e degli affreschi di Palazzo Trinci a Foligno:

La mappa della mia giornata, i luoghi che ho visitato:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Primo giorno: Montefalco

 

La Valle Umbra che si ammira da Montefalco

Ho trascorso le festività di Pasqua nella Valle Umbra, visitando alcuni dei borghi più belli d’Italia, luoghi dove il rispetto della natura e del paesaggio, l’attenzione al cibo e al vino sono elevati da un richiamo secolare alla bellezza e all’arte. Ho visitato Montefalco, Bevagna, Foligno, Spoleto, Spello, Campello sul Clitunno, e le impressioni e i ricordi che ho portato a casa derivano da un senso di cura, accoglienza, apertura e cordialità che non sempre ho incontrato durante i miei viaggi.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefalco

Ho notato un grande riguardo nella gestione dei beni culturali, nonostante le ferite del terremoto del 2016 siano ancora tangibili, e alcuni scrigni d’arte come il convento di San Fortunato a Montefalco o la chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello non siano ancora accessibili per problemi di staticità e sicurezza. Auspico che questi tesori, che rappresentano il senso d’identità di quelle comunità e un patrimonio per tutti, possano finalmente tornare alla luce.

Ho suddiviso il mio racconto di viaggio in quattro puntate, una per ogni giorno della mia vacanza. Inizio dal primo e dalla visita del primo borgo, Montefalco, così chiamata in riferimento ai falchi dell’imperatore Federico II che qui aveva soggiornato nel 1240: ho visitato la chiesa di San Francesco (oggi museo) che racchiude uno dei capolavori di Benozzo Gozzoli, un ciclo di affreschi dedicato alle storie del santo di Assisi.

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore di San Francesco

Benozzo stava lavorando a Orvieto insieme al suo maestro Beato Angelico quando venne chiamato a Montefalco: il suo intervento si dispiegò nella cappella maggiore della chiesa, dove tra il 1450 e il 1452 raffigurò gli episodi salienti della vita di San Francesco ambientandoli nei luoghi delle sue predicazioni, affiancandogli i cittadini più illustri di Montefalco. A questo lavoro, che gli valse lo status di “maestro” indipendente, ho dedicato questo approfondimento.

Perugino, Natività con l’Eterno in gloria tra gli angeli e l’Annunciazione

La chiesa di San Francesco ospita anche un affresco del Perugino collocato in controfacciata, che rappresenta una scena di natività, nonché la cappella di San Girolamo, ugualmente affrescata da Benozzo, parzialmente compromessa. Vi è poi una pinacoteca al piano superiore e, nei sotterranei, sono visitabili le cantine dei frati e una piccola raccolta archeologica: una visita frettolosa potrebbe tralasciare un momento fondamentale della storia del vino sagrantino che proprio qui trovò la sua origine. Già in epoca romana infatti la vinicoltura veniva praticata in questo territorio, e i montefalchesi si dedicavano alla vigna anche all’interno del centro urbano: lo dimostrano ancora oggi alcuni filari coltivati nei giardini delle abitazioni del borgo, che si ammirano seguendo il percorso delle Viti storiche.

Le cantine dei frati di San Francesco

A partire dal Quattrocento le leggi comunali tutelavano vite e vino, con una serie di ferree istruzioni comprese nello Statuto come, ad esempio, questa: “Chiunque sarà trovato a portar le uve acerbe o mature e non havesse vigna propria o in affitto o a lavoreccio, sia punito come se fosse entrato in vigna di alcuno et havesse colto le uve” ( IV Libro, Rubrica 2, XV sec.). I frati francescani avrebbero portato il sagrantino dall’Asia Minore, e proprio quest’uva sarebbe stata lavorata nelle cantine della chiesa di San Francesco per farne uso durante le cerimonie religiose, in qualità di vino dolce, e in occasione delle festività pasquali (da questo suo impiego “sacro” ne deriverebbe il nome).

Alcune bottiglie di Sagrantino

La storia di Montefalco s’intreccia quindi con quella del vino che ne ha fatto la fortuna: quasi scomparso dai vigneti umbri negli anni Sessanta, il sagrantino venne recuperato grazie all’impegno di alcuni imprenditori locali, primo fra tutti Arnaldo Caprai, ottenendo nel 1979 il riconoscimento DOC e nel 1992 la DOCG.

Porta Sant’Agostino

Dopo il complesso di San Francesco ho visitato la cittadina, passeggiando per le vie ricche di scorci pittoreschi: consiglio di partire dalla bella Porta di Sant’Agostino e seguire il corso principale, l’antico “Stradone”, su cui si affaccia la chiesa di Sant’Agostino, che all’interno conserva affreschi della scuola di Ambrogio Lorenzetti e Bartolomeo Caporali. La chiesa ha anche un bel chiostro. Sempre seguendo il corso si giunge alla piazza del paese, su cui si trova il palazzo comunale, e si dipanano altre vie, tra cui la passeggiata delle Viti storiche e il percorso che conduce alla piccola chiesa di Santa Lucia.

La chiesa di Santa Lucia

Raccomando inoltre un giro attorno alle mura duecentesche, splendidamente conservate, che consente anche di ammirare il panorama circostante: Montefalco è infatti soprannominata “la ringhiera dell’Umbria” perché si trova in una posizione soprelevata, da cui lo sguardo spazia dai vigneti vicini fino a raggiungere Assisi, Spoleto, Foligno, Spello, Bevagna…

La piazza di Montefalco. A destra il Palazzo Comunale

Non sono riuscita a visitare la chiesa e il convento agostiniano di Santa Chiara della Croce, che ospita un ciclo di affreschi di scuola umbra del Trecento, perché non visibili durante le festività pasquali: la chiesa fu fondata dalla santa, le cui spoglie qui riposano dal 1308 custodite in un’urna di vetro.

Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va
Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola @ www.museivaticani.va

La chiesa e convento di San Fortunato, situati poco fuori le mura cittadine, non sono purtroppo visitabili a causa di problemi di staticità conseguenti al terremoto del 2016: qui Benozzo Gozzoli realizzò la splendida pala per l’altare maggiore dedicata alla Madonna della Cintola, che si trova ai Musei Vaticani (per l’iconografia della Madonna della Cintola consiglio questo mio articolo), ed altri affreschi.

Prosciutto tagliato al coltello da Coccorone e bruschetta con olio della casa

Al termine della mia giornata ho cenato da Coccorone, un ottimo ristorante che propone specialità umbre, pasta fatta in casa e carne alla brace: il servizio è stato ottimo e i piatti davvero deliziosi.

Per tutta la durata del mio soggiorno ho pernottato a Villa Pambuffetti, situata poco fuori le mura cittadine, che ho scelto per l’ambiente confortevole e le ottime recensioni: non sono rimasta delusa, l’atmosfera era familiare e gli ospiti attenti e premurosi.

Villa Pambuffetti

Per preparare la mia visita ho consultato anche le notizie disponibili on line, e mi sento di consigliare questi siti internet:

  • La pagina dedicata a Montefalco sul portale turistico della Regione Umbria, www.umbriatourism.it
  • Il sito internet del Museo di San Francesco, www.museodimontefalco.it: per apprendere la storia degli affreschi di Benozzo Gozzoli consiglio di avvalersi della visita guidata, che va richiesta in biglietteria al momento dell’ingresso, e offre una panoramica sull’opera e sul suo contesto storico davvero approfondita ed esaustiva.
  • Il sito internet del turismo e della cultura a Montefalco, www.montefalcodoc.it
  • Il sito internet della Strada del Sagrantino, territorio cui Montefalco appartiene insieme a Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi: www.stradadelsagrantino.it

Alcune immagini di Montefalco:

Alcune immagini degli affreschi della chiesa di San Francesco (per una galleria più ampia rimando all’articolo dedicato):

I piatti degustati da Coccorone:

Mappa di Montefalco:

Torna alla luce la “Resurrezione” di Piero della Francesca a Sansepolcro. Suggerimento di gita fino a Monterchi ed Arezzo

Piero della Francesca, Resurrezione @ www.museocivicosansepolcro.it

Il 24 marzo, in tempo per le festività della Pasqua, tornerà alla luce la “Resurrezione” di Piero della Francesca al Museo Civico di Sansepolcro, dopo un cantiere di restauro durato tre anni. Oltre a essere una bella notizia è anche un’ottima occasione per organizzare una gita sulle tracce del maestro e ammirare le sue opere in un angolo di Toscana ricco di bellezza, spingendosi sino a Monterchi e Arezzo.

La Resurrezione fu dipinta fra il 1450 e il 1463 per il Palazzo dei Conservatori, attuale sede del museo, ed è il simbolo stesso della città che, secondo la tradizione e il nome, fu fondata su alcune reliquie portate dalla Terra Santa dai pellegrini Arcano ed Egidio. Ha una composizione piramidale, con al centro il Cristo risorto in posizione ieratica, rappresentato mentre osserva lo spettatore e ha il piede destro appoggiato al sarcofago che ne custodiva il corpo: nella mano sinistra tiene uno stendardo. Attorno a lui, in terra addormentati, i quattro soldati che dovevano fare la guardia al sepolcro: sono rappresentati di scorcio, con una prospettiva diversa rispetto a quella frontale del Figlio di Dio, per sottolinearne la diversa appartenenza all’ordine del tempo e alla dimensione umana. Quello frontale è tradizionalmente riconosciuto come autoritratto di Piero della Francesca. Anche il paesaggio che fa da sfondo alla scena esprime un significato simbolico: gli alberi a sinistra sono spogli e secchi, quelli a destra sono pieni di fronde, emblematici della rinascita e della nuova vita testimoniata dall’evento divino.

Piero della Francesca, Resurrezione, dettaglio dei soldati addormentati attorno al sepolcro

Il restauro ha svelato anche particolari relativi all’esecuzione dell’opera: il disegno è stato impresso sulla parete con il metodo dello spolvero, che ha consentito di trasferire da un cartone preparatorio bucherellato i contorni delle figure da realizzare, mentre l’affresco è stato ultimato in diciotto giornate, ovvero tramite diciotto stesure di intonaco. La cornice invece è stata completata in almeno quattro riprese. Infine Piero ha utilizzato una tecnica mista, coniugando all’affresco l’impiego dei colori sul muro a secco, forse – dicono i restauratori – per ottenere un effetto pittorico più vicino alla tavola.

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia @ www.museocivicosansepolcro.it

Oltre alla Resurrezione, il Museo Civico custodisce lo splendido “Polittico della Misericordia“, che venne realizzato tra il 1445 e il 1562 per la chiesa cittadina della Misericordia. Al centro si erge la Madonna della Misericordia, che apre il suo mantello a offrire rifugio e accoglienza ai fedeli inginocchiati che a Lei si rivolgono in preghiera, mentre ai suoi lati vi sono san Sebastiano, san Giovanni Battista, san Bernardino da Siena, san Giovanni Evangelista. Al di sopra della Madonna vi è la Crocifissione con, ai piedi della Croce, san Giovanni e la Vergine rappresentati in preda al dolore.

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia, dettaglio della Madonna della Misericordia

Gli altri pannelli del polittico, ovvero quelli ai lati della Crocifissione e i pannelli della predella furono probabilmente eseguiti da un aiuto. Tutte le figure e le scene – ad eccezione di quelle della predella, che rappresentano episodi della Passione e hanno un’ambientazione naturalistica – sono su fondo oro.

L’occasione del restauro della Resurrezione è una bella opportunità per organizzare una gita nei pressi di Sansepolcro, arrivando a Monterchipaese natale della madre di Piero, Monna Romana di Perino – dove si ammira la “Madonna del parto“. L’opera, anch’essa un affresco, fu realizzata fra il 1450 e il 1465 nella chiesa di Santa Maria di Momentana, luogo che fin dall’antichità era legato ai culti pagani della fertilità. Piero intervenne sopra un affresco precedente, risalente al Trecento e rappresentante una Madonna del latte, che venne rinvenuta in occasione dello stacco del 1911 e anch’essa conservata nel museo di Monterchi.

Piero della Francesca, Madonna del parto @ www.madonnadelparto.it

La Vergine di Piero si mostra sotto una tenda, i cui lembi sono sorretti da una coppia di angeli posta ai suoi fianchi: il maestro la rappresenta di tre quarti, in una fase avanzata della gravidanza, con la mano destra appoggiata sul ventre e la sinistra sul fianco, mentre la veste celeste si apre a mostrare la camicia bianca sottostante. E’ assorta, con lo sguardo rivolto a una dimensione altra che è dentro di lei, forse meditando nel suo cuore il miracolo che sta per compiersi. Gli angeli che la affiancano guardano verso lo spettatore, in un delicato equilibrio cromatico che vede le loro vesti, i calzari e le ali perfettamente alternati nei toni del verde e del rosso scuro.

Chiesa di San Francesco, la cappella maggiore con il ciclo di affreschi di Piero della Francesca

Arrivando sino ad Arezzo è possibile ammirare un altro capolavoro, l’imponente ciclo di affreschi dedicato alla Leggenda della Vera Croce realizzato nella cappella Bacci (la cappella Maggiore) della Basilica di San Francesco. L’opera fu compiuta tra il 1452 e il 1466 (con un’interruzione negli anni 1458-1459 in occasione del soggiorno romano di Piero) e il suo soggetto è tratto dalla Bibbia e dalla “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine (o Varazze), narrante la storia della Croce di Cristo.

Piero della Francesca, Ciclo della Vera Croce, parete di sinistra: in alto la morte di Adamo, al centro il ritrovamento delle tre croci e il riconoscimento della Vera Croce, in basso la battaglia di Eraclio e Cosroè

I precedenti iconografici a disposizione di Piero erano gli affreschi di Agnolo Gaddi nella chiesa di Santa Croce a Firenze e quelli di Cenni di Francesco nella cappella della Croce di Giorno della chiesa di San Francesco a Volterra (di cui ho parlato in questo articolo, dedicandovi una galleria di immagini): il maestro tuttavia si discostò da questi precedenti sia nella trattazione delle storie, sia a livello iconografico, sia infine nella scelta dell’andamento dei riquadri, che non rispondono a un criterio cronologico ma puramente estetico e simmetrico: le scene infatti sono disposte su tre livelli, in alto si fronteggiano quelle ambientate all’aperto, al centro le scene di corte e in basso quelle di battaglia. Sono dodici gli episodi principali, a partire dalla morte di Adamo, nella lunetta della parete di destra, fino all’esaltazione della Croce nel 628 d.C., con la Croce che – dopo essere stata rubata, viene riportata a Gerusalemme da Eraclio.

Piero della Francesca, Ciclo della Vera Croce, dettaglio dell’Annunciazione

Fra le scene rappresentate, il ritrovamento della Croce da parte di Elena, madre dell’imperatore Costantino (questo episodio è rappresentato anche nel ciclo di affreschi duecenteschi dell’Oratorio di San Silvestro della Basilica dei Quattro Santi Coronati a Roma, ne ho parlato in questo articolo); la tortura dell’ebreo che sapeva dove si trovava la Croce, sepolta dopo la morte di Cristo; il riconoscimento della Croce da parte della Regina di Saba e il suo incontro con Salomone; la battaglia fra Eraclio e Cosroè, re sasanide che aveva conquistato Gerusalemme e rubato la Croce; l’Annunciazione; il sogno di Costantino; la vittoria di Costantino su Massenzio durante la battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C.. La luce degli affreschi è modulata su quella naturale, proveniente dalla finestra al centro della cappella, e rappresenta un elemento unificatore delle varie scene, insieme ad artifici quali la continuità del paesaggio e degli edifici di fondo.

Piero della Francesca, Ciclo della Vera Croce, dettaglio del Sogno di Costantino

Vale particolare attenzione la scena del sogno di Costantino, che è una veduta notturna di grande suggestione, nella quale è molto forte il senso della luce: la figura dell’angelo – illuminata in controluce – è rappresentata con uno scorcio di grande audacia, mentre il motivo della la tenda scostata che mostra l’imperatore addormentato ricorda la similare composizione della Madonna del parto.

Una volta giunti ad Arezzo, la cittadina merita una passeggiata tra le sue vie, con la comodità che consente di scoprirne e ammirarne gli angoli più suggestivi. Tra i luoghi da visitare, il Museo di Casa Vasari, l’abitazione che Giorgio Vasari acquistò nel 1541 e sede dell’attuale museo: articolata su tre piani – seminterrato, appartamento signorile e al secondo gli alloggi della servitù – venne affrescato personalmente dal suo proprietario, con l’intento di celebrare l’arte e se stesso. All’esterno si trova il giardino a pianta centrale e struttura geometrica.

Museo di Casa Vasari, Sala al piano nobile @ http://www.museistataliarezzo.it

Vi è poi il Museo archeologico Gaio Cilnio Mecenate, ospitato nell’ex monastero di san Bernardo, che sorge sui resti dell’anfiteatro romano, e il Museo statale di arte Medievale e Moderna, ospitato nel quattrocentesco edificio di Palazzo Bruno Ciocchi. Merita una visita anche il Duomo, dedicato a San Donato, edificato sulla sommità della collina di Arezzo: conserva l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca e belle vetrate istoriate.

La giostra del Saracino in piazza Grande ad Arezzo @ www.gruppomusici.it
La giostra del Saracino in piazza Grande ad Arezzo @ www.gruppomusici.it

In questa occasione ricordo che la città ogni primo fine settimana del mese ospita una ricchissima fiera di arte e antiquariato che ne invade le strade e le piazze: per molti – appassionati o semplici curiosi – è un appuntamento imperdibile.
Per una sosta golosa, consiglio infine il ristorante Logge Vasari, situato nella magnifica piazza Grande (qui due volte l’anno si svolge la tradizionale Giostra del Saracino): il luogo offre un menù tipico e al contempo ricercato, un’accoglienza curata e un’atmosfera di altri tempi.

Piero della Francesca, Ciclo della Vera Croce, dettaglio dell’adorazione della Croce e dell’incontro fra la Regina di Saba e Salomone @ www.museistataliarezzo.it

 

Aigues-Mortes, la città di San Luigi dei Francesi nelle paludi della Camargue

Sainte Chapelle, Cappella superiore

Nelle mie peregrinazioni in Francia (l’ultimo viaggio è stato in Provenza e Camargue) mi sono imbattuta nella figura di Luigi IX, San Luigi dei Francesi, in occasione della mia visita alla Sainte Chapelle a Parigi, edificata per volere del sovrano fra il 1242 e il 1248 per custodire alcune reliquie della Passione di Cristo.

Aigues-Mortes, camminamento delle mura sud: a destra la Salina, a sinistra la città

Nel 1240 Luigi IX fondò Aigues-Mortes in un territorio considerato malsano, e fu il primo sovrano di Francia a disporre di un porto sul Mediterraneo. Riuscì ad ottenere questo sbocco sul mare grazie a uno scambio con l’abate della potente abbazia benedettina di Psalmodi (distrutta nel corso della Rivoluzione Francese e di cui oggi rimangono solo rovine): l’abate concesse una sottile striscia situata in una zona paludosa, e ottenne in cambio alcuni privilegi e un terreno a Sommières. Luigi IX fece avviare la costruzione della cittadina, e nel maggio 1246 decretò alcune agevolazioni al fine di attirarvi una popolazione numerosa. Alle sue disposizioni si deve ricondurre la Torre di Costanza, che ancora si ammira ad Aigues-Mortes, e un castello oggi scomparso.

La Torre di Costanza

Nel 1248, mentre la città era un cantiere, il sovrano cominciò a radunare nel porto-canale le navi in partenza per la VII crociata, ma dovette chiedere aiuto a Marsiglia, a Venezia e a Genova per completare la sua flotta: nel 1249 a Cipro riuscì a radunare 1.800 imbarcazioni, di cui 38 erano partite con lui da Aigues-Mortes. Sbarcato in Egitto, si impadronì di Damiette ma venne poi sconfitto e fatto prigionierio a Mansourah nel 1250. Venne liberato in cambio di un grosso riscatto, ma rimase in Palestina fino al 1254 per far erigere le mura dei presidi franchi.

Cattedrale di Saint Denis @ www.patrimoine-histoire.fr

Nel 1270, sedici anni più tardi, i crociati tornarono a radunarsi nel porto di Aigues-Mortes in occasione dell’VIII crociata. Il primo luglio la flotta partì in direzione della Tunisia: durante l’assedio di Tunisi un’epidemia di colera decimò l’esercito e il re stesso vi trovò la morte, il 25 agosto 1270. Le sue ossa vennero sepolte nella cattedrale di Saint Denis a Parigi.

In questa pagina una galleria di immagini di Aigues-Mortes e della Camargue.