Quattro giorni a Vienna: musei, parchi, vicoli fiabeschi, palazzi sontuosi… e schnitzler

Gloriette di Schönbrunn
Gloriette di Schönbrunn

Sono appena tornata da Vienna, una città che non conoscevo e che mi ha profondamente colpito. Ho potuto visitare alcuni musei, passeggiare per le strade del centro e ammirarne i parchi, e anche assaggiare le prelibatezze della cucina austriaca come la schnitzel, una gigantesca cotoletta (di manzo o maiale) impanata e fritta, e l’imperdibile Sacher torte. Ho approfittato dell’occasione dei festeggiamenti in onore di Gustav Klimt e delle iniziative speciali organizzate in concomitanza dei 100 anni della sua morte: in molte istituzioni museali infatti sono visibili opere solitamente inaccessibili, ed organizzate esposizioni dedicate a questa occorrenza (le ho raccolte in questo album della mia pagina facebook).

Gustav Klimt, Il bacio - dettaglio
Gustav Klimt, Il bacio – dettaglio

Sono tornata a casa con il desiderio di tornarvi, per godere della cura con cui sono tenuti i giardini pubblici – festosamente invasi da famiglie con bambini, anziani, persone di ogni età, per scoprire dietro chiese dalle semplici e scarne facciate tesori opulenti e sfarzosi, per stupirmi delle corti pittoresche che si aprono a sorpresa seguendo i vicoli del centro, per approfondire la conoscenza degli artisti che qui ho visto per la prima volta dal vivo. Racconto quel che ho visto e che suggerisco di vedere in un fine settimana lungo, in questa meravigliosa capitale europea.

Cattedrale di Santo Stefano
Cattedrale di Santo Stefano

All’arrivo ho sperimentato subito l’efficienza austriaca nel raggiungere il centro dall’aeroporto: con il CAT (acronimo di City Airport Train) si raggiunge lo snodo di Wien Mitte (subito fuori da Ringstrasse, a 15 minuti a piedi dal Duomo) in 16 minuti senza fermate intermedie: fantastico! Avevo prenotato un appartamento tramite Airbnb in Singerstrasse, a due minuti a piedi dalla cattedrale di Santo Stefano: atterrando all’ora di pranzo ho appoggiato le valigie e sono subito uscita per andare a scoprire la Innere Stadt, il centro storico, che per le sue dimensioni ridotte si gira comodamente a piedi.

Cattedrale di Santo Stefano, interno
Cattedrale di Santo Stefano, interno

La prima tappa è stata la Cattedrale, autentico scrigno della storia austriaca: colpisce subito per il suo tetto dalle tegole smaltate disposte su entrambi gli spioventi, su un lato con un motivo a zig-zag, sull’altro con la raffigurazione dell’aquila dello stemma austriaco. All’interno si trova uno spettacolare pulpito in pietra, risalente al 1515, e l’altare maggiore, barocco, sormontato da un grande dipinto raffigurante la lapidazione di Santo Stefano. Nella navata di sinistra un altare decorato con 72 pannelli scultorei rappresentanti la vita della Vergine e di Cristo, mentre in quella di destra la tomba in marmo rosso dell’imperatore Federico III.

Chiesa dei gesuiti, interno
Chiesa dei gesuiti, interno

Sono visitabili anche le catacombe, la torre meridionale, la Pummerin (campana collocata nella torre settentrionale, realizzata con il piombo dei cannoni turchi che nel 1683 bombardarono le mura cittadine), il tesoro. Poco distante si trova la Casa di Mozart, oggi museo, dove il compositore visse tra il 1784 e il 1787: è l’unica dimora – tra le innumerevoli abitate dal genio- ancora in piedi.

Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo
Chiesa dei gesuiti, finta cupola di Andrea Pozzo

Consiglio poi la visita della Chiesa dei Gesuiti che colpisce immediatamente per l’incredibile soffitto della cupola, realizzato dall’architetto Andrea Pozzo sul modello di quello già affrescato nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma (all’opera ho dedicato questo post facebook), con effetto di trompe-l’œil. Oltre a questo mirabile ed ingegnoso artificio, la chiesa rivela un interno ricchissimo ed opulento, non intuibile dalla semplice facciata che sporge sulla piazza, accanto alla quale si trova l’Accademia Austriaca delle Scienze.

Chiesa greco-ortodossa
Chiesa greco-ortodossa

Altrettanto ricca e sfarzosa è la vicina Chiesa dei Domenicani, risalente al 1634 e considerata la più bella chiesa del primo barocco a Vienna. E’ molto interessante passeggiare per il Fleishmarkt, cuore del quartiere greco (dove tra l’altro si ammira la suggestiva chiesa greco-ortodossa con interni in stile bizantino), e il vicino Judengasse, fulcro del quartiere ebraico: qui si trova la sinagoga Stadttempel e la Ruprechtskirche, la chiesa più antica della capitale, risalente al 740 d.C.. Nelle immediate vicinanze c’è anche l’Ankeruhr, un magnifico orologio in stile Jugen con personaggi illustri che segnano le ore.

Holocaust-Denkmal
Holocaust-Denkmal

Merita una visita la chiesa di San Pietro, che custodisce uno sfavillante altare dorato, e la Pestsäule, colonna risalente al 1693 in memoria delle 75mila vittime della peste. Poco distante si trova il suggestivo monumento dedicato alle vittime austriache della Shoah, Holocaust-Denkmal, realizzato nel 2000 dalla scultrice inglese Rachel Whiteread: è una biblioteca a forma di bunker, composta da volumi i cui dorsi sono rivolti verso l’interno, illeggibili, a simboleggiare le storie delle persone che nessuno ha potuto conoscere. Sul basamento del memoriale sono incisi i nomi dei campi di concentramento nazisti presenti in Austria.

La Riesenrad del Prater
La Riesenrad del Prater

Ho trascorso l’ultima parte del pomeriggio nel parco del Prater, pieno di persone a passeggiare e prendere il fresco. L’ho raggiunto con una comodissima metropolitana (linea rossa, dalla cattedrale di Santo Stefano sono tre fermate fino a Praterstern). Ho camminato in mezzo ai giochi – alcuni davvero antichi! – del lunapark del Wurstelprater, e sono infine salita sulla famosa ruota panoramica Riesenrad, che mi ha subito ricordato una delle scene più memorabili del film di Orson Welles “Il terzo uomo”: costruita nel 1897 e uscita indenne dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, impiega circa venti minuti per compiere un giro completo e offre un bel panorama di Vienna.

Altre immagini:

Kunsthistorisches Museum
Kunsthistorisches Museum

Il secondo giorno l’ho dedicato ai musei, a partire dal più importante, il Kunsthistorisches, che si affaccia – insieme al Naturhistorisches – sulla Maria-Theresien-Platz (una delle piazze più belle di Vienna). Il Kunst, dallo stile rinascimentale italiano, fu voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe per ospitare le collezioni imperiali e custodisce uno sterminato patrimonio artistico.

Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum
Gustav Klimt, affreschi del Kunsthistorisches Museum

Ho acquistato il biglietto al totem presente in biglietteria e noleggiato a parte l’audioguida. Come prima cosa ho visitato l’installazione temporanea dedicata a Klimt, “Stairway to Klimt”, allestita in occasione dei 100 anni della morte del pittore (visitabile fino al 2 settembre): si tratta di una scala che permette di ammirare da vicino gli affreschi realizzati dal giovane Klimt nella volta dello scalone principale.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele
Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele

Mi sono poi recata nella pinacoteca, che custodisce capolavori come la Torre di Babele di Bruegel (esposta insieme ad altri nella sala dedicata al maestro), l’Adorazione della Santissima Trinità di Dürer, la Madonna del Belvedere di Raffaello, la Madonna del Rosario di Caravaggio, l’Estate di Arcimboldo, la celeberrima Saliera di Benvenuto Cellini.

Raffaello, Madonna del belvedere
Raffaello, Madonna del belvedere

Oltre a questi, nell’ala dedicata alla pittura italiana si trovano capolavori di Tiziano, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, Lorenzo Lotto, Giorgione, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Bellotto, Guardi. Ricchissima anche la collezione tedesca, olandese e fiamminga: Rubens, Lucas Cranach, Wolf Huber, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Hugo van der Goes, Hans Holbein, Vermeer, Rembrandt, alcuni degli artisti esposti. La più spettacolare è senz’altro la sala dedicata alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio con una sequela di capolavori come – oltre alla Torre di Babele – Giochi di bambini, Lotta tra il carnevale e la quaresima, Cacciatori nella neve, Ladro di nidi, Conversione di Paolo, Salita al Calvario, Ritorno della mandria, Banchetto nunziale, Danza di contadini, Strage degli innocenti, Giornata buia.

Benvenuto Cellini, Saliera
Benvenuto Cellini, Saliera

Nella pagina facebook ho pubblicato un album con alcune di queste opere. Ho pranzato presso la caffetteria del Museo, allestita nella splendida sala della cupola. A seguire ho passeggiato tra le opere delle collezioni di arte antica e di arte egizia e del Medio Oriente, oltre che fra i tesori del Gabinetto delle curiosità, che comprendono sculture in avorio, coppe in oro e pietre dure, cineserie e cristalli di rocca.

Canova, Teseo uccide il minotauro
Canova, Teseo uccide il minotauro

Prima di abbandonare il museo ho ammirato da vicino il gruppo scultoreo di Canova collocato al centro dello scalone monumentale, rappresentante Teseo che uccide il Minotauro. Una volta uscita ho attraversato Ringrastrasse e costeggiato il complesso dei palazzi imperiali di Hofburg, abitato dagli Asburgo per oltre 600 anni, dal 1279 al 1918.

Burggarten
Burggarten

Alle spalle dei palazzi si trova il Burggarten, un’oasi di verde e frescura in cui spicca la statua dedicata a Mozart, e una splendida serra dove volano farfalle, fiancheggiata dalla caffetteria della Palmenhaus in stile Jugen. Ottima per una sosta ristoratrice immersi in una atmosfera davvero viennese! Attraversato il giardino sono giunta all’Albertina, che custodisce la più grande raccolta di arti grafiche al mondo.

Palmenhaus del Burggarten
Palmenhaus del Burggarten

Adesso espone la mostra temporanea “Monet to Picasso” con opere appartenenti alla collezione permanente Batliner (dipinti del periodo di Monet e Picasso, opere dell’avanguardia russa e dell’arte europea del XX secolo), nonché disegni celeberrimi di Dürer quali il Leprotto e la Grande zolla (adesso esposti in facsimile, dal 20 settembre 2019 sarà possibile ammirarli dal vero in una grande temporanea dedicata al genio tedesco: da segnare in agenda!).

Altre immagini:

Giardino del principe ereditario, Schönbrunn
Giardino del principe ereditario, Schönbrunn

Ho trascorso il giorno successivo visitando il parco e la Reggia di Schönbrunn, che si raggiunge comodamente in metropolitana (linea verde, da Karlsplatz bastano 7 fermate) pur avendo costituito la residenza di campagna degli Asburgo. Consiglio di acquistare on line l’accesso alla residenza, sia per evitare code alla biglietteria sia per avere la certezza dell’orario di ingresso.

Fontana di Nettuno, Schönbrunn
Fontana di Nettuno

Altrimenti, come ho fatto io, ho acquistato alla biglietteria il primo accesso disponibile al palazzo (alle ore 14,00, presentandomi alle 10) e nel frattempo ho visitato i giardini. Il parco circostante infatti, dall’aspetto veramente magnifico e curatissimo, è pubblico e ad ingresso libero, ad eccezione di alcune “attrazioni” che sono a pagamento.

Fontana dell'obelisco, Schönbrunn
Fontana dell’obelisco

Volendo visitare tutto, ho dunque acquistato il biglietto Classic Pass, che include il giro di tutte le sale del palazzo (40 sale, della durata di 60 minuti con audioguida) con accesso appunto alle 14,00. Nel mentre ho passeggiato per i giardini e ho avuto accesso alle seguenti “attrazioni” a pagamento: Giardino del principe ereditario, Labirinto, Giardino dell’Orangerie, Terrazza panoramica della Gloriette. Ho inoltre pagato in aggiunta l’accesso alle Palmenhaus e alla Wüstenhaus, non incluse in alcuna formula. Esistono anche altre soluzioni, come l’accesso alle sole sale del Palazzo (22 sale o tutte e 40), il Sisi Ticket, il Family pass, l’acquisto singolo del Labirinto o della Gloriette: tutte le possibilità sono ben spiegate nel sito internet e comprendono il noleggio dell’audioguida.

Gloriette, Schönbrunn
Gloriette

Ho trascorso dunque gran parte della giornata passeggiando tra le aiuole in fiore, le siepi di bosso, le fontane ricche di sculture, e consiglio l’esperienza perché il luogo è davvero un incanto: i giardini sono verde pubblico aperto a tutti sin dal 1779, e nascondono angoli pittoreschi da scoprire percorrendone i viali alberati disposti a reticolo e a stella (a questa pagina si trova la planimetria, che ben rende l’idea).

Fontana, Schönbrunn
Fontana

Al loro centro si trova la Fontana di Nettuno, risalente al 1781, mentre nel punto più alto si ammira la Gloriette, del 1775: il Classic Pass consente di salire sin sulla terrazza, da cui si ammira un indimendicabile panorama sul parco, la Reggia e, alle spalle, tutta la città di Vienna. Da visitare anche il Labirinto, realizzato con il classico dedalo in siepi di bosso sul modello di quello che si trovava qui tra il 1720 e il 1892, e il Giardino del principe, circondato da un pergolato a ferro di cavallo e intervallato da graziosi padiglioni verdi e bianchi.

Labirinto, Schönbrunn
Labirinto

Sono poi numerose le fontane disseminate nel verde, come la Fontana dell’Angelo e la maestosa Fontana dell’Obelisco, ornato da geroglifici d’invenzione. Gran parte del parco è inoltre occupata dal giardino zoologico, progettato nel 1751 e aperto al pubblico nel 1779: è il più antico zoo del mondo, e attualmente ospita circa 750 animali.

Palmenhaus, Schönbrunn
Palmenhaus

Merita senz’altro la visita – pur essendo appunto esclusa da qualsiasi biglietto combinato e accessibile con un biglietto a se stante, la Palmenhaus, la Serra delle palme, costruita nel 1882 su modello di quella dei Kew Gardens di Londra. Il biglietto consente anche l’accesso alla Wüstenhaus, che ricrea gli ambienti desertici. Per quanto riguarda invece la visita delle sale della Reggia – dove non è possibile scattare fotografie – essa segue necessariamente la descrizione dell’audioguida: incanalata nell’enorme flusso di visitatori che scorre le sale una dopo l’altra, ho ammirato – seppur in una condizione di grande affollamento e limitatissima libertà di spostamento – gli appartamenti affrescati e decorati con stucchi dorati, specchi, lampadari sfarzosi.

Interno della Palmenhaus
Interno della Palmenhaus

Si susseguono le stanze di Francesco Giuseppe, tra cui lo studio, e quelle della consorte Elisabetta, “Sissi”, come la camera della toeletta. Seguono, tra le altre, il Salone degli Specchi, dove si esibì Mozart a sei anni al cospetto dell’imperatrice Maria Teresa, la Grande Galleria – dove gli Asburgo davano balli e banchetti – i Gabinetti Cinesi, il Salone cinese azzurro – rivestito in carta di riso a motivi floreali, la Stanza di Napoleone, la Camera di Maria Teresa.

MuseumsQuartier
MuseumsQuartier

Ho concluso la giornata presso il MuseumsQuartier, un enorme complesso di musei, negozi e locali pubblici realizzato nelle antiche scuderie imperiali risalenti al 1725. Sulla grande piazza del complesso si affacciano locali e caffetterie, mentre al centro grandi poltrone in gomma accolgono chiunque voglia riposare e sul palco si susseguono concerti di musica, con i giovani e i passanti che affollano ogni spazio: un luogo che mi ha trasmesso un’energia positiva, bella, circondato da istituzioni museali importanti come il Leopold Museum, il Mumok (dedicato all’arte viennese del XX secolo), la Kunsthalle Wien (arte contemporanea austriaca e internazionale), il Centro di architettura, il Museo dei bambini Zoom.

Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt - dettaglio
Egon Schiele, Self-portrait with striped shirt – dettaglio

Tra tutti ho visitato il Leopold Museum, che accoglie la prestigiosa raccolta dell’oftalmologo viennese Rudolf Leopold, una magnifica selezione di opere d’arte austriache del XIX e XX secolo. E’ imperdibile la collezione di quadri di Egon Schiele, la più grande al mondo di questo artista, con 41 dipinti e 188 fra disegni e incisioni: conta capolavori come L’uomo e la morte, Madre con due bambini, Cardinale e suora. Vi sono inoltre significative tele di Gustav Klimt come Morte e vita. In occasione dei 100 anni dalla scomparsa dell’artista ospita la temporanea “Gustav Klimt. Artist of the Century”, che ripercorre il periodo di passaggio dal tardo storicismo alla Secessione Viennese.

Altre immagini:

Palazzo della Secessione
Palazzo della Secessione

Il giorno successivo, l’ultimo della mia gita, sono stata al Palazzo della Secessione, spazio espositivo costruito tra il 1897 e il 1898 per ospitare il neonato movimento artistico. Immediatamente riconoscibile all’esterno per la cupola formata da un intreccio di foglie d’alloro dorato, al proprio interno ospita un fregio realizzato da Gustav Klimt in occasione della mostra del 1902.

Gustav Klimt, Fregio di Beethoven - dettaglio delle forze ostili
Gustav Klimt, Fregio di Beethoven – dettaglio delle forze ostili

L’opera, chiamata Fregio di Beethoven, si ispira all’interpretazione di Richard Wagner della Nona sinfonia di Beethoven, ed era stata realizzata in forma temporanea: quando venne esposta, suscitò grande clamore e divenne oggetto di fortissime critiche. Conobbe una lunghissima e complicata sorte, (cui dedicherò un approfondimento) fino all’installazione nel 1983 in forma permanente in questo luogo, per il quale era stata inizialmente concepita.

Karlskirke
Karlskirke

Mi sono recata a piedi alla vicina Karlskirke, capolavoro del barocco viennese sormontata da una cupola in rame alta 72 metri: eretta tra il 1716 e il 1739 come ringraziamento per la fine dell’epidemia di peste del 1713, è preceduta da una coppia di colonne ritorte ispirate alla Colonna Traiana di Roma e decorate con scene della vita di San Carlo Borromeo. Ho quindi preso la metropolitana (linea rossa) e in due fermate ho raggiunto l’ultimo museo in programma, il Belvedere.

Belvedere superiore
Belvedere superiore

Ho raggiunto questa magnifica reggia – edificata quale residenza estiva del principe Eugenio di Savoia – risalendo a piedi tutto il suo parco, che si estende tra il palazzo inferiore (sede di mostre temporanee) e la reggia superiore (che ospita la collezione permanente). Il giardino venne creato nel 1700 dal discepolo dell’architetto paesaggista André le Nôtre, autore dei Giardini di Versailles, e si sviluppa su tre livelli a partire dalla cascata inferiore.

Gustav Klimt, Giuditta
Gustav Klimt, Giuditta

Giunta al Belvedere superiore mi sono recata al primo piano, che espone una serie imperdibile di capolavori di Klimt tra cui il Bacio e la Giuditta. Vi sono anche opere di Max Kilinger, Oskar Kokoschka, Egon Schiele ed Edvard Munch. Le altre sezioni museali, disposte sui tre piani del palazzo, sono dedicate all’arte medievale, all’arte neoclassica e Biedermeier, al realismo e all’impressionismo. Fino al 2006 era qui esposto il Ritratto di Adele Bloch-Bauer altrimenti noto come “Woman in gold”, uno spettacolare dipinto di Klimt risalente al 1907 oggetto di una travagliatissima contesa legale fra lo Stato austriaco e l’erede della famiglia Bloch-Bauer (la vicenda è divenuta la trama di un bel film del 2015 con la protagonista interpretata da Helen Mirren, intitolato appunto “Woman in gold”). Oggi l’opera si trova alla Neue Galerie di New York.

Vialetto dello Stadtpark
Vialetto dello Stadtpark

Ho trascorso le mie ultime ore a Vienna passeggiando nel bel giardino di Stadtpark, pieno di persone in mezzo ai prati, lungo le sponde del laghetto e sulle panchine. Un modo per dire arrivederci a una città in cui già non vedo l’ora di tornare!

Altre immagini:

Dove mangiare:

Brezl Gwölb
Brezl Gwölb

Il primo giorno ho pranzato da Brezl Gwölb, nei tavolini allestiti in una piazzetta nascosta dietro un vicolo: un vero incanto, dalla cucina deliziosa. Ho assaggiato una schnitzel con salsa ai mirtilli e buonissime patate in insalata con erba cipollina e valeriana, il tutto ovviamente accompagnato da un’ottima birra. In occasione della visita al Kunsthistorisches ho pranzato nella splendida sala della cupola, con un servizio di caffetteria con primi e secondi piatti, panini e dolci assortiti.

Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum
Café & Restaurant nella Sala della Cupola del Kunsthistorisches Museum

Durante la giornata trascorsa nel parco di Schönbrunn mi sono fermata in uno dei nove ristoranti e caffetterie dell’immenso giardino, quello vicino alla fontana di Nettuno, il Landmann’s ParkCafé: con i tavolini immersi nel verde e un servizio rapido e curato, era pieno di famiglie e visitatori singoli e un gran via vai di camerieri che servivano primi e secondi piatti, gelati, dolci, bevande.

Augustinerkeller
Augustinerkeller

L’ultimo giorno ho pranzato sotto l’Albertina, all’Augustinerkeller, storico locale ospitato in un’antica cantina vinicola: cucina tipicamente austriaca accompagnata dal vino della zona e dalla birra prodotta artigianalmente.

Figlmüller
Figlmüller

A cena sono stata da Meierei im Stadtpark, dove ho ordinato una selezione di interessanti formaggi, ciascuno accompagnato da un’accurata carta di descrizione. E’ situato nel cuore del parco di Stadtpark, affacciato sul canale che taglia in due il giardino. Ho poi sperimentato la celeberrima Wiener Schnitzel di Figlmüeller, una vera e propria istituzione, che serve le schnitzler più grandi di tutta la città, dal diametro medio di 30 centimetri… L’ultima cena è stata presso un chiosco di würstel con la deliziosa specialità ripiena al formaggio, accompagnata da abbondante senape dolce e piccante.

Trześniewski, l'assortimento di tramezzini
Trześniewski, l’assortimento di tramezzini

Fra le altre specialità da non perdere, consiglio i favolosi tramezzini (sono un’appassionata delle tartine!) di Trześniewski: penso di aver assaggiato ognuna delle oltre venti varianti esposte al banco – al salmone affumicato, alle verdure, alla paprika, alle uova e cetrioli, al peperone… – con la salsa spalmata sopra pane scuro.

Sacher torte servita al Café Sacher
Sacher torte servita al Café Sacher

Per trovare conforto alle fatiche del viaggiatore non ho rinunciato alla Sacher Torte, servita nel Café dell’Hotel Sacher (di fronte all’Albertina) con abbondante panna: nonostante gli ingredienti, l’ho trovata leggerissima e, ovviamente, favolosa. A colazione infine – e come scorta per casa – ho molto apprezzato i waferini Manner, storica bottega che ha aperto in piazza della cattedrale un concept store: le confezioni si trovano comunque in tutti i supermercati.

I piatti assaggiati:

La mappa dei luoghi che ho visitato:

Un’oasi verde nel cuore di Roma: l’Orto Botanico della Sapienza in Trastevere

Ciliegi in fiore nel giardino giapponese dell'orto botanico
Ciliegi in fiore nel giardino giapponese

Nei giorni di calura estiva è un’ottimo riparo al verde e al fresco: è l’Orto Botanico di Roma, che si estende su una superficie di 12 ettari tra via della Lungara e il Colle del Gianicolo in Trastevere. Sviluppatosi in questa sede a partire dal 1883, è possibile visitarlo percorrendo uno dei tanti sentieri che si snodano al suo interno, costeggiando le collezioni e le aree qui presenti. Una delle più importanti è senz’altro la collezione delle palme, composta da 35 specie coltivate all’aperto, di cui alcune rare e a rischio estinzione.

Collezione delle palme dell'orto botanico
Collezione delle palme

Anche la collezione di bambù si distingue per la sua ricchezza, con oltre 70 entità tra specie, sottospecie e varietà, tanto da essere una delle più ricche in Europa. Di grande bellezza è il giardino giapponese, che consiglio di visitare nel periodo di fioritura dei ciliegi: è stato realizzato su progetto di Nakajima Ken – l’architetto che creò anche il giardino dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (cui ho dedicato questo articolo) – secondo il modello del “giardino da passeggio” e offre giochi d’acqua, cascate e due laghetti.

Serra tropicale dell'orto botanico
Serra tropicale

Nella serra tropicale si ammirano oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, con un’umidità costante all’80% e una temperatura tra i 18° e i 20° in inverno, 30° in estate: è suddivisa in aree, come quella del sottobosco tropicale, delle specie palustri, della foresta pluviale, delle palme. Di fronte alla serra tropicale si trova il Giardino dei Semplici, in cui si osservano le piante medicinali, con oltre 300 entità protette all’interno di aiuole in muratura. Nel ruscello, nel laghetto e in alcune vasche si trovano le specie vegetali acquatiche, come le ninfee, presenti in oltre 32 specie.

Valle delle felci dell'orto botanico
Valle delle felci

Vi è poi il roseto, la collezione di felci, l’area del giardino roccioso, il bosco mediterraneo (che testimonia l’aspetto del Gianicolo e della vegetazione che in passato lo ricopriva), la zona delle gimnosperme, il giardino mediterraneo (con le specie tipiche della macchia mediterranea). Vi sono inoltre alcune serre, di aspetto davvero suggestivo: tra di esse la Serra Monumentale, che venne costruita nel 1877 dalla ditta Mathian di Lione, e che in una parte conserva un’interessante raccolta di piante carnivore con oltre 65 entità. Molto bella è anche la Serra Francese, costruita tra il 1883 e il 1884 sempre dalla ditta Mathian, caratterizzata da una struttura curva in ferro battuto e vetri.

Serra francese dell'orto botanico
Serra francese

Vi sono infine la Serra Arancera, risalente al 1930 e destinata al ricovero delle piante di agrumi, e la Serra Corsini, realizzata nel XIX secolo quale prima serra calda edificata nel giardino dell’antistante Palazzo Corsini. Al suo interno si trovano anche due vasche da bagno appartenute alla regina Cristina di Svezia nel periodo in cui alloggiava a Palazzo Riario (dal 1659 al 1689), qui trasferite in seguito.

Scalinata nelle Undici Fontane dell'orto botanico
Scalinata nelle Undici Fontane

Passeggiando nell’Orto botanico si possono ammirare molti alberi ultracentenari (sono oltre 340), nonché le fontane storiche che furono qui costruite e poi modificate nel corso dei secoli. La più affascinante è senz’altro la Scalinata delle Undici Fontane, fiancheggiata da platani plurisecolari, progettata dal Fuga nel 1742. E’ composta da cinque vasche digradanti, dalle quali zampillavano gli undici getti d’acqua che ne hanno dato il nome. Era decorata da vasi di travertino e terracotta e sculture e busti posti sui parapetti delle gradinate.

Collezione di bambù dell'orto botanico
Collezione di bambù

Al centro del giardino si trova la Fontana dei Tritoni, risalente al 1742 ad opera di Giuseppe Poddi, costituita da una vasca un marmo di Carrara con al centro un gruppo in travertino rappresentante due Tritoni. Inizialmente la fontana si trovava al centro di un emiciclo composto da piante di alloro disposte ad archi, sostenuti da colonne, a formare un “teatro di verzure”.

Informazioni utili alla visita: il sito internet dell’Orto Botanico è ricco di indicazioni utili, tra cui la mappa del Giardino. In alternativa ci si può rivolgere alla biglietteria, per ottenere consigli sui periodi di visita legati alla fioritura di alcune specie. Il numero è 06-49917107.

Altre immagini:

Mappa:

Il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura a Roma

L'edificio dell'Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino
L’edificio dell’Istituto Giapponese di Cultura visto dal giardino

Per tutto il mese di giugno sarà possibile visitare il giardino dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Prima dell’interruzione per la pausa estiva (nei mesi di luglio e agosto) si potrà prenotare una visita guidata al giardino, il primo realizzato in Italia da un architetto giapponese, Nakajima Ken.
Oltre che per la bellezza del luogo, il giardino merita una visita (rigorosamente guidata e a numero chiuso) per la storia che testimonia.

Il laghetto e il ponticello del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e il ponticello

Circonda su due lati l’Istituto, inaugurato il 2 dicembre 1962 per la promozione della cultura giapponese in Italia. L’idea di creare l’Istituto risale agli anni Trenta, ma fu necessario attendere la firma, nel 1954, dell’Accordo Culturale tra Italia e Giappone per avviare finalmente i lavori di costruzione.
L’edificio è un tipico esempio di architettura giapponese moderna, una costruzione a tre piani che, seppur realizzata in cemento armato, mantiene tutte le caratteristiche originali dell’edificio in legno in stile Heian: la lunga grondaia, il contrasto cromatico tra le pareti bianche e lo scuro dei pilastri, le finestre a grate (hitomi), il peristilio esterno, i pilastri che sporgono dalle pareti esterne, la scalinata d’ingresso. All’interno vi è abbondanza di superfici in legno, rivestimenti in stoffa, tendaggi e le caratteristiche porte scorrevoli shôji, in carta di riso.

Il sentiero del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il sentiero

Sul terreno adiacente, concesso dal Comune di Roma, si estende il giardino, realizzato dall’architetto Nakajima Ken, responsabile anche della splendida area giapponese dell’Orto Botanico dell’Università La Sapienza di Roma (questo l’articolo dedicato). Il giardino riprende tutti gli elementi tradizionali dello stile sen’en (giardino con laghetto), con la presenza della cascata, delle rocce, delle piccole isole, del ponticello e della lampada di pietra tōrō. Tra le piante presenti vi sono il ciliegio, il glicine, l’iris e il pino nano, mentre le pietre che formano la cascata provengono dalla campagna toscana: questo è un tratto di originalità voluto dall’architetto, che ha inteso omaggiare l’Italia utilizzandone alcuni elementi naturali. Nella parte più alta del luogo, assecondando lo stesso intento, il ciliegio è affiancato da un ulivo. La disposizione del sentiero che attraversa il giardino consente di ammirarne gli scorci e asseconda il declivio del terreno, così come la cascata, che scende lungo le rocce e che è posta al centro dello spazio.

Il laghetto e la cascata del giardino dell'istituto giapponese di roma
Il laghetto e la cascata

Un luogo, questo, dove assaporare l’antichissima arte giapponese dei giardino e conoscere un pezzo della storia di Roma forse meno nota, all’insegna del rispetto e dell’incontro delle diversità.

 

Informazioni utili alla visita: il giardino è visitabile esclusivamente previa prenotazione e con guida. Tutte le indicazioni sono riportate sul sito internet dell’Istituto, www.jfroma.it. Il periodo di maggiore richiesta coincide con la fioritura delle piante di ciliegio: se si vuole ammirarla, è necessario prenotare con grande anticipo.

Altre immagini:

Mappa:

Villa La Foce in Val d’Orcia: un luogo secolare fra natura, storia e architettura

Il giardino formale inferiore e sullo sfondo il monte Amiata

Villa La Foce in Val d’Orcia è un magnifico edificio affacciato su uno stupendo giardino. Si trova nel comune di Chianciano Terme, alle porte della Val d’Orcia, e deve la sua fama allo splendido giardino che venne realizzato a più riprese tra il 1924 e il 1939. Si trova in un luogo di antichissima colonizzazione, frequentato già dagli etruschi, come testimonia una necropoli risalente al VII secolo a.C.: La Foce infatti sorge sulla strada che collegava la costa alla potente città di Chiusi, via di intensi traffici e scambi commerciali.

Il primo giardino fra le siepi di bosso
Il primo giardino fra le siepi di bosso

L’edificio che oggi si ammira risale al 1489 e venne costruito dall’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena per offrire un ricovero ai viandanti e ai pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti verso Roma. Il suo disegno è attribuito a Baldassarre Peruzzi o alla sua bottega. Nel 1924 la tenuta venne acquistata dai Marchesi Antonio ed Iris Origo, che affidarono all’architetto inglese Cecil Pinsent il compito di estendere il vecchio edificio e l’annessa fattoria e di realizzare il giardino.

Il lavoro di bonifica agraria portato avanti dagli Origo trasformò il brullo paesaggio delle crete senesi in una campagna fertile: di pari passo con i lavori agricoli, essenziali per il funzionamento della fattoria, procedevano anche quelli riguardanti la villa e il giardino, che si protrassero per quindici anni. In fasi successive vennero realizzati il primo giardino, con la vasca e il pergolato, il giardino dei limoni e il cimitero nei boschi, il roseto e i suoi pendii, infine il giardino inferiore con la grotta e il doppio scalone in travertino: il lavoro terminò alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Villa La Foce il giardino delle rose e un tralcio di glicine
Il giardino delle rose e un tralcio di glicine

Il genio di Pinsent, che qui creò il suo capolavoro, si esprime nell’armonia in cui la pietra e la vegetazione dialogano e interagiscono, e nella capacità di coniugare una rigida simmetria delle forme con l’apparente disordine della natura. L’osservanza delle geometrie – che trionfa nelle siepi rigorosamente triangolari del giardino di sotto – si ammorbidisce via via che ci si allontana dalla casa e si procede verso la vallata, verso il bosco in cui gli elementi artificiali cedono il posto alle libere espressioni della natura.

La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo per collegare il poggio confinante
La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo

Di fronte al giardino, oltre la vallata sottostante, spicca il monte Amiata, vulcano inattivo ormai da millenni. Sul poggio accanto si nota una strada bianca che sale zigzagando il dorso della creta, fiancheggiata da cipressi: è il simbolo de La Foce, e uno delle immagini più note della Toscana. Venne realizzata da Antonio Origo per collegare la fattoria centrale con i poderi sorti sui campi appena bonificati, e richiama i paesaggi di Benozzo Gozzoli e Lorenzetti.

La visita di questo luogo non può che lasciare una profonda impressione in chiunque lo ammiri, suscitando riflessioni su quanto l’opera e l’ingegno dell’uomo abbia modificato un paesaggio ostile e selvaggio come quello delle crete senesi in un angolo verde, in cui la natura è addomesticata e piegata a un diverso ordine di bellezza. La volontà dei Marchesi Origo, che hanno accolto il fascino esercitato da questa terra, ha segnato per sempre la storia della Val d’Orcia, creandone un mito che dura ancora oggi.

Villa La Foce la vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica
La vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica

Informazioni utili:

La Foce
Strada della Vittoria, 61
53042 Chianciano Terme
(Siena)

Il giardino è aperto al pubblico esclusivamente con visita guidata, ogni mercoledì pomeriggio (con partenze alle 15, 16, 17 e 18) e ogni sabato e domenica alle 11,30, 15 e 16,30. E’ visitabile anche nei giorni di festività nazionale (2 aprile, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1 novembre) sempre in orario 11,30, 15 e 16,30.

Per ulteriori informazioni consiglio di consultare il sito internet, www.lafoce.com/it/

Altre immagini:

Villa La Foce il primo giardino con i limoni e le siepi di bosso
Il primo giardino con le piante di limoni e le siepi di bosso

Mappa:

La città del tufo rosso e della via Francigena: Sutri

Il panorama di Sutri da Villa Savorelli
Il panorama di Sutri da Villa Savorelli

Arrivare a Sutri significa ammirare una città interamente costruita in tufo, la pietra locale dal caratteristico colore rossastro lavorata secondo una tradizione giunta ai nostri giorni. Sin dalla sua fondazione, la cittadina è stata al centro di una tale densità di avvenimenti storici, talvolta intrecciati con la leggenda e con il mito, da stupire il suo visitatore: la felice posizione del suo borgo ne ha segnato le vicissitudini nel corso dei secoli e ha lasciato testimonianze che invitano all’approfondimento e alla sosta.

La necropoli di Sutri
La necropoli

Sutri vanta antichissime origini: la sua fondazione è fatta risalire alla tarda età del bronzo (X secolo a.C.), quale centro agricolo – collocato in mezzo a campagne intensamente coltivate – influenzato sia dai Falisci sia dagli Etruschi. A questo periodo risalgono le necropoli che oggi si ammirano, scavate nel tufo e rimaste in uso anche nel corso della successiva dominazione di Roma. Dal V secolo la cittadina entrò nella sfera d’influenza romana, grazie alla sua posizione strategica per il controllo sia delle regioni falische sia di quelle etrusche, definita da Tito Livio “Porta dell’Etruria”. Minacciata dagli etruschi di Tarquinia, che miravano a riprenderne il controllo, nel 389 a.C. venne fulmineamente riconquista da Marco Furio Camillo, che ne riprese il controllo in una sola notte: da qui il proverbio “Sutrium ire”, che indica un’azione fatta rapidamente.

L'anfiteatro romano di Sutri, vista dall'alto
L’anfiteatro romano

La città, già florido centro agricolo, divenne uno dei più importanti centri dell’Etruria meridionale in virtù della sua ubicazione lungo la via Cassia, luogo di commercio e scambi. A questo periodo risale la costruzione dell’anfiteatro, scavato in una collina – come quello di Ocriculum, in Umbria (cui ho dedicato questo articolo): risalente alla fine del I secolo a.C., in piena epoca augustea, ha pianta ellittica, era diviso in tre ordini di gradinate e poteva ospitare fino a 5000 spettatori. La struttura, che per la sua conformazione era praticamente invisibile dall’esterno, rimase completamente sconosciuta e interrata per secoli, venendo usata come pascolo fino all’inizio del XIX secolo: allora venne riscoperto dalla famiglia Savorelli (proprietaria del colle) e iniziarono i lavori di recupero e restauro.

Il mitreo di Sutri, interno
Il mitreo

Alla fine del I secolo d.C. insieme al cristianesimo si diffuse anche il mitraismo, una religione importata dall’oriente dedicata al culto del dio Mitra i cui riti si svolgevano, in forma segreta ed iniziatica, nei mitrei, santuari in genere ricavati in ambienti sotterranei. A Sutri si conserva uno splendido mitreo, scavato nel cuore della collina tufacea che già accoglieva la necropoli: a tre navate divise da pilastri, la navata centrale coperta da una volta a botte e le navate laterali con copertura piana, venne trasformato in chiesa cristiana a seguito all’avvento del cristianesimo.

Affreschi nel vestibolo del Mitreo
Affreschi nel vestibolo del Mitreo

Inizialmente intitolata all’Arcangelo Michele, la chiesa nel 700 fu dedicata al culto della Madonna col Bambino, come dimostra l’affresco sopra l’altare, e intitolata alla Madonna del Parto. Nel vestibolo si ammirano affreschi successivi, risalenti al XIV secolo, che raffigurano la leggenda della fondazione del santuario di San Michele sul monte Gargano e una processione di pellegrini: questi sono vestiti secondo la moda medievale, con un cappello a tesa larga, un mantello, la scarsella (bisaccia) e il bordone (bastone), come quelli che – provenienti da tutta Europa – transitavano sulla vicina Francigena diretti verso Roma.

Pellegrini raffigurati nel Mitreo di Sutri
Pellegrini raffigurati nel Mitreo

Il ricordo dei pellegrinaggi è testimoniato dalla Porta Franceta, che sin dall’epoca romana costituiva il principale accesso al colle di Sutri e che deve il suo nome ai pellegrini romei, chiamati “Franchi”.

La Francigena fu percorsa anche dall’imperatore Carlo Magno, che si recò a Roma in più occasioni, tra cui quella della sua incoronazione a imperatore nel Natale dell’800: secondo la tradizione trascorse a Sutri qualche tempo perché colto da un malore sulla strada del ritorno.

Porta Franceta a Sutri
Porta Franceta

La memoria di questa sosta è tramandata da un piccolo castello che si trova nel parco di Villa Savorelli, conosciuto come Castello di Carlo Magno. Oltre che al nome del carolingio la cittadina è legata anche al paladino Orlando, che secondo la Chanson de geste “Berta e Milone” nacque a Sutri: il testo, risalente alla prima metà del XIV secolo, narra l’esilio della sorella di Carlo Magno, Berta, dopo la sua unione con Milone e la nascita a Sutri di Orlando. Orlando, venuto alla luce in una grotta che ancora porta il suo nome, venne poi nominato Paladino dallo zio imperatore e le sue gesta furono cantate nei cantari cavallereschi dei ciclo carolingio. Vi è infine la memoria di un altro pellegrino illustre, Francesco Petrarca, che soggiornò a Sutri diretto a Roma e in una lettera al cardinale Colonna la definì “sede diletta a Cerere, e antica colonia, come dicono, di Saturno”.

Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano
Lapide posta nel palazzo comunale. In alto lo stemma di Sutri, con Saturno a cavallo e tre spighe di grano in mano

Il poeta nella lettera fa riferimento al mito secondo il quale la città fu fondata dal dio Saturno, rappresentato a cavallo con tre spighe di grano in mano nello stemma comunale: “non lungi dalle mura mostrano il campo che narrano fosse il primo in Italia a ricevere la sementa del grano, e mietuto dal re straniero, che con tal beneficio mansuefatti e accattivatisi gli animi di quei primi abitatori regnò su loro tranquillo fin che visse, e venuto dopo morte in voce di Dio, dalla gratitudine degli uomini qual vecchio nume con in mano la falce fu venerato”.

Abitazioni in tufo e la Porta Franceta a Sutri
Abitazioni in tufo e la Porta Franceta

In seguito alla caduta dell’impero romano Sutri mantenne il suo ruolo di controllo della via Cassia, punto di transito e ultima tappa prima di Roma, e passò sotto il controllo della Chiesa divenendo sede di una cattedra vescovile: al 456 d.C. risale la prima testimonianza di un vescovo, Eusebius, partecipante al sinodo romano che si svolse quell’anno. La cittadina fu al centro di numerose diatribe tra la Chiesa, gli eserciti bizantini e gli invasori Longobardi, fino a quando il re longobardo Liutprando  nel 728 compì la celebre Donazione di Sutri, donando a papa Gregorio II il “castello di Sutri” e i territori conquistati, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa.

La piazza del Comune a Sutri
La piazza del Comune

Nel 1046 la città, che beneficiava della felice posizione – distante ma non troppo – rispetto a Roma, ospitò il concilio indetto dall’imperatore Enrico III, durante il quale venne eletto al soglio pontificio Clemente II. Accolse incontri e ospiti prestigiosi anche nei secoli successivi: nel 1111 qui si celebrò il concilio con papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V per mettere fine alle lotte per le investiture, nel 1244 fu scelta come rifugio da papa Innocenzo IV in lotta con l’imperatore Federico II, da lui scomunicato.

Cattedrale di Santa Maria Assunta, interno
Cattedrale di Santa Maria Assunta

Al periodo medievale risale la Cattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1207 da papa Innocenzo III: l’edificio romanico venne costruito su di un precedente edificio carolingio, forse a sua volta edificato sul sito di un’antica basilica romana. L’impianto che oggi si ammira risale al ‘700, quando fu decisa un’ampia opera di restauro che, di fatto, trasformò completamente l’architettura romanica nell’aspetto barocco che oggi si ammira. Il rifacimento preservò la cripta, il campanile in tufo e lo splendido pavimento cosmatesco che si trova lungo tutta la navata centrale. Nella cripta si possono osservare colonne di reimpiego di origine romana, oltre a capitelli bizantini, longobardi e romanici.

La cripta della cattedrale di Sutri
La cripta della cattedrale

Lungo le pareti si aprono nicchie semicircolari, forse destinate alla conservazione delle reliquie, mentre la copertura è a volte a crociera in tufo: tutte le superfici erano ornate di affreschi, oggi scomparsi. All’interno della chiesa si trova la tavola del Cristo benedicente donata dal Innocenzo III in occasione della consacrazione. L’icona risale al XII-XIII secolo e rappresenta il Cristo nella posa del pantocratore bizantino: per alcuni aspetti è ritenuta la copia dell’Acheropita del Salvatore conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano a Roma.

La tavola del Cristo Benedicente nella Cattedrale di Sutri
La tavola del Cristo Benedicente

Nei secoli XIII e XIV le sorti di Sutri furono legate agli scontri fra guelfi e ghibellini, che culminarono nell’incendio del 1433 del Borgo, la parte bassa della città sorta lungo la via Cassia, a valle rispetto all’attuale abitato: quel che rimase del centro venne quasi completamente distrutto nel 1527 dal passaggio dei Lanzichenecchi di Carlo V e quindi sepolto da un’alluvione che a metà del ‘600 portò via tutto. Il declino delle attività commerciali fu decretato anche dallo spostamento dei traffici lungo la via Cimina, voluto dai Farnese alla metà del XV secolo, che causò l’abbandono dei commerci lungo l’antica Cassia, mentre nel 1435 la sede arcivescovile di Sutri venne unificata con quella di Nepi, a ulteriore testimonianza della situazione di declino.

Villa Savorelli e il suo giardino a Sutri
Villa Savorelli e il suo giardino

All’esterno del centro abitato, sul colle di San Giovanni che faceva parte del Borgo oggi scomparso, si trova Villa Savorelli, edificata dalla famiglia Muti Papazzurri agli inizi del XVIII secolo insieme alla chiesa annessa, al giardino e al parco. La chiesa fu costruita sulle fondamenta di un edificio preesistente al tempo del Borgo medievale e presenta una facciata barocca affiancata da due campanili. Il giardino venne realizzato secondo i canoni del rinascimento italiano, con siepi di bosso, mentre il bosco vicino custodisce alcuni resti di architetture medievali.

La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo
La chiesa di Santa Maria del Monte e Sutri sullo sfondo

Al limitare del colle si trovano i resti di quella rocca difensiva indicata come Castello di Carlo Magno. Alla fine del secolo tutta la proprietà venne ereditata dai marchesi Savorelli per passare poi alla famiglia Staderini.

 

Informazioni utili per la visita:

L’ingresso al Parco Regionale di Sutri
L’ingresso al Parco Regionale

Ai piedi della città di Sutri si trova il Parco Regionale, che comprende l’anfiteatro, il mitreo-chiesa della Madonna del Parto, le antiche necropoli, Villa Savorelli. Il parco è visitabile liberamente oppure con visita guidata. L’accesso all’anfiteatro è a pagamento, mentre la visita del Mitreo è possibile solo con visita guidata. Le visite si svolgono ogni ora, dalle 9 alle 17. Per ulteriori informazioni rimando al sito regionale dei Parchi del Lazio, www.parchilazio.it/sutri e alla pagina dedicata sul sito del Comune di Sutri, da cui è possibile scaricare anche una mappa del luogo (distribuita in forma cartacea presso la biglietteria e centro visite del Parco). E’ molto interessante anche il sito della via Francigena, www.viefrancigene.org/it/.

A pranzo mi sono fermata presso La locanda di Saturno, dove ho mangiato benissimo: ho molto apprezzato, tra i vari piatti, le fettuccine alla lepre e le tagliatelle integrali con ragù bianco di maiale e lavanda. Il servizio è stato attento e puntuale, l’accoglienza cortese e calorosa. Ho pranzato in una bella terrazza esterna, con vista sul verde circostante e le abitazioni del borgo in tufo, ma ho notato che anche all’interno c’erano belle sale arredate con gusto, ideali per un pranzo o cena invernali.

Altre immagini:

I piatti assaggiati alla Locanda di Saturno:

Mappa di Sutri:

Ocriculum, un parco archeologico nella campagna umbra

L'ingresso al parco archeologico di Ocriculum
L’ingresso al parco archeologico

Al confine tra Umbria e Lazio si trovano le rovine dell’antica città romana di Ocriculum, sorta sulla sponda del Tevere lungo il tracciato della via Flaminia: la precedente cittadina fondata dagli umbri sorgeva sul versante montuoso dove tutt’oggi si trova Otricoli, ma venne distrutta dai Romani durante la guerra civile nel 91-90 a.C.. Venne quindi costruita la nuova Ocriculum, in questa valle dove oggi se ne ammirano i resti, fino a quando nel VI secolo gli abitanti si ritirarono nuovamente sulla montagna per motivi difensivi: la città venne infatti distrutta nel corso dell’invasione longobarda tra il 569 e il 605 a.C..

I resti dell'anfiteatro di Ocriculum
I resti dell’anfiteatro

Quel che oggi è sopravvissuto si trova immerso in un parco, fra alberi e prati, con il ruscello di San Vittore che lambisce le rovine, in una sintesi perfetta di natura e archeologia. La bellezza del paesaggio era tale anche all’epoca, sì che molti romani benestanti, come la suocera di Plinio il Giovane e il politico Tito Annio Milone – amico di Cicerone – avevano ville e possedimenti ad Ocriculum.

Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia
Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia

La città acquisì grande importanza tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. in virtù della sua posizione strategica, luogo di confine sia fluviale sia terrestre: nel 220 a.C. venne infatti costruita la via Flaminia, secondo la volontà del console Gaio Flaminio Nepote, per collegare Roma con l’Italia del Nord.

La Flaminia divenne uno degli strumenti della romanizzazione dell’Umbria, regione in cui entrava proprio passando da Ocriculum, distante 44 miglia da Roma: da qui raggiungeva la vicina Narnia e poi si ramificava in due direttrici, quella che attraversava Mevania (l’antica Bevagna) utilizzata per gli spostamenti militari, l’altra verso Spoleto per le comunicazioni ordinarie.

Tomba "a torre" a Ocriculum
Tomba “a torre”

Il tracciato stradale della Flaminia è riconoscibile perché fiancheggiato da monumenti funerari, di cui alcuni sono qui visibili: seguendo infatti il sentiero attraverso il parco le prime rovine che s’incontrano sono quelle di tombe, presenti in due forme. Il primo modello è a nicchia, di foggia rotonda, risalente all’età imperiale e costruito in opera cementizia con rivestimento in laterizio. La seconda tomba ha una forma “a torre”, di grande dimensioni e a pianta quadrata, sormontata da un corpo circolare che è stato poi riutilizzato come colombaia: doveva essere rivestita in marmo, particolarità che ha fatto ritenere sia stata la sepoltura di un personaggio importante.

Tomba "a torre" nella valle di Palmira in Siria
Tomba “a torre” nella valle di Palmira

Il suo aspetto e la sua monumentalità, che la rendeva visibile da lontano, riconducono a modelli orienti e a prototipi ellenistici diffusi in Asia Minore, come le tombe che ho ammirato nella valle di Palmira, in Siria, del tutto simili a questa.

Di fronte ai resti delle tombe si apre un sentiero che porta all’anfiteatro, costruito a ridosso di un versante montuoso (come quello di Sutri), dalle dimensioni considerevoli: 120 x 98 metri. Non esiste più l’anello esterno, quel che oggi si ammira sono le rovine dell’entrata e gli ingressi, costruiti in opera reticolata (tecnica costruttiva che presenta un motivo a rete). Ritornando sul sentiero principale, accanto alle tombe si può ammirare un tratto basolato di via Flaminia, largo 6 metri e lungo 25, che mostra ancora il segno del passaggio dei carri nei solchi scavati dalle ruote.

Il tracciato della via Flaminia ad Ocriculum
Il tracciato della via Flaminia

Lungo la strada si trova una fonte pubblica, tutt’oggi alimentata dall’acqua, sulla cui balaustra si osservano i segni delle funi dei secchi usati per l’approvvigionamento idrico. La Flaminia proseguiva in questa direzione, conducendo all’area urbana e alla zona del foro: all’esterno di questo nucleo, si trovano appunto le tombe già viste. Proseguendo si giunge quindi alle strutture del centro cittadino, e in particolare ai resti delle terme: qui sono stati rinvenuti alcuni mosaici che furono utilizzati per ornare il pavimento della Sala Rotonda dei Musei Vaticani.

I resti delle terme di Ocriculum
I resti delle terme

La tecnica costruttiva di questi ambienti, di cui rimane un’aula ottagonale con soffitto a cupola, ne colloca l’edificazione nel II secolo d.C.. Vi è poi il teatro, addossato a un pendio del terreno: della struttura, che aveva un diametro di 79 metri, si distingue ancora la cavea (la gradinata per gli spettatori), mentre non è sopravvissuto nulla della scena, sotto la quale – tombato in un cunicolo sotterraneo – scorre ancora il rio San Vittore, che esce allo scoperto poco dopo per gettarsi nelle acque del Tevere.

Le grandi sostruzioni di Ocriculum
Le grandi sostruzioni

Accanto al teatro si trovano le “grandi sostruzioni“, una costruzione monumentale in opera reticolata della lunghezza di 80 metri:  serviva a contenere il terreno e costituire una grande terrazza capace di sostenere un edificio pubblico, forse un tempio, di cui oggi non rimane traccia. Nella zona fu trovata la testa marmorea di Giove, alta 58 cm, che si trova ai Musei Vaticani, rinvenuta nel corso degli scavi archeologici promossi da papa Pio VI tra il 1776 e il 1784.

L'ansa del Tevere ad Ocriculum
L’ansa del Tevere

Proseguendo si giunge infine al Tevere, su cui si trovava il porto cittadino, chiamato “Porto dell’Olio” da dove venivano spediti a Roma via nave pietre, legno, tegole e mattoni, oltre all’olio.

 

Ogni anno nel Parco Archeologico si svolge “Ocriculum AD 168”, una manifestazione in costume che rievoca la vita quotidiana della cittadina romana al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Quest’anno l’evento si terrà dal 26 al 28 maggio, come dettagliato nel sito dedicato, www.ocriculumad168.it.

Informazioni utili per la visita, affisse all’ingresso:
Orario di apertura: sabato, domenica e festivi: 10-12,30 / 17-19,30
Visite guidate all’area archeologica: sabato, domenica e festivi ore 10 e 17 con partenza dal bar “Il Casottino”. Per informazioni: 329/9482481 – 347/6954137

Altre fotografie di Ocriculum:

Mappa del parco archeologico:

Villa d’Este a Tivoli: il giardino delle meraviglie dove si incrociano i destini

Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d'Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell'antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma
Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d’Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell’antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma

Villa d’Este a Tivoli è una meraviglia da scoprire ascoltando “Les jeux d’eau a la Villa d’Este” (qui nell’esecuzione di Claudio Arrau León del 1969), uno dei pezzi più celebri del grande pianista e compositore ungherese Franz Liszt, ispirato allo zampillio e ai giochi d’acqua delle fontane del parco. Liszt trascorse a Tivoli molti anni, a partire dal 1867, ospite del cardinale Gustav Adolf von Hohenlohe: dimorava in un appartamento della villa, con accesso indipendente, negli spazi che oggi ospitano gli uffici della Direzione, e qui tenne uno dei suoi ultimi concerti nel 1879.

Fontana di Rometta, dettaglio

La luminosità dei Les jeux d’eau e il vibrare delle note di questa virtuosistica composizione rappresentano meglio di qualsiasi descrizione lo scintillio delle fontane, delle cascate, dei riflessi di luce e ombra di questo luogo incantato, uno dei massimi esempi di “Giardino delle meraviglie” del XVI secolo.

Tivoli dalla terrazza della villa

Il cardinale von Hohenlohe aveva ottenuto Villa d’Este in enfiteusi dai duchi di Modena ed aveva avviato numerosi lavori di restauro salvando il giardino e la villa dal degrado e dall’abbandono. Il complesso infatti versava in una situazione di decadenza da oltre un secolo e mezzo, a causa della mancata manutenzione, e della dispersione del suo patrimonio artistico.

Fontana di Nettuno vista dalle peschiere

Inserita nella lista Unesco del patrimonio mondiale perché rappresenta “uno dei migliori esempi della cultura del Rinascimento al suo apogeo”, la villa e il parco simboleggiano il desiderio del cardinale Ippolito II d’Estesecondogenito di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia – di trasformare il modesto convento che nel 1550 gli era stato assegnato in una residenza regale: appassionato di archeologia, il suo progetto fece rivivere i fasti della vicina Villa Adriana, richiamando alla memoria i giardini pensili di Babilonia.

Fontana dell’abbondanza

Per realizzare il suo sogno chiamò a sé il pittore, archeologo e architetto Pirro Ligorio, incaricandolo di trasformare il dirupo sottostante il suo palazzo – nominato “valle gaudente” – in un giardino con fontane, ninfei, giochi d’acqua, viali, peschiere.

Scorcio del giardino

Ligorio dovette ripensare l’intera orografia del luogo, scavando sotto la cittadina di Tivoli un tunnel di seicento metri per portare qui l’acqua del fiume Aniene, e alimentare con la sua portata – in virtù del principio dei vasi comunicanti e della sola forza di gravità – l’intero impianto idraulico. Ancora oggi le fontane del parco sono alimentate dal fiume, senza far ricorso ad alcuna spinta meccanica, a dimostrazione dell’ingegno e della capacità di Ligorio di calcolare esattamente la portata d’acqua necessaria al funzionamento del sistema, dai numeri eccezionali: “duecentocinquanta zampilli, sessanta polle d’acqua, duecentocinquantacinque cascate, cento vasche, cinquanta fontane“.

La villa vista dal parco

Al miracolo dell’adduzione delle acque – che rievoca la sapienza ingegneristica dei romani – si aggiunge la disposizione degli spazi, che sfruttando il pendio della valle si susseguono in una sovrapposizione di terrazze, scalinate e viali, armoniosamente incastonati gli uni sugli altri per regalare vedute e scorci di grande suggestione. “Dovunque tu volga lo sguardo ne zampillano polle in sì varie maniere e con tale splendore di disegno, da non esservi luogo su tutta la terra che in tal genere non sia di gran lunga inferiore“, scriveva in una lettera lo storico Uberto Foglietta al cardinale Flavio Orsini nel 1569.

La fontana dell’Ovato

Per realizzare l’ampio giardino Ligorio – coadiuvato dall’architetto Alberto Galvani e dai virtuosi idraulici Giacomo della PortaClaude Venardutilizzò le vecchie mura medievali come contrafforti e creò un alto terrapieno: sullo spazio così ottenuto dispose l’ampio Vialone, parallelo al corpo della villa, intersecato da cinque assi trasversali.

Le peschiere viste dalla fontana di Nettuno

Questa pianta ortogonale costituì dunque lo schema del “verde” che venne ornato con “trentamila piante a rotazione stagionale, centocinquanta piante secolari ad alto fusto, quindicimila piante ed alberi ornamentali perenni“, in un tripudio di essenze mediterranee, dai cipressi agli allori, dalle siepi alle piante di agrumi in vaso.

Fontana dell’organo, dettaglio

Passeggiando nel parco si ammirano gli alberi maestosi (i cipressi vennero anche cantati da Gabriele D’Annunzio nel “Notturno”: “essere il più alto e il più fosco/cipresso di Villa D’Este“), la disposizione dei prati, dei vialetti e delle rampe, il rigoglio del verde in tutte le sue sfumature, lo sbocciare dei fiori, e si è allietati dal suono delle cascate e dallo zampillio delle fontane. Tra queste alcune riservano la sorpresa di meccanismi musicali azionati dalla forza delle acque: la fontana dell’Organo, opera di Claude Venard, è tutt’oggi funzionante e viene attivata quotidianamente a partire dalle 10,30 ogni due ore.

Viale delle Cento fontane

La fontana della Civetta, che purtroppo non è attiva, ricorda il verso dell’uccello di cui porta il nome, la cui immagine è rappresentata in bronzo.

Durante la passeggiata si ammirano inoltre il viale delle Cento fontane, la fonte del Bicchierone (realizzata da Gian Lorenzo Bernini), la fontana del Pegaso, la fontana dei Draghi. La più imponente è senz’altro la fontana di Nettuno, realizzata da Attilio Rossi in un tripudio di spruzzi colossali, cui segue la fontana dell’Ovato, che rappresenta simbolicamente la cascata di Tivoli ed è così chiamata perché ha una forma semicircolare.

Vista della fontana di Rometta dalla terrazza della Villa

I nomi delle fontane e dei luoghi ricordano episodi e personaggi del mito, come la Grotta di Diana e la Loggia di Pandora, mentre la fontana di Roma o Rometta è ornata con la Lupa e i gemelli Romolo e Remo: era originariamente decorata con le miniature di alcuni monumenti di Roma, andati purtroppo perduti, che facevano da scenografia alle sculture rimaste.

Stanza della gloria

Le sale dell’antico convento, trasformato in villa sontuosa, vennero affrescate da alcuni dei protagonisti del tardo manierismo romano, da Federico Zuccari ad Antonio Tempesta: in particolare quelle collocate al piano nobile sono dedicate alla rappresentazione dei miti antichi, e alla celebrazione delle divinità locali e della casata d’Este. Questi spazi si susseguono in un magnifico tripudio di affreschi, che abbelliscono ogni spazio sfruttando giochi di prospettiva e illusioni in trompe-l’œil.

Prima stanza tiburtina, volta

Dopo la morte del cardinale Ippolito II, avvenuta nel 1572, la villa rimase alla famiglia e dal 1605 Alessandro d’Este avviò un nuovo programma di restauro e manutenzione, creando una serie di ulteriori innovazioni all’assetto del giardino e alla disposizione delle fontane. Altri lavori furono realizzati tra il 1660 e il 1670 e coinvolsero lo stesso Gian Lorenzo Bernini.

Stanza della nobiltà, dettaglio

Nel XVIII secolo la mancata manutenzione – essenziale in questo luogo dove acqua, roccia e verde devono coesistere in un delicato equilibrio – causò la rovina della residenza e del suo parco, e la situazione di abbandono si aggravò ulteriormente con il passaggio di proprietà alla Casa d’Asburgo, quando la collezione di statue antiche del cardinale Ippolito fu smembrata e trasferita altrove.

Prima stanza tiburtina, dettaglio

L’arrivo del cardinale von Hohenlohe mise fine alla decadenza e la villa ricominciò ad essere un punto di riferimento della vita culturale ed intellettuale. L’ultimo proprietario privato fu l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, che avrebbe voluto venderla allo Stato Italiano per l’enorme cifra di due milioni di lire dell’epoca: l’Italia tergiversò a lungo di fronte a questa esosa richiesta, ma l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, nel quale l’arciduca venne assassinato, pose fine alla questione.

Salone della fontana, veduta di Villa d’Este con il progetto del giardino nel 1565

Come il ministro degli esteri Antonino di San Giuliano riferì al primo ministro Antonio Salandra quello stesso 28 giugno, “ci siamo liberati di quella noiosa faccenda di Villa d’Este“. Nel 1918, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la residenza entrò a far parte delle proprietà dello Stato Italiano, venne aperta al pubblico ed interamente restaurata tra il 1920 e il 1930. Dopo i danni subiti a causa del bombardamento del 1944 venne nuovamente restaurata e da allora gli interventi si sono susseguiti ininterrottamente.

Sala di Noè, dettaglio della volta

Con l’arrivo della bella stagione una gita in questo luogo da favola, la cui storia è davvero incredibile, merita una giornata intera. Nelle vicinanze si trovano anche Villa Adriana e Villa Gregoriana, entrambe splendide, mentre se si vuole trovare ristoro alle fatiche del tour culturale consiglio senz’altro il ristorante Da Totarello: memorabili i bocconcini di parmigiano fritto, che però sconsiglio a chiunque sia a dieta.

Sala di Ercole, dettaglio

Per la visita della Villa tutte le informazioni sono disponibili sul sito internet ufficiale, indico qui per comodità gli orari di apertura:

A partire dal 1 novembre 2017 il complesso monumentale di Villa d’Este rispetterà il seguente orario di apertura: 8.30 – 19.45 (la biglietteria chiude alle 18.45).

L’orario di uscita dal Giardino è collegato al tramonto del sole nel mese di riferimento:
Gennaio: 16.45; Febbraio: 17.15; Marzo: 18.00 (con ora legale 19.00); Aprile 19.15; da Maggio ad Agosto: 19.30; Settembre: 19.00; Ottobre:18.15 (con ora solare 17.15), Novembre e Dicembre: 16.45.

Fontana di Nettuno

Fino alle ore 19.45 restano sempre visitabili il Chiostro, il Palazzo e il Vialone esterno.

Consiglio infine il noleggio dell’audioguida (a pagamento), che fornisce informazioni preziose e suggerisce un percorso di visita.

Questa la mappa:

 

Altre immagini:

Il giardino di Ninfa, luogo magico sorto sulle rovine di una città abbandonata, e Sermoneta

Il giardino di Ninfa

Con l’arrivo della primavera consiglio una gita al giardino di Ninfa, per scoprire un giardino storico da sette secoli legato alla famiglia Caetani: qui piante e alberi secolari crescono attorno alle rovine di una città medievale, secondo un gusto romantico di grande suggestione. Il suo nome deriva da un tempietto di epoca romana dedicato alle Naiadi, ninfe delle acque sorgive, che si trova nei pressi dell’attuale giardino, sorto ai margini del fiume omonimo.

Questo luogo entrò a far parte dei domini pontifici nell’VIII secolo ma acquisì rapidamente una grande importanza perché costituiva l’unico passaggio per arrivare a Roma dal sud, evitando le zone paludose: l’imposizione di un pedaggio a chiunque transitasse consentì lo sviluppo di un centro urbano con numerose chiese ed abitazioni. Nel 1294 Benedetto Caetani divenne papa con il nome di Bonifacio VIII, ed aiutò il nipote Pietro II ad acquisire il controllo della città, che da quel momento in poi fu legata alla potente casata. Per questo motivo Ninfa subì una sorte di rovina e disfatta quando le due avverse fazioni della famiglia si scontrarono nella guerra interna al papato fra i sostenitori dell’antipapa Clemente VII e quelli di Urbano VI: la città fu distrutta e non venne più ricostruita.

L’idea di creare su queste rovine un “giardino delle delizie” risale al XVI secolo, quando il cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, affidò a Francesco da Volterra l’incarico di realizzare un hortus conclusus accanto ai resti della rocca medievale. Alla sua morte seguì un nuovo periodo di abbandono, fino a quando il progetto venne ripreso dal duca Francesco IV nel XVII secolo: l’imperversare della malaria determinò anche stavolta un nuovo abbandono. Alla fine dell’Ottocento infine Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, portò avanti la bonifica della palude e liberò le rovine dalle piante infestanti che le avevano ricoperte, restaurandole completamente. Piantò alberi di alto fusto e rose, secondo un gusto romantico, e trasformò il palazzo baronale nella casa di campagna di famiglia. Il luogo nel frattempo aveva acquisito grande notorietà per il suo fascino, divenendo la “Pompei del medioevo” visitata dai viaggiatori del Grand Tour. La nuora di Ada, Margherite Chapin, continuò la cura del giardino, e a lei seguì la figlia Leila, ultima discendente dei Caetani, che prima della morte – avvenuta nel 1977 – istituì la Fondazione Roffredo Caetani con lo scopo di preservare Ninfa e tramandare il nome dei Caetani.

Passeggiando per i viali e i sentieri del giardino si possono ammirare le vestigia dell’antica cittadina – che nel periodo di massimo splendore aveva quattordici chiese, centocinquanta abitazioni, mulini, tre ponti (di cui uno di epoca romana), ospedali, il castello, due monasteri, la cinta muraria. Attorno a queste rovine il giardino all’inglese è attraversato da ruscelli e ospita oltre milletrecento piante mediterranee ed esotiche, favorite dal microclima favorevole: tra di esse magnolie decidue, betulle, aceri giapponesi, ciliegi e meli ornamentali, noci americani, iris lacustri, gelsomini, glicini, bambù cinesi, camelie, viburni, caprifogli, numerose varietà di rose rampicanti, piante tropicali come l’avocado, la gunnera manicata del sud America, i banani.

Maschio del castello

In occasione della visita al giardino (aperto solo in alcune date – vedi in fondo – per preservare l’equilibrio dell’ecosistema, con ingresso prenotabile on line) consiglio di arrivare anche a Sermoneta, per visitare la cittadina e il castello – anch’esso possedimento dei Caetani – che subì le alterne vicende della casata e per un secolo fu proprietà dei Borgia. Come i giardini, la visita è esclusivamente guidata (sul sito della Fondazione sono indicati gli orari e i giorni di apertura).

Ninfa e il suo fiume

Per una sosta gourmet consiglio infine a Sermoneta il ristorante Simposio al Corso, per l’ottima cucina – peculiare la salsa di limone selvatico Trombolotto – l’atmosfera familiare e il servizio attento e curato.

A Sermoneta e Ninfa ho dedicato una galleria fotografica.

Queste le date di apertura del giardino di Ninfa (la prenotazione può essere fatta on line sul sito http://www.giardinodininfa.eu):

Marzo 31
Aprile 1, 2, 7, 8, 15, 22, 25, 29
Maggio 1, 5, 6, 13, 20, 27
Giugno 2, 3, 17
Luglio 7, 8, 22
Agosto 4, 5, 15
Settembre 1, 2
Ottobre 6, 7
Novembre 4