Pasqua in Provenza e Camargue: arte, natura e buona cucina

Il Palazzo dei Papi ad Avignone

Con la Pasqua alle porte (quest’anno cadrà il primo aprile) chi potrà concedersi qualche giorno di vacanza potrebbe scegliere un viaggio in Provenza e Camargue. Ho fatto questo viaggio l’anno scorso, e lo consiglio sia perché tra marzo e maggio il clima qui è splendido, sia perché in occasione della Pasqua sono tantissime le iniziative e le feste che vengono tradizionalmente organizzate. I musei inoltre non risentono di nessuna chiusura per le festività e, anzi, sono quasi tutti aperti.

Vieux Port di Marsiglia al mattino

Premetto, prima di passare alla descrizione del viaggio, che si è trattato di un tour molto intenso, che ha escluso ben poco: l’ho organizzato proprio così, per avere la possibilità di vedere più cose possibili, e farmi un’idea precisa di cosa merita un ulteriore successivo viaggio.

Venerdì – MARSIGLIA

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Partendo in aereo sono giunta a Marsiglia, dove all’aeroporto ho noleggiato un’auto che ho utilizzato per il mio giro. Il primo giorno l’ho dedicato alla visita – purtroppo breve, ma sufficiente per alimentare il desiderio di tornarci con calma – di questa città. Con poco tempo a disposizione ho preferito concentrarmi sulla zona del Vieux Port, che si gira comodamente a piedi, arrivando fino al Mucem e alla Ville Mediterranée: il primo è il Museo delle Culture del Mediterraneo, unito al Fort Saint Jean da una passerella pedonale, ed è dedicato ad illustrare gli aspetti che identificano il mondo mediterraneo. Ai problemi e alle tematiche “mediterranee” sono dedicate le mostre temporanee ospitate nell’attigua Ville Mediterraneé.

La Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur

Entrambi i complessi, che spiccano per le loro architetture moderne, hanno riqualificato l’area a nord del Vieux Port e consentono una bella passeggiata lungomare. Costeggiando la Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur – che fra 1852-93 sostituì la precedente risalente all’XI secolo – mi sono poi addentrata nel quartiere di Le Panier, verace e molto poco turistico. Esso sorge sul luogo dove i focesi fondarono Massalia e in mezzo alle sue pittoresche viuzze di trova la Vieille Charité, che fu ospizio della carità fra il 1671 e il 1749: è una bella costruzione articolata su un cortile centrale con una cappella di forma ovale.

Concept Store ne Le Panier

Trovandomi in questa città è stato impossibile non comprare del sapone a base di olio d’oliva: da Fer à Cheval vendono l’unica marca ancora prodotta a Marsiglia (le altre produzioni sono state tutte delocalizzate in paesi limitrofi, in particolare a Salon). Ho sostato nella bottega di Escoffier per ammirare i tradizionali Santons, statuine del presepe provenzale che furono create nel corso della Rivoluzione francese – quando le chiese vennero chiuse – per consentire a tutti di allestire un presepe nella propria abitazione.

Bouillabaisse Chez Michel

A cena mi sono concessa la tipica bouillabaisse, la zuppa di pesce marsigliese cucinata per ore a fuoco basso (da qui il suo nome), e ho scelto il Restaurant Chez Michel per questa occasione: l’ho trovata deliziosa, ricca di sapori, colori e profumi! Ho infine pernottato all’Hotel BelleVue, situato proprio nel vecchio porto, con una camera con vista sulle barche ormeggiate e la ruota panoramica alla mia destra: una vista stupenda, che mi ha permesso di godere del panorama durante tutto il trascorrere della giornata. La scelta è valsa la pena, nonostante la camera fosse a un piano elevato e l’albergo privo di ascensore. Segnalo inoltre che al primo piano l’hotel ha un grazioso bar e ristorante, dove gli ospiti possono fare colazione, chiamato La Caravelle.

Una galleria di immagini sintetizza la mia giornata

Il porto di Cassis

Sabato – CASSIS, LA CIOTAT, AIX EN PROVENCE, CHÂTEAU LA COSTE

Ho preso l’auto e sono arrivata al piccolo e vivace porto di Cassis. Ho deciso di compiere un’escursione in battello, della durata di un’ora, per ammirare dal mare cinque calanchi del Parc National des Calanques, caratterizzato da alte scogliere che si gettano a strapiombo fra le onde, in mezzo a una vegetazione mediterranea. La visita, organizzata dalla locale compagnia dei battellieri, è valsa davvero la pena: non è stato necessario compiere alcuna prenotazione perché le imbarcazioni partono continuamente, e si può scegliere la durata dell’escursione in base al numero di calanchi che si desidera raggiungere.

Calanchi de L’Oule

I calanchi si possono ammirare anche dall’alto, percorrendo i numerosi sentieri che si costeggiano: nel parco infatti si snodano vari percorsi trekking, da 3 a 5 ore di cammino, ma questa soluzione avrebbe richiesto tempo che non avevo. Se dovessi tornare, mi piacerebbe fare alcune di queste passeggiate.

Pesce da “Nino”

Tornata nel porticciolo ho pranzato da “Nino”, ristorante gestito da una coppia di italiani, affacciato sul viavai delle barche: lo consiglio, oltre che per la vista, per l’atmosfera familiare, accogliente e cortese, per la freschezza del pesce e la cura della cucina. Dopo pranzo ho ripreso l’auto e ho compiuto un percorso spettacolare, che parte da Cassis e fiancheggiando i calanchi giunge fino a La Ciotat: la strada, Route des Crêtes, svela punti panoramici da vertigine, sia per la bellezza del panorama, sia per l’altezza dei luoghi di osservazione in cui è possibile sostare.

La Route des Crêtes

Non ci sono riuscita, ma avrei voluto soffermarmi a La Ciotat per sostare davanti al Cinema Eden, rinnovato nel 2013, che vanta meritoriamente il titolo di più antica sala cinematografica al mondo, ancora in attività: qui infatti furono proiettati i primi cortometraggi dei Fratelli Lumière, girati in questa piccola cittadina grazie alla straordinaria qualità della luce: tra di essi, il cortometraggio del treno che arriva in stazione – la piccola “gare” de La Ciotat! – definito “premier film d’épouvante de l’histoire du cinéma”.

Saint Sauveur

Mi sono diretta verso Avignone, e sulla strada mi sono fermata ad Aix en Provence, che avrebbe meritato almeno un giorno intero di visita e che invece è stata l’occasione per una passeggiata nel centro (affollatissimo!), per un caffè e una madeleine che non dimenticherò nella vita. Andando con ordine, ho parcheggiato in uno dei parcheggi sotterranei che con grandissima utilità circondano il centro storico, e percorrendo il bel Cour Mirabeau fiancheggiato da platani mi sono avviata a piedi verso il centro storico, che mantiene ancora il suo impianto medievale. Addentrandomi nelle sue stradine sono arrivata fino alla piazza dell’Hôtel de Ville, edificio seicentesco accanto al quale si trova la torre dell’orologio, sostenuto dalla porta dell’antica cinta muraria medievale.

Madeleines chez Christophe

A pochi passi si trova la Cattedrale di Saint Saveur, che mescola stili diversi e racconta la storia – dal IV secolo fino al Seicento – che ne ha determinato l’aspetto attuale: il suo battistero è paleocristiano, la facciata è gotica, l’interno è romanico con interventi cinquecenteschi… Meritano la visita le ante delle porte di ingresso – generalmente chiuse da controporte – che sono aperte solo nel periodo di Pasqua: sono un capolavoro di scultura tardo-gotica ad opera di Jean Guiramand. Lungo rue Gaston de Saporta mi sono fermata di fronte al bancone di una pasticceria, che sfornava esclusivamente madeleines, e ne ho comprato un sacchetto: calde, profumatissime, deliziose, non le scorderò mai. La pasticceria, che affaccia sulla strada con un’unica vetrina-bancone, si chiama Christophe.

Château La Coste, Tadao Ando, Centre d’Art

Ripartita da questa cittadina, di cui inevitabilmente mi è rimasto il desiderio di tornare con calma, mi sono recata alla tenuta vitivinicola Château La Coste, situata nella campagna di Le Puy-Sainte Réparade, perché vanta una straordinaria raccolta d’arte contemporanea. Non ho avuto il tempo per compiere il giro di tutta la tenuta, disseminata di opere d’arte e capolavori di architettura, perché esso richiede almeno due ore, ma ho ammirato le opere situate nei pressi del centro visite – progettato da Tadao Ando – e la mostra temporanea di Ai Weiwei, “Mountains and Seas” che nell’occasione era stata allestita nello spazio delle esposizioni temporanee.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Fra le opere immediatamente riconoscibili, ho ammirato le sculture di Alexander Calder, Hiroshi Sugimoto, Louise Bourgeois; inoltre, le cantine progettate da Jean Nouvel, il teatro all’aperto di Frank Gehry, un padiglione ipogeo appena realizzato da Renzo Piano. La tenuta ha anche una terrazza caffè e ristorante all’aperto, in un pittoresco giardino, che lusinga la sosta e invita al riposo.

Al termine della giornata sono infine arrivata ad Avignone, dove avevo prenotato una camera con vista sul Palazzo dei Papi presso l’hotel Palais des Papes. La camera era un po’ angusta, ma la vista davvero impagabile.

Qualche immagine racconta quel che ho visto.

Grande Cour del Palazzo dei Papi

Domenica – AVIGNONE

Ho dedicato la domenica di Pasqua alla visita di Avignone, dove nonostante la festività (grazie ad essa!) tutto era aperto. Dopo una giornata in movimento, è stato piacevole lasciare la macchina e passeggiare fra le mura e le vie di questa città ricca di storie. Come prima visita, ho dedicato la mattina e il primo pomeriggio al Palazzo dei Papi, dove risiedettero i papi durante la “cattività avignonese”: Giovanni XXII, Benedetto XII (che fece abbattere il vecchio palazzo episcopale e cominciò la ventennale costruzione di quello che oggi ammiriamo), Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V.

Cappella Clementina

La maestà degli ambienti, oggi – tranne pochissime eccezioni – quasi completamente spogli, lasciano intuire lo splendore e la magnificenza del palazzo nel corso del Trecento, e lo sfarzo che la corte papale si concedeva. Le vicende successive, che videro questa magnifica struttura subire danni gravissimi nel corso della Rivoluzione Francese e infine la sua trasformazione in caserma, segnano quasi un amaro contrappasso, e rendono il recupero del patrimonio pittorico un dono prezioso e inaspettato. Per visitare il Palazzo avevo acquistato il biglietto on line, per evitare inutili code in biglietteria e perdite di tempo prezioso. Consiglio caldamente l’audioguida, che viene fornita a pagamento all’ingresso, e che costituisce un utile aiuto alla visita, anche se l’apparato didascalico lungo il percorso – costituito sia da pannelli testuali sia da immagini e video – è assai ricco e dettagliato.

Vista dal tetto del Palazzo verso Place du Palais e i tetti di Avignone: a destra l’Hôtel des Monnais e a sinistra la torre dell’orologio

Al termine della visita mi sono rifocillata nella piccola caffetteria (che sconsiglio nelle ore di punta del pranzo) situata sul tetto del palazzo, da cui si gode una bella vista sulla città sottostante. Il riposo è stato prezioso per poter affrontare il resto della giornata.

Dopo una veloce visita della chiesa di Notre-Dame-des-Doms, situata accanto al Palazzo dei Papi, e una passeggiata nei soprastanti giardini della terrazza del Rocher des Domes (da cui si vede – al di là del Rodano – l’abitato di Villeneuve-lès-Avignon e il Fort Saint André che lo sovrasta), mi sono recata al Musée du Petit Palais, ospitato nell’ex palazzo episcopale.

Musée du Petit Palais, collezione

Il Museo custodisce la Collezione Campana di Cavelli, che dopo essere stata dispersa tra il Louvre e altri musei francesi, è stata infine qui riunita nelle sue oltre trecento opere di pittura italiana del XIII-XVI secolo. Tra le opere, dipinti di Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Gherardo Starnina, Sandro Botticelli, Ridolfo Ghirlandaio, Vittore Carpaccio, Marco Palmezzano.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant – dettaglio

Il percorso di visita consente di comprendere l’importanza della pittura italiana in terra francese, grazie alle opere e ai maestri che si recarono presso la corte papale per abbellirne i palazzi: fra di essi, Simone Martini, che realizzò alcuni affreschi nella Cattedrale (andati quasi completamente perduti) e che qui morì nel 1344.

Le Pont de Saint Bénézet

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla visita del Pont Saint Bénézet, di cui ho appreso la storia grazie all’audioguida e che ho percorso lungo le sue quattro arcate superstiti, memoria di un ben più ambizioso monumento che osò sfidare le correnti del Rodano per una lunghezza di ben ventidue campate, oltre novecento metri, venendo distrutto e ricostruito più volte, fino al 1669. Del suo approdo in terra di Francia (il ponte era la frontiera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Francia) rimane oggi la Tour de Philippe-le-Bel, innalzata tra il 1293 e il 1307 per vigilarne l’accesso.

Palazzo dei Papi e mura dal Pont de Saint Bénézet

Sulle arcate del ponte ho sperimentato la forza del mistral, il vento che soffia sulla Provenza e rende i suoi cieli talmente tersi da rimanere impressi nella memoria. La luce di questi luoghi, che sedusse pittori e artisti richiamandoli qui, è così limpida grazie al mistral che, si dice ma posso testimoniarlo personalmente, può soffiare per giorni in modo furioso ed è capace di indurre alla pazzia. Dalle sponde del fiume si ammira parte della cinta muraria che ancora oggi circonda Avignone per oltre quattro chilometri, completa di torri e merlature.

Opéra di Avignone

Una volta tornata al suo interno, ho passeggiato per il centro storico soffermandomi in Place de l’Horloge, piena di caffè con i tavolini all’aperto su cui affacciano l’Hôtel de Ville e l’Opéra, e mi sono addentrata per le vie fino alla chiesa di Saint Pierre, alla chiesa di Saint Didier e infine alla suggestiva Rue des Teinturiers, dove si trovavano le botteghe dei tessitori e lungo l’acciottolato un canale d’acqua faceva correre ruote idrauliche a pale, ancora oggi in funzione.

Rue des Teinturiers

All’estremità della via sorgeva il Couvent des Cordeliers in cui venne sepolta la Laura amata dal Petrarca, struttura che venne demolita in occasione dell’annessione di Avignone alla Francia rivoluzionaria: è sopravvissuto il solo campanile a tramandarne la memoria. Ho concluso la giornata con la cena, per la quale mi sono recata presso L’Epicerie, nella pittoresca place Saint Pierre: un locale piccolo, ma molto accogliente, con una buona cucina e un servizio attento. Lo consiglio.

Qui il racconto fotografico della giornata.

Villeneuve-lès-Avignon, Tour de Philippe-le-Bel

Lunedì – VILLENEUVE-LÈS-AVIGNON E ARLES

Al mattino ho ripreso l’auto, e prima di dirigermi verso Arles ho fatto una breve sosta a Villeneuve-lès-Avignon, per ammirare la Tour de Philippe-le-Bel, ultima vestigia superstite – da questa parte del Rodano – del Pont Saint Bénézet, e il Fort Saint André, le cui mura possenti vigilavano sulla città dei papi.

Quindi mi sono diretta verso Arles, che in quei giorni stava festeggiando la Feria di Pasqua. Si tratta del primo appuntamento della tauromachia francese che si celebra ogni anno nel periodo pasquale (nel 2018 si terrà dal 30 marzo al 2 aprile): la città si riempie di persone che vengono ad assistere alle “couses camarguaises”, corse dei tori organizzate nei suoi boulevards e alla corrida, che si svolge a Les Arènes, l’antico anfiteatro romano che, per questo suo ancora attuale utilizzo, può essere considerato la plaza de toros più antica al mondo.

Arles, place de la République: a destra Saint Trophime, a sinistra l’Hôtel de Ville

Inoltre vi sono concerti di musica e danza, spettacoli, rievocazioni in costume, stands gastronomici e mercatini di artigianato artistico. Un vero pandemonio di colori, musica, odori, davvero imperdibile. Io avevo prenotato una camera presso Villa M, Maison d’hôtes sul Boulevard Clémenceau, affacciata sugli stands e sulla course camarguaise: una villa elegante collocata ai margini della festa ma che ha garantito anche il necessario silenzio notturno e, ancor più importante, un parcheggio riservato, in quei giorni altrimenti introvabile.

Arles, Alyscamps, Viale dei sarcofagi

Appena sono arrivata ad Arles ho visitato il cimitero degli Alyscamps, una delle necropoli più celebri d’Europa, ricordato anche da Dante nel IX canto dell’Inferno. Il divino poeta così descrive la città di Dite, punteggiata di sepolcri aperti: “Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, / sì com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna, /
fanno i sepulcri tutt’il loco varo“, ricorrendo all’immagine delle arche custodite presso gli Alyscamps di Arles. L’attuale sistemazione, risalente al XVII secolo, rispecchia il gusto romantico, e permette di passeggiare in un viale alberato in cui sono allineati i sepolcri, fino a giungere alla chiesa di Saint Honorat, che custodisce alcuni sarcofagi carolingi. Il luogo e il suo fascino decandente sedussero anche Van Gogh, che vi dedicò alcuni quadri.

Vincent Van Gogh, Vallende bladeren (Les Alyscamps), c. 1 November 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Ad Arles l’artista arrivò nel febbraio del 1888 e vi trascorse quindici mesi, vivendo nella Casa Gialla che sorgeva in Place Lamartine: arrivò in questa cittadina della Provenza attirato dalla sua luce, e visse il periodo artistico più prolifico della sua vita, realizzando trecento opere. Sognava di fondare l’Atelier du Midi, una comunità artistica che però rimase solo un sogno: l’unico amico che lo raggiunse fu Gauguin, che vi trascorse due mesi prima di andarsene, per niente sedotto dalla città e dal suo fascino e a seguito di un violento alterco dovuto all’irritazione e ai contrasti per il carattere e le abitudini di vita di Van Gogh. Anche Gauguin dedicò un’opera a Les Alyscamps, un quadro che è possibile ammirare al Musée d’Orsay.

La chiesa e il chiostro di Saint Trophime

Per pranzo mi sono fermata a Le bistrot A Côté, consigliatomi dalla proprietaria di Villa M, che proponeva un menù speciale in occasione della Feria, quindi ho visitato la cattedrale di Saint Trophime, che nel 1178 ospitò l’incoronazione di Federico Barbarossa (nonno di Federico II di Svevia). Il portale in facciata merita un’attenta osservazione, perché è una splendida opera romanica, e prelude alla meraviglia che si trova di lì a pochi passi, il chiostro.

Statua della Madre-Chiesa

Costruito in due fasi differenti (le gallerie est e nord sono romaniche, realizzate nel XII secolo, mentre quelle ovest e sud sono gotiche e risalgono al XIII-XIV secolo), presenta capitelli e pilastri ornati con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, storie della vita di San Trofimo ed episodi della tradizione cattolica provenzale.

Alle 16,30 sono entrata nell’anfiteatro romano, perché l’unica possibilità per visitarlo era assistere alla corrida che vi si svolge in occasione della Feria di Pasqua.

L’anfiteatro (Les Arènes) – l’attesa per l’inizio della corrida

Avevo comprato il biglietto con largo anticipo sul sito ufficiale, in una posizione soprelevata in modo da ammirare il complesso e il suo sviluppo architettonico nel corso dei secoli: la struttura è infatti in ottime condizioni, e le torri che svettano sul suo coronamento superiore ne ricordano la conversione in fortezza militare avvenuta nel corso del Medioevo.

La sfilata iniziale

A suo interno successivamente si sviluppò un abitato, secondo una prassi comune nei confronti di simili luoghi (basti pensare all’insediamento medievale che si sviluppò a Roma sulle fondamenta del Teatro di Balbo), costruzioni che qui però vennero demolite a partire dal 1825 per consentire il totale ripristino dell’architettura romana. La corrida è stata inaugurata da un corteo composto dalle varie figure coinvolte e poi ha visto la “liberazione” del toro nell’arena. Inizialmente attirata da più toreri, quindi ferita da un picador a cavallo, la povera bestia è stata subito attirata dal capote del torero, con cui ha iniziato una macabra danza di cui ho assistito solo alla prima parte: era troppa per me la tensione sia nei confronti del toro, sia nei confronti del matador. Dei tre toreri che partecipavano a questa manifestazione, qualche mese fa ho appreso della morte di uno, Ivan Fandino, incornato nel giugno scorso in un’arena simile a questa. Uscita anzitempo dallo spettacolo, ho dedicato il secondo pomeriggio alla visita della città, del teatro romano (a differenza di questo, in cattivo stato di conservazione), di Notre-Dame-de-la-Major, di Place du Forum, delle Thermes de Costantin.

Le Criquet. L’aïoli provenҫal du Criquet: morue pochée, legumes, fruits de mer e aïoli

Ho concluso l’intensa giornata cenando da Le Criquet, un piccolo ristorante gestito da ragazze estremamente gentili, con una cucina tipicamente locale, piatti ottimi preparati e presentati con grande attenzione. Anch’esso mi era stato consigliato dalla proprietaria della mia Maison d’hôtes.

Tutte le fotografie della mia giornata in questa pagina.

Arles, Pont de Langlois

Martedì – AIGUES-MORTES E CAMARGUE

Sono ripartita di buon mattino dopo l’ottima colazione preparatami a Villa M, con prodotti di filiera corta e prelibatezze casalinghe, soffermandomi presso il ponte di Langlois, situato subito fuori Arles, immortalato varie volte da Van Gogh.

Vincent Van Gogh, Brug te Arles (Pont de Langlois), mid-March 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Mi sono quindi diretta in Camargue, cominciando dalla visita di Aigues-Mortes. Qui giunta, mi sono arrampicata sulla cinta muraria, che nel suo sviluppo rettangolare (300×500 metri) è del tutto percorribile e consente di ammirare i tetti della cittadina che vi è racchiusa. Tutto il borgo sorse per volere di Luigi IX, poi San Luigi dei francesi, che fece costruire il porto, il canale e l’abitato per raccogliere le barche in partenza per la VII crociata: si tratta di una storia che merita il suo approfondimento. I suoi successori , Filippo III e Filippo il Bello fecero innalzare la cinta muraria che si è conservata pressoché intatta fino ad oggi.

Camminamento delle mura sud: a destra la salina, a sinistra la città

Il camminamento riserva panorami indimenticabili, in particolare il lato sud, che si rivolge alle lagune e alle cangianti saline, e la terrazza della Torre di Costanza, che da 32 metri di altezza permette di osservare nel suo sviluppo il canale del Rodano. Dopo aver esplorato i bastioni della cinta muraria sono scesa fra le abitazioni, ancora disposte secondo un ordinamento a scacchiera, e ho visitato la chiesa di Notre-Dame des Sablons (risalente al 1246-1248) e place Saint Louis.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle verso la Digue à la Mer

Ho ripreso l’auto e mi sono diretta con risoluzione verso gli stagni della Camargue, per godere dell’ultima meraviglia del mio viaggio. Ho percorso l’unico tragitto consentito con l’auto (la maggior parte dei percorsi sono permessi, giustamente, solo a piedi o in bicicletta), costeggiando l’Étang de Vaccarès fino ad incrociare il sentiero per il faro de la Gacholle sui bordi dell’Étang du Fangassier.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle

Lungo il viaggio mi sono soffermata in tutti i punti panoramici che si aprivano dinanzi a me, ammirando la varietà di paesaggi, vegetazione, specie animali che si offrivano alla mia vista. Infine presso l’ Étang du Fangassier ho avuto la sorpresa dei fenicotteri rosa in volo, quasi immobili nell’affrontare un mistral che qui soffiava fortissimo. Lo stagno du Fangassier è il solo sito francese di riproduzione dei fenicotteri, e custodisce una delle più grandi colonie del Mediterraneo occidentale. Lo spettacolo, posso dirlo senza retorica, è stato un’emozione fortissima.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle, fenicotteri in volo da l’Étang du Fangassier

Prima di ripartire ho espresso il desiderio di tornarci, per raggiungere in bicicletta i luoghi dove non sono potuta arrivare, sperando magari di giungervi in giorni in cui il mistral non soffi troppo violentemente, perché qui è capace di gettare a terra chiunque e rendere i movimenti una vera fatica.

Salin-de-Giraud

Salita in auto mi sono recata presso Salin-de-Giraud, dove poco oltre l’abitato si distendono le saline dai tipici colori rosa dovuti alla presenza dell’alga Dunaliella salina, e qui ho preso il traghetto Bac de Barcarin che mi ha consentito di attraversare il Rodano e giungere sulla sponda di Port-Saint-Louis-Du-Rhône, posto sulla strada che mi ha ricondotto all’aeroporto di Marsiglia.

Qualche fotografia ricorda la mia ultima giornata di viaggio.

Immagini di Marsiglia