Immagini di Prato

Gita a Prato: la Cattedrale, il Castello, le prelibatezze locali. E altri spunti per tornare ancora

Cattedrale di Santo Stefano

In occasione della mia visita al Museo di Palazzo Pretorio e alla sua mostra “Legati da una cintola” (dedicata alla storia e all’iconografia della cintura che la Vergine donò a San Tommaso al momento della sua Assunzione, reliquia che è conservata nel duomo cittadino), mi sono recata nella cattedrale per ammirarne le opere d’arte. Infatti, oltre alla Cappella della Sacra Cintola, che nell’occasione dell’esposizione è straordinariamente visitabile, questo luogo vanta un patrimonio pittorico e scultoreo unico, tale da meritare una visita approfondita. La chiesa sorge sulle fondamenta dell’antica Pieve di Santo Stefano, fondata nel V secolo e ristrutturata più volte fino al ‘400. La sua facciata presenta nel portale una Madonna col Bambino tra i santi Stefano e Lorenzo di Andrea della Robbia, mentre in angolo si incastona il pulpito che Donatello e Michelozzo realizzarono fra 1430 e 1438 per permettere l’ostensione della sacra cintola ai fedeli raccolti nella piazza (i rilievi originali sono conservati nel Museo dell’Opera del Duomo).

Pulpito di Antonio del Rossellino e Mino da Fiesole

All’interno, si ammira uno splendido pulpito di Antonio del Rossellino e Mino da Fiesole, risalente al 1469-1473, e le cappelle delle absidi interamente affrescate. La cappella dell’Assunta fu dipinta nel 1433-1434 da Paolo Uccello con Storie della Vergine e di Santo Stefano: il lavoro rimase incompiuto e fu terminato da Andrea di Giusto. La cappella maggiore è la più celebre, e mostra uno dei cicli affrescati più importanti del Rinascimento, dedicato alle Storie di Santo Stefano (titolare della chiesa) e di San Giovanni Battista (protettore di Firenze e legato alla funzione battesimale) e realizzato tra 1452 e 1465 da Filippo Lippi. Si tratta di un’opera dal valore inestimabile, il cui programma iconografico fu ideato dall’allora proposto della pieve, l’umanista Gemignano Inghirami, che inizialmente aveva pensato di affidare il lavoro al Beato Angelico, impegnato però a Roma su incarico di Papa Niccolò V. Venne allora scelto il Lippi, che portò avanti l’opera per tredici anni: per il frate carmelitano furono anni complicati, durante i quali venne anche nominato cappellano del vicino convento agostiniano di Santa Margherita e qui conobbe la monaca Lucrezia Buti, di cui si innamorò perdutamente. I due andarono a vivere insieme, Lucrezia diventò la modella prediletta di Filippo e nel 1457 nacque Filippino, che seguirà il padre nel mestiere di pittore (di Filippino è la magnifica Adorazione dei Magi che ho recentemente ammirato alle Gallerie degli Uffizi, esposta sull’altare cui era destinata la Pala incompiuta di Leonardo da Vinci).

Cappella Maggiore, Filippo Lippi, Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista – Martirio ed esequie di Santo Stefano

Il ciclo pittorico fu realizzato con una tecnica mista, che univa all’affresco un ulteriore passaggio a secco, per aggiungere dettagli in un secondo momento, ed era impreziosito da applicazioni – oggi perdute – in cera dorata, per ornare diademi, ricami delle vesti, aureole. Le scene rappresentate si distinguono per le imponenti costruzioni spaziali e le suggestive architetture, all’interno delle quali si dipanano i momenti salienti della vita dei due santi.

Cappella Maggiore, Filippo Lippi, Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista – Martirio del Battista. La danza di Salomé, che ha le sembianze di Lucrezia Buti

I personaggi immortalati sono caratterizzati da un’intensa carica emotiva, ed esprimono in modo realistico la propria psicologia e il proprio stato d’animo.

Dopo la Cattedrale, ho visitato il Museo dell’Opera del Duomo, che ospita opere provenienti dalle chiese della diocesi e i rilievi originali del pulpito di Donatello. Il percorso espositivo parte dalle Volte, ovvero l’ambiente trecentesco collocato sotto il transetto della Cattedrale e caratterizzato da una copertura a volte a crociera, utilizzato fino al ‘700 come luogo di sepoltura di importanti famiglie pratesi. Lungo il tragitto si ammira la Cappella della Compagnia di Santo Stefano, confraternita laicale nata dopo la peste del 1348 dedita all’assistenza e alle opere di carità, e il chiostro romanico, risalente alla seconda metà del XII secolo, di cui rimane un solo lato con undici arcatelle.

Museo dell’Opera del Duomo, Donatello e Michelozzo, Parapetto del pulpito

Nella sala del pulpito si ammirano i rilievi donatelliani del parapetto del pulpito esterno della cattedrale, ornato da una danza di angeli scolpiti in stiacciato, e il capitello bronzeo che in origine sosteneva la struttura. Nella sala del Quattrocento si trova la pala di Filippo Lippi con le Esequie di San Girolamo, commissionata da Geminiano Inghirami per la Cattedrale e un Crocifisso di Botticelli. Vi sono poi opere di oreficeria legate al culto della Cintola, paramenti sacri, codici miniati e infine sculture e dipinti del Due e Trecento.

Castello dell’Imperatore @ www.cittadiprato.it

Al termine di questa intensa e ricca visita mi sono concessa una passeggiata nel centro cittadino, ammirando il Castello dell’Imperatore – appartenente al novero dei castelli costruiti da Federico II di Svevia (ad essi è dedicata una sezione del bel museo “Federico II Stupor Mundi” di Jesi, che ho visitato qualche tempo fa) – e la basilica di Santa Maria delle Carceri, realizzata da Giuliano da Sangallo con pianta a croce greca, su ispirazione della Cappella Pazzi del Brunelleschi a Firenze.

Santa Maria delle Carceri @ www.cittadiprato.it

Decorata all’interno da un fregio a festoni della bottega di Andrea della Robbia, autore anche dei quattro tondi con gli evangelisti nei pennacchi della cupola, è un mirabile esempio di architettura rinascimentale, sintesi dell’influenza brunelleschiana e della riflessione teorica di Leon Battista Alberti.

La vista dal museo di Palazzo Pretorio: il campanile della Basilica di Santa Maria delle Carceri

Non ho avuto tempo di percorrerlo nuovamente, ma consiglio una passeggiata lungo il camminamento del Cassero medievale, ovvero il corridoio che collega il Castello dell’Imperatore con le mura cittadine, risalente alla metà del Trecento e costruito dai fiorentini in seguito all’assoggettamento di Prato. E’ un camminamento rialzato rispetto alla strada, con una copertura a botte, e permette di ammirare il panorama da un punto di vista diverso. Il tratto percorribile si snoda tra via Pomeria e il viale Piave.

Centro Pecci @ www.artspecialday.com

Vorrei inoltre tornare a Prato per visitare il Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci, che ha riaperto nell’ottobre 2016 dopo l’ampliamento progettato da Maurice Nio, che ha aggiunto una nuova ala, dall’avvenieristica forma a navicella spaziale, all’originaria struttura di Italo Gamberini. Fino al 3 giugno è possibile visitare la collezione permanente, secondo un percorso aggiornato in concomitanza dei trent’anni di attività del Centro, mentre dal 24 febbraio s’inaugura una mostra dell’artista inglese Mark Wallinger Mark, che con l’occasione espone per la prima volta in Italia.

Abiti della mostra “Marie Antoinette” @ www.museodeltessuto.it

Vorrei infine recarmi anche al Museo del Tessuto, che in questi mesi ospita una straordinaria doppia esposizione: fino al 27 maggio infatti si possono ammirare alcuni costumi realizzati da Milena Canonero per il film di Sofia Coppola “Marie Antoinette”. Gli abiti sono stati ritenuti dalla critica la migliore interpretazione cinematografica della moda del XVIII secolo, tanto da valere alla Canonero il premio Oscar, e sono qui esposti su una pedana che ne valorizza l’impatto scenografico, e permette di ammirarli nella loro magnificenza. La mostra si integra e relaziona strettamente con l’altra esposizione in corso, allestita presso la Sala dei Tessuti Antichi, “Il capriccio e la Ragione. Eleganze del Settecento europeo“, dedicata all’evoluzione della moda nel corso del XVIII secolo, con prestiti (tra gli altri) delle Gallerie degli Uffizi, del Museo Stibbert, del Museo Salvatore Ferragamo. Trovo molto stimolante la compresenza, nelle sale di questo museo, di abiti e tessuti originali e delle loro interpretazioni cinematografiche, un’occasione da non perdere per conoscere e approfondire un’epoca, ricca e complessa, come il Settecento.

Marcellino Pane e vino, bottega dove ho assaggiato la Mortadella di Prato

Nel corso della mia giornata ho mangiato un panino delizioso da Marcellino Pane e vino, dove ho assaggiato la Mortadella di Prato: è un salume molto saporito e profumato, preparato con carni speziate con coriandolo, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, e infine aromatizzato all’alchermes. Ho poi preso un caffé alla Pasticceria Mondo Nuovo, dove mi sono concessa una irresistibile Pesca di Prato: è un dolce composto da due sfere di pasta brioche, unite da un ripieno di crema pasticcera all’alchermes e vaniglia.

Alla mia visita ho dedicato una galleria fotografica, mentre a questa pagina sono visibili le foto della mostra “Legati da una cintola” a Palazzo Pretorio e della Cappella della reliquia in Duomo.

Aigues-Mortes, la città di San Luigi dei Francesi nelle paludi della Camargue

Sainte Chapelle, Cappella superiore

Nelle mie peregrinazioni in Francia (l’ultimo viaggio è stato in Provenza e Camargue) mi sono imbattuta nella figura di Luigi IX, San Luigi dei Francesi, in occasione della mia visita alla Sainte Chapelle a Parigi, edificata per volere del sovrano fra il 1242 e il 1248 per custodire alcune reliquie della Passione di Cristo.

Aigues-Mortes, camminamento delle mura sud: a destra la Salina, a sinistra la città

Nel 1240 Luigi IX fondò Aigues-Mortes in un territorio considerato malsano, e fu il primo sovrano di Francia a disporre di un porto sul Mediterraneo. Riuscì ad ottenere questo sbocco sul mare grazie a uno scambio con l’abate della potente abbazia benedettina di Psalmodi (distrutta nel corso della Rivoluzione Francese e di cui oggi rimangono solo rovine): l’abate concesse una sottile striscia situata in una zona paludosa, e ottenne in cambio alcuni privilegi e un terreno a Sommières. Luigi IX fece avviare la costruzione della cittadina, e nel maggio 1246 decretò alcune agevolazioni al fine di attirarvi una popolazione numerosa. Alle sue disposizioni si deve ricondurre la Torre di Costanza, che ancora si ammira ad Aigues-Mortes, e un castello oggi scomparso.

La Torre di Costanza

Nel 1248, mentre la città era un cantiere, il sovrano cominciò a radunare nel porto-canale le navi in partenza per la VII crociata, ma dovette chiedere aiuto a Marsiglia, a Venezia e a Genova per completare la sua flotta: nel 1249 a Cipro riuscì a radunare 1.800 imbarcazioni, di cui 38 erano partite con lui da Aigues-Mortes. Sbarcato in Egitto, si impadronì di Damiette ma venne poi sconfitto e fatto prigionierio a Mansourah nel 1250. Venne liberato in cambio di un grosso riscatto, ma rimase in Palestina fino al 1254 per far erigere le mura dei presidi franchi.

Cattedrale di Saint Denis @ www.patrimoine-histoire.fr

Nel 1270, sedici anni più tardi, i crociati tornarono a radunarsi nel porto di Aigues-Mortes in occasione dell’VIII crociata. Il primo luglio la flotta partì in direzione della Tunisia: durante l’assedio di Tunisi un’epidemia di colera decimò l’esercito e il re stesso vi trovò la morte, il 25 agosto 1270. Le sue ossa vennero sepolte nella cattedrale di Saint Denis a Parigi.

In questa pagina una galleria di immagini di Aigues-Mortes e della Camargue.

Provenza e Camargue da vedere

Dopo il mio viaggio in Provenza e Camargue, sono tornata a casa con il desiderio di tornare appena possibile in questa regione, per visitare ciò che non sono riuscita a raggiungere nel corso del mio primo tour.

Château d’If @ www.chateau-if.fr/

In particolare, memore delle mie suggestioni letterarie e cinematografiche, a Marsiglia vorrei fare una crociera all’isolotto di If: questo luogo è interamente occupato dallo Château che fra il 1634 e il 1872 fu utilizzato come prigione e accolse, nella finzione letteraria del romanzo di Dumas, il Conte di Monte Cristo.

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Vorrei inoltre compiere un giro per le architetture moderne e contemporanee della città: oltre al Mucem e alla Ville Mediterranée, vorrei vedere il Frac-Paca, centro di arte contemporanea realizzato su progetto dell’architetto Kengo Kuma e l’edificio della Cma (la maggiore società francese di armatori) progettato da Zaha Hadid. Ma soprattutto vorrei raggiungere la Cité Radieuse, edificio che fu progettato da Le Courbusier per ospitare, su diciassette piani, trecentotrentasette appartamenti in ventitré tagli diversi (in base alle differenti esigenze di differenti famiglie): si tratta di una vera e propria città autonoma verticale, che sul tetto ospita sculture e attrezzature ricreative.

Palais Longchamp @ www.marseilletourisme.fr

Fra i musei cittadini, non ho potuto visitare né il Musée d’Histoire de Marseille, che all’esterno mostra le antiche vestigia della città di Massalia ed è ospitato nel neorinascimentale e scenografico Palais Longchamp, né il Musée des Beaux Arts (situato nel medesimo Palais), che vanta opere di Corot, Daumier, Courbet, Millet, né il Musée Cantini (ora chiuso, riaprirà il 18 maggio), dedicato alla pittura del Novecento e in particolare al movimento surrealista che a Marsiglia, durante l’occupazione nazista di Parigi, concentrò la propria attività.

La vista del Vieux Port dalla camera dell’Hotel Belle Vue. Di fronte, Notre-Dame-de-la-Garde

Vorrei inoltre arrivare fino a Notre-Dame-de-la-Garde, che veglia la città dall’alto, e da dove il panorama dev’essere splendido e  percorrere la Corniche John-Fitzgerald Kennedy, che offre una bella vista sull’arcipelago di Frioul. Anche la stazione ferroviaria merita una visita, per lo scalone monumentale che la collega al boulevard d’Athènes e che ne ricorda la storia: inaugurato nel 1927, a suoi piedi si trovano due gruppi scultorei rappresentanti Le Colonie d’Asia e Le Colonie d’Africa, a testimonianza di un illustre e importante passato.

Fondation Vasarely @ www.fondationvasarely.org

Ad Aix en Provence, oltre ad esplorare con calma le vie del centro storico e scoprire i palazzi sei-settecenteschi che costeggiano il bel Cour de Mirabeau, vorrei tornare per ammirare i diciannove arazzi che sono ospitati nel Musée du palais de l’Archevêque e recarmi alla Fondazione Vaserely, che si trova subito fuori il centro, con numerose opere di questo artista che poco conosco.

Paul Cézanne. Toward Mont Sainte-Victoire (Vers la Montagne Sainte-Victoire), 1878–1879 @ www.barnesfoundation.org

Inoltre troverei suggestivo seguire il percorso contrassegnato dai chiodi dorati, con il nome di Cézanne, che sono disseminati nelle vie di Aix e che conducono ai luoghi legati alla vita di questo Maestro: Cézanne infatti nacque e trascorse gran parte della sua vita in questa cittadina, dove però le sue opere non sono rimaste. Si possono piuttosto visitare il suo Atelier, dove lavorò gli ultimi anni di vita, e il Terrain des Lauves, spianata sulla quale poggiava il suo cavalletto per ritrarre l’amata montagna Sainte-Victoire, oggetto di oltre settanta dipinti. Si può inoltre percorrere la Route Cézanne, itinerario automobilistico che conduce fino ai piedi della montagna, soffermandosi presso gli innumerevoli punti panoramici. L’ufficio turistico di Aix en Provence ha realizzato un depliant dedicato.

Châteauneuf-du-Pape @ www.chateauneuf-du-pape-tourisme.fr/

Ad Avignone tornerei in occasione del Festival di teatro, danza e musica che da alcuni decenni anima le vie cittadine e rappresenta una kermesse d’indiscutibile importanza in Europa: la 71° edizione si svolgerà quest’anno dal 6 al 26 luglio. Non sono inoltre riuscita a vedere né Musée Angladon, allestito in un hôtel particulier del XVIII secolo con opere di Van Gogh, Cézanne, Manet, Sisley, Degas, Modigliani, Derain, Picasso, né la Collection Lambert, ospitata nel settecentesco hôtel de Caumont, con pezzi e installazioni di Cy Twombly, Jean Michel Basquiat, Miroslaw Balka. Sarebbe inoltre interessante arrivare fino a Châteauneuf-du-Pape, dove si trova il castello – ormai in rovina – eretto dai papi avignonesi come dimora estiva. Ai piedi della loro magione i papi fecero piantare viti, tra cui si snoda un delizioso sentiero (Escapade au coer du vignoble de Châteauneuf du Pape), introducendo la viticoltura: tutt’oggi qui si produce uno dei più rinomati vini rossi di Francia.

Isle sur la Sorgue @ www.provenzafrancia.it

In aggiunta a ciò che ho già visto, vorrei fermarmi nel paesino di Isle sur la Sorgue, che sorge sugli isolotti formatisi attorno ai rami della Sorgue e che è caratterizzato dalle ruote idrauliche installate per far funzionare i laboratori tessili e cartari. Oggi ne sono rimaste sette, e rappresentano un elemento di attrattiva per questa cittadina che ha conservato intatta la sua atmosfera provenzale. Inoltre, questa città che già ospita numerose botteghe di antiquariato e modernariato, a Pasqua e a ferragosto diviene la capitale del settore grazie alla famosa Foire International Antiquités & Brocante, che richiama oltre un migliaio di venditori, appassionati d’antiquariato e semplici curiosi.

Pont du Gard @ www.pontdugard.fr

Lungo il tragitto da Avignone ad Arles vorrei tornare ad ammirare il Pont du Gard, testimonianza del maestroso acquedotto che fu costruito dai romani nel 19 a.C. per condurre l’acqua dalla val d’Eure fino a Nîmes. La struttura cadde in disuso già nel VI secolo, ma ne resta questo magnifico ponte sviluppato su tre ordini di arcate per un’altezza di 49 metri e una lunghezza di 275. Una struttura imponente che è giustamente riconosciuta dall’Unesco quale patrimonio dell’umanità.

Fondation Van Gogh @ www.artribune.com

Ad Arles vorrei tornare in occasione del Festival della fotografia, chiamato Les Rencontres de la photographie, che offre mostre organizzate in ogni luogo della città: quest’anno si terrà dal 2 luglio al 23 settembre. Vorrei inoltre visitare la Fondation Van Gogh, inaugurata nel 2014 e sede di mostre temporanee, e la nuova torre realizzata da Frank O. Gehry – parte di un complesso più ampio, in un’area industriale dismessa destinata a diventare un “campus del design” – la cui inaugurazione è prevista per quest’anno.

Oltre ai ristoranti in cui sono già stata, quelli consigliatimi dalla padrona di Villa M e che segnalo sono:

L’affenage, 4 rue Molière
La mule blanche, 9 rue du Président Wilson
Le galoubet, 18 rue du Dr. Fanton
Au brin de Thym, 22 rue du Dr. Fanton
Le jardin de Manon, 14 Av. Des Alyscamps
Le refectoire, Parc des Ateliers SNCF

Parco della Camargue, Étang de Vaccarès

In Camargue, come già accennato, vorrei compiere un’escursione in bicicletta lungo i sentieri bianchi di questo splendido parco, arrivando dove l’auto è bandita. Dal sito internet dell’Ufficio del Turismo di Arles, davvero ben fatto e ricco di contenuti, è possibile scaricare le mappe di alcuni itinerari proposti, tra cui quello dei fenicotteri rosa e del sale, quello della Digue à la mer, quello da Salin-de-Giraud fino a Port-Saint-Louis-du-Rhône: uno più bello dell’altro!

 

Pasqua in Provenza e Camargue: arte, natura e buona cucina

Il Palazzo dei Papi ad Avignone

Con la Pasqua alle porte (quest’anno cadrà il primo aprile) chi potrà concedersi qualche giorno di vacanza potrebbe scegliere un viaggio in Provenza e Camargue. Ho fatto questo viaggio l’anno scorso, e lo consiglio sia perché tra marzo e maggio il clima qui è splendido, sia perché in occasione della Pasqua sono tantissime le iniziative e le feste che vengono tradizionalmente organizzate. I musei inoltre non risentono di nessuna chiusura per le festività e, anzi, sono quasi tutti aperti.

Vieux Port di Marsiglia al mattino

Premetto, prima di passare alla descrizione del viaggio, che si è trattato di un tour molto intenso, che ha escluso ben poco: l’ho organizzato proprio così, per avere la possibilità di vedere più cose possibili, e farmi un’idea precisa di cosa merita un ulteriore successivo viaggio.

Venerdì – MARSIGLIA

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Partendo in aereo sono giunta a Marsiglia, dove all’aeroporto ho noleggiato un’auto che ho utilizzato per il mio giro. Il primo giorno l’ho dedicato alla visita – purtroppo breve, ma sufficiente per alimentare il desiderio di tornarci con calma – di questa città. Con poco tempo a disposizione ho preferito concentrarmi sulla zona del Vieux Port, che si gira comodamente a piedi, arrivando fino al Mucem e alla Ville Mediterranée: il primo è il Museo delle Culture del Mediterraneo, unito al Fort Saint Jean da una passerella pedonale, ed è dedicato ad illustrare gli aspetti che identificano il mondo mediterraneo. Ai problemi e alle tematiche “mediterranee” sono dedicate le mostre temporanee ospitate nell’attigua Ville Mediterraneé.

La Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur

Entrambi i complessi, che spiccano per le loro architetture moderne, hanno riqualificato l’area a nord del Vieux Port e consentono una bella passeggiata lungomare. Costeggiando la Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur – che fra 1852-93 sostituì la precedente risalente all’XI secolo – mi sono poi addentrata nel quartiere di Le Panier, verace e molto poco turistico. Esso sorge sul luogo dove i focesi fondarono Massalia e in mezzo alle sue pittoresche viuzze di trova la Vieille Charité, che fu ospizio della carità fra il 1671 e il 1749: è una bella costruzione articolata su un cortile centrale con una cappella di forma ovale.

Concept Store ne Le Panier

Trovandomi in questa città è stato impossibile non comprare del sapone a base di olio d’oliva: da Fer à Cheval vendono l’unica marca ancora prodotta a Marsiglia (le altre produzioni sono state tutte delocalizzate in paesi limitrofi, in particolare a Salon). Ho sostato nella bottega di Escoffier per ammirare i tradizionali Santons, statuine del presepe provenzale che furono create nel corso della Rivoluzione francese – quando le chiese vennero chiuse – per consentire a tutti di allestire un presepe nella propria abitazione.

Bouillabaisse Chez Michel

A cena mi sono concessa la tipica bouillabaisse, la zuppa di pesce marsigliese cucinata per ore a fuoco basso (da qui il suo nome), e ho scelto il Restaurant Chez Michel per questa occasione: l’ho trovata deliziosa, ricca di sapori, colori e profumi! Ho infine pernottato all’Hotel BelleVue, situato proprio nel vecchio porto, con una camera con vista sulle barche ormeggiate e la ruota panoramica alla mia destra: una vista stupenda, che mi ha permesso di godere del panorama durante tutto il trascorrere della giornata. La scelta è valsa la pena, nonostante la camera fosse a un piano elevato e l’albergo privo di ascensore. Segnalo inoltre che al primo piano l’hotel ha un grazioso bar e ristorante, dove gli ospiti possono fare colazione, chiamato La Caravelle.

Una galleria di immagini sintetizza la mia giornata

Il porto di Cassis

Sabato – CASSIS, LA CIOTAT, AIX EN PROVENCE, CHÂTEAU LA COSTE

Ho preso l’auto e sono arrivata al piccolo e vivace porto di Cassis. Ho deciso di compiere un’escursione in battello, della durata di un’ora, per ammirare dal mare cinque calanchi del Parc National des Calanques, caratterizzato da alte scogliere che si gettano a strapiombo fra le onde, in mezzo a una vegetazione mediterranea. La visita, organizzata dalla locale compagnia dei battellieri, è valsa davvero la pena: non è stato necessario compiere alcuna prenotazione perché le imbarcazioni partono continuamente, e si può scegliere la durata dell’escursione in base al numero di calanchi che si desidera raggiungere.

Calanchi de L’Oule

I calanchi si possono ammirare anche dall’alto, percorrendo i numerosi sentieri che si costeggiano: nel parco infatti si snodano vari percorsi trekking, da 3 a 5 ore di cammino, ma questa soluzione avrebbe richiesto tempo che non avevo. Se dovessi tornare, mi piacerebbe fare alcune di queste passeggiate.

Pesce da “Nino”

Tornata nel porticciolo ho pranzato da “Nino”, ristorante gestito da una coppia di italiani, affacciato sul viavai delle barche: lo consiglio, oltre che per la vista, per l’atmosfera familiare, accogliente e cortese, per la freschezza del pesce e la cura della cucina. Dopo pranzo ho ripreso l’auto e ho compiuto un percorso spettacolare, che parte da Cassis e fiancheggiando i calanchi giunge fino a La Ciotat: la strada, Route des Crêtes, svela punti panoramici da vertigine, sia per la bellezza del panorama, sia per l’altezza dei luoghi di osservazione in cui è possibile sostare.

La Route des Crêtes

Non ci sono riuscita, ma avrei voluto soffermarmi a La Ciotat per sostare davanti al Cinema Eden, rinnovato nel 2013, che vanta meritoriamente il titolo di più antica sala cinematografica al mondo, ancora in attività: qui infatti furono proiettati i primi cortometraggi dei Fratelli Lumière, girati in questa piccola cittadina grazie alla straordinaria qualità della luce: tra di essi, il cortometraggio del treno che arriva in stazione – la piccola “gare” de La Ciotat! – definito “premier film d’épouvante de l’histoire du cinéma”.

Saint Sauveur

Mi sono diretta verso Avignone, e sulla strada mi sono fermata ad Aix en Provence, che avrebbe meritato almeno un giorno intero di visita e che invece è stata l’occasione per una passeggiata nel centro (affollatissimo!), per un caffè e una madeleine che non dimenticherò nella vita. Andando con ordine, ho parcheggiato in uno dei parcheggi sotterranei che con grandissima utilità circondano il centro storico, e percorrendo il bel Cour Mirabeau fiancheggiato da platani mi sono avviata a piedi verso il centro storico, che mantiene ancora il suo impianto medievale. Addentrandomi nelle sue stradine sono arrivata fino alla piazza dell’Hôtel de Ville, edificio seicentesco accanto al quale si trova la torre dell’orologio, sostenuto dalla porta dell’antica cinta muraria medievale.

Madeleines chez Christophe

A pochi passi si trova la Cattedrale di Saint Saveur, che mescola stili diversi e racconta la storia – dal IV secolo fino al Seicento – che ne ha determinato l’aspetto attuale: il suo battistero è paleocristiano, la facciata è gotica, l’interno è romanico con interventi cinquecenteschi… Meritano la visita le ante delle porte di ingresso – generalmente chiuse da controporte – che sono aperte solo nel periodo di Pasqua: sono un capolavoro di scultura tardo-gotica ad opera di Jean Guiramand. Lungo rue Gaston de Saporta mi sono fermata di fronte al bancone di una pasticceria, che sfornava esclusivamente madeleines, e ne ho comprato un sacchetto: calde, profumatissime, deliziose, non le scorderò mai. La pasticceria, che affaccia sulla strada con un’unica vetrina-bancone, si chiama Christophe.

Château La Coste, Tadao Ando, Centre d’Art

Ripartita da questa cittadina, di cui inevitabilmente mi è rimasto il desiderio di tornare con calma, mi sono recata alla tenuta vitivinicola Château La Coste, situata nella campagna di Le Puy-Sainte Réparade, perché vanta una straordinaria raccolta d’arte contemporanea. Non ho avuto il tempo per compiere il giro di tutta la tenuta, disseminata di opere d’arte e capolavori di architettura, perché esso richiede almeno due ore, ma ho ammirato le opere situate nei pressi del centro visite – progettato da Tadao Ando – e la mostra temporanea di Ai Weiwei, “Mountains and Seas” che nell’occasione era stata allestita nello spazio delle esposizioni temporanee.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Fra le opere immediatamente riconoscibili, ho ammirato le sculture di Alexander Calder, Hiroshi Sugimoto, Louise Bourgeois; inoltre, le cantine progettate da Jean Nouvel, il teatro all’aperto di Frank Gehry, un padiglione ipogeo appena realizzato da Renzo Piano. La tenuta ha anche una terrazza caffè e ristorante all’aperto, in un pittoresco giardino, che lusinga la sosta e invita al riposo.

Al termine della giornata sono infine arrivata ad Avignone, dove avevo prenotato una camera con vista sul Palazzo dei Papi presso l’hotel Palais des Papes. La camera era un po’ angusta, ma la vista davvero impagabile.

Qualche immagine racconta quel che ho visto.

Grande Cour del Palazzo dei Papi

Domenica – AVIGNONE

Ho dedicato la domenica di Pasqua alla visita di Avignone, dove nonostante la festività (grazie ad essa!) tutto era aperto. Dopo una giornata in movimento, è stato piacevole lasciare la macchina e passeggiare fra le mura e le vie di questa città ricca di storie. Come prima visita, ho dedicato la mattina e il primo pomeriggio al Palazzo dei Papi, dove risiedettero i papi durante la “cattività avignonese”: Giovanni XXII, Benedetto XII (che fece abbattere il vecchio palazzo episcopale e cominciò la ventennale costruzione di quello che oggi ammiriamo), Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V.

Cappella Clementina

La maestà degli ambienti, oggi – tranne pochissime eccezioni – quasi completamente spogli, lasciano intuire lo splendore e la magnificenza del palazzo nel corso del Trecento, e lo sfarzo che la corte papale si concedeva. Le vicende successive, che videro questa magnifica struttura subire danni gravissimi nel corso della Rivoluzione Francese e infine la sua trasformazione in caserma, segnano quasi un amaro contrappasso, e rendono il recupero del patrimonio pittorico un dono prezioso e inaspettato. Per visitare il Palazzo avevo acquistato il biglietto on line, per evitare inutili code in biglietteria e perdite di tempo prezioso. Consiglio caldamente l’audioguida, che viene fornita a pagamento all’ingresso, e che costituisce un utile aiuto alla visita, anche se l’apparato didascalico lungo il percorso – costituito sia da pannelli testuali sia da immagini e video – è assai ricco e dettagliato.

Vista dal tetto del Palazzo verso Place du Palais e i tetti di Avignone: a destra l’Hôtel des Monnais e a sinistra la torre dell’orologio

Al termine della visita mi sono rifocillata nella piccola caffetteria (che sconsiglio nelle ore di punta del pranzo) situata sul tetto del palazzo, da cui si gode una bella vista sulla città sottostante. Il riposo è stato prezioso per poter affrontare il resto della giornata.

Dopo una veloce visita della chiesa di Notre-Dame-des-Doms, situata accanto al Palazzo dei Papi, e una passeggiata nei soprastanti giardini della terrazza del Rocher des Domes (da cui si vede – al di là del Rodano – l’abitato di Villeneuve-lès-Avignon e il Fort Saint André che lo sovrasta), mi sono recata al Musée du Petit Palais, ospitato nell’ex palazzo episcopale.

Musée du Petit Palais, collezione

Il Museo custodisce la Collezione Campana di Cavelli, che dopo essere stata dispersa tra il Louvre e altri musei francesi, è stata infine qui riunita nelle sue oltre trecento opere di pittura italiana del XIII-XVI secolo. Tra le opere, dipinti di Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Gherardo Starnina, Sandro Botticelli, Ridolfo Ghirlandaio, Vittore Carpaccio, Marco Palmezzano.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant – dettaglio

Il percorso di visita consente di comprendere l’importanza della pittura italiana in terra francese, grazie alle opere e ai maestri che si recarono presso la corte papale per abbellirne i palazzi: fra di essi, Simone Martini, che realizzò alcuni affreschi nella Cattedrale (andati quasi completamente perduti) e che qui morì nel 1344.

Le Pont de Saint Bénézet

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla visita del Pont Saint Bénézet, di cui ho appreso la storia grazie all’audioguida e che ho percorso lungo le sue quattro arcate superstiti, memoria di un ben più ambizioso monumento che osò sfidare le correnti del Rodano per una lunghezza di ben ventidue campate, oltre novecento metri, venendo distrutto e ricostruito più volte, fino al 1669. Del suo approdo in terra di Francia (il ponte era la frontiera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Francia) rimane oggi la Tour de Philippe-le-Bel, innalzata tra il 1293 e il 1307 per vigilarne l’accesso.

Palazzo dei Papi e mura dal Pont de Saint Bénézet

Sulle arcate del ponte ho sperimentato la forza del mistral, il vento che soffia sulla Provenza e rende i suoi cieli talmente tersi da rimanere impressi nella memoria. La luce di questi luoghi, che sedusse pittori e artisti richiamandoli qui, è così limpida grazie al mistral che, si dice ma posso testimoniarlo personalmente, può soffiare per giorni in modo furioso ed è capace di indurre alla pazzia. Dalle sponde del fiume si ammira parte della cinta muraria che ancora oggi circonda Avignone per oltre quattro chilometri, completa di torri e merlature.

Opéra di Avignone

Una volta tornata al suo interno, ho passeggiato per il centro storico soffermandomi in Place de l’Horloge, piena di caffè con i tavolini all’aperto su cui affacciano l’Hôtel de Ville e l’Opéra, e mi sono addentrata per le vie fino alla chiesa di Saint Pierre, alla chiesa di Saint Didier e infine alla suggestiva Rue des Teinturiers, dove si trovavano le botteghe dei tessitori e lungo l’acciottolato un canale d’acqua faceva correre ruote idrauliche a pale, ancora oggi in funzione.

Rue des Teinturiers

All’estremità della via sorgeva il Couvent des Cordeliers in cui venne sepolta la Laura amata dal Petrarca, struttura che venne demolita in occasione dell’annessione di Avignone alla Francia rivoluzionaria: è sopravvissuto il solo campanile a tramandarne la memoria. Ho concluso la giornata con la cena, per la quale mi sono recata presso L’Epicerie, nella pittoresca place Saint Pierre: un locale piccolo, ma molto accogliente, con una buona cucina e un servizio attento. Lo consiglio.

Qui il racconto fotografico della giornata.

Villeneuve-lès-Avignon, Tour de Philippe-le-Bel

Lunedì – VILLENEUVE-LÈS-AVIGNON E ARLES

Al mattino ho ripreso l’auto, e prima di dirigermi verso Arles ho fatto una breve sosta a Villeneuve-lès-Avignon, per ammirare la Tour de Philippe-le-Bel, ultima vestigia superstite – da questa parte del Rodano – del Pont Saint Bénézet, e il Fort Saint André, le cui mura possenti vigilavano sulla città dei papi.

Quindi mi sono diretta verso Arles, che in quei giorni stava festeggiando la Feria di Pasqua. Si tratta del primo appuntamento della tauromachia francese che si celebra ogni anno nel periodo pasquale (nel 2018 si terrà dal 30 marzo al 2 aprile): la città si riempie di persone che vengono ad assistere alle “couses camarguaises”, corse dei tori organizzate nei suoi boulevards e alla corrida, che si svolge a Les Arènes, l’antico anfiteatro romano che, per questo suo ancora attuale utilizzo, può essere considerato la plaza de toros più antica al mondo.

Arles, place de la République: a destra Saint Trophime, a sinistra l’Hôtel de Ville

Inoltre vi sono concerti di musica e danza, spettacoli, rievocazioni in costume, stands gastronomici e mercatini di artigianato artistico. Un vero pandemonio di colori, musica, odori, davvero imperdibile. Io avevo prenotato una camera presso Villa M, Maison d’hôtes sul Boulevard Clémenceau, affacciata sugli stands e sulla course camarguaise: una villa elegante collocata ai margini della festa ma che ha garantito anche il necessario silenzio notturno e, ancor più importante, un parcheggio riservato, in quei giorni altrimenti introvabile.

Arles, Alyscamps, Viale dei sarcofagi

Appena sono arrivata ad Arles ho visitato il cimitero degli Alyscamps, una delle necropoli più celebri d’Europa, ricordato anche da Dante nel IX canto dell’Inferno. Il divino poeta così descrive la città di Dite, punteggiata di sepolcri aperti: “Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, / sì com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna, /
fanno i sepulcri tutt’il loco varo“, ricorrendo all’immagine delle arche custodite presso gli Alyscamps di Arles. L’attuale sistemazione, risalente al XVII secolo, rispecchia il gusto romantico, e permette di passeggiare in un viale alberato in cui sono allineati i sepolcri, fino a giungere alla chiesa di Saint Honorat, che custodisce alcuni sarcofagi carolingi. Il luogo e il suo fascino decandente sedussero anche Van Gogh, che vi dedicò alcuni quadri.

Vincent Van Gogh, Vallende bladeren (Les Alyscamps), c. 1 November 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Ad Arles l’artista arrivò nel febbraio del 1888 e vi trascorse quindici mesi, vivendo nella Casa Gialla che sorgeva in Place Lamartine: arrivò in questa cittadina della Provenza attirato dalla sua luce, e visse il periodo artistico più prolifico della sua vita, realizzando trecento opere. Sognava di fondare l’Atelier du Midi, una comunità artistica che però rimase solo un sogno: l’unico amico che lo raggiunse fu Gauguin, che vi trascorse due mesi prima di andarsene, per niente sedotto dalla città e dal suo fascino e a seguito di un violento alterco dovuto all’irritazione e ai contrasti per il carattere e le abitudini di vita di Van Gogh. Anche Gauguin dedicò un’opera a Les Alyscamps, un quadro che è possibile ammirare al Musée d’Orsay.

La chiesa e il chiostro di Saint Trophime

Per pranzo mi sono fermata a Le bistrot A Côté, consigliatomi dalla proprietaria di Villa M, che proponeva un menù speciale in occasione della Feria, quindi ho visitato la cattedrale di Saint Trophime, che nel 1178 ospitò l’incoronazione di Federico Barbarossa (nonno di Federico II di Svevia). Il portale in facciata merita un’attenta osservazione, perché è una splendida opera romanica, e prelude alla meraviglia che si trova di lì a pochi passi, il chiostro.

Statua della Madre-Chiesa

Costruito in due fasi differenti (le gallerie est e nord sono romaniche, realizzate nel XII secolo, mentre quelle ovest e sud sono gotiche e risalgono al XIII-XIV secolo), presenta capitelli e pilastri ornati con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, storie della vita di San Trofimo ed episodi della tradizione cattolica provenzale.

Alle 16,30 sono entrata nell’anfiteatro romano, perché l’unica possibilità per visitarlo era assistere alla corrida che vi si svolge in occasione della Feria di Pasqua.

L’anfiteatro (Les Arènes) – l’attesa per l’inizio della corrida

Avevo comprato il biglietto con largo anticipo sul sito ufficiale, in una posizione soprelevata in modo da ammirare il complesso e il suo sviluppo architettonico nel corso dei secoli: la struttura è infatti in ottime condizioni, e le torri che svettano sul suo coronamento superiore ne ricordano la conversione in fortezza militare avvenuta nel corso del Medioevo.

La sfilata iniziale

A suo interno successivamente si sviluppò un abitato, secondo una prassi comune nei confronti di simili luoghi (basti pensare all’insediamento medievale che si sviluppò a Roma sulle fondamenta del Teatro di Balbo), costruzioni che qui però vennero demolite a partire dal 1825 per consentire il totale ripristino dell’architettura romana. La corrida è stata inaugurata da un corteo composto dalle varie figure coinvolte e poi ha visto la “liberazione” del toro nell’arena. Inizialmente attirata da più toreri, quindi ferita da un picador a cavallo, la povera bestia è stata subito attirata dal capote del torero, con cui ha iniziato una macabra danza di cui ho assistito solo alla prima parte: era troppa per me la tensione sia nei confronti del toro, sia nei confronti del matador. Dei tre toreri che partecipavano a questa manifestazione, qualche mese fa ho appreso della morte di uno, Ivan Fandino, incornato nel giugno scorso in un’arena simile a questa. Uscita anzitempo dallo spettacolo, ho dedicato il secondo pomeriggio alla visita della città, del teatro romano (a differenza di questo, in cattivo stato di conservazione), di Notre-Dame-de-la-Major, di Place du Forum, delle Thermes de Costantin.

Le Criquet. L’aïoli provenҫal du Criquet: morue pochée, legumes, fruits de mer e aïoli

Ho concluso l’intensa giornata cenando da Le Criquet, un piccolo ristorante gestito da ragazze estremamente gentili, con una cucina tipicamente locale, piatti ottimi preparati e presentati con grande attenzione. Anch’esso mi era stato consigliato dalla proprietaria della mia Maison d’hôtes.

Tutte le fotografie della mia giornata in questa pagina.

Arles, Pont de Langlois

Martedì – AIGUES-MORTES E CAMARGUE

Sono ripartita di buon mattino dopo l’ottima colazione preparatami a Villa M, con prodotti di filiera corta e prelibatezze casalinghe, soffermandomi presso il ponte di Langlois, situato subito fuori Arles, immortalato varie volte da Van Gogh.

Vincent Van Gogh, Brug te Arles (Pont de Langlois), mid-March 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Mi sono quindi diretta in Camargue, cominciando dalla visita di Aigues-Mortes. Qui giunta, mi sono arrampicata sulla cinta muraria, che nel suo sviluppo rettangolare (300×500 metri) è del tutto percorribile e consente di ammirare i tetti della cittadina che vi è racchiusa. Tutto il borgo sorse per volere di Luigi IX, poi San Luigi dei francesi, che fece costruire il porto, il canale e l’abitato per raccogliere le barche in partenza per la VII crociata: si tratta di una storia che merita il suo approfondimento. I suoi successori , Filippo III e Filippo il Bello fecero innalzare la cinta muraria che si è conservata pressoché intatta fino ad oggi.

Camminamento delle mura sud: a destra la salina, a sinistra la città

Il camminamento riserva panorami indimenticabili, in particolare il lato sud, che si rivolge alle lagune e alle cangianti saline, e la terrazza della Torre di Costanza, che da 32 metri di altezza permette di osservare nel suo sviluppo il canale del Rodano. Dopo aver esplorato i bastioni della cinta muraria sono scesa fra le abitazioni, ancora disposte secondo un ordinamento a scacchiera, e ho visitato la chiesa di Notre-Dame des Sablons (risalente al 1246-1248) e place Saint Louis.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle verso la Digue à la Mer

Ho ripreso l’auto e mi sono diretta con risoluzione verso gli stagni della Camargue, per godere dell’ultima meraviglia del mio viaggio. Ho percorso l’unico tragitto consentito con l’auto (la maggior parte dei percorsi sono permessi, giustamente, solo a piedi o in bicicletta), costeggiando l’Étang de Vaccarès fino ad incrociare il sentiero per il faro de la Gacholle sui bordi dell’Étang du Fangassier.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle

Lungo il viaggio mi sono soffermata in tutti i punti panoramici che si aprivano dinanzi a me, ammirando la varietà di paesaggi, vegetazione, specie animali che si offrivano alla mia vista. Infine presso l’ Étang du Fangassier ho avuto la sorpresa dei fenicotteri rosa in volo, quasi immobili nell’affrontare un mistral che qui soffiava fortissimo. Lo stagno du Fangassier è il solo sito francese di riproduzione dei fenicotteri, e custodisce una delle più grandi colonie del Mediterraneo occidentale. Lo spettacolo, posso dirlo senza retorica, è stato un’emozione fortissima.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle, fenicotteri in volo da l’Étang du Fangassier

Prima di ripartire ho espresso il desiderio di tornarci, per raggiungere in bicicletta i luoghi dove non sono potuta arrivare, sperando magari di giungervi in giorni in cui il mistral non soffi troppo violentemente, perché qui è capace di gettare a terra chiunque e rendere i movimenti una vera fatica.

Salin-de-Giraud

Salita in auto mi sono recata presso Salin-de-Giraud, dove poco oltre l’abitato si distendono le saline dai tipici colori rosa dovuti alla presenza dell’alga Dunaliella salina, e qui ho preso il traghetto Bac de Barcarin che mi ha consentito di attraversare il Rodano e giungere sulla sponda di Port-Saint-Louis-Du-Rhône, posto sulla strada che mi ha ricondotto all’aeroporto di Marsiglia.

Qualche fotografia ricorda la mia ultima giornata di viaggio.

A Jesi con Federico II, Giovan Battista Pergolesi, Lorenzo Lotto. Tra Trecento, Rococò, Rinascimento e Medioevo

Torrione angolare rotondo e cinta muraria in Costa del Montirozzo

È difesa da una splendida cinta muraria trecentesca la cittadina di Jesi, che ha dato i natali a Federico II di Svevia, nato – secondo la tradizione – in una tenda nell’attuale piazza del Duomo il 26 dicembre 1194.  I bastioni difensivi sono perfettamente conservati nella parte occidentale e sono percorribili in alcuni tratti, mentre esternamente si impongono con forza i torrioni angolari, che impressionano per la loro forza: rappresentano un’occasione per ammirare questa cittadina dall’alto, prima di discendere e inoltrarsi nelle vie che ne caratterizzano il centro storico.

Piazza Federico II

Piazza del Duomo sorge sul luogo dove si trovava il foro romano ed è intitolata a Federico II per ricordarne la nascita, “Imperatore del sacro romano impero, re dei romani, d’Italia, di Germania, di Sicilia, di Gerusalemme, di Arles e su tutto uomo di pace”, come recita una lapide posta su Palazzo Ripanti. Proprio per celebrare questa figura straordinaria, in Palazzo Ghisleri è stato da poco inaugurato il museo  “Federico II Stupor mundi, che in sedici sale su tre livelli permette di conoscere la storia dell’imperatore svevo, spaziando tra l’arte, la letteratura e la cultura scientifica di quell’epoca.

Museo Federico II Stupor Mundi, Imperatore

La ricostruzione, assolutamente fedele ai fatti storici, si avvale di installazioni video, plastici, rievocazioni architettoniche e sartoriali, e accompagna il visitatore in un viaggio che, dalla nascita di Federico II, figlio di Costanza d’Altavilla e di Enrico VI (figlio a sua volta di Federico Barbarossa), rammenta la sua educazione e la sua incoronazione a Re di Germania e Sicilia e quindi ad imperatore del Sacro Romano impero, avvenuta all’interno della Basilica di San Pietro di cui è ricostruito l’interno di epoca romanica.

Museo Federico II Stupor Mundi, Sicilia arabo-normanna

Evocando la Zisa di Palermo si ricrea l’atmosfera della Sicilia della sua epoca, caratterizzata dalla convivenza di culture diverse e dalle architetture arabo-normanne, e in un’altra sala si racconta la storia di Lucera, dove l’imperatore fece trasferire i saraceni di Sicilia che gli si erano ribellati. Con il plastico di Castel del Monte si mostrano le rocche che Federico II fece costruire e si racconta l’iconografia della Porta di Capua, oggi completamente distrutta. Si narra la crociata che lo vide impegnato nel 1228, con la quale conquistò Gerusalemme senza alcun combattimento ma grazie a un accordo diplomatico con il nipote di Saladino, il difficile rapporto con il papato e la lotta contro i comuni: quindi il declino, dopo la sconfitta a Parma e infine la morte, sopraggiunta a Fiorentino di Puglia.

Museo Federico II Stupor Mundi, La falconeria

Una sala è riservata alla falconeria, cui egli – da appassionato cacciatore con il falco – dedicò il trattato “De arte venandi cum avibus”. In ogni sala il visitatore può decidere quanto approfondire le tematiche proposte, grazie ai vari livelli di lettura che affascinano e intrigano sia chi si avvicina per la prima volta a questa figura, sia l’appassionato e l’esperto di Medioevo. Consiglio fortemente la visita di questo museo, davvero di grande interesse, capace di avvincere e affascinare nel rispetto della verità storica, ben allestito e con personale di grande gentilezza.

Il giardino dell’Hostaria Dietro le Quinte

Al termine della mia visita ho pranzato presso l’Hostaria dietro le quinte, che si trova in piazza della Repubblica accanto al Teatro Pergolesi: mi sono trovata benissimo, con una cucina di ottimo livello, piatti originali e preparati con cura, un servizio accogliente e tempestivo, un giardino incantevole per riposarsi e mangiare con calma.

Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti – soffitto

Mi sono infine recata presso Palazzo Pianetti, dove si trova la Pinacoteca Civica e la Galleria di Arte contemporanea. Il palazzo risale al 1748 ed è l’esempio più significativo di architettura settecentesca a Jesi: è un edificio residenziale patrizio che al piano nobile vanta un’eccezionale Galleria degli Stucchi, meraviglioso esempio di rococò realizzato tra il 1767 e il 1770 che, per una lunghezza di settanta metri, narra il viaggio dell’uomo verso la conoscenza. Ricorrendo ad allegorie e simbologie che riempiono ogni superficie visibile, si rappresenta il tempo che scorre, il ciclo dei quattro elementi, i continenti, le Arti Liberali, le Virtù Cardinali, scene lagunari e marine.

Il soffitto di una delle sale di Palazzo Pianetti

Oltre alla Galleria, i soffitti del Palazzo catturano l’attenzione per la loro bellezza e sviluppano il tema delle Storie di Enea dispiegandone i motivi nelle volte di sei stanze. La Pinacoteca custodisce inoltre alcune opere davvero imperdibili di Lorenzo Lotto, fra cui la concitata e commovente Deposizione (ogni personaggio esprime in modo unico ed originale il dolore per la morte del Cristo), l’Annunciazione, che si caratterizza per la spontaneità delle reazioni (Maria è rappresentata quasi spaventata, colta di sorpresa dall’apparizione improvvisa dell’Angelo), la Pala di Santa Lucia (che nella scenografia rievoca l’architettura esina di Palazzo della Signoria), la Madonna delle Rose, con un vivacissimo Bambin Gesù che si slancia verso Giuseppe, la Visitazione, con quattro figure femminili raccolte in un interno domestico e l’unico uomo, Zaccaria, posto ad assistere dal limite di una porta.

Lorenzo Lotto, Cristo deposto nel sepolcro – dettaglio

Oltre alla Pinacoteca, collocata al piano nobile, il Palazzo offre la Galleria d’arte contemporanea ospitata al piano superiore, nell’appartamento ottocentesco, e infine il nuovo Museo Archeologico, inaugurato lo scorso dicembre presso le Scuderie. Si tratta di uno spazio che permette di ricostruire la storia di Jesi e della Vallesina dal Paleolitico fino all’epoca romana, e che – tra le opere in esposizione – vanta otto statue di età giulio-claudia scoperte all’interno di una cisterna sotto l’attuale Palazzo Mestica.

Teatro Pergolesi

Al termine della visita mi sono concessa una passeggiata nel centro storico, ammirando il Teatro cittadino intitolato a Giovan Battista Pergolesi, nato a Jesi nel 1710 e divenuto uno dei più importanti compositori di musica barocca in Italia, e contemplando Palazzo della Signoria, che mostra le sue forme rinascimentali riconducibili al genio del senese Francesco di Giorgio Martini. Ho lasciato questa cittadina a malincuore, perché non sono riuscita a vedere tutto quel che avrei voluto (ad esempio la Casa-Museo Colocci-Vespucci, Palazzo Bisaccioni e la sua quadreria, la Biblioteca Planettiana, l’interno del teatro Pergolesi), ma con la certezza di tornare presto, magari in occasione del Palio di San Floriano (il santo protettore della Città) che si svolge ogni anno a maggio.

Chiesa di San Marco

Come ultimo ricordo, ho la visita della Chiesa di San Marco, situata subito fuori il centro cittadino, che venne fondata dai monaci benedettini nella prima metà del XIII secolo. Conserva magnifici affreschi risalenti al XIV secolo, testimonianza preziosa dell’influenza della lezione giottesca nelle Marche: tra le scene che si possono ammirare, sopravvissute a distruzioni e rimaneggiamenti successivi, quello meglio conservato è la Crocifissione, collocata dietro l’altare.

Pubblico una galleria di immagini dedicata alla mia gita. Per organizzare una visita, consiglio il blog di Destinazione Marche, che è ricco di spunti e suggerimenti utili, ad esempio sulle dieci cose da fare e vedere a Jesi, oltre che il sito del turismo del Comune di Jesi (che indica anche un elenco delle guide turistiche abilitate) e ovviamente il portale turismo della Regione Marche.

Immagini della gita a Jesi

Firenze sorprende sempre: Cranach e Leonardo da Vinci agli Uffizi, Gucci Garden in Piazza Signoria, Ristorante Ora d’aria in via dei Georgofili

Lucas Cranach il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero, Ritratto di Caterina von Bora

E’ stata prorogata fino al 4 febbraio la mostra “I volti della Riforma. Lutero e Cranach nelle collezioni medicee” allestita presso le Gallerie degli Uffizi.  L’esposizione mostra numerose opere di Lucas Cranach il Vecchio che, pittore ed incisore al servizio degli Elettori di Sassonia, inventò l’iconografia della Riforma, attraverso dipinti e illustrazioni grafiche elaborate dalla sua bottega di Wittenberg. Queste opere , come il doppio ritratto di Lutero e della moglie, di Lutero e Filippo Melantone, dei fratelli elettori Federico il Saggio e Giovanni il Costante, appartenevano alle collezioni dei Medici, e ad esse si aggiunsero i dipinti di Adamo ed Eva e della Madonna col Bambino e San Giovannino.

Albrecht Dürer, Adamo ed Eva

In mostra si ammirano anche stampe che illustrano l’attività incisoria di Cranach, appartenenti al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, che mostrano l’influenza di Dürer (evidente nella collazione di modelli di Dürer con alcune opere di Cranach) e il rapporto di vicendevole scambio rispetto alla tradizione incisoria tedesca fra Quattro e Cinquecento. Sono poi visibili alcuni testi che ricordano l’attività editoriale di Cranach, editore stampatore ed illustratore di un discreto numero di scritti luterani, quali un pamphlet di Lutero e Melantone e un trattato di Lutero del 1527.

La mostra (qui alcune immagini), allestita nella Sala Detti, è visitabile esclusivamente accedendo alle Gallerie degli Uffizi, e ha l’ingresso contiguo alla temporanea “Ejzenštejn – La rivoluzione delle immagini”, allestita fino al 28 gennaio.

Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi – dettaglio

Essa è stata l’occasione per tornare ad ammirare i capolavori custoditi nelle Gallerie, e in particolare l’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci, restituita al pubblico dopo cinque anni di restauro a cura dell’Opificio delle Pietre Dure. La pulitura della superficie pittorica ha ridato leggibilità all’opera, ai personaggi che l’affollano e all’architettura della composizione, svelando come il lavoro leonardiano si svolse direttamente sulla tavola, senza disegni preparatori. Accanto all’opera restaurata è stata affiancata per l’occasione l’Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, appartenente sempre agli Uffizi, e commissionata nel 1496 dagli stessi Canonici Regolari del Convento di Sant’Agostino che nel 1481 avevano dato incarico al da Vinci: Leonardo  non portò a compimento il suo lavoro perché partì improvvisamente per Milano, ed alcuni anni dopo i Canonici si rivolsero a Filippino, che consegnò la sua pala, sempre destinata all’altare maggiore della Chiesa di San Donato a Scopeto.

Filippino Lippi – Adorazione dei Magi – dettaglio

Ho pubblicato una mia galleria di immagini dedicata alla passeggiata nelle Gallerie degli Uffizi.

In concomitanza con la visita agli Uffizi, segnalo che ha appena aperto nello storico Palazzo della Mercanzia in Piazza Signoria, dove si trovava il Gucci Museo, lo spazio “Gucci Garden”, articolato in una boutique con articoli unici (che è possibile acquistare solo qui), nel ristorante Gucci Osteria da Massimo Bottura, e nell’area espositiva Gucci Garden Galleria.

Se ci fosse la possibilità (a cena la prenotazione richiede un congruo anticipo), consiglio infine di provare la cucina dello chef Marco Stabile nel suo ristorante Ora d’aria, che si trova in via dei Georgofili, proprio accanto alle Gallerie. Un’esperienza indimenticabile, che coniuga piatti tipici della tradizione toscana con una inesauribile capacità di innovare e stupire. Ultimamente ho provato il menù La Caccia, e pur non essendo un’amante della carne e della cacciagione, l’ho giudicato davvero sorprendente.

I meravigliosi affreschi di San Gimignano, e altri luoghi

Piazza della cisterna e la Torre del Diavolo

La città di San Gimignano, famosa per le torri che ne caratterizzano il profilo, racchiude un tesoro di affreschi realizzati nel corso del Trecento e del Quattrocento da alcuni dei più importanti artisti senesi e fiorentini dell’epoca (alla mia visita ho dedicato una galleria di immagini).

Fra i luoghi da visitare, il Duomo di Santa Maria Assunta, che nella sua storia riflette quella della città: in origine semplice pieve fondata intorno al 1000, venne consacrata nel 1148 da papa Eugenio III e dal suo pulpito predicò anche Girolamo Savonarola.

Duomo, Bartolo di Fredi, storie del Vecchio Testamento

Godette di tali privilegi ecclesiastici che le autorità locali impiegarono grandi risorse per abbellirla ed ingrandirla, e il suo interno custodisce ancora un ciclo di affreschi che la ricopre completamente. Il colpo d’occhio che se ne ha varcando la soglia rimane impresso nella memoria, e rappresenta episodi del Nuovo Testamento (realizzati da Lippo e Federico Memmi, lungo la parete della navata di destra) e del Vecchio Testamento (risalenti al 1367 ad opera di Bartolo di Fredi, lungo la parete di sinistra).

Duomo, Lippo e Federico Memmi, storie del Nuovo Testamento – dettaglio

La volta a crociera è dipinta di blu, mentre gli intradossi delle arcate sono decorati con un motivo a bande. In controfacciata vi è un grande affresco rappresentante il martirio di San Sebastiano, risalente al 1465 ed opera di Benozzo Gozzoli, e ai suoi lati scene del Giudizio Universale di Taddeo di Bartolo, ispirate all’inferno dantesco. Lungo la navata di destra, ai piedi del transetto, si apre la Cappella di Santa Fina, realizzata su disegno di Giuliano da Maiano ed autentico gioiello del Rinascimento: è dedicata alla Santa più cara della città, la giovinetta Fina, che colpita da una grave malattia volle trascorrere gli ultimi anni di vita su una tavola di legno, che alla sua morte fiorì di viole gialle.

Duomo, Cappella di Santa Fina, affresco di Domenico Ghirlandaio

Ogni anno a marzo le viole gialle spuntano sulle torri della città, e rinnovano il ricordo della fanciulla e del suo miracolo. La cappella che ne custodisce le spoglie tramanda questa storia grazie agli affreschi di Domenico Ghirlandaio, raffiguranti San Gregorio che annuncia a Santa Fina la sua morte e Le esequie della santa, mentre al centro si erge l’altare opera di Benedetto da Maiano. Consiglio la visita del Duomo con il noleggio dell’audioguida, che consente di scoprirne la storia e i capolavori con una narrazione interessante e dettagliata.

Da destra, la Torre Rognosa, la Torre Chigi, le due torri dei Salvucci e, in secondo piano, la Torre Pettini

Una volta usciti dal Duomo, scendendo la scalinata ci si trova su Piazza della Cisterna, su cui affaccia il Palazzo Comunale, la Torre Grossa e Loggia del Comune. Tutta la piazza è circondata da Torri, fra cui la Torre Rognosa, la Torre Chigi, le Torri dei Salvucci e quelle degli Ardinghelli. Imboccando via di San Matteo si arriva alla Chiesa di Sant’Agostino, che merita la visita per il meraviglioso ciclo di affreschi che ne orna la cappella maggiore, dedicato alle storie del Santo.

Chiesa di Sant’Agostino, Benozzo Gozzoli, Storie della vita di Sant’Agostino, Agostino si trasferisce a Milano

Realizzato da Benozzo Gozzoli e bottega fra il 1464 e il 1465 su committenza del priore Fra Domenico Strambi, racconta diciassette episodi della vita di Agostino, dalla scuola di Tagaste alle sue esequie. I paesaggi idilliaci, le architetture rinascimentali, i personaggi colti dal vivo, rendono l’opera del maestro immediatamente riconoscibile, e riconducono alla memoria il Corteo di Magi della cappella di Palazzo Medici Riccardi di Firenze (realizzata entro il 1462, cui ho dedicato questo articolo e una galleria fotografica), gli affreschi della chiesa di San Francesco nel borgo umbro di Montefalco (ne parlo approfonditamente in questo post) e il ciclo del Camposanto di Pisa (1469).

Chiesa di Sant’Agostino, Benozzo Gozzoli, Storie della vita di Sant’Agostino, Agostino fanciullo – dettaglio

Sempre di Benozzo si può ammirare l’affresco votivo di San Sebastiano, dipinto in occasione della peste del 1464, con il Santo che dispiega il suo mantello per proteggere dalle frecce – scagliate dall’ira di Dio – il popolo di San Gimignano. Altre opere sono l’altare della croce con un affresco di Vincenzo Tamagni, la pala di Ridolfo di Ghirlandaio con la Madonna e il Bambino tra Santi, il dipinto sull’altare maggiore con l’Incoronazione della Vergine realizzato da Piero del Pollaiolo. La Chiesa infine custodisce le spoglie di San Bartolo, cui è dedicata una cappella con altare di Benedetto da Maiano, affreschi di Sebastiano Mainardi e pavimento in cotto di Andrea della Robbia.

San Lorenzo in Ponte @ arte.it

Un’altra chiesa da visitare è San Lorenzo in ponte, il cui motivo di interesse è l’estesa decorazione ad affresco realizzata da Cenni di Francesco di Ser Cenni sul tema della vita ultraterrena legata alla figura di San Lorenzo. La chiesa è stata riaperta nel marzo scorso dopo essere stata acquisita dal Comune di San Gimignano, che ne ha curato il restauro e la sua restituzione alla città e ai turisti.

Museo civico

Con un po’ di tempo a disposizione merita senz’altro la visita il Museo Civico, ospitato nel Palazzo Comunale, che accoglie una ricca pinacoteca dal XIII al XVII secolo, tra cui la Maestà di Lippo Memmi (ispirata a quella senese di Simone Martini, e che quest’anno ha compiuto 700 anni), opere di Coppo di Marcovaldo, Taddeo di Bartolo, Filippino Lippi, Benozzo Gozzoli, Benedetto da Maiano, il Sodoma, il Pinturicchio. Dal Palazzo si accede inoltre alla Torre Grossa, la più alta di San Gimignano, da cui si ammira un bel panorama sulla città e il paesaggio circostante. Accanto al Duomo si trova infine il Museo di Arte Sacra, che conserva dipinti, sculture, bassorilievi, tessuti, codici miniati appartenenti alla Collegiata e alle chiese del territorio.

Veduta dalla Rocca @ sangimignano.com

Oltre a salire sulla Torre Grossa, per ammirare il panorama si può giungere fino alla Rocca di Montestaffoli, realizzata  dai fiorentini nel 1353 quando la città si sottomise a Firenze. La rocca ospitava una fortezza di cui sono sopravvissute solo le cerchie murarie.

Per gli amanti dell’arte contemporanea consiglio una sosta alla Galleria Continua, fondata nel 1990 in un luogo così inusuale per l’arte contemporanea e giunta ad aprire sedi  a Pechino, Les Moulins, l’Avana, lavorando con artisti come Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Daniel Buren, Anish Kapoor, Antony Gormley, Hiroshi Sugimoto, Berlinde de Bruyckere.

 

Immagini di San Gimignano, il Duomo e la Chiesa di Sant’Agostino