Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Terzo giorno: Spoleto

Basilica di San Salvatore, interno. Spoleto
Basilica di San Salvatore, interno

Il terzo giorno del mio viaggio in Umbria, dopo aver visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il racconto), mi sono recata a Spoleto. Nell’avvicinarmi a questa città dalla storia antica ho deciso di conoscerne la testimonianza di epoca longobarda più interessante, la basilica di San Salvatore. Dal 2011 l’edificio è patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” comprendente – tra gli altri – il Tempietto sul Clitunno poco distante. La chiesa è purtroppo chiusa per problemi di stabilità conseguenti al terremoto, ma in occasione della Pasqua è stato straordinariamente riaperto il portale rendendone visibile l’interno dalla soglia. Inglobata nel cimitero di Spoleto, al di fuori delle mura medievali della città, ha origini paleocristiane (risale probabilmente al IV-V secolo d.C.), e dall’VIII secolo assunse il titolo di San Salvatore nel corso della dominazione longobarda.

Basilica di San Salvatore, facciata. Spoleto
Basilica di San Salvatore, facciata

Sin dalla facciata è evidente l’ampio ricorso a spolia, con il riutilizzo di colonne, basi, capitelli, elementi decorativi di origine romana, con un gusto decorativo di matrice orientale e siriaca: come riportano le notizie relative a questo luogo, nello spoletino vi era la forte presenza di un nucleo di monaci provenienti dalla Siria, che inoltre importò un modello di insediamento monastico ed eremitico di cui si ha testimonianza sul Monte Luco e in Valnerina. Il fascino della Basilica, che oggi purtroppo si ammira in modo assai parziale, consiste anche nel suo testimoniare quell’incontro di culture e tendenze differenti – ellenistiche e romane, bizantine, longobarde, locali – proprie del pluralismo e del sincretismo altomedievale.

Vista dalla Rocca Albornoziana
Vista dalla Rocca Albornoziana

Dopo aver visitato la chiesa, ho lasciato l’auto al parcheggio della Ponzianina (situato proprio sotto il cavalcavia della Flaminia) e utilizzando le comode scale mobili sono giunta alla Rocca Albornoziana, che domina la città dall’alto del colle Sant’Elia: il complesso merita una visita approfondita sia per la sua storia, sia per l’interessante Museo del Ducato di Spoleto che qui è allestito, sia per la vista impareggiabile che regala sulla città e sul Ponte delle Torri.

Torri della Rocca Albornoziana
Torri della Rocca Albornoziana

La fortezza venne costruita a partire dal 1359 per volere di papa Innocenzo VI per controllare i territori dello Stato della Chiesa durante il periodo della cattività avignonese (ad Avignone e al palazzo dei Papi ho dedicato una giornata del mio viaggio in Provenza, di cui ho parlato in questo articolo). Innocenzo VI inviò in Italia il potente cardinale Egidio Albornoz (da cui la rocca prende il nome) incaricando Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” (coinvolto tra l’altro nella costruzione dello splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio, di cui ho parlato qui) della direzione dei lavori. Nel corso degli anni la fortezza divenne anche la residenza dei rettori del Ducato e dei legati pontifici, arricchendosi di decorazioni ed affreschi: purtroppo molti andarono distrutti quando, dal 1816, l’ambiente venne destinato a carcere e subì profonde modifiche interne.

Corte d'onore della Rocca Albornoziana
Corte d’onore della Rocca Albornoziana

Gli spazi più suggestivi, oltre alle splendide mura fortificate e alle sei torri, sono i due cortili interni (il Cortile delle Armi, enorme, e il Cortile d’Onore, circondato da un doppio loggiato con lacerti di affreschi) nonché gli ambienti della zona di rappresentanza, con il Salone d’Onore e soprattutto la Camera Pinta. Questo luogo è ornato da un ciclo di affreschi di soggetto profano, fortunatamente rimasti quasi intatti, risalenti al XIV e XV secolo.

Camera Pinta, Rocca Albornoziana - dettaglio del cavaliere alla fonte
Camera Pinta, Rocca Albornoziana – dettaglio del cavaliere alla fonte

Il Museo del Ducato di Spoleto è allestito negli spazi a piano terreno e primo piano che si affacciano sulla Corte d’Onore e racconta la storia della città dal IV al XV secolo. La Rocca offre anche una suggestiva visuale del Ponte delle Torri, che purtroppo è chiuso per consentire i lavori di consolidamento in seguito al sisma del 2016: tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica (ha una lunghezza di 230 metri e un’altezza di oltre 80), il ponte svolgeva la funzione di acquedotto collegando Spoleto al Monte Luco.

Ponte delle torri
Ponte delle torri

Risalente al XIII/XIV secolo, affascinò anche Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia” scrisse: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili“. Dopo la visita della Rocca sono scesa verso piazza Duomo, passando dalla Fontana del Mascherone e dal Palazzo Comunale, su cui s’innalza l’originaria torre duecentesca.

Basilica di Santa Eufemia, facciata. Spoleto
Basilica di Santa Eufemia, facciata

Prima di visitare il Duomo ho festeggiato la Pasqua al ristorante La Barcaccia, a gestione familiare e casalinga, affollato da una clientela locale affezionata: ottimo il menù tipico, con strangozzi alla spoletina e agnello scottadito. Recandomi alla Cattedrale mi sono fermata alla Basilica di sant’Eufemia, risalente al X secolo, situata nell’area della residenza dei Duchi longobardi. Mi ha colpito per la semplicità della sua struttura, nel complesso davvero piccola, e l’armonia delle proporzioni: anche qui, come in San Salvatore, è stato utilizzato materiale di spoglio di provenienza classica e altomedievale. Non ho potuto visitare l’annesso Museo Diocesano (la Basilica sorge all’interno del Palazzo Arcivescovile) perché chiuso in occasione delle festività.

Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso
Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso

Ho quindi visitato il Duomo, scendendo la scenografica scalinata di via dell’Arringo che conduce alla piazza, su cui affaccia anche il teatro Caio Melisso, il bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto. Nella cattedrale, edificata alla fine del XII secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, spiccano gli affreschi di Filippo Lippi che ornano l’abside maggiore, rappresentanti Storie della Vergine: l’opera venne eseguita tra il 1467 e il 1469 negli ultimi anni di vita del Maestro, che qui infatti venne sepolto.

Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto - dettaglio dell'incoronazione della Vergine
Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio dell’incoronazione della Vergine

La sua tomba fu disegnata dal figlio, Filippino, e Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio (di Filippo Lippi ho ammirato il ciclo di affreschi realizzati nel Duomo di Prato quindici anni prima, che costituiscono uno dei capolavori del Rinascimento, parlandone in questo articolo).

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta

Particolare attenzione meritano anche la Cappella Eroli, dove si trova un affresco di Pinturicchio, e l’adiacente Cappella dell’Assunta, interamente affrescata da Jacopo Siculo intorno al 1530. Nella Cappella Eroli – intitolata a San Leonardo – oggi si ammira l’opera di Pinturicchio nella zona absidale, con l’Eterno tra gli angeli in alto e in basso Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Leonardo. L’opera fu commissionata dal vescovo di Spoleto Costantino Eroli e venne ultimata da Pinturicchio nel 1497, ma il suo impianto originale – e di conseguenza la decorazione – venne sensibilmente modificato nel 1785 in seguito ai lavori di ammodernamento della cattedrale diretti da Giuseppe Valadier.

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta - dettaglio con l'Arco di Tito
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio con l’Arco di Tito

Lo stato dell’affresco è inoltre gravato da importanti problemi di umidità, che ne hanno compromesso l’originario splendore: sono infatti andate perdute le lumeggiature e i dettagli aggiunti a secco, mentre si è conservata la parte realizzata ad affresco. Quel che si ammira si distingue anche per il paesaggio minutamente descritto – alle spalle dei personaggi in primo piano – e nelle scene e nelle architetture immaginate: dietro la figura di Leonardo si distingue la Fuga in Egitto, mentre alle spalle del personaggio di Maria si sviluppa una città medievale e una citazione dell’Arco di Tito, fantasiosamente coronato da un gruppo bronzeo che potrebbe ispirarsi al Marco Aurelio. Immagini, queste, che testimoniano il repertorio e le memorie romane di Pinturicchio (in questo articolo ho parlato delle opere realizzate a Roma dal maestro perugino prima della Cappella Eroli, dal 1477 al 1500 circa).

E’ molto interessante anche la Cappella delle Reliquie, in cui è conservata la lettera autografa di San Francesco a Frate Leone, preziosissima testimonianza – oltre alle spoglie, che riposano ad Assisi – della vita e della predicazione del Santo. Sono solo due gli autografi di Francesco, uno è conservato ad Assisi, il secondo qui a Spoleto.

L'arco di Druso e Germanico a Spoleto
L’arco di Druso e Germanico

Nel pomeriggio mi sono concessa una passeggiata per le vie cittadine, giungendo all’arco di Druso e Germanico, risalente al 23 d.C.: il monumento sorge a poca distanza dalla piazza del mercato, l’antico foro romano di cui l’arco era l’ingresso trionfale, ed è stato inglobato nelle successive costruzioni medievali. Testimonia, insieme alle vestigia del Ponte sanguinario, del teatro e dell’anfiteatro, la floridezza del municipio romano di Spoletium, che ebbe grande importanza economica e strategica in virtù della sua collocazione sulla via Flaminia. Sono quindi giunta fino a piazza della Libertà, da cui si ammira dall’alto lo splendido teatro romano, risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e rimasto in uso fino al IV secolo: nel periodo altomedievale sulla scena venne edificata la chiesa di Sant’Agata e il palazzo Corvi, attuali sedi del Museo Archeologico Statale.

Teatro romano e chiesa di Sant'Agata
Teatro romano e chiesa di Sant’Agata

Sono poi scesa verso Palazzo Collicola per visitare la collezione di arte contemporanea Carandente, qui ospitata a piano terreno, e le sale del piano nobile, dove è stata ricostruita un’abitazione gentilizia settecentesca e si ammira una pinacoteca con dipinti risalenti al XV-XX secolo. Oltre alla bellezza degli ambienti, davvero raffinati, sempre al primo piano meritano attenzione la galleria, completamente affrescata secondo un gusto barocco e rococò con vedute a trompe l’oeil, e alcuni soffitti a cassettoni magnifici.

Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color
Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color

Fra le opere esposte nella collezione Carandente ho particolarmente apprezzato quella di Richard Serra (collocata all’ingresso), la sala di wall drawing realizzata da Sol Lewitt (dal titolo Bands of color), i mobiles di Calder, le sculture di Leoncillo (nato a Spoleto nel 1915). Alla collezione appartiene anche la Coda di cetaceo di Pino Pascali, attualmente in prestito a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della mostra “Nascita di una Nazione” (di cui ho parlato in questo post). Percorrendo la suggestiva via Porta Fuga sono giunta in piazza Garibaldi e da qui, costeggiando il fossato (da cui si ammira una bella veduta della Rocca Albornoziana) sono tornata alla mia auto.

Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Per organizzare la mia giornata a Spoleto ho consultato con molto profitto il sito internet del Comune dedicato al turismo e alla culturawww.comunespoleto.gov.it/turismoecultura/, e ho ricevuto preziose indicazioni dall’Ufficio Turistico, che ha prontamente risposto alla mia mail (l’indirizzo è info@iat.spoleto.pg.it). Per visitare i sei musei cittadini è consigliabile l’acquisto della Spoleto Card (info sul sito www.spoletocard.it/) che consente di avvalersi di un unico biglietto integrato utilizzabile nell’arco di sette giorni, con un significativo risparmio economico.

Altre immagini:

Mappa di Spoleto:

Le mostre della Galleria Barberini: l’arazzeria di famiglia, il Raffaello trafugato, la Madonna del giovane Filippi Lippi

Piero di Cosimo, Santa Maria Maddalena che legge – dettaglio

Sono tornata alla Galleria Barberini dove cerco di andare spesso per rivedere i capolavori qui custoditi e ricordarne le storie, e vi ho trovato alcune mostre temporanee davvero interessanti, che prendono spunto dalle opere della collezione permanente o dagli artisti che qui sono esposti. Fino al 22 aprile si potrà apprendere la storia dell’arazzeria Barberini che, in cinquant’anni di attività, produsse ben sette serie di arazzi.

Antonio Gherardi, La bonifica del lago Trasimeno – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

Sono esposti tre cartoni preparatori appartenenti a tre cicli, riguardanti le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e le Storie di Urbano VIII, che sono stati custoditi nei depositi per vent’anni e ora sono offerti al pubblico. Essi rappresentano l’occasione per narrare la storia dell’arazzeria che la famiglia Barberini fondò nel 1627 quale segno del proprio prestigio e della propria potenza. Nel XVII secolo collezionare arazzi, ancor più dei dipinti, era considerato segno di fasto e ricchezza, e le famiglie che li possedevano li esponevano per ostentare il proprio lusso: l’arazzo infatti – che veniva conservato nella guardaroba – veniva impiegato all’occorrenza per creare apparati decorativi vasti come affreschi, con il pregio di essere adattabile e portatile, e poteva anche essere prestato a pagamento. Ben più impegnativo era poter produrre arazzi, e il cardinale Francesco, nipote del papa, decise di fondare una fabbrica per dare gloria alla propria famiglia, affidandone la direzione al fiammingo Jacob van den Vliete.

Pietro da Cortona, Costantino atterra gli idoli (a sinistra) e Giovan Francesco Romanelli, La Natività (a destra) – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

Ricorse invece agli artisti più importanti del tempo per commissionare i cartoni  preparatori, modelli che dovevano essere a grandezza naturale, in genere su cartone, destinati ad essere ritagliati per tradurre – sul telaio orizzontale – il disegno in tessuto. Fra gli artisti coinvolti vi fu Pietro da Cortona, che sovrintese all’ideazione di tutta la serie delle Storie di Costantino (articolata in cinque pezzi); la sua scuola creò invece quella delle Storie di Urbano VIII (destinata ad ornare il salone del Palazzo), mentre i dodici arazzi che componevano il ciclo della Vita di Cristo furono opera di Giovan Francesco Romanelli. A volte i cartoni, proprio per il loro fragile supporto e l’effimera natura, andavano perduti, ma essendo opere monumentali di artisti di grande importanza i Barberini furono avveduti e ne preservarono molti, esponendoli nel palazzo di famiglia per oltre tre secoli.

Andrea Sacchi, Jan Miel, Filippo Gagliardi, La celebrazione del centenario dell’Ordine dei gesuiti – In occasione della mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”

In mostra è esposto anche un interessante quadro rappresentante la visita di Urbano VIII alla Chiesa del Gesù nel 1639, in occasione della celebrazione del centenario dell’Ordine dei Gesuti, opera di Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi: in questo dipinto la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola – che appare ancora priva dei monumentali affreschi del Baciccia nella volta della navata e con l’abside spoglia – appare completamente addobbata con gli arazzi Barberini, di cui alcuni appartenenti al ciclo di Artemisia, utilizzati per l’occasione per ornarne l’interno. (Alla Chiesa del Gesù ho dedicato un post per raccontarne le meraviglie e gli artifici barocchi).

Raffaello, La Madonna Esterházy

Oltre a questa mostra vi è la temporanea esposizione della Madonna Esterházy di Raffaello, collocata nella sala della Fornarina, in prestito fino al 27 maggio. La piccola tavola appartiene al Museo Nazionale di Belle Arti ungherese di Budapest, e venne realizzata intorno al 1508, in un anno di grande cambiamento per Raffaello, alla fine del suo periodo fiorentino e all’inizio di quello romano, che lo avrebbe visto protagonista dei lavori di decorazione del Vaticano su invito di papa Giulio II. Questo momento di passaggio è testimoniato dall’opera, che sullo sfondo presenta rovine di chiara suggestione romana, mentre il cartoncino preparatorio – conservato presso il Gabinetto Disegni e Stampe delle Gallerie degli Uffizi, mostra invece un paesaggio fiorentino con alberi e colline: tale cambiamento ha fatto pensare che il quadro fu progettato a Firenze, ma portato a termine a Roma. Secondo una scritta sul retro, adesso non più visibile, il dipinto venne donato da Clemente XI Albani alla madre di Maria Teresa d’Asburgo, Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel, ed in seguito ad alcuni passaggi di proprietà arrivò alla nobile famiglia Esterházy, entrando poi a far parte della collezione del Museo Nazionale Ungherese. La sua sorte, già movimentata, fu ulteriormente travagliata da un trafugamento, avvenuto nel 1983: l’opera venne fortunatamente ritrovata dai Carabinieri in un convento greco abbandonato ad Eghijon.

Filippo Lippi, Madonna di Tarquinia – in occasione della mostra “Il giovane Filippo Lippi e la Madonna di Tarquinia”

Al piano terreno si trova invece una mostra dedicata alla Madonna di Tarquinia di Filippo Lippi e alla storia della sua moderna scoperta. La tavola infatti venne riconosciuta come opera giovanile del Lippi nel 1917, nel corso di un sopralluogo nella chiesa di Santa Maria in Valverde a Tarquinia. Nel 1923 venne ritrovata anche la cornice, forse anch’essa disegnata dal Lippi. La mostra fa luce sul ritrovamento, sulla figura del suo scopritore, Pietro Toesca e sul committente della tavola, Giovanni Vitelleschi, nonché sulla personalità e la carriera artistica di Filippo Lippi, attraverso un insieme di opere che illustrano il suo percorso giovanile e la genesi del dipinto.

Hans Holbein, Ritratto di Enrico VIII – dettaglio

Alle opere in mostra ho dedicato una galleria fotografica, che comprende anche quelle appartenenti alla collezione permanente.

Queste le informazioni relative alle mostre:

Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini
mostra a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte
20 dicembre 2017 – 22 aprile 2018

La Madonna Esterházy di Raffaello
mostra a cura di Cinzia Ammannato
31 gennaio – 8 aprile 2018

La mostra Altro Rinascimento. Il giovane Filippo Lippi e la Madonna di Tarquinia, a cura di Enrico Parlato, era visitabile fino al 18 febbraio.

Gita a Prato: la Cattedrale, il Castello, le prelibatezze locali. E altri spunti per tornare ancora

Cattedrale di Santo Stefano

In occasione della mia visita al Museo di Palazzo Pretorio e alla sua mostra “Legati da una cintola” (dedicata alla storia e all’iconografia della cintura che la Vergine donò a San Tommaso al momento della sua Assunzione, reliquia che è conservata nel duomo cittadino), mi sono recata nella cattedrale per ammirarne le opere d’arte. Infatti, oltre alla Cappella della Sacra Cintola, che nell’occasione dell’esposizione è straordinariamente visitabile, questo luogo vanta un patrimonio pittorico e scultoreo unico, tale da meritare una visita approfondita. La chiesa sorge sulle fondamenta dell’antica Pieve di Santo Stefano, fondata nel V secolo e ristrutturata più volte fino al ‘400. La sua facciata presenta nel portale una Madonna col Bambino tra i santi Stefano e Lorenzo di Andrea della Robbia, mentre in angolo si incastona il pulpito che Donatello e Michelozzo realizzarono fra 1430 e 1438 per permettere l’ostensione della sacra cintola ai fedeli raccolti nella piazza (i rilievi originali sono conservati nel Museo dell’Opera del Duomo).

Pulpito di Antonio del Rossellino e Mino da Fiesole

All’interno, si ammira uno splendido pulpito di Antonio del Rossellino e Mino da Fiesole, risalente al 1469-1473, e le cappelle delle absidi interamente affrescate. La cappella dell’Assunta fu dipinta nel 1433-1434 da Paolo Uccello con Storie della Vergine e di Santo Stefano: il lavoro rimase incompiuto e fu terminato da Andrea di Giusto. La cappella maggiore è la più celebre, e mostra uno dei cicli affrescati più importanti del Rinascimento, dedicato alle Storie di Santo Stefano (titolare della chiesa) e di San Giovanni Battista (protettore di Firenze e legato alla funzione battesimale) e realizzato tra 1452 e 1465 da Filippo Lippi. Si tratta di un’opera dal valore inestimabile, il cui programma iconografico fu ideato dall’allora proposto della pieve, l’umanista Gemignano Inghirami, che inizialmente aveva pensato di affidare il lavoro al Beato Angelico, impegnato però a Roma su incarico di Papa Niccolò V. Venne allora scelto il Lippi, che portò avanti l’opera per tredici anni: per il frate carmelitano furono anni complicati, durante i quali venne anche nominato cappellano del vicino convento agostiniano di Santa Margherita e qui conobbe la monaca Lucrezia Buti, di cui si innamorò perdutamente. I due andarono a vivere insieme, Lucrezia diventò la modella prediletta di Filippo e nel 1457 nacque Filippino, che seguirà il padre nel mestiere di pittore (di Filippino è la magnifica Adorazione dei Magi che ho recentemente ammirato alle Gallerie degli Uffizi, esposta sull’altare cui era destinata la Pala incompiuta di Leonardo da Vinci).

Cappella Maggiore, Filippo Lippi, Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista – Martirio ed esequie di Santo Stefano

Il ciclo pittorico fu realizzato con una tecnica mista, che univa all’affresco un ulteriore passaggio a secco, per aggiungere dettagli in un secondo momento, ed era impreziosito da applicazioni – oggi perdute – in cera dorata, per ornare diademi, ricami delle vesti, aureole. Le scene rappresentate si distinguono per le imponenti costruzioni spaziali e le suggestive architetture, all’interno delle quali si dipanano i momenti salienti della vita dei due santi.

Cappella Maggiore, Filippo Lippi, Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista – Martirio del Battista. La danza di Salomé, che ha le sembianze di Lucrezia Buti

I personaggi immortalati sono caratterizzati da un’intensa carica emotiva, ed esprimono in modo realistico la propria psicologia e il proprio stato d’animo.

Dopo la Cattedrale, ho visitato il Museo dell’Opera del Duomo, che ospita opere provenienti dalle chiese della diocesi e i rilievi originali del pulpito di Donatello. Il percorso espositivo parte dalle Volte, ovvero l’ambiente trecentesco collocato sotto il transetto della Cattedrale e caratterizzato da una copertura a volte a crociera, utilizzato fino al ‘700 come luogo di sepoltura di importanti famiglie pratesi. Lungo il tragitto si ammira la Cappella della Compagnia di Santo Stefano, confraternita laicale nata dopo la peste del 1348 dedita all’assistenza e alle opere di carità, e il chiostro romanico, risalente alla seconda metà del XII secolo, di cui rimane un solo lato con undici arcatelle.

Museo dell’Opera del Duomo, Donatello e Michelozzo, Parapetto del pulpito

Nella sala del pulpito si ammirano i rilievi donatelliani del parapetto del pulpito esterno della cattedrale, ornato da una danza di angeli scolpiti in stiacciato, e il capitello bronzeo che in origine sosteneva la struttura. Nella sala del Quattrocento si trova la pala di Filippo Lippi con le Esequie di San Girolamo, commissionata da Geminiano Inghirami per la Cattedrale e un Crocifisso di Botticelli. Vi sono poi opere di oreficeria legate al culto della Cintola, paramenti sacri, codici miniati e infine sculture e dipinti del Due e Trecento.

Castello dell’Imperatore @ www.cittadiprato.it

Al termine di questa intensa e ricca visita mi sono concessa una passeggiata nel centro cittadino, ammirando il Castello dell’Imperatore – appartenente al novero dei castelli costruiti da Federico II di Svevia (ad essi è dedicata una sezione del bel museo “Federico II Stupor Mundi” di Jesi, che ho visitato qualche tempo fa) – e la basilica di Santa Maria delle Carceri, realizzata da Giuliano da Sangallo con pianta a croce greca, su ispirazione della Cappella Pazzi del Brunelleschi a Firenze.

Santa Maria delle Carceri @ www.cittadiprato.it

Decorata all’interno da un fregio a festoni della bottega di Andrea della Robbia, autore anche dei quattro tondi con gli evangelisti nei pennacchi della cupola, è un mirabile esempio di architettura rinascimentale, sintesi dell’influenza brunelleschiana e della riflessione teorica di Leon Battista Alberti.

La vista dal museo di Palazzo Pretorio: il campanile della Basilica di Santa Maria delle Carceri

Non ho avuto tempo di percorrerlo nuovamente, ma consiglio una passeggiata lungo il camminamento del Cassero medievale, ovvero il corridoio che collega il Castello dell’Imperatore con le mura cittadine, risalente alla metà del Trecento e costruito dai fiorentini in seguito all’assoggettamento di Prato. E’ un camminamento rialzato rispetto alla strada, con una copertura a botte, e permette di ammirare il panorama da un punto di vista diverso. Il tratto percorribile si snoda tra via Pomeria e il viale Piave.

Centro Pecci @ www.artspecialday.com

Vorrei inoltre tornare a Prato per visitare il Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci, che ha riaperto nell’ottobre 2016 dopo l’ampliamento progettato da Maurice Nio, che ha aggiunto una nuova ala, dall’avvenieristica forma a navicella spaziale, all’originaria struttura di Italo Gamberini. Fino al 3 giugno è possibile visitare la collezione permanente, secondo un percorso aggiornato in concomitanza dei trent’anni di attività del Centro, mentre dal 24 febbraio s’inaugura una mostra dell’artista inglese Mark Wallinger Mark, che con l’occasione espone per la prima volta in Italia.

Abiti della mostra “Marie Antoinette” @ www.museodeltessuto.it

Vorrei infine recarmi anche al Museo del Tessuto, che in questi mesi ospita una straordinaria doppia esposizione: fino al 27 maggio infatti si possono ammirare alcuni costumi realizzati da Milena Canonero per il film di Sofia Coppola “Marie Antoinette”. Gli abiti sono stati ritenuti dalla critica la migliore interpretazione cinematografica della moda del XVIII secolo, tanto da valere alla Canonero il premio Oscar, e sono qui esposti su una pedana che ne valorizza l’impatto scenografico, e permette di ammirarli nella loro magnificenza. La mostra si integra e relaziona strettamente con l’altra esposizione in corso, allestita presso la Sala dei Tessuti Antichi, “Il capriccio e la Ragione. Eleganze del Settecento europeo“, dedicata all’evoluzione della moda nel corso del XVIII secolo, con prestiti (tra gli altri) delle Gallerie degli Uffizi, del Museo Stibbert, del Museo Salvatore Ferragamo. Trovo molto stimolante la compresenza, nelle sale di questo museo, di abiti e tessuti originali e delle loro interpretazioni cinematografiche, un’occasione da non perdere per conoscere e approfondire un’epoca, ricca e complessa, come il Settecento.

Marcellino Pane e vino, bottega dove ho assaggiato la Mortadella di Prato

Nel corso della mia giornata ho mangiato un panino delizioso da Marcellino Pane e vino, dove ho assaggiato la Mortadella di Prato: è un salume molto saporito e profumato, preparato con carni speziate con coriandolo, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, e infine aromatizzato all’alchermes. Ho poi preso un caffé alla Pasticceria Mondo Nuovo, dove mi sono concessa una irresistibile Pesca di Prato: è un dolce composto da due sfere di pasta brioche, unite da un ripieno di crema pasticcera all’alchermes e vaniglia.

Alla mia visita ho dedicato una galleria fotografica, mentre a questa pagina sono visibili le foto della mostra “Legati da una cintola” a Palazzo Pretorio e della Cappella della reliquia in Duomo.