Un’oasi verde nel cuore di Roma: l’Orto Botanico della Sapienza in Trastevere

Ciliegi in fiore nel giardino giapponese dell'orto botanico
Ciliegi in fiore nel giardino giapponese

Nei giorni di calura estiva è un’ottimo riparo al verde e al fresco: è l’Orto Botanico di Roma, che si estende su una superficie di 12 ettari tra via della Lungara e il Colle del Gianicolo in Trastevere. Sviluppatosi in questa sede a partire dal 1883, è possibile visitarlo percorrendo uno dei tanti sentieri che si snodano al suo interno, costeggiando le collezioni e le aree qui presenti. Una delle più importanti è senz’altro la collezione delle palme, composta da 35 specie coltivate all’aperto, di cui alcune rare e a rischio estinzione.

Collezione delle palme dell'orto botanico
Collezione delle palme

Anche la collezione di bambù si distingue per la sua ricchezza, con oltre 70 entità tra specie, sottospecie e varietà, tanto da essere una delle più ricche in Europa. Di grande bellezza è il giardino giapponese, che consiglio di visitare nel periodo di fioritura dei ciliegi: è stato realizzato su progetto di Nakajima Ken – l’architetto che creò anche il giardino dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (cui ho dedicato questo articolo) – secondo il modello del “giardino da passeggio” e offre giochi d’acqua, cascate e due laghetti.

Serra tropicale dell'orto botanico
Serra tropicale

Nella serra tropicale si ammirano oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, con un’umidità costante all’80% e una temperatura tra i 18° e i 20° in inverno, 30° in estate: è suddivisa in aree, come quella del sottobosco tropicale, delle specie palustri, della foresta pluviale, delle palme. Di fronte alla serra tropicale si trova il Giardino dei Semplici, in cui si osservano le piante medicinali, con oltre 300 entità protette all’interno di aiuole in muratura. Nel ruscello, nel laghetto e in alcune vasche si trovano le specie vegetali acquatiche, come le ninfee, presenti in oltre 32 specie.

Valle delle felci dell'orto botanico
Valle delle felci

Vi è poi il roseto, la collezione di felci, l’area del giardino roccioso, il bosco mediterraneo (che testimonia l’aspetto del Gianicolo e della vegetazione che in passato lo ricopriva), la zona delle gimnosperme, il giardino mediterraneo (con le specie tipiche della macchia mediterranea). Vi sono inoltre alcune serre, di aspetto davvero suggestivo: tra di esse la Serra Monumentale, che venne costruita nel 1877 dalla ditta Mathian di Lione, e che in una parte conserva un’interessante raccolta di piante carnivore con oltre 65 entità. Molto bella è anche la Serra Francese, costruita tra il 1883 e il 1884 sempre dalla ditta Mathian, caratterizzata da una struttura curva in ferro battuto e vetri.

Serra francese dell'orto botanico
Serra francese

Vi sono infine la Serra Arancera, risalente al 1930 e destinata al ricovero delle piante di agrumi, e la Serra Corsini, realizzata nel XIX secolo quale prima serra calda edificata nel giardino dell’antistante Palazzo Corsini. Al suo interno si trovano anche due vasche da bagno appartenute alla regina Cristina di Svezia nel periodo in cui alloggiava a Palazzo Riario (dal 1659 al 1689), qui trasferite in seguito.

Scalinata nelle Undici Fontane dell'orto botanico
Scalinata nelle Undici Fontane

Passeggiando nell’Orto botanico si possono ammirare molti alberi ultracentenari (sono oltre 340), nonché le fontane storiche che furono qui costruite e poi modificate nel corso dei secoli. La più affascinante è senz’altro la Scalinata delle Undici Fontane, fiancheggiata da platani plurisecolari, progettata dal Fuga nel 1742. E’ composta da cinque vasche digradanti, dalle quali zampillavano gli undici getti d’acqua che ne hanno dato il nome. Era decorata da vasi di travertino e terracotta e sculture e busti posti sui parapetti delle gradinate.

Collezione di bambù dell'orto botanico
Collezione di bambù

Al centro del giardino si trova la Fontana dei Tritoni, risalente al 1742 ad opera di Giuseppe Poddi, costituita da una vasca un marmo di Carrara con al centro un gruppo in travertino rappresentante due Tritoni. Inizialmente la fontana si trovava al centro di un emiciclo composto da piante di alloro disposte ad archi, sostenuti da colonne, a formare un “teatro di verzure”.

Informazioni utili alla visita: il sito internet dell’Orto Botanico è ricco di indicazioni utili, tra cui la mappa del Giardino. In alternativa ci si può rivolgere alla biglietteria, per ottenere consigli sui periodi di visita legati alla fioritura di alcune specie. Il numero è 06-49917107.

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Villa La Foce in Val d’Orcia: un luogo secolare fra natura, storia e architettura

Il giardino formale inferiore e sullo sfondo il monte Amiata

Villa La Foce in Val d’Orcia è un magnifico edificio affacciato su uno stupendo giardino. Si trova nel comune di Chianciano Terme, alle porte della Val d’Orcia, e deve la sua fama allo splendido giardino che venne realizzato a più riprese tra il 1924 e il 1939. Si trova in un luogo di antichissima colonizzazione, frequentato già dagli etruschi, come testimonia una necropoli risalente al VII secolo a.C.: La Foce infatti sorge sulla strada che collegava la costa alla potente città di Chiusi, via di intensi traffici e scambi commerciali.

Il primo giardino fra le siepi di bosso
Il primo giardino fra le siepi di bosso

L’edificio che oggi si ammira risale al 1489 e venne costruito dall’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena per offrire un ricovero ai viandanti e ai pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti verso Roma. Il suo disegno è attribuito a Baldassarre Peruzzi o alla sua bottega. Nel 1924 la tenuta venne acquistata dai Marchesi Antonio ed Iris Origo, che affidarono all’architetto inglese Cecil Pinsent il compito di estendere il vecchio edificio e l’annessa fattoria e di realizzare il giardino.

Il lavoro di bonifica agraria portato avanti dagli Origo trasformò il brullo paesaggio delle crete senesi in una campagna fertile: di pari passo con i lavori agricoli, essenziali per il funzionamento della fattoria, procedevano anche quelli riguardanti la villa e il giardino, che si protrassero per quindici anni. In fasi successive vennero realizzati il primo giardino, con la vasca e il pergolato, il giardino dei limoni e il cimitero nei boschi, il roseto e i suoi pendii, infine il giardino inferiore con la grotta e il doppio scalone in travertino: il lavoro terminò alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Villa La Foce il giardino delle rose e un tralcio di glicine
Il giardino delle rose e un tralcio di glicine

Il genio di Pinsent, che qui creò il suo capolavoro, si esprime nell’armonia in cui la pietra e la vegetazione dialogano e interagiscono, e nella capacità di coniugare una rigida simmetria delle forme con l’apparente disordine della natura. L’osservanza delle geometrie – che trionfa nelle siepi rigorosamente triangolari del giardino di sotto – si ammorbidisce via via che ci si allontana dalla casa e si procede verso la vallata, verso il bosco in cui gli elementi artificiali cedono il posto alle libere espressioni della natura.

La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo per collegare il poggio confinante
La strada a zigzag che venne creata da Antonio Origo

Di fronte al giardino, oltre la vallata sottostante, spicca il monte Amiata, vulcano inattivo ormai da millenni. Sul poggio accanto si nota una strada bianca che sale zigzagando il dorso della creta, fiancheggiata da cipressi: è il simbolo de La Foce, e uno delle immagini più note della Toscana. Venne realizzata da Antonio Origo per collegare la fattoria centrale con i poderi sorti sui campi appena bonificati, e richiama i paesaggi di Benozzo Gozzoli e Lorenzetti.

La visita di questo luogo non può che lasciare una profonda impressione in chiunque lo ammiri, suscitando riflessioni su quanto l’opera e l’ingegno dell’uomo abbia modificato un paesaggio ostile e selvaggio come quello delle crete senesi in un angolo verde, in cui la natura è addomesticata e piegata a un diverso ordine di bellezza. La volontà dei Marchesi Origo, che hanno accolto il fascino esercitato da questa terra, ha segnato per sempre la storia della Val d’Orcia, creandone un mito che dura ancora oggi.

Villa La Foce la vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica
La vista sul monte Amiata dalla piazzola panoramica

Informazioni utili:

La Foce
Strada della Vittoria, 61
53042 Chianciano Terme
(Siena)

Il giardino è aperto al pubblico esclusivamente con visita guidata, ogni mercoledì pomeriggio (con partenze alle 15, 16, 17 e 18) e ogni sabato e domenica alle 11,30, 15 e 16,30. E’ visitabile anche nei giorni di festività nazionale (2 aprile, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1 novembre) sempre in orario 11,30, 15 e 16,30.

Per ulteriori informazioni consiglio di consultare il sito internet, www.lafoce.com/it/

Altre immagini:

Villa La Foce il primo giardino con i limoni e le siepi di bosso
Il primo giardino con le piante di limoni e le siepi di bosso

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Ocriculum, un parco archeologico nella campagna umbra

L'ingresso al parco archeologico di Ocriculum
L’ingresso al parco archeologico

Al confine tra Umbria e Lazio si trovano le rovine dell’antica città romana di Ocriculum, sorta sulla sponda del Tevere lungo il tracciato della via Flaminia: la precedente cittadina fondata dagli umbri sorgeva sul versante montuoso dove tutt’oggi si trova Otricoli, ma venne distrutta dai Romani durante la guerra civile nel 91-90 a.C.. Venne quindi costruita la nuova Ocriculum, in questa valle dove oggi se ne ammirano i resti, fino a quando nel VI secolo gli abitanti si ritirarono nuovamente sulla montagna per motivi difensivi: la città venne infatti distrutta nel corso dell’invasione longobarda tra il 569 e il 605 a.C..

I resti dell'anfiteatro di Ocriculum
I resti dell’anfiteatro

Quel che oggi è sopravvissuto si trova immerso in un parco, fra alberi e prati, con il ruscello di San Vittore che lambisce le rovine, in una sintesi perfetta di natura e archeologia. La bellezza del paesaggio era tale anche all’epoca, sì che molti romani benestanti, come la suocera di Plinio il Giovane e il politico Tito Annio Milone – amico di Cicerone – avevano ville e possedimenti ad Ocriculum.

Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia
Le tombe di Ocriculum lungo la via Flaminia

La città acquisì grande importanza tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. in virtù della sua posizione strategica, luogo di confine sia fluviale sia terrestre: nel 220 a.C. venne infatti costruita la via Flaminia, secondo la volontà del console Gaio Flaminio Nepote, per collegare Roma con l’Italia del Nord.

La Flaminia divenne uno degli strumenti della romanizzazione dell’Umbria, regione in cui entrava proprio passando da Ocriculum, distante 44 miglia da Roma: da qui raggiungeva la vicina Narnia e poi si ramificava in due direttrici, quella che attraversava Mevania (l’antica Bevagna) utilizzata per gli spostamenti militari, l’altra verso Spoleto per le comunicazioni ordinarie.

Tomba "a torre" a Ocriculum
Tomba “a torre”

Il tracciato stradale della Flaminia è riconoscibile perché fiancheggiato da monumenti funerari, di cui alcuni sono qui visibili: seguendo infatti il sentiero attraverso il parco le prime rovine che s’incontrano sono quelle di tombe, presenti in due forme. Il primo modello è a nicchia, di foggia rotonda, risalente all’età imperiale e costruito in opera cementizia con rivestimento in laterizio. La seconda tomba ha una forma “a torre”, di grande dimensioni e a pianta quadrata, sormontata da un corpo circolare che è stato poi riutilizzato come colombaia: doveva essere rivestita in marmo, particolarità che ha fatto ritenere sia stata la sepoltura di un personaggio importante.

Tomba "a torre" nella valle di Palmira in Siria
Tomba “a torre” nella valle di Palmira

Il suo aspetto e la sua monumentalità, che la rendeva visibile da lontano, riconducono a modelli orienti e a prototipi ellenistici diffusi in Asia Minore, come le tombe che ho ammirato nella valle di Palmira, in Siria, del tutto simili a questa.

Di fronte ai resti delle tombe si apre un sentiero che porta all’anfiteatro, costruito a ridosso di un versante montuoso (come quello di Sutri), dalle dimensioni considerevoli: 120 x 98 metri. Non esiste più l’anello esterno, quel che oggi si ammira sono le rovine dell’entrata e gli ingressi, costruiti in opera reticolata (tecnica costruttiva che presenta un motivo a rete). Ritornando sul sentiero principale, accanto alle tombe si può ammirare un tratto basolato di via Flaminia, largo 6 metri e lungo 25, che mostra ancora il segno del passaggio dei carri nei solchi scavati dalle ruote.

Il tracciato della via Flaminia ad Ocriculum
Il tracciato della via Flaminia

Lungo la strada si trova una fonte pubblica, tutt’oggi alimentata dall’acqua, sulla cui balaustra si osservano i segni delle funi dei secchi usati per l’approvvigionamento idrico. La Flaminia proseguiva in questa direzione, conducendo all’area urbana e alla zona del foro: all’esterno di questo nucleo, si trovano appunto le tombe già viste. Proseguendo si giunge quindi alle strutture del centro cittadino, e in particolare ai resti delle terme: qui sono stati rinvenuti alcuni mosaici che furono utilizzati per ornare il pavimento della Sala Rotonda dei Musei Vaticani.

I resti delle terme di Ocriculum
I resti delle terme

La tecnica costruttiva di questi ambienti, di cui rimane un’aula ottagonale con soffitto a cupola, ne colloca l’edificazione nel II secolo d.C.. Vi è poi il teatro, addossato a un pendio del terreno: della struttura, che aveva un diametro di 79 metri, si distingue ancora la cavea (la gradinata per gli spettatori), mentre non è sopravvissuto nulla della scena, sotto la quale – tombato in un cunicolo sotterraneo – scorre ancora il rio San Vittore, che esce allo scoperto poco dopo per gettarsi nelle acque del Tevere.

Le grandi sostruzioni di Ocriculum
Le grandi sostruzioni

Accanto al teatro si trovano le “grandi sostruzioni“, una costruzione monumentale in opera reticolata della lunghezza di 80 metri:  serviva a contenere il terreno e costituire una grande terrazza capace di sostenere un edificio pubblico, forse un tempio, di cui oggi non rimane traccia. Nella zona fu trovata la testa marmorea di Giove, alta 58 cm, che si trova ai Musei Vaticani, rinvenuta nel corso degli scavi archeologici promossi da papa Pio VI tra il 1776 e il 1784.

L'ansa del Tevere ad Ocriculum
L’ansa del Tevere

Proseguendo si giunge infine al Tevere, su cui si trovava il porto cittadino, chiamato “Porto dell’Olio” da dove venivano spediti a Roma via nave pietre, legno, tegole e mattoni, oltre all’olio.

 

Ogni anno nel Parco Archeologico si svolge “Ocriculum AD 168”, una manifestazione in costume che rievoca la vita quotidiana della cittadina romana al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Quest’anno l’evento si terrà dal 26 al 28 maggio, come dettagliato nel sito dedicato, www.ocriculumad168.it.

Informazioni utili per la visita, affisse all’ingresso:
Orario di apertura: sabato, domenica e festivi: 10-12,30 / 17-19,30
Visite guidate all’area archeologica: sabato, domenica e festivi ore 10 e 17 con partenza dal bar “Il Casottino”. Per informazioni: 329/9482481 – 347/6954137

Altre fotografie di Ocriculum:

Mappa del parco archeologico:

Villa d’Este a Tivoli: il giardino delle meraviglie dove si incrociano i destini

Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d'Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell'antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma
Salomon Corrodi, Il cardinale von Hohenlohe con Franz Liszt affacciati alle peschiere di Villa d’Este, 1870 @ Pubblicato su http://www.tibursuperbum.it per cortesia dell’antiquario Paolo Antonacci di via del Babuino 141/a in Roma

Villa d’Este a Tivoli è una meraviglia da scoprire ascoltando “Les jeux d’eau a la Villa d’Este” (qui nell’esecuzione di Claudio Arrau León del 1969), uno dei pezzi più celebri del grande pianista e compositore ungherese Franz Liszt, ispirato allo zampillio e ai giochi d’acqua delle fontane del parco. Liszt trascorse a Tivoli molti anni, a partire dal 1867, ospite del cardinale Gustav Adolf von Hohenlohe: dimorava in un appartamento della villa, con accesso indipendente, negli spazi che oggi ospitano gli uffici della Direzione, e qui tenne uno dei suoi ultimi concerti nel 1879.

Fontana di Rometta, dettaglio

La luminosità dei Les jeux d’eau e il vibrare delle note di questa virtuosistica composizione rappresentano meglio di qualsiasi descrizione lo scintillio delle fontane, delle cascate, dei riflessi di luce e ombra di questo luogo incantato, uno dei massimi esempi di “Giardino delle meraviglie” del XVI secolo.

Tivoli dalla terrazza della villa

Il cardinale von Hohenlohe aveva ottenuto Villa d’Este in enfiteusi dai duchi di Modena ed aveva avviato numerosi lavori di restauro salvando il giardino e la villa dal degrado e dall’abbandono. Il complesso infatti versava in una situazione di decadenza da oltre un secolo e mezzo, a causa della mancata manutenzione, e della dispersione del suo patrimonio artistico.

Fontana di Nettuno vista dalle peschiere

Inserita nella lista Unesco del patrimonio mondiale perché rappresenta “uno dei migliori esempi della cultura del Rinascimento al suo apogeo”, la villa e il parco simboleggiano il desiderio del cardinale Ippolito II d’Estesecondogenito di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia – di trasformare il modesto convento che nel 1550 gli era stato assegnato in una residenza regale: appassionato di archeologia, il suo progetto fece rivivere i fasti della vicina Villa Adriana, richiamando alla memoria i giardini pensili di Babilonia.

Fontana dell’abbondanza

Per realizzare il suo sogno chiamò a sé il pittore, archeologo e architetto Pirro Ligorio, incaricandolo di trasformare il dirupo sottostante il suo palazzo – nominato “valle gaudente” – in un giardino con fontane, ninfei, giochi d’acqua, viali, peschiere.

Scorcio del giardino

Ligorio dovette ripensare l’intera orografia del luogo, scavando sotto la cittadina di Tivoli un tunnel di seicento metri per portare qui l’acqua del fiume Aniene, e alimentare con la sua portata – in virtù del principio dei vasi comunicanti e della sola forza di gravità – l’intero impianto idraulico. Ancora oggi le fontane del parco sono alimentate dal fiume, senza far ricorso ad alcuna spinta meccanica, a dimostrazione dell’ingegno e della capacità di Ligorio di calcolare esattamente la portata d’acqua necessaria al funzionamento del sistema, dai numeri eccezionali: “duecentocinquanta zampilli, sessanta polle d’acqua, duecentocinquantacinque cascate, cento vasche, cinquanta fontane“.

La villa vista dal parco

Al miracolo dell’adduzione delle acque – che rievoca la sapienza ingegneristica dei romani – si aggiunge la disposizione degli spazi, che sfruttando il pendio della valle si susseguono in una sovrapposizione di terrazze, scalinate e viali, armoniosamente incastonati gli uni sugli altri per regalare vedute e scorci di grande suggestione. “Dovunque tu volga lo sguardo ne zampillano polle in sì varie maniere e con tale splendore di disegno, da non esservi luogo su tutta la terra che in tal genere non sia di gran lunga inferiore“, scriveva in una lettera lo storico Uberto Foglietta al cardinale Flavio Orsini nel 1569.

La fontana dell’Ovato

Per realizzare l’ampio giardino Ligorio – coadiuvato dall’architetto Alberto Galvani e dai virtuosi idraulici Giacomo della PortaClaude Venardutilizzò le vecchie mura medievali come contrafforti e creò un alto terrapieno: sullo spazio così ottenuto dispose l’ampio Vialone, parallelo al corpo della villa, intersecato da cinque assi trasversali.

Le peschiere viste dalla fontana di Nettuno

Questa pianta ortogonale costituì dunque lo schema del “verde” che venne ornato con “trentamila piante a rotazione stagionale, centocinquanta piante secolari ad alto fusto, quindicimila piante ed alberi ornamentali perenni“, in un tripudio di essenze mediterranee, dai cipressi agli allori, dalle siepi alle piante di agrumi in vaso.

Fontana dell’organo, dettaglio

Passeggiando nel parco si ammirano gli alberi maestosi (i cipressi vennero anche cantati da Gabriele D’Annunzio nel “Notturno”: “essere il più alto e il più fosco/cipresso di Villa D’Este“), la disposizione dei prati, dei vialetti e delle rampe, il rigoglio del verde in tutte le sue sfumature, lo sbocciare dei fiori, e si è allietati dal suono delle cascate e dallo zampillio delle fontane. Tra queste alcune riservano la sorpresa di meccanismi musicali azionati dalla forza delle acque: la fontana dell’Organo, opera di Claude Venard, è tutt’oggi funzionante e viene attivata quotidianamente a partire dalle 10,30 ogni due ore.

Viale delle Cento fontane

La fontana della Civetta, che purtroppo non è attiva, ricorda il verso dell’uccello di cui porta il nome, la cui immagine è rappresentata in bronzo.

Durante la passeggiata si ammirano inoltre il viale delle Cento fontane, la fonte del Bicchierone (realizzata da Gian Lorenzo Bernini), la fontana del Pegaso, la fontana dei Draghi. La più imponente è senz’altro la fontana di Nettuno, realizzata da Attilio Rossi in un tripudio di spruzzi colossali, cui segue la fontana dell’Ovato, che rappresenta simbolicamente la cascata di Tivoli ed è così chiamata perché ha una forma semicircolare.

Vista della fontana di Rometta dalla terrazza della Villa

I nomi delle fontane e dei luoghi ricordano episodi e personaggi del mito, come la Grotta di Diana e la Loggia di Pandora, mentre la fontana di Roma o Rometta è ornata con la Lupa e i gemelli Romolo e Remo: era originariamente decorata con le miniature di alcuni monumenti di Roma, andati purtroppo perduti, che facevano da scenografia alle sculture rimaste.

Stanza della gloria

Le sale dell’antico convento, trasformato in villa sontuosa, vennero affrescate da alcuni dei protagonisti del tardo manierismo romano, da Federico Zuccari ad Antonio Tempesta: in particolare quelle collocate al piano nobile sono dedicate alla rappresentazione dei miti antichi, e alla celebrazione delle divinità locali e della casata d’Este. Questi spazi si susseguono in un magnifico tripudio di affreschi, che abbelliscono ogni spazio sfruttando giochi di prospettiva e illusioni in trompe-l’œil.

Prima stanza tiburtina, volta

Dopo la morte del cardinale Ippolito II, avvenuta nel 1572, la villa rimase alla famiglia e dal 1605 Alessandro d’Este avviò un nuovo programma di restauro e manutenzione, creando una serie di ulteriori innovazioni all’assetto del giardino e alla disposizione delle fontane. Altri lavori furono realizzati tra il 1660 e il 1670 e coinvolsero lo stesso Gian Lorenzo Bernini.

Stanza della nobiltà, dettaglio

Nel XVIII secolo la mancata manutenzione – essenziale in questo luogo dove acqua, roccia e verde devono coesistere in un delicato equilibrio – causò la rovina della residenza e del suo parco, e la situazione di abbandono si aggravò ulteriormente con il passaggio di proprietà alla Casa d’Asburgo, quando la collezione di statue antiche del cardinale Ippolito fu smembrata e trasferita altrove.

Prima stanza tiburtina, dettaglio

L’arrivo del cardinale von Hohenlohe mise fine alla decadenza e la villa ricominciò ad essere un punto di riferimento della vita culturale ed intellettuale. L’ultimo proprietario privato fu l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, che avrebbe voluto venderla allo Stato Italiano per l’enorme cifra di due milioni di lire dell’epoca: l’Italia tergiversò a lungo di fronte a questa esosa richiesta, ma l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, nel quale l’arciduca venne assassinato, pose fine alla questione.

Salone della fontana, veduta di Villa d’Este con il progetto del giardino nel 1565

Come il ministro degli esteri Antonino di San Giuliano riferì al primo ministro Antonio Salandra quello stesso 28 giugno, “ci siamo liberati di quella noiosa faccenda di Villa d’Este“. Nel 1918, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la residenza entrò a far parte delle proprietà dello Stato Italiano, venne aperta al pubblico ed interamente restaurata tra il 1920 e il 1930. Dopo i danni subiti a causa del bombardamento del 1944 venne nuovamente restaurata e da allora gli interventi si sono susseguiti ininterrottamente.

Sala di Noè, dettaglio della volta

Con l’arrivo della bella stagione una gita in questo luogo da favola, la cui storia è davvero incredibile, merita una giornata intera. Nelle vicinanze si trovano anche Villa Adriana e Villa Gregoriana, entrambe splendide, mentre se si vuole trovare ristoro alle fatiche del tour culturale consiglio senz’altro il ristorante Da Totarello: memorabili i bocconcini di parmigiano fritto, che però sconsiglio a chiunque sia a dieta.

Sala di Ercole, dettaglio

Per la visita della Villa tutte le informazioni sono disponibili sul sito internet ufficiale, indico qui per comodità gli orari di apertura:

A partire dal 1 novembre 2017 il complesso monumentale di Villa d’Este rispetterà il seguente orario di apertura: 8.30 – 19.45 (la biglietteria chiude alle 18.45).

L’orario di uscita dal Giardino è collegato al tramonto del sole nel mese di riferimento:
Gennaio: 16.45; Febbraio: 17.15; Marzo: 18.00 (con ora legale 19.00); Aprile 19.15; da Maggio ad Agosto: 19.30; Settembre: 19.00; Ottobre:18.15 (con ora solare 17.15), Novembre e Dicembre: 16.45.

Fontana di Nettuno

Fino alle ore 19.45 restano sempre visitabili il Chiostro, il Palazzo e il Vialone esterno.

Consiglio infine il noleggio dell’audioguida (a pagamento), che fornisce informazioni preziose e suggerisce un percorso di visita.

Questa la mappa:

 

Altre immagini:

Hiroshige e Monet: la suggestione del ponte giapponese e le immagini del “mondo fluttuante”

Utagawa Hiroshige, Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin

In occasione della mostra organizzata alle Scuderie del Quirinale a Roma “Hiroshige. Visioni dal Giappone” (ecco il mio articolo), ho ammirato la splendida immagine di un ponte giapponese rappresentata nella xilografia “Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin”. Questa stampa appartiene al celebre ciclo delle “Cento vedute di luoghi celebri di Edo”, realizzato da Hiroshige nell’ultima parte della sua vita: l’opera venne concepita in cento stampe uscite nel 1856, ma visto il suo straordinario successo ne furono prodotte ben centodiciotto, interrotte dalla morte di Hiroshige nel 1858. Nelle “Cento vedute”, che appartengono al genere dell’ukiyoe, ovvero “immagini del Mondo Fluttuante”, il formato verticale esalta la novità introdotta dal Maestro, consistente in un elemento in primissimo piano, ingigantito da un’inquadratura ravvicinata, rispetto allo sfondo di dimensioni molto più contenute. Questa assoluta novità compositiva influenzò non solo i primi fotografi giapponesi ma anche moltissimi artisti occidentali, impressionisti e post-impressionisti, fra cui Monet.

Tamamura Kihei – Glicini in fiore nel parco di Kameido a Tokyo – 1890 ca. @ www.artribune.it

Nella stampa di Hiroshige, l’elemento in primo piano è un tralcio di glicine, dietro il quale si staglia un ponte a collegare le due estremità di un fiume. Il santuario menzionato nel titolo non compare, e l’attenzione della stampa è tutta concentrata sul ponte, la cui curvatura lo contraddistingue quale taikobashi, “ponte-tamburo”, il cui riflesso sulle acque (effetto qui non riprodotto), dà la forma di un tamburo. L’effetto è ben visibile in alcune immagini fotografiche dell’epoca, che rappresentano il ponte e la ricca fioritura di glicini circostante.

Giardino d’acqua a Giverny. In fondo, il ponte giapponese @ www.fondation-monet.com

Monet venne profondamente colpito dalle immagini delle stampe giapponesi, di cui aveva una ricca collezione comprendente quarantasei opere di Utamaro, ventitré di Hokusai, quarantotto di Hiroshige, e alcune di esse erano appese sulle pareti della sua casa di Giverny, in Normandia, così da poterle ammirare continuamente (la casa e il giardino sono visitabili e sono sede della Fondazione Monet). La sua passione per il Giappone lo spinse a introdurre diversi elementi orientali nel giardino che creò, in modo del tutto originale, attorno alla tenuta di Giverny: sempre affascinato dall’acqua e dai suoi riflessi, come dimostrano le sue innumerevoli tele dedicate a questo soggetto, nel 1893 acquistò un ulteriore terreno e qui fece deviare il corso di uno torrente creandovi uno stagno.

Ponte giapponese a Giverny @ www.fondation-monet.com

L’influenza dei paesaggi ammirati nelle stampe è visibile nella trasformazione di questo stagno in “giardino d’acqua”, con ninfee, bamboo, ginko biloba, gigli d’acqua, salici piangenti e altri elementi di vegetazione che inquadrano lo specchio d’acqua, mentre la passerella che lo sovrasta è ispirata proprio ai ponti giapponesi. Monet era così orgoglioso del suo giardino da affermare: “Il mio giardino è l’opera più bella che io abbia mai creato”, e in effetti il luogo richiama, nei giochi di luce e ombra e nelle sue sfumature e colori, le suggestioni di quel “mondo fluttuante” celebrato da Hiroshige e dai Maestri giapponesi.

Claude Monet, Le bassin aux nymphéas, harmonie rose, Musée d’Orsay, Paris

A partire dal 1897 il giardino e il ponte divennero il soggetto di suoi moltissimi quadri, e alla mostra allestita al Vittoriano di Roma fino al 3 giugno (realizzata con sessanta opere provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi) è possibile ammirarne alcune versioni. L’immagine più icastica del ponte – che rivela a colpo d’occhio l’influenza della stampa di Hiroshige – è conservata alla National Gallery of Art di Washington, mentre queste sono le opere che si ammirano oggi al Vittoriano:

Monet dedicò l’ultima parte della sua vita alla rappresentazione del giardino e in particolare delle ninfee, realizzando uno dei suoi più grandi capolavori nel ciclo delle Nymphéas, dove gli effetti di luce e di colore spingono la sua pittura ai limiti dell’arte astratta. Le sue opere si ammirano in molti musei del mondo, e al Musée de l’Orangerie a Parigi sono custodite le tele monumentali da lui realizzate e donate alla Francia all’indomani dell’armistizio del 1918 come simbolo di pace. Questa è una storia meravigliosa, cui ho dedicato un approfondimento in occasione della mia visita a Parigi, e una galleria fotografica.

 

 

Il giardino di Ninfa, luogo magico sorto sulle rovine di una città abbandonata, e Sermoneta

Il giardino di Ninfa

Con l’arrivo della primavera consiglio una gita al giardino di Ninfa, per scoprire un giardino storico da sette secoli legato alla famiglia Caetani: qui piante e alberi secolari crescono attorno alle rovine di una città medievale, secondo un gusto romantico di grande suggestione. Il suo nome deriva da un tempietto di epoca romana dedicato alle Naiadi, ninfe delle acque sorgive, che si trova nei pressi dell’attuale giardino, sorto ai margini del fiume omonimo.

Questo luogo entrò a far parte dei domini pontifici nell’VIII secolo ma acquisì rapidamente una grande importanza perché costituiva l’unico passaggio per arrivare a Roma dal sud, evitando le zone paludose: l’imposizione di un pedaggio a chiunque transitasse consentì lo sviluppo di un centro urbano con numerose chiese ed abitazioni. Nel 1294 Benedetto Caetani divenne papa con il nome di Bonifacio VIII, ed aiutò il nipote Pietro II ad acquisire il controllo della città, che da quel momento in poi fu legata alla potente casata. Per questo motivo Ninfa subì una sorte di rovina e disfatta quando le due avverse fazioni della famiglia si scontrarono nella guerra interna al papato fra i sostenitori dell’antipapa Clemente VII e quelli di Urbano VI: la città fu distrutta e non venne più ricostruita.

L’idea di creare su queste rovine un “giardino delle delizie” risale al XVI secolo, quando il cardinale Nicolò III Caetani, amante della botanica, affidò a Francesco da Volterra l’incarico di realizzare un hortus conclusus accanto ai resti della rocca medievale. Alla sua morte seguì un nuovo periodo di abbandono, fino a quando il progetto venne ripreso dal duca Francesco IV nel XVII secolo: l’imperversare della malaria determinò anche stavolta un nuovo abbandono. Alla fine dell’Ottocento infine Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, portò avanti la bonifica della palude e liberò le rovine dalle piante infestanti che le avevano ricoperte, restaurandole completamente. Piantò alberi di alto fusto e rose, secondo un gusto romantico, e trasformò il palazzo baronale nella casa di campagna di famiglia. Il luogo nel frattempo aveva acquisito grande notorietà per il suo fascino, divenendo la “Pompei del medioevo” visitata dai viaggiatori del Grand Tour. La nuora di Ada, Margherite Chapin, continuò la cura del giardino, e a lei seguì la figlia Leila, ultima discendente dei Caetani, che prima della morte – avvenuta nel 1977 – istituì la Fondazione Roffredo Caetani con lo scopo di preservare Ninfa e tramandare il nome dei Caetani.

Passeggiando per i viali e i sentieri del giardino si possono ammirare le vestigia dell’antica cittadina – che nel periodo di massimo splendore aveva quattordici chiese, centocinquanta abitazioni, mulini, tre ponti (di cui uno di epoca romana), ospedali, il castello, due monasteri, la cinta muraria. Attorno a queste rovine il giardino all’inglese è attraversato da ruscelli e ospita oltre milletrecento piante mediterranee ed esotiche, favorite dal microclima favorevole: tra di esse magnolie decidue, betulle, aceri giapponesi, ciliegi e meli ornamentali, noci americani, iris lacustri, gelsomini, glicini, bambù cinesi, camelie, viburni, caprifogli, numerose varietà di rose rampicanti, piante tropicali come l’avocado, la gunnera manicata del sud America, i banani.

Maschio del castello

In occasione della visita al giardino (aperto solo in alcune date – vedi in fondo – per preservare l’equilibrio dell’ecosistema, con ingresso prenotabile on line) consiglio di arrivare anche a Sermoneta, per visitare la cittadina e il castello – anch’esso possedimento dei Caetani – che subì le alterne vicende della casata e per un secolo fu proprietà dei Borgia. Come i giardini, la visita è esclusivamente guidata (sul sito della Fondazione sono indicati gli orari e i giorni di apertura).

Ninfa e il suo fiume

Per una sosta gourmet consiglio infine a Sermoneta il ristorante Simposio al Corso, per l’ottima cucina – peculiare la salsa di limone selvatico Trombolotto – l’atmosfera familiare e il servizio attento e curato.

A Sermoneta e Ninfa ho dedicato una galleria fotografica.

Queste le date di apertura del giardino di Ninfa (la prenotazione può essere fatta on line sul sito http://www.giardinodininfa.eu):

Marzo 31
Aprile 1, 2, 7, 8, 15, 22, 25, 29
Maggio 1, 5, 6, 13, 20, 27
Giugno 2, 3, 17
Luglio 7, 8, 22
Agosto 4, 5, 15
Settembre 1, 2
Ottobre 6, 7
Novembre 4

 

Immagini di Ninfa e Sermoneta