Una giornata a Firenze

Girolamo Macchietti, Ritratto di donna – dettaglio

Con una giornata a disposizione a Firenze consiglio due visite in due luoghi di recente apertura: a Palazzo Strozzi la mostra temporanea dedicata al Cinquecento a Firenze, cui ho dedicato questo post (qui alcune immagini), e nel complesso di San Firenze il nuovo museo Franco Zeffirelli.
La visita dell’esposizione di Palazzo Strozzi merita alcune ore, sia per approfondire l’articolata rappresentazione della temperie artistica fiorentina del Cinquecento, sia per godere della ricchezza delle opere esposte e della vasta campagna di restauri che ha accompagnato la realizzazione della mostra, visitabile sino al 21 gennaio 2018.

La sala della musica del complesso di San Firenze

Il Museo Franco Zeffirelli ha aperto le sue porte il primo ottobre scorso negli ambienti del complesso di San Firenze, in origine convento dei padri filippini e successivamente sede del Tribunale. Il percorso espositivo è allestito al primo piano, mentre al piano terreno si trovano il bookshop, la caffetteria e la sala della musica, realizzata in quello che era l’Oratorio del convento. Al piano terreno si trovano inoltre la biblioteca, costituita da circa diecimila volumi, e l’archivio, che illustra tutte le fasi di lavoro di Zeffirelli, entrambe consultabili su prenotazione.

Pagliacci, Firenze, 14 febbraio 2009

Completano il progetto le sale per la didattica, anch’esse collocate a piano terra. Tutti questi ambienti costituiscono il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli, che è nato per volontà del Maestro per raccogliere e mettere a disposizione il patrimonio artistico della sua lunga carriera, attraverso la promozione di iniziative espositive (in programma anche l’organizzazione di mostre temporanee, a fianco di quella permanente), la divulgazione dell’arte dello spettacolo, la formazione didattica nell’ambito del teatro di prosa, dell’opera e del cinema. La mostra permanente visitabile al primo piano è articolata in tre spazi, teatro di prosa, opera in musica e cinema, e ospita oltre 250 opere tra bozzetti di scena, figurini di costumi e disegni (ho pubblicato qualche immagine); è possibile richiedere la visita guidata telefonando allo 055 281038 (segreteria) o 055 2658435 (biglietteria). Le attività del Centro prevedono infine un ricco calendario di eventi, quali incontri, conferenze e concerti, consultabile on line.

Giovanni della Robbia, Lunetta Antinori, Brooklyn Museum

Con un po’ di tempo a disposizione ci si può fermare al Museo Nazionale del Bargello, situato a pochissimi passi da San Firenze, dove è eccezionalmente in esposizione la lunetta con la “Resurrezione” realizzata da Giovanni della Robbia intorno al 1520 su commissione di Niccolò di Tommaso Antinori. Si tratta di un’esposizione straordinaria, perché l’opera venne acquistata nel 1898 da Aaron Augustus Healy, che la portò a New York per donarla al Brooklyn Museum, e da allora non era più tornata a Firenze. La lunetta, che rappresenta il Cristo risorto con il committente in ginocchio alla sua destra e attorno i soldati all’interno di una cornice di fiori e frutti, ha dimensioni monumentali, 174 cm x 364, ed è una delle opere più notevoli dell’artista.

Il cortile del Bargello @ bargellomusei.beniculturali.it

Nel 2016 Marchesi Antinori ha finanziato il restauro della lunetta e ne ha sostenuto l’esposizione al Bargello, dove è conservata la maggiore raccolta al mondo di sculture robbiane in terracotta invetriata. La sosta potrebbe essere l’occasione giusta – per chi non conoscesse questo meraviglioso museo – per ammirarne i capolavori esposti, fra cui opere di Michelangelo, Donatello, Verrocchio, Luca della Robbia, Cellini, Giambologna, Ammannati: un luogo dove la bellezza eleva l’anima, e dove è auspicabile trascorrere almeno qualche ora.

@ La Brac

Per una sosta a pranzo consiglio due fra i miei ristorantini preferiti nella zona, ovvero Brac e Dim Sum. Brac è una libreria che organizza eventi culturali dedicati all’arte e ai libri, e ha una cucina vegetariana e vegana ricca di preparazioni particolari. È tutto buonissimo, i miei piatti preferiti sono quelli a base di pane carasau. Dim Sum è un ristorante fusion asiatico che propone una cucina curata, che trova il suo punto di forza nei noodles espressi, fatti a mano a vista. Ottimi anche i ravioli e i piatti di riso.

Sempre assecondando il gusto a tavola per l’oriente, consiglio – a cena – un tavolo al Ciblèo, la nuova creatura dello chef Fabio Picchi aperto nel marzo scorso accanto al più rinomato Cibrèo a Sant’Ambrogio. Come la “l” nel nome suggerisce, in questo piccolissimo ristorante (16 posti a sedere di cui 8 al banco) si propone una cucina “tosco-orientale”, dove si accostano tortelli e ravioli, e preparazioni e ingredienti toscani si aprono alle suggestioni orientali, in particolare nipponiche, cinesi e coreane: nascono così la zuppa calda di vongoline nippo-elbana, le cozze con cavolo rapa e wasabi, il baozi caldo con prosciutto cotto di Zivieri, il maiale del Casentino allo stile dell’Himalaya. L’ambiente è intimo, accogliente, curato nei minimi dettagli, come ogni creazione di Picchi, il menù (fisso, ma in costante cambiamento) è stimolante e divertente, offerto e presentato con gentilezza e passione. Merita la prenotazione, in anticipo.

Venezia: cosa vedere in tre giorni, e altri consigli

Il panorama dal ponte dell’Accademia verso Punta della Dogana

Questo post nasce dal mio ultimo fine settimana a Venezia, ma ricorda anche le tante cose viste che mi sento di suggerire a cuore aperto, ottime alternative anche quando le mostre temporanee che ho ammirato e di cui qui scrivo saranno concluse. Come primo vademecum alla visita della città, penso sia necessario tenere ben presente gli orari di apertura e chiusura, che condizionano l’organizzazione di ogni giornata: i bacari a pranzo chiudono alle 14, i musei chiudono alle 18, ad eccezione dei musei civici che fino al 31 marzo chiudono fra le 16 e le 17, i ristoranti a cena hanno talvolta due turni, il secondo dei quali è alle 21,30, orario dopo il quale è molto difficile essere accolti. Infine, moltissime chiese non sono visitabili la domenica e, quando sono aperte, hanno orari di chiusura variabili: ad esempio non sono riuscita a visitare – a pagamento – la sagrestia di Santa Maria della Salute perché già alle 11,40 era stata chiusa, mentre avrebbe dovuto rimanere aperta fino alle 12.

Giorno 1

Maurizio Nannucci, Changing Place, Changing Time, Changing Thoughts, Changing Future

Sono tornata alla Peggy Guggenheim Collection perché è un luogo straordinario, dove passeggiare tra opere d’arte uniche in un ambiente davvero peculiare, in un Palazzo – l’unico a un piano lungo tutto il Canal Grande, e noto come palazzo non finito – che fu acquistato da Peggy Guggenheim nel 1949 e che divenne la sua abitazione. Tra i capolavori che qui si possono ammirare (di cui ho fotografato alcuni miei preferiti), L’empire des lumières di René Magritte, Piazza di Alberto Giacometti, The Antipope di Max Ernst, Jamais di Clyfford Still, En lieu oblique di Yves Tanguy, Alchemy di Jackson Pollock. Alcune foto appese alle pareti mostrano il Palazzo così come l’aveva arredato Peggy Guggenheim, che viene ritratta insieme agli amati cagnolini Lhasa Apso, poi sepolti, insieme alla loro padrona, nel giardino delle sculture. In questo spazio, ricco di opere – tra gli altri – di Arp, Duchamp-Villon, Giacometti, Merz, Moore, è un piacere sostare e passeggiare, mentre dalla terrazza Marino Marini si ammira una bella vista sul Canal Grande.

René Magritte, L’Empire des lumières

Il museo inoltre offre una buona caffetteria, dove è possibile pranzare, riservata esclusivamente ai propri visitatori. Lo spazio riservato alle esposizioni temporanee attualmente ospita una mostra dedicata a Picasso, dal titolo Picasso. Sulla spiaggia, e una dedicata all’arte dei Salon de la Rose + Croix intitolata Simbolismo mistico. Il Salon de la Rose+Croix a Parigi 1892–1897 (entrambe fino al 7 gennaio 2018). In occasione della visita alla collezione, consiglio la visione del film “Peggy Guggenheim: Art Addict“, che permette di comprendere l’importanza di questo luogo nella vita della sua eccentrica e straordinaria padrona di casa.

Santa Maria della Salute

A pochi passi dalla Collezione Guggenheim si trova la Chiesa di Santa Maria della Salute, la cui cupola caratterizza il profilo di Dorsoduro a Punta della Dogana e che merita una visita per la storia che essa testimonia e per le opere d’arte che custodisce al proprio interno. Venne edificata su progetto di Baldassarre Longhena (a cui si devono, tra le altre opere, lo scalone della biblioteca di San Giorgio Maggiore, la Chiesa degli Scalzi, Ca’ Pesaro, Ca’ Rezzonico) come preghiera e ringraziamento alla Madonna per la fine dell’epidemia di peste che decimò la popolazione nel 1630.

Interno di Santa Maria della Salute @ basilicasalutevenezia.it

All’interno di ammirano pale d’altare di Tiziano e Luca Giordano, ma è la sagrestia che merita la visita (purtroppo non sono riuscita ad ammirarla), perché conserva opere di Tiziano, Tintoretto, il Sassoferrato, Palma il Giovane. Rimanendo in Dorsoduro, giungendo a Campo San Sebastiano si può ammirare la Chiesa omonima, che venne completamente affrescata dal Veronese: tra i dipinti, spiccano quelli sul soffitto rappresentanti le storie di Ester. Dopo la sua morte, il pittore venne sepolto qui.

In alternativa alla Collezione Guggenheim si può visitare Palazzo Cini, situato a pochi passi, che fu la casa-museo di Vittorio Cini e che oggi offre alla visita la splendida raccolta d’arte antica di colui che fu uno dei più importanti collezionisti e mecenati del Novecento italiano.

Piero di Cosimo, Madonna con Bambino e due angeli @ palazzocini.it

La Galleria al primo piano espone un nucleo di dipinti, oggetti d’arte e sculture dal XIII al XVI secolo, con la presenza di un cospicuo numero di opere di primitivi toscani e del rinascimento fiorentino, nonché di dipinti ferraresi.

Altrimenti – da solo vale il viaggio a Venezia – consiglio il complesso monumentale delle Gallerie dell’Accademia, che richiede almeno mezza giornata di visita.

Vittore Carpaccio, Incontro di Gioacchino ed Anna tra i santi Luigi IX e Libera @ gallerieaccademia.it

Oltre ad una raccolta di arte strepitosa, ospita mostre temporanee: fino al 2 aprile 2018 è visitabile l’esposizione “Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia” che celebra il bicentenario della fondazione delle Gallerie. Fra le opere in esposizione permanente, quelle che mi hanno più colpito: la Pala di San Giobbe di Bellini (moltissime le opere di Bellini qui esposte), la Madonna dell’arancio di Cima da Conegliano, la Presentazione di Gesù al tempio di Carpaccio, il Ritratto di Giovane uomo di Memling, La vecchia di Giorgione, il Convito in casa di Levi di Veronese, il Trafugamento del corpo di San Marco di Tintoretto, Rinaldo e Armida di Hayez, il Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto di Carpaccio, il ciclo pittorico delle Storie di Sant’Orsola di Carpaccio, San Girolamo e un devoto di Piero della Francesca, il San Giorgio di Mantegna, la Tempesta di Giorgione, la Presentazione di Maria al Tempio di Tiziano, la Madonna dello zodiaco di Cosmè Tura.

Giorgione, La tempesta @ gallerieaccademia.it

Oltre ai capolavori, degno di ammirazione è il palazzo che li ospita, che riserva ambienti davvero da capogiro: il complesso è interessato da alcuni anni da lavori di restauro che mirano a raddoppiarne gli spazi espositivi, e per ridurre al minimo i disagi le sale – adesso sono interessate dai lavori quelle al primo piano – vengono chiuse  in via parziale e temporanea: è utile pertanto, prima della visita, consultare on line le opere effettivamente in esposizione e quelle temporaneamente non visibili. Consiglio inoltre il noleggio dell’audioguida, che consente un approfondimento interessante e niente affatto noioso della storia delle opere e dei loro artisti.

Giorno 2

Punta della Dogana vista dall’Isola di San Giorgio Maggiore

Il secondo giorno ho visitato Punta della Dogana e Palazzo Grassi in occasione della mostra “Treasures from the wreck of the Unbelievable” di Damien Hirst, in programma fino a 3 dicembre prossimo. Sulla mostra e le impressioni che ha suscitato in me ho scritto questo post, oltre ad aver scattato moltissime foto. Sono inoltre stata alla Scuola grande della Misericordia dove è allestita una mostra multimediale dedicata a Giotto, dal titolo “Magister Giotto”: l’esposizione – visitabile fino al 23 novembre – si articola al primo piano di questo magnifico ambiente ed è stata organizzata in occasione dei 750 anni dalla nascita del maestro, di cui racconta la vita e le opere accompagnati dalla musica di Paolo Fresu.

In alternativa alla visita degli spazi della Fondazione Pinault, fino al 26 novembre sarà visitabile anche la Biennale d’Arte, quest’anno intitolata “Viva Arte Viva” e come di consueto organizzata negli spazi dell’Arsenale e ai Giardini (oltre che nel centro storico di Venezia): la visita richiede almeno un giorno intero.

Palazzo Ducale e campanile di San Marco visti dall’Isola di San Giorgio Maggiore

Una volta concluse queste esposizioni, la giornata potrebbe essere dedicata alla scoperta di Palazzo Ducale, che ora ospita una splendida mostra di gioielli della collezione Al Thani, ammirabile fino al 3 gennaio 2018. Oltre alla visita del Palazzo, che da sola richiede mezza giornata e per la quale merita il noleggio dell’audioguida, consiglio caldamente la visita guidata dei percorsi segreti, che permette di vedere luoghi non visitabili liberamente, quali i Pozzi e i Piombi, oltre ad ambienti dedicati all’amministrazione della Serenissima: il percorso, che richiede la prenotazione anticipata e ha un biglietto a sé, permette di conoscere la storia politica e civile della città, la sua organizzazione e l’amministrazione della giustizia.

Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio @ http://palazzoducale.visitmuve.it

Per visitare il Palazzo si può acquistare il biglietto unico, con validità tre mesi, che consente anche l’accesso al Museo Archeologico, al Museo Correr e alla Biblioteca Marciana (oltre che all’esposizione temporanea), oppure il Museum Pass che dà accesso a tutti i musei civici veneziani e che ha validità sei mesi dalla data dell’acquisto.

Una volta in piazza San Marco, è impossibile – a meno di non essere davvero molto stanchi… – non visitare la Basilica, sul cui spigolo verso l’ingresso al Palazzo Ducale si trova il celebre gruppo dei Tetrarchi in prezioso porfido rosso.

Piazza San Marco con l’acqua alta

L’ingresso è libero e gratuito e, prima nel nartece e poi all’interno, lo sguardo è inevitabilmente attirato dai meravigliosi mosaici in vari colori e a foglia d’oro che coprono le volte e le cupole, che rappresentano un ricco programma iconografico sviluppato lungo otto secoli di storia; merita grande attenzione anche lo straordinario pavimento in marmo che, come un immenso tappeto, riveste tutta l’area della basilica (ben 2099 metri quadrati), con motivi geometrici e figure animali.

I mosaici di San Marco @ basilicasanmarco.it

Pagando un biglietto a parte, è possibile ammirare il ricco tesoro di San Marco, che comprende oggetti di varia provenienza (pezzi portati a Venezia da Costantinopoli dopo il 1204, coppe di origine islamica, oggetti in filigrana…) e soprattutto rimanere a bocca aperta di fronte alla pala d’oro, realizzata a Costantinopoli nel 1105 su committenza del doge Ordelaffo Falier: un capolavoro di oreficeria gotica con 250 smalti cloisonnés ornata di perle e pietre preziose che celebra il culto della luce, narrando le storie della vita di Cristo e di San Marco.

Pala d’oro @ basilicasanmarco.it

Sempre nel corso della visita della Basilica è possibile accedere al museo di San Marco, a pagamento, che comprende oggetti di varia natura appartenenti alla basilica e, soprattutto, la Quadriga marciana, che dopo l’ultimo restauro è stata qui spostata dalla sua originaria posizione al centro della facciata principale: l’opera, in bronzo dorato, giunse a Venezia insieme al bottino di guerra raccolto dopo la conquista di Costantinopoli del termine della IV Crociata nel 1204, insieme a molti altri oggetti oggi visibili nel tesoro di San Marco.

Quadriga marciana @ basilicasanmarco.it

Prima di abbandonare la Basilica, vale la pena soffermarsi ad ammirare le facciate, anch’esse ornate da sculture e mosaici che raccontano la storia della Basilica e di Venezia. Prima di pianificare la visita della Basilica, consiglio di dare un’occhio al sito web, dove sono chiaramente indicati gli orari di visita e le eventuali sospensioni.

Giorno 3

L’isola di San Giorgio Maggiore vista da Punta della Dogana

Ho dedicato la mattina alla visita dell’isola di San Giorgio Maggiore, dove si trova la Fondazione Giorgio Cini, ospitata nell’antico convento benedettino, e la Chiesa di San Giorgio Maggiore. Gli spazi conventuali sono visitabili esclusivamente con guida (in italiano il sabato e la domenica con partenza alle 10, 12, 14 e 16), che consente di scoprire la storia dell’isola e della Fondazione, ammirandone i magnifici luoghi (cui dedico una mia personale galleria di foto): il Chiostro dei Cipressi costruito agli inizi del Cinquecento da Andrea Buora, il Chiostro palladiano, ultimato ai primi del Seicento su progetto di Andrea Palladio, che costruì anche la Chiesa e il Refettorio.

Il chiostro di Andrea Palladio

Per il Refettorio Paolo Veronese dipinse la monumentale tela de Le nozze di Cana, che ornava completamente la parete di fondo dando l’illusione di prolungare lo spazio e richiamando, nella sua architettura dipinta, quella progettata da Palladio. L’opera fu ordinata dalla comunità benedettina nel 1562 e venne realizzata in 15 mesi, riscuotendo un successo tale da determinare una svolta nella carriera del pittore, a cui furono chieste numerose varianti da parte di altre comunità religiose. Qui inoltre le pressanti domande per visitare il capolavoro rischiarono di turbare la pace e la quotidianità della comunità benedettina.

Il refettorio di Andrea Palladio

Per volontà di Napoleone la tela fu smontata e trasportata in barca a Parigi nel 1797 ed esposta al Louvre, dove tuttora si trova, nella sala che ospita la Gioconda di Leonardo. Oggi a San Giorgio si trova un bel fac simile, che ha il merito di restituire l’impressione originaria. Gli altri luoghi oggetto della visita guidata sono lo scalone del Longhena, che costituisce l’ingresso monumentale alle sale superiori, la biblioteca del Longhena con le sue librerie originali (che scamparono al trafugamento in Francia, a differenza della tela del Veronese, perché troppo pesanti per essere trasportate in barca), la nuova Manica Lunga, che originariamente era il dormitorio, oggi destinata a Biblioteca – mirabile nell’allestimento di Michele De Lucchi – e infine il labirinto Borges, ricostruzione del giardino-labirinto realizzato in occasione dei venticinque anni dalla morte dello scrittore argentino. La Fondazione Cini organizza esposizioni temporanee nello spazio de Le stanze del vetro: quella in corso, visitabile fino al 7 gennaio, è dedicata a Vittorio Zecchin, e mostra i vetri soffiati disegnati per Cappellin e Venini dal 1921 al 1926 (qui qualche scatto delle opere in mostra).

La facciata della Chiesa di San Giorgio Maggiore

Terminato il giro negli spazi della Fondazione, ho visitato la Chiesa di San Giorgio Maggiore, progettata dal Palladio dopo la realizzazione del refettorio del monastero. La Chiesa si affaccia sul bacino di San Marco e dalla sua scalinata di ingresso si ammira un’indimenticabile vista sulla basilica marciana e sul Palazzo Ducale.

Ho riservato il pomeriggio alla visita del Palazzo Fortuny, che fino al 26 novembre ospita la temporanea “Intuition”: secondo la sua presentazione, la mostra intende indagare i modi in cui l’intuizione ha plasmato l’arte in latitudini, culture ed epoche diverse. Il suo allestimento – oltre a consentire di ammirare opere antiche e moderne, collocate le une accanto alle altre secondo accostamenti insoliti e stimolanti – si coniuga perfettamente con gli spazi del palazzo di Mariano Fortuny e offre belle suggestioni (qui qualche immagine). Segnalo infine che al “padrone di casa” il Prado sta dedicando un’esposizione antologica (appena inaugurata) cui il Museo veneziano contribuisce con il prestito di oltre 30 opere: l’esposizione si intitola “Fortuny (1838-1874)“.

Tiziano Vecellio, Madonna di Ca’ Pesaro @ basilicadeifrari.it

Da Palazzo Fortuny vale la pena arrivare fino alla Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari – distante pochi minuti – dove oggi è possibile ammirare la pala Pesaro di Tiziano, restituita alla visita da poche settimane al termine di un restauro durato quattro anni. Si tratta di un capolavoro della pittura veneziana che è stata adesso restituita al pieno godimento, nello splendore dei suoi colori. Fra le altre opere esposte ai Frari vi sono il polittico con Madonna, Bambino e Santi di Bellini, la statua di San Giovanni Battista di Donatello (unica sua opera veneziana), i monumenti a Canova, Tiziano, al Doge Nicolò Trion e al Doge Francesco Foscari, l’Assunta di Tiziano. La Basilica presenta inoltre un coro ligneo maestoso, che si erge al centro della navata nella sua collocazione originaria, e la cortina marmorea che lo circonda, ornata con busti in rilievo di Patriarchi e Profeti dell’Antico Testamento.

La facciata della Scuola Grande di San Rocco

Accanto alla Basilica si trova la Scuola Grande di San Rocco, un luogo rimasto pressoché inalterato dall’epoca della sua costruzione (1478) e che accoglie il più famoso ciclo pittorico di Tintoretto con episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. Oltre a Tintoretto, di cui si distingue la monumentale Crocifissione, che godette di straordinaria fama fra i suoi contemporanei, la Scuola conserva capolavori come il Cristo portacroce di Giorgione, l’Annunciazione di Tiziano, due teleri di Tiepolo, i dossali in noce che rivestono tutta la sala capitolare. A fianco alla Scuola Grande si trova la Chiesa di San Rocco, concepita come sacrario del Santo, il cui corpo è conservato nell’altare maggiore.

Tramezzini Florian

Al temine di tre giorni di passeggiate a Venezia, consiglio due esperienze da non perdere: una sosta al Caffè Florian di Piazza San Marco, seduti sui comodi divanetti rossi, per assaporare un buon caffè o, nelle fredde giornate invernali, un ottimo zabaione, il tutto servito sull’immancabile vassoio d’argento. La sera suggerisco un passaggio al Casinò, risalente al 1638 e riconosciuto come la casa da gioco più antica al mondo. Il palazzo rinascimentale che lo ospita, Ca’ Vendramin Calergi, fu l’abitazione di Richard Wagner, e qui spirò il musicista nel 1883. Le sale Wagner sono visitabili su appuntamento a cura dell’Associazione Richard Wagner di Venezia.

Alberghi e ristoranti, altri consigli:

Fra i ristoranti stellati sicuramente Da Fiore, che non va confuso con l’omonimo bacaro, situato in tutt’altra zona (che comunque consiglio per l’eccezionale baccalà mantecato).

Dolce fatto in casa dalla Betta alle Antiche Carampane

Un ristorante di ottimo livello, che si distingue per la grande cortesia del personale è Antiche carampane. E’ piccolo e intimo (necessita di prenotazione con ampio anticipo), ma tra le varie prelibatezze qui servono le introvabili moeche.

Fra le trattorie e i bacari: Da Fiore, Al Mascaron, Bancogiro (quest’ultimo si trova nella piazza su cui affacciano diversi bacari, e la consiglio anche perché a pochi passi si ammira una bella vista sul ponte di Rialto).

Aperitivo al Bancogiro

Hotel: consiglio il Boscolo Bellini perché si trova accanto alla stazione, ed è comodissimo per lasciare subito i bagagli. È però fuori mano se si vuole visitare la città. Altrimenti, dopo aver provato diversi alberghi in diverse zone, compresa la centrale San Marco, penso che un’ottima soluzione sia l’Hotel Agli Alboretti, situato accanto all’Accademia. Ci si arriva con tre diversi traghetti – di cui quello che passa per la Giudecca è poco affollato – ed è strategico sia per arrivare in San Marco, sia per visitare l’Isola di San Giorgio o la Giudecca, sia per il sestiere di San Polo. Scesi da traghetto, è raggiungibile a pochi passi senza dover superare alcun ponte. Il personale è molto gentile e disponibile e la colazione è di buon livello.

Tre giorni a Parigi con la pioggia

Ho trascorso l’ultimo fine settimana a Parigi insieme ad un amico, arrivando venerdì all’ora di pranzo e ripartendo la domenica sera all’ora di cena.
Tre giorni a disposizione e previsioni meteo sfavorevoli: venerdì e sabato si sono confermati piovigginosi, domenica la pioggia ha invece lasciato il posto a una giornata tersa e luminosa.
Viste le premesse, ho optato per una tre giorni dedicata ai musei, e abbiamo rispettato il programma: venerdì pomeriggio il Museé d’Orsay, sabato il Louvre, domenica il Museé Jacquemart-André e il Museé de l’Orangerie, preceduti da una visita mattutina alla Sainte Chapelle.
La scelta dell’hotel è stata funzionale alle mete scelte, il più vicino possibile ai musei: ho optato per l’Hotel de Varenne in Rue de Bourgogne, che ho prenotato direttamente sul sito approfittando di una promozione on line. L’Hotel de Varenne si trova a 12 minuti a piedi dal Museé d’Orsay e 20 minuti a piedi dal Louvre. E’ inoltre a 200 metri dal Museé Rodin. (A fondo pagina la mia recensione).
L’hotel è ottimamente collegato, si trova a soli 350 mt dalla fermata della linea 13 “Varenne”, ed è molto comodo da raggiungere provenendo dall’aeroporto più vicino, Paris Orly. Sia all’andata sia al ritorno abbiamo preso il bus Le bus direct, che collega il terminal Orly Ouest a Gare Montparnasse in 20 minuti, e quindi la linea metro 13 alla fermata Gaîeté, vicina 600 metri. Gaîeté-Varenne distano tre fermate, poco più di cinque minuti. Con questa scelta di aeroporto, bus e metro, abbiamo impiegato un’ora per il tragitto aeroporto-hotel e viceversa, raggiungendo il centro della città a un prezzo molto contenuto (13€ il bus + 1,90€ la metro).

PRIMO GIORNO – VENERDì
All’andata ho approfittato dell’arrivo a pranzo in zona Montparnasse per andare a La Crêperie de Josselin in rue de Montparnasse, di cui avevo letto recensioni molto positive. L’ambiente è casalingo, la clientela quasi completamente “locale”, il servizio rapido e preciso. Abbiamo ordinato due crêpes scegliendo fra le “spécialités” (con pasta a doppia sfoglia), la Josselin (uovo, prosciutto, formaggio, champignons) e la Bretonne (salsiccia – intera! – formaggio e pomodoro fresco), pasteggiando con sidro. Tutto delizioso.

Crêpe Josselin e sidro

Arrivati in albergo abbiamo avuto la stanza e siamo subito usciti per visitare il Musée d’Orsay, per il quale avevo comprato – prima della partenza – il biglietto on line, combinato con l’Orangerie. Una scelta che ha permesso di risparmiarci la fila (che era notevole!) ed entrare senza perdere tempo. Ho preso l’audioguida, ma mi sono meravigliata dell’assenza di un depliant che suggerisse un percorso di visita. Le indicazioni delle tracce da ascoltare sono infatti collocate in corrispondenza delle opere d’arte e di alcuni ambienti, ma la grandezza degli spazi e il numero dei visitatori presenti non sempre ha reso agevole la consultazione, né la decisione di quale percorso seguire durante la visita.

L’interno del Musée d’Orsay

Alle 17,30 la vigilanza ha cominciato a chiudere le varie gallerie, per agevolare l’uscita dei visitatori. Qui una galleria di immagini.

Una volta all’esterno abbiamo deciso di premiarci con un buon thé e ci siamo recati in rue de Rivoli da Angelina, molto consigliata come pasticceria. Abbiamo trovato un po’ di fila, ma nell’arco di 10 minuti siamo entrati e ci siamo accomodati nel salone. La scelta dei thé non era molto ampia, ho optato per un thé alla menta, e ho assaggiato il dolcetto Demoiselle Tatin, squisito. Ci siamo riposati nel salone, che per quanto affollato era confortevole, e siamo tornati in albergo.

Dolcetti sfiziosi da Angelina

A cena siamo andati in un bistrot classico, Allard, in rue Saint-André des Arts, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, un luogo che lascia trapelare una storia antica, come i suoi piatti – familiari ma al tempo stesso elaborati – testimoniano. Il ristorante è stato acquisito da Alain Ducasse, che ha voluto proseguire la tradizione culinaria borgognona dei suoi fondatori. Abbiamo preso due antipasti e due piatti, che hanno dato grande soddisfazione: come antipasto, pâté in crosta (composto da cinque tipi differenti di carne) e vellutata di pastinaca con gamberetti, come piatto principale animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali e bistecca di rombo al burro. Siamo usciti veramente sazi e soddisfatti, il servizio è stato cortese e attento. Una passeggiata rinfrescante dopo cena ci ha riportato in albergo.

Bistecca di rombo al burro
Animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali

SECONDO GIORNO – SABATO
Il sabato lo abbiamo trascorso al Musée du Louvre, dove siamo entrati sempre saltando la coda grazie al biglietto acquistato on line. Abbiamo pranzato velocemente in una delle caffetterie interne – Le Café Mollien – e siamo usciti verso le 18,00. Non prima di aver scattato qualche foto, aver ammirato le opere “imperdibili” ed aver approfondito qualche storia affascinante.

Bisognosi di riposo, siamo arrivati fino a Place de l’Opéra e ci siamo ristorati con un thé gourmande al Café de la Paix: dopo tanta bellezza e tanta storia al Louvre, non ci saremmo accontentati di un Café meno affascinante di questo! Dopo una sosta in albergo, siamo usciti a cena, andando a La Closerie de Lilas, sul boulevard du Montparnasse. Luogo anch’esso carico di storia, ai suoi tavoli si sono incontrati personalità come Zola, Cézanne, Baudelaire, Apollinaire, ma anche Hemingway, Fitzgerald, Miller, Modigliani… Abbiamo cenato al ristorante, sempre optando per un antipasto e un piatto principale a testa: ostriche e piatto vegetariano per iniziare, seguiti da quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua” e filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione. Come dolce, un monte bianco scomposto. Anche questa cena ci ha lasciato molto soddisfatti.

Il menù
Ostriche
Quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua”
Filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione

TERZO GIORNO – DOMENICA
Abbiamo visitato la Sainte Chapelle, in cui siamo entrati gratuitamente perché abbiamo usufruito della domenica gratuita francese (la prima del mese), ammirando le vetrate alla luce del mattino (è consigliata la visita in questo momento della giornata).

La cappella superiore

Abbiamo preso l’audioguida e non ci siamo pentiti: ha permesso una visita ricchissima di informazioni, con tracce dedicate a ciascuna vetrata. Sono 1113 le scene dell’Antico e del Nuovo Testamento rappresentate nelle 15 vetrate della Cappella, costruita fra il 1242 e il 1248 per custodire le reliquie della Passione di Gesù Cristo, e in particolare la Corona di Spine. La Cappella fu edificata per volere di Luigi IX (futuro San Luigi) per rappresentare la regalità di diritto divino, ed è articolata in due santuari, la cappella inferiore – che in origine era riservata al culto del personale del Palazzo dei Re di Francia – e la cappella superiore – di uso esclusivo del re e della personalità della sua cerchia, dove erano conservate le reliquie e dove si possono ammirare le vetrate. Esse raccontano la storia dell’umanità, dalla Genesi alla Resurrezione di Cristo, fino all’arrivo delle Sante reliquie a Parigi. Il rosone della facciata rappresenta l’Apocalisse. E’ stato impossibile non scattare alcune foto della cappella. Quindi ci siamo recati al Musée Jacquemart-André, che ci ha meravigliato con la bellezza dei suoi ambienti e della sua collezione d’arte.

L’ingresso al Musée Jacquemart-André

Abbiamo appreso la storia dell’edificio e della coppia che lo ha costruito e abbellito, Nélie Jacquemart ed Éduard André. Lui figlio di una ricca famiglia dell’alta borghesia e lei rinomata pittrice, consacrarono la propria unione alla comune passione per l’arte, dedicandosi alla creazione della propria collezione. Grazie a numerosi viaggi in Italia e in Oriente, compiuti tra il 1882 e il 1902, i Jacquemart-André acquistarono gli oggetti e le opere che abbelliscono l’hôtel particulier di Boulevard Haussmann. Dopo la morte di Éduard, avvenuta nel 1893, Nélie proseguì l’opera di arricchimento della collezione, compiendo da sola un viaggio che la portò in India, Cina e Giappone. Alla sua morte, nel 1912, cedette l’hôtel particulier all’Institut de France, e consapevole del valore e dell’originalità della collezione vincolò la donazione alla sua apertura al pubblico. Abbiamo interrotto la visita per pranzare nel Salon de thé del Museo, che ha meritato la sosta per la bellezza dell’ambiente e dell’arredo. Era possibile scegliere il brunch (viene servito solo la domenica fino alle 14,30), ma abbiamo preferito una squisita quiche con insalata. Per avere un’idea della meraviglia degli ambienti, ecco una galleria di immagini.
Abbiamo concluso il nostro tour parigino con la visita dell’Orangerie. Lungo il tragitto a piedi siamo passati accanto all’Eliseo e al Grand Palais, e abbiamo passeggiato lungo Avenue des Champs-Élysées, pedonalizzata nei pressi dell’Arco di Trionfo. Arrivati al Museo siamo riusciti ad evitare la fila mostrando all’addetto all’ingresso il biglietto unico acquistato in occasione della visita al Musée d’Orsay, altrimenti avremmo dovuto metterci in coda in quanto domenica di ingresso gratuito. Abbiamo ammirato le due sale ellittiche al piano terreno dedicate alle Nymphéas di Claude Monet e ne abbiamo appreso la storia carica di significato e bellezza. Le tele qui esposte – che si estendono per una superficie di cento metri lineari – rappresentano l’apice della pittura delle ninfee che Monet aveva intrapreso una trentina d’anni prima, ispirandosi al giardino d’acqua che aveva creato nella sua proprietà a Giverny. Furono da lui donate alla Francia all’indomani dell’armistizio del 1918 come simbolo di pace. La loro installazione in questo luogo avvenne nel 1927, pochi mesi dopo la morte di Monet, e suggeriscono “l’illusion d’un tout sans fin, d’une onde sans horizon et sans rivage”, secondo la definizione dello stesso pittore. L’installazione fu lungamente meditata da Monet, che niente lasciò al caso, riflettendo sulla luce zenitale proveniente dal soffitto che fa vibrare in toni diversi le superfici dipinte. La stessa disposizione allineata delle due sale ellittiche ricorda il simbolo dell’infinito e ne conferma la suggestione.

Una delle otto tele che compongono l’opera

(Consiglio di leggere il brano che Alessandro Baricco nel libro “City” dedica alle Nymphéas e in particolare all’installazione presso l’Orangerie: offre un’interessante chiave di interpretazione di questo capolavoro e più in generale del ciclo pittorico a cui per trent’anni il pittore dedicò la propria vita). Dopo aver ammirato le Nymphéas, siamo scesi al livello inferiore, dove è allestita la collezione Jean Walter e Paul Guillaume, che espone – fra le altre – opere di Renoir, Cézanne, Modigliani, Matisse, Picasso, Derain e Soutine. La visita è stata difficile, non tanto a causa della grande presenza di visitatori, accorsi in occasione della domenica gratuita, ma soprattutto per la temperatura degli ambienti, davvero troppo elevata. Ho scattato qualche foto, che ho raccolto in questa selezione.
Una volta usciti, abbiamo avuto il tempo di arrivare in hotel a riprendere i bagagli, quindi la metro 13 da Varenne fino a Gaîeté e Le bus direct da Gare Montparnasse fino all’aeroporto. Nonostante il traffico intenso, in un’ora abbiamo raggiunto il terminal Ouest senza intoppo alcuno.

RECENSIONE DELL’HOTEL DE VARENNE
Oltre ad avere una posizione strategica rispetto alle mete del mio viaggio, l’albergo si è rivelato molto confortevole sia per sistemazione in camera, sia per i servizi offerti. Il wifi ha perfettamente funzionato ed abbiamo apprezzato la possibilità della colazione in camera senza costi ulteriori. Abbiamo inoltre usufruito del deposito bagagli gratuito presso la réception e apprezzato la gentilezza del personale nel rispondere a ogni nostra richiesta.

Infine il consiglio di un libro e altre suggestioni, ovvero cose che avrei voluto vedere, senza riuscirci.

Altre suggestioni su Parigi

Ovvero cose che avrei voluto vedere nel corso del mio ultimo viaggio, senza riuscirci:

Uscita dal Louvre, mi sarebbe piaciuto arrivare fino ai passages couverts della Rive droite. Sono gallerie, edificate nel corso dell’800 e nei primi decenni del ‘900, sulle quali si affacciano negozi e café (attenzione, alcuni sono chiusi la domenica). Sono caratterizzate dalla copertura in metallo e vetro e dalla possibilità di camminare al riparo dalla pioggia, immersi in un ambiente di luce. Quelle che avrei voluto percorrere si sviluppano da Rue des Petits Champs fino a Rue du Faubourg Montmartre e sono: la Galerie Vivienne, con pavimenti in mosaico e bassorilievi alle pareti, la Galerie Colbert, caratterizzata da un’ampia rotonda sormontata da una magnifica cupola vetrata, il Passage des Panoramas, il più antico di Parigi (inaugurato nel 1800), che per primo fu dotato dell’impianto di illuminazione a gas, il vicino Passage Jouffroy e infine il Passage Verdeau, caratterizzato dalla presenza di librai.
Per avere qualche info in più su Passages e Galeries, il sito ufficiale e molto dettagliato è http://www.passagesetgaleries.org/

Nel corso della mia passeggiata avrei quindi voluto raggiungere le Galerie Lafayette Haussmann e salire fino alla terrazza, situata al settimo piano. Qui è stato recentemente inaugurato l’Ice Cube Bar, trasformando il Cube Bar in un luogo dove sorseggiare qualcosa e ammirare lo splendido panorama. Due giganteschi igloo trasparenti coprono lo spazio e lo rendono davvero curioso, ideale per ammirare il tramonto che scende sulla città della luce.

In seguito alla visita alla Sainte Chapelle avremmo potuto approfondire la storia medievale di Parigi approfittando del biglietto unico con l’adiacente Conciergerie, palazzo medievale poi divenuto Palazzo di giustizia, tribunale e prigione durante la Rivoluzione, quando la reclusa più celebre fu Maria Antonietta.

La Conciergerie vista dal Pont au Change

A pochi passi da qui si trova lo splendido Musée National du Moyen Âge, ospitato nello scrigno dell’hôtel degli abati di Cluny, che fu edificato fra la fine del ‘400 e i primi del ‘500 come foresteria e sede di rappresentanza dell’Ordine a Parigi. La collezione, qui custodita dal 1832, raccoglie opere di oreficeria, avori, arazzi, vetrate, oggetti di arredamento, armi, sculture e codici miniati.
Dopo la visita del Museo, avremmo potuto raggiungere la Basilica di Saint Denis (con i mezzi pubblici è necessaria una mezz’ora). La Basilica fu costruita sulla tomba del vescovo missionario Saint Denis (morto nel 250), e dopo la morte di Re Dagoberto nel 639 fino all’800 accolse le sepolture di 43 re, 32 regine e 10 servitori della monarchia. Con oltre 70 gisants e tombe monumentali, costituisce un’importantissima raccolta di scultura funeraria (la più significativa in Europa). E’ possibile intuirne la bellezza vedendo il film di Pupi Avati “I cavalieri che fecero l’impresa”: la prima sequenza rappresenta un monaco benedettino che, qualche tempo dopo il 1271, si reca sulla tomba di Luigi IX per raccontare l’Impresa, ovvero il recupero della Sindone ad opera di alcuni cavalieri. La Basilica inoltre segna la nascita dell’arte gotica e inaugura la centralità della luce, simbolo del divino, nell’architettura religiosa. Fu concepita dall’Abate Suger, consigliere del re dal 1135 al 1144 e portata a compimento sotto il regno di Luigi IX, come edificio in grado di accogliere grandi masse di pellegrini in uno spazio caratterizzato da una teoria continua di cappelle non inframezzate da muri, con pilastri a fascio di colonne che elevano una magnifica volta a crociera.