I misteri dei bronzi dorati di Cartoceto

I bronzi di Cartoceto

Nel giugno 1946 i fratelli Giuseppe e Pietro Peruzzini, due mezzadri che stavano scavando in un campo a Santa Lucia di Calamello, nella parrocchia di Cartoceto (nel comune di Pergola) s’imbatterono nei reperti di un gruppo bronzeo interamente ricoperto a foglia d’oro. La loro si sarebbe rivelata una delle più importanti scoperte archeologiche del Novecento.

La notizia del fortuito ritrovamento si diffuse in maniera frammentaria, e quando le forze dell’ordine si recarono sul luogo, tutto era già stato fatto sparire. Nella caotica ed emergenziale situazione del dopoguerra, il solo dipendente del Museo Archeologico Nazionale delle Marche – semidistrutto dai bombardamenti – Nereo Alfieri fece sequestrare i frammenti rimasti sul luogo dello scavo clandestino, e riuscì a farsi consegnare quelli occultati in precedenza. Erano in tutto più di trecento pezzi, sui quali intervenne in un primo momento il restauratore Bruno Bearzi di Firenze. Il suo lavoro – portato avanti per più di dieci anni – fu reso ancor più difficile dal fatto che i frammenti erano stati deformati intenzionalmente prima del loro interramento, a testimoniare una volontà di distruzione inflitta con attrezzi contundenti.

Schema ricostruttivo del gruppo

Dal 1975 al 1986 i bronzi furono oggetto di una seconda campagna di restauro, condotta dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana, che permise di assemblarne i vari pezzi, e restituire per la prima volta l’immagine d’insieme di un gruppo statuario equestre composto da quattro figure, due cavalieri a cavallo e due donne in piedi: esso è l’unico gruppo scultoreo in bronzo dorato risalente all’epoca romana – realizzato con la tecnica della fusione a cera persa, e di magistrale fattura – giunto ai nostri giorni. E’ paragonabile per importanza alla Quadriga di San Marco a Venezia e al Marco Aurelio di Roma, che come questi bronzi sono impreziositi dalla doratura.

Il complesso suggerisce la consuetudine romana, diffusa dalla tarda repubblica in avanti, di realizzare immagini monumentali per testimoniare il proprio potere familiare e politico: rappresenta infatti i componenti di una stessa famiglia, disposti in uno schema piramidale con le donne ai lati, e i cavalieri al centro in posizione simmetrica e speculare.

I bronzi di Cartoceto – dettaglio dei cavalli e del cavaliere

Uno dei due cavalieri è pressoché integro, raffigura un uomo di circa quaranta anni per il cui abbigliamento è identificabile come militare di alto rango. Nonostante indossi la veste militare, ha il braccio alzato in segno di pace. Dell’altro cavaliere non sono rimasti che minimi frammenti. I due cavalli sono rappresentati mentre incedono, con la gamba anteriore alzata. I loro pettorali sono decorati con tritoni, nereidi, cavalli marini e delfini, e sono ornati con bardature su cui si ammirano alcuni dèi, ritratti in funzione protettiva: Giove, Marte, Venere, Mercurio, Giunone e Minerva. Delle due donne, una si è conservata nella sola porzione compresa tra il basamento e la vita: l’altra invece è integra, è in età avanzata, indossa la stola e la palla e presenta un’acconciatura ellenistica.

Proprio questa acconciatura ha consentito di datare il gruppo alla metà del I secolo a.C., introducendo un elemento di certezza in un capolavoro altrimenti circondato dai misteri.

Il giallo che avvolge questa opera riguarda infatti l’identità delle figure che essa rappresenta, il luogo della sua collocazione originaria, il perché sia stata distrutta e quindi sotterrata, dubbi e domande a cui gli studiosi nel corso dei decenni hanno cercato di dare risposte, senza pervenire a soluzioni definitive.

I bronzi di Cartoceto – dettaglio della donna

Senza dubbio, i personaggi rappresentati appartengono a una famiglia di alto rango, quasi certamente senatorio, più o meno legata al territorio in cui il gruppo è stato ritrovato: fra le ipotesi, la famiglia dei Domizi Enobarbi, Marco Satrio (definito “Patronus agri Piceni”) e Lucio Minucio Basilo (futuro cesaricida), la famiglia di Cicerone (con Cicerone medesimo), Lucio Licinio Varrone Murena, Lucio Licinio Murena e Terenzia sposa di Gaio Mecenate, e infine Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, Azia Maggiore e Giulia Minore. L’identità dei personaggi potrebbe essere strettamente collegata alla collocazione cui l’opera era destinata: se essa si fosse trovata in una città romana prossima all’area del suo ritrovamento, l’attenzione andrebbe rivolta ai personaggi magnatizi locali, se invece la sua provenienza fosse più lontana, i ritratti potrebbero riferirsi a un numero di famiglie estremamente più ampio.

Il ritrovamento è avvenuto in una zona extra-urbana, tra l’intersezione della via Flaminia e la via Salaria Gallica, e questa collocazione ha suggerito una rimozione frettolosa dalla originaria posizione, che le ipotesi contendono fra l’ager Gallicus (ovvero il territorio di ritrovamento), l’antica Pesaro, l’esedra dell’Heraion di Samo, l’Arco di Augusto di Rimini, il foro dell’antica Fossombrone o dell’antica Sassoferrato o dell’antica Suasa.

Anche sul perché il gruppo sia stato distrutto e quindi interrato non c’è accordo: si è pensato a un’azione di damnatio memoriae, ma questa tesi è sempre meno accreditata, oppure a una rimozione in epoca tardoantica o bizantina e all’accantonamento in un ripostiglio, magari per riutilizzarne in seguito il metallo, oppure ancora a un furto e a un bottino di guerra.

Anonimo marchigiano d’inizio ‘500, Polittico di San Giacomo

L’unica certezza è che il complesso, per cause a noi sconosciute, è stato celato nel terreno per oltre duemila anni. Quando è tornato alla luce la sua importanza è stata tale da determinare anche una contesa museale fra il Comune di Pergola – dove esso fu ritrovato – e il Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona – dove per la prima volta fu esposto. I bronzi oggi si possono ammirare nel Museo di Pergola, che si compone – oltre che di quella archeologica – anche delle sezioni storico-artistica, numismatica e d’arte contemporanea.

Alla visita del Museo e ai bronzi di Cartoceto ho dedicato una galleria fotografica.

Immagini dei bronzi di Cartoceto e del Museo di Pergola

A Jesi con Federico II, Giovan Battista Pergolesi, Lorenzo Lotto. Tra Trecento, Rococò, Rinascimento e Medioevo

Torrione angolare rotondo e cinta muraria in Costa del Montirozzo

È difesa da una splendida cinta muraria trecentesca la cittadina di Jesi, che ha dato i natali a Federico II di Svevia, nato – secondo la tradizione – in una tenda nell’attuale piazza del Duomo il 26 dicembre 1194.  I bastioni difensivi sono perfettamente conservati nella parte occidentale e sono percorribili in alcuni tratti, mentre esternamente si impongono con forza i torrioni angolari, che impressionano per la loro forza: rappresentano un’occasione per ammirare questa cittadina dall’alto, prima di discendere e inoltrarsi nelle vie che ne caratterizzano il centro storico.

Piazza Federico II

Piazza del Duomo sorge sul luogo dove si trovava il foro romano ed è intitolata a Federico II per ricordarne la nascita, “Imperatore del sacro romano impero, re dei romani, d’Italia, di Germania, di Sicilia, di Gerusalemme, di Arles e su tutto uomo di pace”, come recita una lapide posta su Palazzo Ripanti. Proprio per celebrare questa figura straordinaria, in Palazzo Ghisleri è stato da poco inaugurato il museo  “Federico II Stupor mundi, che in sedici sale su tre livelli permette di conoscere la storia dell’imperatore svevo, spaziando tra l’arte, la letteratura e la cultura scientifica di quell’epoca.

Museo Federico II Stupor Mundi, Imperatore

La ricostruzione, assolutamente fedele ai fatti storici, si avvale di installazioni video, plastici, rievocazioni architettoniche e sartoriali, e accompagna il visitatore in un viaggio che, dalla nascita di Federico II, figlio di Costanza d’Altavilla e di Enrico VI (figlio a sua volta di Federico Barbarossa), rammenta la sua educazione e la sua incoronazione a Re di Germania e Sicilia e quindi ad imperatore del Sacro Romano impero, avvenuta all’interno della Basilica di San Pietro di cui è ricostruito l’interno di epoca romanica.

Museo Federico II Stupor Mundi, Sicilia arabo-normanna

Evocando la Zisa di Palermo si ricrea l’atmosfera della Sicilia della sua epoca, caratterizzata dalla convivenza di culture diverse e dalle architetture arabo-normanne, e in un’altra sala si racconta la storia di Lucera, dove l’imperatore fece trasferire i saraceni di Sicilia che gli si erano ribellati. Con il plastico di Castel del Monte si mostrano le rocche che Federico II fece costruire e si racconta l’iconografia della Porta di Capua, oggi completamente distrutta. Si narra la crociata che lo vide impegnato nel 1228, con la quale conquistò Gerusalemme senza alcun combattimento ma grazie a un accordo diplomatico con il nipote di Saladino, il difficile rapporto con il papato e la lotta contro i comuni: quindi il declino, dopo la sconfitta a Parma e infine la morte, sopraggiunta a Fiorentino di Puglia.

Museo Federico II Stupor Mundi, La falconeria

Una sala è riservata alla falconeria, cui egli – da appassionato cacciatore con il falco – dedicò il trattato “De arte venandi cum avibus”. In ogni sala il visitatore può decidere quanto approfondire le tematiche proposte, grazie ai vari livelli di lettura che affascinano e intrigano sia chi si avvicina per la prima volta a questa figura, sia l’appassionato e l’esperto di Medioevo. Consiglio fortemente la visita di questo museo, davvero di grande interesse, capace di avvincere e affascinare nel rispetto della verità storica, ben allestito e con personale di grande gentilezza.

Il giardino dell’Hostaria Dietro le Quinte

Al termine della mia visita ho pranzato presso l’Hostaria dietro le quinte, che si trova in piazza della Repubblica accanto al Teatro Pergolesi: mi sono trovata benissimo, con una cucina di ottimo livello, piatti originali e preparati con cura, un servizio accogliente e tempestivo, un giardino incantevole per riposarsi e mangiare con calma.

Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti – soffitto

Mi sono infine recata presso Palazzo Pianetti, dove si trova la Pinacoteca Civica e la Galleria di Arte contemporanea. Il palazzo risale al 1748 ed è l’esempio più significativo di architettura settecentesca a Jesi: è un edificio residenziale patrizio che al piano nobile vanta un’eccezionale Galleria degli Stucchi, meraviglioso esempio di rococò realizzato tra il 1767 e il 1770 che, per una lunghezza di settanta metri, narra il viaggio dell’uomo verso la conoscenza. Ricorrendo ad allegorie e simbologie che riempiono ogni superficie visibile, si rappresenta il tempo che scorre, il ciclo dei quattro elementi, i continenti, le Arti Liberali, le Virtù Cardinali, scene lagunari e marine.

Il soffitto di una delle sale di Palazzo Pianetti

Oltre alla Galleria, i soffitti del Palazzo catturano l’attenzione per la loro bellezza e sviluppano il tema delle Storie di Enea dispiegandone i motivi nelle volte di sei stanze. La Pinacoteca custodisce inoltre alcune opere davvero imperdibili di Lorenzo Lotto, fra cui la concitata e commovente Deposizione (ogni personaggio esprime in modo unico ed originale il dolore per la morte del Cristo), l’Annunciazione, che si caratterizza per la spontaneità delle reazioni (Maria è rappresentata quasi spaventata, colta di sorpresa dall’apparizione improvvisa dell’Angelo), la Pala di Santa Lucia (che nella scenografia rievoca l’architettura esina di Palazzo della Signoria), la Madonna delle Rose, con un vivacissimo Bambin Gesù che si slancia verso Giuseppe, la Visitazione, con quattro figure femminili raccolte in un interno domestico e l’unico uomo, Zaccaria, posto ad assistere dal limite di una porta.

Lorenzo Lotto, Cristo deposto nel sepolcro – dettaglio

Oltre alla Pinacoteca, collocata al piano nobile, il Palazzo offre la Galleria d’arte contemporanea ospitata al piano superiore, nell’appartamento ottocentesco, e infine il nuovo Museo Archeologico, inaugurato lo scorso dicembre presso le Scuderie. Si tratta di uno spazio che permette di ricostruire la storia di Jesi e della Vallesina dal Paleolitico fino all’epoca romana, e che – tra le opere in esposizione – vanta otto statue di età giulio-claudia scoperte all’interno di una cisterna sotto l’attuale Palazzo Mestica.

Teatro Pergolesi

Al termine della visita mi sono concessa una passeggiata nel centro storico, ammirando il Teatro cittadino intitolato a Giovan Battista Pergolesi, nato a Jesi nel 1710 e divenuto uno dei più importanti compositori di musica barocca in Italia, e contemplando Palazzo della Signoria, che mostra le sue forme rinascimentali riconducibili al genio del senese Francesco di Giorgio Martini. Ho lasciato questa cittadina a malincuore, perché non sono riuscita a vedere tutto quel che avrei voluto (ad esempio la Casa-Museo Colocci-Vespucci, Palazzo Bisaccioni e la sua quadreria, la Biblioteca Planettiana, l’interno del teatro Pergolesi), ma con la certezza di tornare presto, magari in occasione del Palio di San Floriano (il santo protettore della Città) che si svolge ogni anno a maggio.

Chiesa di San Marco

Come ultimo ricordo, ho la visita della Chiesa di San Marco, situata subito fuori il centro cittadino, che venne fondata dai monaci benedettini nella prima metà del XIII secolo. Conserva magnifici affreschi risalenti al XIV secolo, testimonianza preziosa dell’influenza della lezione giottesca nelle Marche: tra le scene che si possono ammirare, sopravvissute a distruzioni e rimaneggiamenti successivi, quello meglio conservato è la Crocifissione, collocata dietro l’altare.

Pubblico una galleria di immagini dedicata alla mia gita. Per organizzare una visita, consiglio il blog di Destinazione Marche, che è ricco di spunti e suggerimenti utili, ad esempio sulle dieci cose da fare e vedere a Jesi, oltre che il sito del turismo del Comune di Jesi (che indica anche un elenco delle guide turistiche abilitate) e ovviamente il portale turismo della Regione Marche.

Immagini della gita a Jesi

Fabriano dalle mille storie

Palazzo del Podestà e fontana Sturinalto

Visitare la città di Fabriano significa apprendere le numerose storie che nel corso dei secoli si sono intrecciate in questa città e ne hanno segnato il passato. Nel corso di una giornata si possono ammirare luoghi unici come il Museo della Carta e della Filigrana, allestito nel complesso monumentale di San Domenico, che fa conoscere la storia della carta e il suo ciclo produttivo: qui infatti è stata ricostruita una Gualchiera Medievale Fabrianese che riprende le tecniche dei “Maestri Chartai” e illustra l’arte di fare la carta come sette secoli fa. Nel corso della visita guidata – della durata di circa un’ora e mezzo – si apprende lo stretto legame tra la manifattura cartiera e lo sviluppo cittadino nel corso dei secoli nonché le innovazioni introdotte dagli artigiani nella lavorazione dei fogli e la loro abilità nella creazione delle filigrane, di cui sono esposti esemplari dal XIII secolo ad oggi.

“Essiccatoio” dei fogli umidi

I cartai fabrianesi appresero l’arte della fabbricazione dagli arabi, che a loro volta avevano imparato dai cinesi, introducendo però tecniche – in particolare la “collatura”, ovvero l’impermiabilizzazione agli inchiostri da scrivere – che consentirono una maggiore resistenza nel tempo e un’incomparabile qualità: grazie a queste innovazioni, la carta sostituì progressivamente la pergamena, diventando il supporto ideale per la stampa e l’uso documentario, diffusione che si consolidò con la tecnica dei caratteri mobili. La visita guidata mostra in particolare il funzionamento di una pila a magli multipli (qui un video) usata per ridurre gli stracci in fibra, e si avvale della presenza di un “lavorente” che, filtrando le fibre immerse nell’acqua di un tino, crea il foglio, secondo le tecniche dei cartai fabrianesi del XIII secolo. Viene infine spiegata la tecnica della filigrana, utilizzata già sul finire del 1200 per contraddistinguere la produzione, e mostrata una preziosa raccolta di filigrane antiche e moderne.

Maestro di Sant’Agostino, Crocifissione

Oltre al Museo della Carta e della Filigrana, merita assolutamente una visita la Pinacoteca Civica “Bruno Molajoli”, ospitata nell’antico Ospedale di Santa Maria del Buon Gesù. Articolata in cinque sale, offre un bellissimo percorso a partire dal Duecento umbro-marchigiano, attraverso le origini della scuola fabrianese – che è profondamente influenzata dal cantiere di Giotto ad Assisi e che trova il proprio riferimento in Allegretto Nuzi, attivo tra il 1340 e il 1370 e a sua volta d’ispirazione per Gentile da Fabriano – la scultura lignea, il Quattrocento e infine la pittura del primo ‘500, quando si avvia un profondo rinnovamento delle chiese per conquistare la Sede Vescovile e si impongono nuovi canoni iconografici dettati dalla cultura della Controriforma.

La casa di Ester, Giacomo Manzù, Bambina in poltrona

A piano terreno infine si può ammirare la collezione di arte del Novecento appartenuta ad Ester Merloni, esponente della nota famiglia di imprenditori fabrianese scomparsa nel 2015, che con un gesto di grande generosità ha voluto donare le sue opere alla città. La collezione, denominata “La casa di Ester”, è organizzata secondo la disposizione originaria all’interno dell’abitazione in cui si trovava, dall’ingresso fino alla sala del camino: comprende opere di Giovanni Boldini, Giacomo Balla, Alberto Savinio, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Giuseppe Capogrossi, Afro Basaldella, Lucio Fontana, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Arnaldo Pomodoro.

Chiostro della Chiesa dei Santi Biagio e Romualdo

Passeggiando tra le vie cittadine si giunge inoltre ad alcune chiese che celano storie affascinanti: tra di esse, la chiesa dei Santi Biagio e Romualdo, che nella cripta conserva dentro una ricchissima urna il corpo di San Romualdo, fondatore dei frati Camaldolesi. La chiesa di Sant’Onofrio al proprio interno custodisce la Scala Santa, composta da 14 gradini di cui tre racchiudono frammenti della Scala Santa di Roma ottenuti nel 1769. Entrambe le chiese, in genere chiuse, possono essere visitate su appuntamento con un custode, contattabile tramite l’ufficio turistico (cui consiglio di rivolgersi per ogni genere di informazioni). Infine il Duomo, San Venanzio, che nella cappella di San Lorenzo mostra un ciclo di affreschi di Allegretto Nuzi con le storie del Santo (appena restaurati, quindi da non perdere) e offre una bella tela di Orazio Gentileschi raffigurante la Crocifissione e un’altra con San Carlo Borromeo e l’Angelo, sempre di mano del Gentileschi. Segnalo inoltre che in questo periodo in Duomo è stato allestito il presepe, e una raccolta di presepi antichi è esposta nel vicino Museo Diocesano, inaugurato nel 2015 nei locali del Palazzo Vescovile.

Voltone del Palazzo del Podestà

Con un secondo giorno a disposizione, si possono visitare il Museo del Pianoforte storico e del Suono (nel Complesso Monumentale San Benedetto), che espone diciotto pianoforti risalenti a un periodo compreso fra la fine del Settecento e i primi del Novecento, e il Museo delle Arti e dei Mestieri in Bicicletta (presso la Galleria della Arti), con ottanta biciclette d’epoca modificate per consentire sui due pedali lo svolgimento dei mestieri più disparati: dal fabbro al calderaio, dal cocciaro al falegname, dallo stagnino all’ombrellaio.

A poco più di dieci chilometri da Fabriano si trovano infine le Grotte di Frasassi, la cui visita è spettacolare e indimenticabile. Per pianificare questa visita, e le tante altre che il territorio marchigiano offre con generosità, consiglio di dare un’occhiata al portale della Regione Marche dedicato al turismo (che offre interessanti brochures da sfogliare e proposte di itinerari tematici) e al blog Destinazione Marche, che ha merito di offrire uno sguardo insolito su questa bella regione raccontandone le storie meno conosciute.

Ho pubblicato una galleria di immagini dedicata a ciò che ho visto.

Immagini di Fabriano

Una giornata a Recanati: Lorenzo Lotto e Giacomo Leopardi

Villa Colloredo Mels, Lorenzo Lotto, Annunciazione

In occasione delle festività natalizie consiglio una gita a Recanati, la città di Leopardi che offre – oltre ai luoghi legati alla vita e alle parole dell’inquieto poeta – la splendida pinacoteca del Museo Civico di Villa Colloredo Mels. Qui dal 21 dicembre sarà visitabile una mostra temporanea, curata da Vittorio Sgarbi, che accosta due anime di grande sensibilità quali Giacomo Leopardi e Lorenzo Lotto, di cui la pinacoteca conserva capolavori come L’Annunciazione, il Polittico di San Domenico e la Trasfigurazione. L’esposizione, dal titolo “Solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente. Lorenzo Lotto dialoga con Giacomo Leopardi” inaugurerà anche il nuovo allestimento permanente delle sale dedicate a Lotto, le cui opere saranno temporaneamente accostate a manoscritti, documenti e cimeli leopardiani.

Villa Colloredo Mels, Lorenzo Lotto, Polittico di San Domenico – dettaglio

Villa Colloredo Mels oltre alla pinacoteca civica custodisce la sezione archeologica, la sezione storica (che espone la bolla aurea con la quale Federico II nel 1229 concesse alla città di Recanati la possibilità di costruire un porto esente da dazi), le ceramiche novecentesche e il museo dell’emigrazione marchigiana, dedicato agli oltre 700.000 marchigiani emigrati.

Torre del Borgo

L’edificio si trova nella parte più occidentale di Recanati, poco distante dalla cattedrale di San Flaviano, e da qui seguendo il corso principale si arriva velocemente alla piazza del Comune, dove si erge la Torre del Borgo: alta 36 metri, reca sul lato nord un leone rampante di Jacopo Sansovino e ospita al proprio interno il Murec, ovvero il Museo della storia del borgo recanatese. Proseguendo sul corso principale si costeggia il Teatro Persiani, che ospita anche il Museo “Beniamino Gigli” dedicato al cantante lirico, e il complesso di Sant’Agostino, fiancheggiato dalla “torre antica” cantata da Leopardi ne “Il passero solitario”: “D’in su la vetta della torre antica, / Passero solitario, alla campagna / Cantando vai finchè non more il giorno [… ]”.

Palazzo Leopardi

Sempre tenendosi sul corso principale si giunge a Palazzo Antici-Mattei, casa natale di Adelaide – madre di Giacomo – di fronte al quale si trovano le scuderie, ornate con busti provenienti dal Circo Flaminio di Roma. L’ultimo tratto di strada conduce alla piazzetta de “Il sabato del villaggio”, sulla quale si erge Palazzo Leopardi e – di fronte ad esso – la casa dove abitava Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, fanciulla che ispirò al poeta la figura di Silvia dell’omonima poesia. Palazzo Leopardi, tuttora abitato dalla famiglia, è visitabile al primo piano, dove si trova la biblioteca del Conte Monaldo, padre di Giacomo: in queste sale il poeta studiò insieme ai fratelli Carlo e Paolina, sotto la guida paterna.

Orazione di Giacomo Leopardi In occasione della liberazione del Piceno

I 20.000 volumi che compongono la raccolta si trovano tutt’oggi nella collocazione voluta dal loro collezionista, che li scelse e riunì mettendoli a disposizione non soltanto della propria famiglia, ma di tutti i concittadini: come recita una lapide nella seconda sala “FILIIS AMICIS CIVIBVS / MONALDVS DE LEOPARDIS / BIBLIOTHECAM / ANNO MDCCCXII”. Oltre alle sale del primo piano, nei locali dell’ex frantoio è visitabile la mostra “Giacomo dei libri. La biblioteca Leopardi come spazio di idee”, che racconta la fondazione della raccolta da parte del conte Monaldo, mostra i libri amati dal figlio poeta, oggetti di famiglia e manoscritti.

Le stanze abitate da Teresa Fattorini

Di fronte a Casa Leopardi si trova la casa di “Silvia”, che da questa estate è visitabile grazie a un attento restauro, che ha messo in sicurezza l’edificio e ha allestito un nuovo percorso nelle sale dove visse Teresa Fattorini: si possono vedere le stanze dove abitavano i “famigli” dei Leopardi, arredate con mobili d’epoca tutti provenienti dalla casa padronale. Dalle finestre dell’abitazione appare casa Leopardi, situata proprio al di là della piazzetta, e si immagina facilmente il canto di “Silvia”, intenta al lavoro al telaio, che giunge fino alle stanze della Biblioteca dove Giacomo trascorreva le sue ore di studio: “Sonavan le quiete / Stanze, e le vie dintorno, / Al tuo perpetuo canto, / Allor che all’opre femminili intenta / Sedevi, assai contenta / Di quel vago avvenir che in mente avevi. / [… ] Io gli studi leggiadri / Talor lasciando e le sudate carte, / Ove il tempo mio primo / E di me si spendea la miglior parte, / D’in su i veroni del paterno ostello / Porgea gli orecchi al suon della tua voce, / Ed alla man veloce / Che percorrea la faticosa tela [… ]”.

Il Colle dell’Infinito

Al limite del paese si trova infine il Colle dell’Infinito, meta delle passeggiate di Giacomo che vi giungeva dal giardino di casa, e da cui si ammira un vasto panorama, dal monte al mare: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. [… ]”. Una targa sul muro con il primo verso della poesia è stata collocata sul luogo in cui probabilmente Leopardi compose “L’infinito”.

Ho pubblicato una galleria di immagini dedicata alla mia gita, che ho pianificato anche grazie alle informazioni reperite on line, in particolare sul portale del turismo della Regione Marche. L’ufficio turistico che si trova nel borgo è sollecito nel dare indicazioni utili e suggerimenti di visita, e offre un interessante e fornito bookshop. Ulteriori suggestioni si possono reperire sul sito Destinazione Marche.

Immagini di Recanati