Venezia: cosa vedere in tre giorni, e altri consigli

Il panorama dal ponte dell’Accademia verso Punta della Dogana

Questo post nasce dal mio ultimo fine settimana a Venezia, ma ricorda anche le tante cose viste che mi sento di suggerire a cuore aperto, ottime alternative anche quando le mostre temporanee che ho ammirato e di cui qui scrivo saranno concluse. Come primo vademecum alla visita della città, penso sia necessario tenere ben presente gli orari di apertura e chiusura, che condizionano l’organizzazione di ogni giornata: i bacari a pranzo chiudono alle 14, i musei chiudono alle 18, ad eccezione dei musei civici che fino al 31 marzo chiudono fra le 16 e le 17, i ristoranti a cena hanno talvolta due turni, il secondo dei quali è alle 21,30, orario dopo il quale è molto difficile essere accolti. Infine, moltissime chiese non sono visitabili la domenica e, quando sono aperte, hanno orari di chiusura variabili: ad esempio non sono riuscita a visitare – a pagamento – la sagrestia di Santa Maria della Salute perché già alle 11,40 era stata chiusa, mentre avrebbe dovuto rimanere aperta fino alle 12.

Giorno 1

Maurizio Nannucci, Changing Place, Changing Time, Changing Thoughts, Changing Future

Sono tornata alla Peggy Guggenheim Collection perché è un luogo straordinario, dove passeggiare tra opere d’arte uniche in un ambiente davvero peculiare, in un Palazzo – l’unico a un piano lungo tutto il Canal Grande, e noto come palazzo non finito – che fu acquistato da Peggy Guggenheim nel 1949 e che divenne la sua abitazione. Tra i capolavori che qui si possono ammirare (di cui ho fotografato alcuni miei preferiti), L’empire des lumières di René Magritte, Piazza di Alberto Giacometti, The Antipope di Max Ernst, Jamais di Clyfford Still, En lieu oblique di Yves Tanguy, Alchemy di Jackson Pollock. Alcune foto appese alle pareti mostrano il Palazzo così come l’aveva arredato Peggy Guggenheim, che viene ritratta insieme agli amati cagnolini Lhasa Apso, poi sepolti, insieme alla loro padrona, nel giardino delle sculture. In questo spazio, ricco di opere – tra gli altri – di Arp, Duchamp-Villon, Giacometti, Merz, Moore, è un piacere sostare e passeggiare, mentre dalla terrazza Marino Marini si ammira una bella vista sul Canal Grande.

René Magritte, L’Empire des lumières

Il museo inoltre offre una buona caffetteria, dove è possibile pranzare, riservata esclusivamente ai propri visitatori. Lo spazio riservato alle esposizioni temporanee attualmente ospita una mostra dedicata a Picasso, dal titolo Picasso. Sulla spiaggia, e una dedicata all’arte dei Salon de la Rose + Croix intitolata Simbolismo mistico. Il Salon de la Rose+Croix a Parigi 1892–1897 (entrambe fino al 7 gennaio 2018). In occasione della visita alla collezione, consiglio la visione del film “Peggy Guggenheim: Art Addict“, che permette di comprendere l’importanza di questo luogo nella vita della sua eccentrica e straordinaria padrona di casa.

Santa Maria della Salute

A pochi passi dalla Collezione Guggenheim si trova la Chiesa di Santa Maria della Salute, la cui cupola caratterizza il profilo di Dorsoduro a Punta della Dogana e che merita una visita per la storia che essa testimonia e per le opere d’arte che custodisce al proprio interno. Venne edificata su progetto di Baldassarre Longhena (a cui si devono, tra le altre opere, lo scalone della biblioteca di San Giorgio Maggiore, la Chiesa degli Scalzi, Ca’ Pesaro, Ca’ Rezzonico) come preghiera e ringraziamento alla Madonna per la fine dell’epidemia di peste che decimò la popolazione nel 1630.

Interno di Santa Maria della Salute @ basilicasalutevenezia.it

All’interno di ammirano pale d’altare di Tiziano e Luca Giordano, ma è la sagrestia che merita la visita (purtroppo non sono riuscita ad ammirarla), perché conserva opere di Tiziano, Tintoretto, il Sassoferrato, Palma il Giovane. Rimanendo in Dorsoduro, giungendo a Campo San Sebastiano si può ammirare la Chiesa omonima, che venne completamente affrescata dal Veronese: tra i dipinti, spiccano quelli sul soffitto rappresentanti le storie di Ester. Dopo la sua morte, il pittore venne sepolto qui.

In alternativa alla Collezione Guggenheim si può visitare Palazzo Cini, situato a pochi passi, che fu la casa-museo di Vittorio Cini e che oggi offre alla visita la splendida raccolta d’arte antica di colui che fu uno dei più importanti collezionisti e mecenati del Novecento italiano.

Piero di Cosimo, Madonna con Bambino e due angeli @ palazzocini.it

La Galleria al primo piano espone un nucleo di dipinti, oggetti d’arte e sculture dal XIII al XVI secolo, con la presenza di un cospicuo numero di opere di primitivi toscani e del rinascimento fiorentino, nonché di dipinti ferraresi.

Altrimenti – da solo vale il viaggio a Venezia – consiglio il complesso monumentale delle Gallerie dell’Accademia, che richiede almeno mezza giornata di visita.

Vittore Carpaccio, Incontro di Gioacchino ed Anna tra i santi Luigi IX e Libera @ gallerieaccademia.it

Oltre ad una raccolta di arte strepitosa, ospita mostre temporanee: fino al 2 aprile 2018 è visitabile l’esposizione “Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia” che celebra il bicentenario della fondazione delle Gallerie. Fra le opere in esposizione permanente, quelle che mi hanno più colpito: la Pala di San Giobbe di Bellini (moltissime le opere di Bellini qui esposte), la Madonna dell’arancio di Cima da Conegliano, la Presentazione di Gesù al tempio di Carpaccio, il Ritratto di Giovane uomo di Memling, La vecchia di Giorgione, il Convito in casa di Levi di Veronese, il Trafugamento del corpo di San Marco di Tintoretto, Rinaldo e Armida di Hayez, il Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto di Carpaccio, il ciclo pittorico delle Storie di Sant’Orsola di Carpaccio, San Girolamo e un devoto di Piero della Francesca, il San Giorgio di Mantegna, la Tempesta di Giorgione, la Presentazione di Maria al Tempio di Tiziano, la Madonna dello zodiaco di Cosmè Tura.

Giorgione, La tempesta @ gallerieaccademia.it

Oltre ai capolavori, degno di ammirazione è il palazzo che li ospita, che riserva ambienti davvero da capogiro: il complesso è interessato da alcuni anni da lavori di restauro che mirano a raddoppiarne gli spazi espositivi, e per ridurre al minimo i disagi le sale – adesso sono interessate dai lavori quelle al primo piano – vengono chiuse  in via parziale e temporanea: è utile pertanto, prima della visita, consultare on line le opere effettivamente in esposizione e quelle temporaneamente non visibili. Consiglio inoltre il noleggio dell’audioguida, che consente un approfondimento interessante e niente affatto noioso della storia delle opere e dei loro artisti.

Giorno 2

Punta della Dogana vista dall’Isola di San Giorgio Maggiore

Il secondo giorno ho visitato Punta della Dogana e Palazzo Grassi in occasione della mostra “Treasures from the wreck of the Unbelievable” di Damien Hirst, in programma fino a 3 dicembre prossimo. Sulla mostra e le impressioni che ha suscitato in me ho scritto questo post, oltre ad aver scattato moltissime foto. Sono inoltre stata alla Scuola grande della Misericordia dove è allestita una mostra multimediale dedicata a Giotto, dal titolo “Magister Giotto”: l’esposizione – visitabile fino al 23 novembre – si articola al primo piano di questo magnifico ambiente ed è stata organizzata in occasione dei 750 anni dalla nascita del maestro, di cui racconta la vita e le opere accompagnati dalla musica di Paolo Fresu.

In alternativa alla visita degli spazi della Fondazione Pinault, fino al 26 novembre sarà visitabile anche la Biennale d’Arte, quest’anno intitolata “Viva Arte Viva” e come di consueto organizzata negli spazi dell’Arsenale e ai Giardini (oltre che nel centro storico di Venezia): la visita richiede almeno un giorno intero.

Palazzo Ducale e campanile di San Marco visti dall’Isola di San Giorgio Maggiore

Una volta concluse queste esposizioni, la giornata potrebbe essere dedicata alla scoperta di Palazzo Ducale, che ora ospita una splendida mostra di gioielli della collezione Al Thani, ammirabile fino al 3 gennaio 2018. Oltre alla visita del Palazzo, che da sola richiede mezza giornata e per la quale merita il noleggio dell’audioguida, consiglio caldamente la visita guidata dei percorsi segreti, che permette di vedere luoghi non visitabili liberamente, quali i Pozzi e i Piombi, oltre ad ambienti dedicati all’amministrazione della Serenissima: il percorso, che richiede la prenotazione anticipata e ha un biglietto a sé, permette di conoscere la storia politica e civile della città, la sua organizzazione e l’amministrazione della giustizia.

Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio @ http://palazzoducale.visitmuve.it

Per visitare il Palazzo si può acquistare il biglietto unico, con validità tre mesi, che consente anche l’accesso al Museo Archeologico, al Museo Correr e alla Biblioteca Marciana (oltre che all’esposizione temporanea), oppure il Museum Pass che dà accesso a tutti i musei civici veneziani e che ha validità sei mesi dalla data dell’acquisto.

Una volta in piazza San Marco, è impossibile – a meno di non essere davvero molto stanchi… – non visitare la Basilica, sul cui spigolo verso l’ingresso al Palazzo Ducale si trova il celebre gruppo dei Tetrarchi in prezioso porfido rosso.

Piazza San Marco con l’acqua alta

L’ingresso è libero e gratuito e, prima nel nartece e poi all’interno, lo sguardo è inevitabilmente attirato dai meravigliosi mosaici in vari colori e a foglia d’oro che coprono le volte e le cupole, che rappresentano un ricco programma iconografico sviluppato lungo otto secoli di storia; merita grande attenzione anche lo straordinario pavimento in marmo che, come un immenso tappeto, riveste tutta l’area della basilica (ben 2099 metri quadrati), con motivi geometrici e figure animali.

I mosaici di San Marco @ basilicasanmarco.it

Pagando un biglietto a parte, è possibile ammirare il ricco tesoro di San Marco, che comprende oggetti di varia provenienza (pezzi portati a Venezia da Costantinopoli dopo il 1204, coppe di origine islamica, oggetti in filigrana…) e soprattutto rimanere a bocca aperta di fronte alla pala d’oro, realizzata a Costantinopoli nel 1105 su committenza del doge Ordelaffo Falier: un capolavoro di oreficeria gotica con 250 smalti cloisonnés ornata di perle e pietre preziose che celebra il culto della luce, narrando le storie della vita di Cristo e di San Marco.

Pala d’oro @ basilicasanmarco.it

Sempre nel corso della visita della Basilica è possibile accedere al museo di San Marco, a pagamento, che comprende oggetti di varia natura appartenenti alla basilica e, soprattutto, la Quadriga marciana, che dopo l’ultimo restauro è stata qui spostata dalla sua originaria posizione al centro della facciata principale: l’opera, in bronzo dorato, giunse a Venezia insieme al bottino di guerra raccolto dopo la conquista di Costantinopoli del termine della IV Crociata nel 1204, insieme a molti altri oggetti oggi visibili nel tesoro di San Marco.

Quadriga marciana @ basilicasanmarco.it

Prima di abbandonare la Basilica, vale la pena soffermarsi ad ammirare le facciate, anch’esse ornate da sculture e mosaici che raccontano la storia della Basilica e di Venezia. Prima di pianificare la visita della Basilica, consiglio di dare un’occhio al sito web, dove sono chiaramente indicati gli orari di visita e le eventuali sospensioni.

Giorno 3

L’isola di San Giorgio Maggiore vista da Punta della Dogana

Ho dedicato la mattina alla visita dell’isola di San Giorgio Maggiore, dove si trova la Fondazione Giorgio Cini, ospitata nell’antico convento benedettino, e la Chiesa di San Giorgio Maggiore. Gli spazi conventuali sono visitabili esclusivamente con guida (in italiano il sabato e la domenica con partenza alle 10, 12, 14 e 16), che consente di scoprire la storia dell’isola e della Fondazione, ammirandone i magnifici luoghi (cui dedico una mia personale galleria di foto): il Chiostro dei Cipressi costruito agli inizi del Cinquecento da Andrea Buora, il Chiostro palladiano, ultimato ai primi del Seicento su progetto di Andrea Palladio, che costruì anche la Chiesa e il Refettorio.

Il chiostro di Andrea Palladio

Per il Refettorio Paolo Veronese dipinse la monumentale tela de Le nozze di Cana, che ornava completamente la parete di fondo dando l’illusione di prolungare lo spazio e richiamando, nella sua architettura dipinta, quella progettata da Palladio. L’opera fu ordinata dalla comunità benedettina nel 1562 e venne realizzata in 15 mesi, riscuotendo un successo tale da determinare una svolta nella carriera del pittore, a cui furono chieste numerose varianti da parte di altre comunità religiose. Qui inoltre le pressanti domande per visitare il capolavoro rischiarono di turbare la pace e la quotidianità della comunità benedettina.

Il refettorio di Andrea Palladio

Per volontà di Napoleone la tela fu smontata e trasportata in barca a Parigi nel 1797 ed esposta al Louvre, dove tuttora si trova, nella sala che ospita la Gioconda di Leonardo. Oggi a San Giorgio si trova un bel fac simile, che ha il merito di restituire l’impressione originaria. Gli altri luoghi oggetto della visita guidata sono lo scalone del Longhena, che costituisce l’ingresso monumentale alle sale superiori, la biblioteca del Longhena con le sue librerie originali (che scamparono al trafugamento in Francia, a differenza della tela del Veronese, perché troppo pesanti per essere trasportate in barca), la nuova Manica Lunga, che originariamente era il dormitorio, oggi destinata a Biblioteca – mirabile nell’allestimento di Michele De Lucchi – e infine il labirinto Borges, ricostruzione del giardino-labirinto realizzato in occasione dei venticinque anni dalla morte dello scrittore argentino. La Fondazione Cini organizza esposizioni temporanee nello spazio de Le stanze del vetro: quella in corso, visitabile fino al 7 gennaio, è dedicata a Vittorio Zecchin, e mostra i vetri soffiati disegnati per Cappellin e Venini dal 1921 al 1926 (qui qualche scatto delle opere in mostra).

La facciata della Chiesa di San Giorgio Maggiore

Terminato il giro negli spazi della Fondazione, ho visitato la Chiesa di San Giorgio Maggiore, progettata dal Palladio dopo la realizzazione del refettorio del monastero. La Chiesa si affaccia sul bacino di San Marco e dalla sua scalinata di ingresso si ammira un’indimenticabile vista sulla basilica marciana e sul Palazzo Ducale.

Ho riservato il pomeriggio alla visita del Palazzo Fortuny, che fino al 26 novembre ospita la temporanea “Intuition”: secondo la sua presentazione, la mostra intende indagare i modi in cui l’intuizione ha plasmato l’arte in latitudini, culture ed epoche diverse. Il suo allestimento – oltre a consentire di ammirare opere antiche e moderne, collocate le une accanto alle altre secondo accostamenti insoliti e stimolanti – si coniuga perfettamente con gli spazi del palazzo di Mariano Fortuny e offre belle suggestioni (qui qualche immagine). Segnalo infine che al “padrone di casa” il Prado sta dedicando un’esposizione antologica (appena inaugurata) cui il Museo veneziano contribuisce con il prestito di oltre 30 opere: l’esposizione si intitola “Fortuny (1838-1874)“.

Tiziano Vecellio, Madonna di Ca’ Pesaro @ basilicadeifrari.it

Da Palazzo Fortuny vale la pena arrivare fino alla Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari – distante pochi minuti – dove oggi è possibile ammirare la pala Pesaro di Tiziano, restituita alla visita da poche settimane al termine di un restauro durato quattro anni. Si tratta di un capolavoro della pittura veneziana che è stata adesso restituita al pieno godimento, nello splendore dei suoi colori. Fra le altre opere esposte ai Frari vi sono il polittico con Madonna, Bambino e Santi di Bellini, la statua di San Giovanni Battista di Donatello (unica sua opera veneziana), i monumenti a Canova, Tiziano, al Doge Nicolò Trion e al Doge Francesco Foscari, l’Assunta di Tiziano. La Basilica presenta inoltre un coro ligneo maestoso, che si erge al centro della navata nella sua collocazione originaria, e la cortina marmorea che lo circonda, ornata con busti in rilievo di Patriarchi e Profeti dell’Antico Testamento.

La facciata della Scuola Grande di San Rocco

Accanto alla Basilica si trova la Scuola Grande di San Rocco, un luogo rimasto pressoché inalterato dall’epoca della sua costruzione (1478) e che accoglie il più famoso ciclo pittorico di Tintoretto con episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. Oltre a Tintoretto, di cui si distingue la monumentale Crocifissione, che godette di straordinaria fama fra i suoi contemporanei, la Scuola conserva capolavori come il Cristo portacroce di Giorgione, l’Annunciazione di Tiziano, due teleri di Tiepolo, i dossali in noce che rivestono tutta la sala capitolare. A fianco alla Scuola Grande si trova la Chiesa di San Rocco, concepita come sacrario del Santo, il cui corpo è conservato nell’altare maggiore.

Tramezzini Florian

Al temine di tre giorni di passeggiate a Venezia, consiglio due esperienze da non perdere: una sosta al Caffè Florian di Piazza San Marco, seduti sui comodi divanetti rossi, per assaporare un buon caffè o, nelle fredde giornate invernali, un ottimo zabaione, il tutto servito sull’immancabile vassoio d’argento. La sera suggerisco un passaggio al Casinò, risalente al 1638 e riconosciuto come la casa da gioco più antica al mondo. Il palazzo rinascimentale che lo ospita, Ca’ Vendramin Calergi, fu l’abitazione di Richard Wagner, e qui spirò il musicista nel 1883. Le sale Wagner sono visitabili su appuntamento a cura dell’Associazione Richard Wagner di Venezia.

Alberghi e ristoranti, altri consigli:

Fra i ristoranti stellati sicuramente Da Fiore, che non va confuso con l’omonimo bacaro, situato in tutt’altra zona (che comunque consiglio per l’eccezionale baccalà mantecato).

Dolce fatto in casa dalla Betta alle Antiche Carampane

Un ristorante di ottimo livello, che si distingue per la grande cortesia del personale è Antiche carampane. E’ piccolo e intimo (necessita di prenotazione con ampio anticipo), ma tra le varie prelibatezze qui servono le introvabili moeche.

Fra le trattorie e i bacari: Da Fiore, Al Mascaron, Bancogiro (quest’ultimo si trova nella piazza su cui affacciano diversi bacari, e la consiglio anche perché a pochi passi si ammira una bella vista sul ponte di Rialto).

Aperitivo al Bancogiro

Hotel: consiglio il Boscolo Bellini perché si trova accanto alla stazione, ed è comodissimo per lasciare subito i bagagli. È però fuori mano se si vuole visitare la città. Altrimenti, dopo aver provato diversi alberghi in diverse zone, compresa la centrale San Marco, penso che un’ottima soluzione sia l’Hotel Agli Alboretti, situato accanto all’Accademia. Ci si arriva con tre diversi traghetti – di cui quello che passa per la Giudecca è poco affollato – ed è strategico sia per arrivare in San Marco, sia per visitare l’Isola di San Giorgio o la Giudecca, sia per il sestiere di San Polo. Scesi da traghetto, è raggiungibile a pochi passi senza dover superare alcun ponte. Il personale è molto gentile e disponibile e la colazione è di buon livello.

Gita a Gubbio

Palazzo dei Consoli a Gubbio, vista dal Palazzo Ducale
La vista dal Palazzo Ducale sul Palazzo dei Consoli e i tetti di Gubbio

La città bianca di Gubbio, distesa alle pendici del monte Igino, è una meraviglia che sorprende e merita una sosta di almeno un paio di giorni. Tante sono le storie che si scoprono visitando questo luogo, fra cui quelle legate a San Francesco, che qui si rifugiò dopo essersi allontanato dalla casa paterna di Assisi trovando ospitalità presso la famiglia degli Spadalonga. La Chiesa di San Francesco fu costruita nel XII secolo proprio presso il fondaco degli Spadalonga e la sua sagrestia è da sempre indicata – e rinvenimenti archeologici lo confermano – come la casa della ricca famiglia di mercanti che nell’inverno 1206 offrì accoglienza al Santo: per questo fatto storico la città di Gubbio si dichiara “seconda città di San Francesco”.

Chiesa di San Francesco a Gubbio, targa della sagrestia
Chiesa di San Francesco a Gubbio, la targa della sagrestia che ricorda il soggiorno del Santo

La chiesa merita inoltre una visita per gli affreschi che la decorano e che sono una piccola superstite testimonianza dell’imponente ciclo pittorico che tra XIII e XVI secolo la ornava completamente.

Risalendo le vie cittadine si giunge alla Piazza Grande, su cui si ergono il Palazzo Pretorio, sede del Comune, e il Palazzo dei Consoli, che ospita il Museo civico e la pinacoteca. La piazza è un capolavoro di architettura urbanistica medievale, si erge sopra quattro grandi arcate e fu realizzata, modificando lo stato naturale del terreno, per collegare il Palazzo dei Consoli e il Palazzo del Podestà: unisce i quattro quartieri cittadini (Sant’Andrea, San Martino, San Pietro e San Giuliano) e dal parapetto si ammirano i tetti della città, e il panorama circostante.

Palazzo dei Consoli a Gubbio, la piazza
Palazzo dei Consoli a Gubbio e la sua piazza

La sua storia è strettamente collegata a quella del Palazzo dei Consoli, che fu edificato partire dal 1332 per divenire il centro politico e simbolico della città e del territorio. Il complesso, le cui strutture principali furono completate entro la metà del Trecento, e la cui torre campanaria e la mostra dell’orologio vennero ultimati prima della fine del secolo, era dotato di un acquedotto interno in grado di alimentare anche una fontana, collocata al piano superiore; la presenza di queste tubature per l’acqua corrente e di servizi igienici è la testimonianza dell’elevato sapere tecnico raggiunto all’epoca.

La Sala dell'Arengo del Palazzo dei Consoli a Gubbio
La Sala dell’Arengo del Palazzo dei Consoli

L’interno è molto suggestivo, con la grande Sala dell’Arengo coperta da una volta a botte e il piano nobile riservato alle funzioni dei Consoli, e ospita sin dal 1909 le collezioni del Museo Civico, che raccontano la storia cittadina dalla preistoria al XX secolo. Tra le opere più importanti vi sono le Tavole Iguvine, sette lastre di bronzo che riportano un testo rituale scritto in lingua umbra, risalenti a un periodo compreso tra il III e il I secolo a.C.: raccontano i rituali degli Umbri quali le cerimonie di purificazione della città, i sacrifici in occasione di particolari feste, i riti compiuti in alcuni momenti del calendario cerealicolo, trascritti nei due alfabeti etrusco e latino.

Le Tavole Iguvine nel Palazzo dei Consoli di Gubbio
Le Tavole Iguvine nel Palazzo dei Consoli

Tra le collezioni del Museo Civico vi sono la raccolta di ceramiche, che comprende alcuni pezzi in lustro eugubino (tecnica che determina un effetto di iridescenza, di color rosso), la collezione orientale, che consta di oggetti di origine tibetana, nepalese, indiana e cinese, l’esposizione risorgimentale, che raccoglie donazioni di vari oggetti, documenti e cimeli da parte di privati a partire dal 1936, la sezione archeologica, ricca di una bella collezione numismatica, e la pinacoteca. Quest’ultima è collocata al piano nobile, dove i consoli e il gonfaloniere svolgevano la loro funzione di governo e dove si trovano le fontane alimentate dall’acqua corrente già a partire dal ‘300. Tra le opere di maggiore interesse della pinacoteca, il gonfalone su tela risalente al 1503 e dipinto su entrambe le facce: sul recto Sant’Ubaldo, vescovo e protettore di Gubbio e sul verso la Madonna della Misericordia. Il gonfalone veniva portato in processione durante pestilenze e calamità naturali per ottenere protezione, e in occasione di varie festività religiose.

Palazzo Ducale a Gubbio, il Cortile d'Onore
Il Cortile d’Onore del Palazzo Ducale

Un’altra interessante pinacoteca cittadina è ospitata presso Palazzo Ducale, cui si giunge percorrendo una bella strada in salita nella parte alta della città, via Ducale. Lungo il percorso si costeggia il palazzo dei canonici (ora Museo Diocesano) che custodisce la “botte dei canonici”: un’enorme botte risalente al XV secolo, lunga 4 metri, utilizzata per contenere il mosto e riempita l’ultima volta nel 1928. Giunti a Palazzo Ducale, che si erge di fronte alla Cattedrale (attualmente chiusa per restauri), si può ammirare l’unico esempio di architettura rinascimentale in questa città, prettamente medievale: il palazzo infatti fu eretto tra il 1474 e il 1482 per volere di Federico sul luogo dei caseggiati che i Montefeltro avevano eletto a residenza dopo che la città era entrata, nel 1382, nei loro domini. La pinacoteca conservata al piano terreno consta di opere risalenti al periodo compreso tra il XIII e il XVIII secolo, e illustra lo sviluppo della pittura eugubina, mentre nei livelli sotterranei e nelle aule dei voltoni sono offerte alla visita le vestigia delle strutture medievali preesistenti il palazzo.

Lo Studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Gubbio, ricostruzione
La ricostruzione dello Studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale

A piano terra era inoltre collocato lo Studiolo di Federico, simile a quello di Urbino, che fu realizzato su disegno di Francesco di Giorgio Martini, rivestito di pannelli intarsiati da Giuliano da Maiano e forse di tele dipinte da Pedro Berruguete. Lo Studiolo fu vittima, insieme a tutto il Palazzo, di alterne vicende conservative e di una sconsiderata spoliazione, che nel 1874 portò all’alienazione degli arredi: le tele del Berruguete furono smontate per volere di Vittoria, ultima discendente dei Montefeltro della Rovere, e migrarono prima a Firenze e poi in collezioni straniere; gli apparati lignei del da Maiano furono venduti al principe Massimo Lancellotti e poi al Metropolitan Museum di New York, dove giunsero nel 1939 (qui la pagina dedicata). Nel 2009, nell’ambiente dove era originariamente collocato lo Studiolo, è stata sistemata una pregevole replica.

Lo Studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Gubbio, ricostruzione - dettaglio
Lo Studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Gubbio, ricostruzione – dettaglio

Come lo Studiolo si ispirava all’analogo ambiente del Palazzo di Urbino, anche il cortile d’onore si ispira al corrispettivo urbinate: a pianta trapezoidale per motivi di spazio, qui le arcate si susseguono su tre lati mentre il quarto è addossato al monte e presenta un paramento murario liscio. Salendo lo scalone d’onore che si affaccia sul cortile, si giunge agli appartamenti del primo piano, dove si trovano le camere che furono utilizzate dalla famiglia fino alla metà del XVII secolo.

Oltre a visitare questi ambienti, il paese stesso merita di essere scoperto percorrendone le strade, che si riempiono all’inverosimile in occasione della Festa dei Ceri, il 15 maggio di ogni anno, sin dal 1160. Tutte le informazioni sul sito www.ceri.it/.

Ristorante La Taverna del Lupo a Gubbio
Ristorante La Taverna del Lupo

Dove mangiare: senz’altro alla Taverna del Lupo, dove consiglio il menù a base di tartufo.

Dove dormire: al Vescovado 7, un B&B a pochi passi da Piazza Grande, ricavato in un complesso del 1300. Le camere si affacciano su un magnifico giardino pensile.

La mappa:

L’Ara Pacis Augustae, un viaggio nel passato

L’Ara Pacis © Museo dell’Ara Pacis

Sono andata ad ammirare l’Ara Pacis, uno dei miei luoghi del cuore a Roma, approfittando dell’iniziativa “L’Ara com’era”: si tratta di un progetto che consente di ammirare il monumento restituito ai suoi colori originali, e di scoprirne la storia attraverso il racconto in realtà virtuale.

L’Ara Pacis a colori, ammirabile grazie alla realtà aumentata © Museo dell’Ara Pacis

L’Ara Pacis Augustae fu fatta erigere dal Senato tra il 13 e il 19 a.C. in onore di Augusto per il suo felice ritorno dalla Gallia e dalla Spagna. È un altare alla Pace che si compone di un recinto marmoreo che racchiude la mensa, ovvero l’altare vero e proprio, sul quale si compivano le offerte.

La sera della mia visita (gli ingressi sono solo serali, ogni venerdì e sabato, dalle 19,30 alle 22,00, ogni 15 minuti), ho ricevuto un visore Samsung GearVR e un paio di cuffiette, e ho iniziato il mio percorso insieme a una ventina di persone, ciascuna equipaggiata come me. Ho seguito un itinerario articolato in vari punti di osservazione, a partire da un’introduzione che – a volo di uccello – mi ha portato indietro nel tempo a planare sull’Ara ai tempi di Augusto. Nelle tappe successive ho ascoltato la descrizione e la storia delle varie rappresentazioni presenti sui marmi esterni del recinto, che per la prima volta ho potuto ammirare nei loro vividi colori originali, e con animazioni in 3d.

Processione solenne, con Augusto, sul lato sud del recinto © Museo dell’Ara Pacis
Processione sul lato nord del recinto © Museo dell’Ara Pacis

Il percorso si è dipanato sui lati nord e sud del recinto dove si trova raffigurata, in due lunghi rilievi, una processione solenne. Potrebbe essere la processione che, nel 13 a.C., inaugurò l’Ara Pacis stessa. Fra i partecipanti, insieme a sacerdoti, magistrati, uomini donne e bambini, spicca Augusto, con il capo coperto dalla toga in qualità di massimo sacerdote. Secondo lo stile della rappresentazione, l’avvenimento qui illustrato è collocato in una dimensione atemporale, l’attimo storico è immagine di un ordine eterno, quello secondo cui la pietas religiosa guida lo Stato.

Lato ovest del recinto © Museo dell’Ara Pacis
Riquadro di Enea che offre un sacrificio ai suoi Penati, a colori © Museo dell’Ara Pacis

Sul lato ovest, quello dell’ingresso all’altare, ho ammirato due rilievi a destra e a sinistra dell’ingresso. In quello di destra vi è Enea giunto nel Lazio, mentre offre un sacrificio ai suoi Penati messi in salvo da Troia: il loro tempio – che l’eroe troiano aveva fatto costruire – è già pronto, e davanti ad esso due assistenti portano la scrofa da immolare. A sinistra dell’ingresso un rilievo simmetrico rappresenta il ritrovamento della lupa con i due gemelli, Romolo e Remo, di fronte al pastore Faustolo e a Marte.

Lato est dell’Ara Pacis © Museo dell’Ara Pacis
Riquadro della Tellus a colori © Museo dell’Ara Pacis

Sul lato est, a sinistra si trova il rilievo detto “della Tellus”, che illustra una figura materna seduta su una roccia mentre tiene in braccio due neonati che giocano. Dietro di lei crescono spighe, papaveri e altre piante. Questa figura ricorda Venere, Cerere e appunto la dea Tellus, e rappresenta la divinità della fecondità e della crescita. Ai suoi lati vi sono due Aurae, quella di mare – seduta sopra un mostro marino – e quella di terra, che vola su di un cigno: esse sono le personificazioni dei venti di mare e di terra, portatori di pioggia e di bel tempo. Secondo alcune interpretazioni, il rilievo rappresenta la Pax Augusta, la Pace cui l’altare è dedicato. Sul pannello di destra rimane un frammento del rilievo dedicato alla Dea Roma, seduta su un trofeo di armi.

Decorazione a spirali vegetali all’esterno del recinto, nella fascia inferiore © Museo dell’Ara Pacis

La metà inferiore dell’intero recinto è ornata da tralci ornamentali, che si sviluppano sui lati esterni dell’altare a partire da grossi cespi di acanto: rappresentano anch’essi fecondità e pienezza ma, lungi da un fiorire ed arrampicarsi disordinato, si estendono in una struttura organizzata secondo una simmetrica e ordinata geometria.

La visita, che ha avuto una durata di 45 minuti circa, è stata una bella occasione per godere di un luogo davvero magico, ed ammirarlo così come doveva apparire ai tempi in cui esso fu immaginato e realizzato: un’esperienza che coinvolge ed emoziona, un vero e proprio viaggio nel passato.

Altre suggestioni su Parigi

Ovvero cose che avrei voluto vedere nel corso del mio ultimo viaggio, senza riuscirci:

Uscita dal Louvre, mi sarebbe piaciuto arrivare fino ai passages couverts della Rive droite. Sono gallerie, edificate nel corso dell’800 e nei primi decenni del ‘900, sulle quali si affacciano negozi e café (attenzione, alcuni sono chiusi la domenica). Sono caratterizzate dalla copertura in metallo e vetro e dalla possibilità di camminare al riparo dalla pioggia, immersi in un ambiente di luce. Quelle che avrei voluto percorrere si sviluppano da Rue des Petits Champs fino a Rue du Faubourg Montmartre e sono: la Galerie Vivienne, con pavimenti in mosaico e bassorilievi alle pareti, la Galerie Colbert, caratterizzata da un’ampia rotonda sormontata da una magnifica cupola vetrata, il Passage des Panoramas, il più antico di Parigi (inaugurato nel 1800), che per primo fu dotato dell’impianto di illuminazione a gas, il vicino Passage Jouffroy e infine il Passage Verdeau, caratterizzato dalla presenza di librai.
Per avere qualche info in più su Passages e Galeries, il sito ufficiale e molto dettagliato è http://www.passagesetgaleries.org/

Nel corso della mia passeggiata avrei quindi voluto raggiungere le Galerie Lafayette Haussmann e salire fino alla terrazza, situata al settimo piano. Qui è stato recentemente inaugurato l’Ice Cube Bar, trasformando il Cube Bar in un luogo dove sorseggiare qualcosa e ammirare lo splendido panorama. Due giganteschi igloo trasparenti coprono lo spazio e lo rendono davvero curioso, ideale per ammirare il tramonto che scende sulla città della luce.

In seguito alla visita alla Sainte Chapelle avremmo potuto approfondire la storia medievale di Parigi approfittando del biglietto unico con l’adiacente Conciergerie, palazzo medievale poi divenuto Palazzo di giustizia, tribunale e prigione durante la Rivoluzione, quando la reclusa più celebre fu Maria Antonietta.

La Conciergerie vista dal Pont au Change

A pochi passi da qui si trova lo splendido Musée National du Moyen Âge, ospitato nello scrigno dell’hôtel degli abati di Cluny, che fu edificato fra la fine del ‘400 e i primi del ‘500 come foresteria e sede di rappresentanza dell’Ordine a Parigi. La collezione, qui custodita dal 1832, raccoglie opere di oreficeria, avori, arazzi, vetrate, oggetti di arredamento, armi, sculture e codici miniati.
Dopo la visita del Museo, avremmo potuto raggiungere la Basilica di Saint Denis (con i mezzi pubblici è necessaria una mezz’ora). La Basilica fu costruita sulla tomba del vescovo missionario Saint Denis (morto nel 250), e dopo la morte di Re Dagoberto nel 639 fino all’800 accolse le sepolture di 43 re, 32 regine e 10 servitori della monarchia. Con oltre 70 gisants e tombe monumentali, costituisce un’importantissima raccolta di scultura funeraria (la più significativa in Europa). E’ possibile intuirne la bellezza vedendo il film di Pupi Avati “I cavalieri che fecero l’impresa”: la prima sequenza rappresenta un monaco benedettino che, qualche tempo dopo il 1271, si reca sulla tomba di Luigi IX per raccontare l’Impresa, ovvero il recupero della Sindone ad opera di alcuni cavalieri. La Basilica inoltre segna la nascita dell’arte gotica e inaugura la centralità della luce, simbolo del divino, nell’architettura religiosa. Fu concepita dall’Abate Suger, consigliere del re dal 1135 al 1144 e portata a compimento sotto il regno di Luigi IX, come edificio in grado di accogliere grandi masse di pellegrini in uno spazio caratterizzato da una teoria continua di cappelle non inframezzate da muri, con pilastri a fascio di colonne che elevano una magnifica volta a crociera.