Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

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Pinturicchio ai Musei Vaticani: la meraviglia dell’Appartamento Borgia

Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, arcone e soffitto

Nel corso del mio itinerario romano sulle tracce di Pinturicchio (alle sue opere a Roma ho dedicato questo articolo) una tappa fondamentale è rappresentata dai Musei Vaticani. Una visita di questo scrigno di tesori non può infatti prescindere dall’Appartamento Borgia, che nel percorso di scoperta dei Musei si trova dopo le Stanze di Raffaello e prima della Collezione di Arte Contemporanea. L’appartamento si trova al primo livello del Palazzo Apostolico e venne fatto ristrutturare e decorare da papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo de Boria y Doms (italianizzato in Borgia): fu la sua residenza nel corso del suo pontificato, dal 1492 al 1503.

Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, soffitto, arcone e lunette

Si sviluppa in sei ambienti monumentali: le Sale delle Sibille e del Credo – nella Torre Borgia – le Sale delle Arti Liberali, dei Santi e dei Misteri – situate nell’ala fatta edificare da Niccolò V – la Sala dei Pontefici – nella parte più antica, risalente a Niccolò III. Alla morte del pontefice Borgia l’appartamento venne abbandonato dal suo successore, Giulio II della Rovere, che non volendo avere costantemente sotto gli occhi le insegne e le memorie del precedessore decise di spostarsi al livello superiore, negli ambienti che vennero decorati da Raffaello Sanzio.

Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Misteri, soffitto e lunette

La decorazione delle Sale venne affidata a Pinturicchio, che già si era fatto notare nei lavori di decorazione della Cappella Sistina (1481-1483) dove prestò la sua opera a fianco del Perugino. Le Sale vennero affrescate da Pinturicchio in un lasso di tempo molto breve (dal 1492 al 1494), confermando la fama del pittore per le esecuzioni celeri: una qualità distintiva del suo operare che era consentita sia dall’ausilio di una bottega di artisti ben diretti, sia da alcuni fattori tecnici specifici, come l’utilizzo in parte dell’affresco, in parte di una tecnica di pittura mista, a secco, più rapida. Al 29 marzo 1493 risale una lettera di Alessandro VI nella quale il pontefice informava gli abitanti di Orvieto dell’interruzione dei lavori di decorazione del Duomo cittadino – dove Pinturicchio era all’opera nel coro – perché nel frattempo il pittore era impegnato a Roma nella realizzazione dei suoi appartamenti privati.

Pinturicchio, Sala delle Sibille, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala delle Sibille

Seguendo il percorso di visita, la prima Sala in cui ci si imbatte è quella delle Sibille, in cui le dodici figure – rappresentate a tre quarti di busto insieme con altrettanti profeti – sono dipinte nelle lunette del soffitto (le figure delle sibille si trovano anche nel soffitto della Cappella Baglioni a Spello, realizzata da Pinturicchio tra 1500 e 1501). Sibille e profeti stringono in mano un cartiglio svolazzante nel quale è riportata una profezia preannunciante la venuta di Cristo. Ciascuna lunetta è sormontata da un tondo, otto dei quali raffigurano scene di sacrifici pagani, e quattro simboli araldici della famiglia Borgia. Lunetta e tondo sono a loro volta contenuti in una vela: nello spazio tra due vele si trovano ottagoni con immagini dei pianeti e di Ermete Trismegisto (simbolo dell’astrologia).

Pinturicchio, Sala del Credo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo

Alla Sala delle Sibille, sempre nella Torre Borgia, segue la Sala del Credo, che ha un’articolazione simile alla precedente: i versetti del Credo sono leggibili nei cartigli svolazzanti che sono tenuti in mano dai dodici apostoli alternati ad altrettanti profeti, ad attestare la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. La Sala venne realizzata nel 1494, come indicato dalla data apposta sul soffitto, e ricorda i soffitti a grottesche della Domus Aurea di Nerone: presenta un motivo geometrico che alterna cerchi a riquadri, con iscrizioni riferite al nome del papa, stemmi e insegne del pontefice.

Pinturicchio, Sala del Credo - dettaglio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala del Credo – dettaglio

La Sala successiva è quella delle Arti Liberali, e presumibilmente era adibita a “studio” di Alessandro VI. Nelle lunette sono raffigurate le Arti del Trivio e del Quadrivio, che costituivano i saperi e le specializzazioni alla base dell’insegnamento scolastico nel Medioevo, rappresentate come figure femminili in trono (ho ammirato la stessa iconografia a Palazzo Trinci a Foligno, ad opera di Gentile da Fabriano). Ai lati dei troni sono immortalati personaggi che si sono distinti nelle specifiche discipline, a volte contemporanei del pittore. Sotto la rappresentazione della Retorica si trova la firma “Penturichio”, unica firma presente nel ciclo, sebbene gli affreschi di questa sala siano da attribuirsi prevalentemente alla bottega.

Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto - dettaglio dello stucco, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, soffitto – dettaglio dello stucco

Il soffitto della sala – unico caso nell’Appartamento – non ha una decorazione dipinta ma presenta un elaborato lavoro in stucco dorato articolato in due volte. Al centro di ciascuna volta si trovano le insegne di Alessandro VI all’interno di un sole raggiante, a sua volta inserito al centro di una serie di ottagoni. Ai lati degli ottagoni, entro due esagoni irregolari , sono rappresentati due tori che si fronteggiano ai lati di una fontana. La figura del toro, motivo araldico del Borgia, torna anche nel fregio che corre al di sotto delle lunette, composto da bucrani.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina

Segue la Sala dei Santi, i cui grandi affreschi sono riconosciuti come capolavoro di Pinturicchio. Nelle grandi lunette sono evocate le figure di sette santi: Santa Elisabetta, madre di Giovanni Battista, nella Visitazione di Maria; Sant’Antonio Abate e San Paolo di Tebe, eremiti nel deserto dell’Egitto; Santa Caterina d’Alessandria nella celebre Disputa; Santa Barbara mentre fugge dalla torre in cui il padre l’aveva rinchiusa dopo la conversione al Cristianesimo; Santa Susanna mentre si difende da due vecchioni che la spiano appostati nel suo giardino privato; San Sebastiano durante il martirio avvenuto sul Palatino, con alle spalle il Colosseo e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta dell'Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Madonna con il Bambino, porta

Sopra la porta si trova una Madonna con il Bambino, nei cui tratti Vasari riconobbe Giulia Farnese, la donna amata dal Borgia. Nella stessa Sala convivono i temi dell’antichità classica e pagana con le storie del Vecchio e Nuovo Testamento: i motivi della volta si riferiscono al mito di Iside ed Osiride, con quest’ultimo venerato dagli antichi egizi nelle sembianze di un bue, e alle Metamorfosi di Ovidio, con il mito della principessa Io, amata da Giove e da lui trasformata in giovenca. Tra le lunette, merita particolare attenzione quella della parete di fondo della sala, dedicata alla Disputa di Santa Caterina d’Alessandria, che si svolge ai piedi di un monumentale arco di trionfo modellato su quello di Costantino e sovrastato da un idolo taurino.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina - dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Disputa di Santa Caterina – dettaglio di Giuliano da Sangallo e Pinturicchio

La scena si tiene al cospetto di una moltitudine di personaggi riccamente abbigliati, nei cui tratti si sono voluti riconoscere alcuni contemporanei del pittore: nelle sembianze di Caterina si è riconosciuta Lucrezia Borgia; in quelle dell’imperatore Massimino Daia, Cesare Borgia; nell’uomo con il turbante bianco, Djem, fratello del sultano Bajazet II e amico di Cesare; infine Pinturicchio e Giuliano da Sangallo con il compasso in mano, nelle figure dietro al trono. Le scene del soffitto e quelle delle lunette sono collegate nella comune celebrazione della figura del pontefice, simboleggiato dall’emblema ricorrente del toro, e della Chiesa romana di cui Alessandro VI è a capo. Le lunette sono separate dal muro sottostante per mezzo di una cornice in marmo decorata con un fregio in cui compaiono le insegne del Borgia, in una sequenza che ricorda gli elementi decorativi marmorei dei monumenti classici.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Santa Barbara

Un elemento di grande suggestione è rappresentato dall’ampio ricorso di inserti a stucco dorato, non solo negli apparati decorativi ma anche nelle scene rappresentate, ad esempio nei profili della torre di Santa Barbara e dell’arco di Costantino nella scena di Santa Caterina, nella fontana al centro dell’episodio di Santa Susanna, nei mantelli e nelle vesti di alcuni personaggi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Resurrezione

Alla Sala dei Santi segue quella dei Misteri, l’ultima delle quattro ricavate nell’ala del Palazzo risalente a Niccolò V. Deriva il proprio nome dai Misteri della Fede, ovvero gli episodi prodigiosi della vita della Vergine – cui papa Alessandro VI era legato da una speciale devozione – e di Cristo: l’Annunciazione, la Nascita di Cristo, l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Discesa dello Spirito Santo, l’Assunzione della Vergine. Nella decorazione dell’ambiente Pinturicchio fece largo ricorso alle maestranze della sua bottega, mentre è senz’altro di sua mano il ritratto del pontefice inginocchiato ai piedi del Cristo nella Resurrezione e avvolto in abiti sfarzosi.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Ascensione della Vergine

Sempre riconducibile a Pinturicchio è il ritratto del figlio del papa, Francesco Borgia, in preghiera davanti alla Vergine assunta in cielo. Il soffitto è articolato in due campate di volte a crociera separate da un arcone, decorate con una profusione di emblemi araldici, mentre nelle vele si trovano otto medaglioni in cui sono raffigurati altrettanti profeti, con cartigli che anticipano e annunciano i Misteri rappresentati. Lungo le pareti si ammirano alcune finte nicchie dipinte in trompe-l’œil, in cui hanno collocazione oggetti liturgici e insegne papali, e grottesche. Le superfici riverberano grazie agli inserti in stucco e cera dorata che ornano alcuni dettagli, materiali che si trovano diffusamente su tutto il soffitto, nelle forme geometriche dell’arcone centrale e negli scudi che contengono i profeti.

Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l'œil, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, pareti in troempe l’œil

L’ultima Sala è quella dei Pontefici, che presenta dimensioni più ampie delle precedenti e per questo era destinata ad eventi pubblici come udienze, concistori, banchetti. Si trova nell’ala del Palazzo più antica, risalente a Niccolò III. A causa di un violento temporale nel 1500 l’originario soffitto a travi lignee crollò, e con esso andò distrutta la decorazione realizzata dal Pinturicchio. Sotto le macerie venne ritrovato il pontefice, rimasto miracolosamente illeso al riparo di una trave. Negli anni del pontificato di Leone X fu realizzato l’affresco che si ammira tutt’oggi, ad opera di Perin del Vaga e Giovanni da Udine.

Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri, Annunciazione

La decorazione dell’Appartamento Borgia fu aspramente criticata da Giorgio Vasari, che non apprezzava Pinturicchio e la sua opera. Anche a seguito del pessimo giudizio vasariano, la critica d’arte ha sempre svilito questo ciclo, che invece rappresenta senza dubbio l’impresa più straordinaria del Rinascimento romano, per l’innovazione dei suoi contenuti, l’invenzione delle storie e delle scene, la decisa ispirazione classica, la qualità artistica di alcune sue parti. Lo stesso ricorso allo stucco e alla cera per ottenere effetti di rilievo – additato dal Vasari come un attardarsi nella maniera antica – fu una scelta voluta del pittore, insieme alla sistematica rievocazione delle stanze della Domus Aurea con grottesche sparse ovunque (grottesche ampiamente rappresentate in ogni suo lavoro, sin dagli esordi a Roma).

Pinturicchio Sala dei Misteri - dettaglio del soffitto, Appartamento Borgia
Pinturicchio Sala dei Misteri – dettaglio del soffitto

A chi come me ama infinitamente Pinturicchio e ne insegue le opere per ammirarne i dettagli, in Umbria consiglio di visitare la Cappella Baglioni a Spello (ne parlo qui) e la Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto (questo l’articolo sulla città umbra). In Toscana, una tappa imprescindibile è rappresentata dalla Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena (questo il post sul capoluogo toscano), immenso capolavoro del Maestro perugino. Tutti gli articoli collegati a Pinturicchio sono comunque consultabili attraverso il tag dedicato.

Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano - dettaglio del Colosseo, Appartamento Borgia
Pinturicchio, Sala dei Santi, Martirio di San Sebastiano – dettaglio del Colosseo

Per la redazione di questo articolo ho fatto ricorso all’ampia e approfondita analisi delle opere riportata nel volume “Pintoricchio. Itinerario romano” di Claudia La Malfa (Silvana Editoriale, 2008, Milano) e alle schede presenti sul sito dei Musei Vaticani.

Per la visita degli appartamenti consiglio di documentarsi sul sito dei Musei, che riporta ogni indicazione utile. Ritengo essenziale acquistare on line il biglietto, vista l’altissima richiesta e le lunghe file per l’accesso, ed utile il noleggio dell’audioguida. All’interno delle stanze vi sono alcuni pannelli informativi, ma non sono presenti in tutte.

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Gli arazzi di Urbano VIII e la storia dell’arazzeria della famiglia Barberini

Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa
Devoluzione dello Stato di Urbino alla Chiesa

I Musei Vaticani custodiscono il prezioso ciclo di arazzi dedicato alla vita di papa Urbano VIII, realizzati dall’arazzeria Barberini tra il 1663 e il 1679. La serie, composta da dieci pezzi, venne disegnata da Antonio Gherardi, Fabio Cristofani, Giacinto Camassei e Pietro Lucatelli. E’ la più importante tra le sette serie realizzate dalla fabbrica Barberini, e manifesta chiaramente l’intento di raccontare la vita del papa esaltando la sua figura e la storia della sua casata: si pone come completamento ideale del monumentale affresco di Pietro da Cortona che decora il salone del Palazzo di famiglia rappresentante il Trionfo della Divina Provvidenza, ed è infatti probabile che fosse destinata alle pareti di questo straordinario ambiente.

Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno
Maffeo Barberini bonifica il lago Trasimeno

In occasione dell’interessante mostra “Glorie di carta” allestita alla Galleria Barberini (l’ho raccontata in questo articolo), sono stati esposti i cartoni preparatori di tre cicli, fra cui quello di Antonio Gherardi in cui il futuro papa Urbano VIII è rappresentato mentre dispone la bonifica del lago Trasimeno.

La serie dedicata alle opere di Urbano VIII (nato Maffeo Barberini) fu l’ultimo importante lavoro realizzato dalla manifattura, che era sorta a Roma nel 1627 per volere del Cardinale Francesco, nipote del papa.

Urbano VIII riceve l'omaggio delle nazioni
Urbano VIII riceve l’omaggio delle nazioni

Il Cardinale volle la realizzazione di questo ciclo come atto di omaggio e riconoscenza nei confronti dello zio, per esaltarne l’elezione divina al soglio pontificio e l’azione provvidenziale svolta nel corso del suo pontificato.

Fra gli episodi rappresentati vi è quello dedicato all’elezione di Maffeo a papa: si illustra il momento dello scrutinio, quando uno scrutatore rilevò la mancanza di una scheda e, ciononostante, la validità del voto e della scelta del Barberini. Quest’ultimo fece tuttavia ripetere la votazione, divenendo finalmente pontefice il 6 agosto 1623.

Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia
Urbano VIII preserva la città di Roma dalla peste e dalla carestia

Il sesto arazzo racconta la consacrazione della basilica di San Pietro, con il pontefice accompagnato dal nipote, Cardinal Francesco, e dal fratello Taddeo. In primo piano è rappresentato un cavaliere che potrebbe essere Gian Lorenzo Bernini, un omaggio all’artista che tanto contribuì alla realizzazione della basilica e che fu molto amato dalla famiglia Barberini. Un altro arazzo mostra Urbano VIII mentre dispone la riedificazione delle mura di Roma, raffigurato presso la porta di San Pancrazio intento a discutere il progetto urbanistico con l’architetto Vincenzo Maculano.

Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico
Urbano VIII promuove la pace nello Stato Ecclesiastico

Un altro rappresenta il pontefice seduto su di un grande letto, che congiunge le mani di due figure allegoriche raffiguranti la Francia e lo Stato Pontificio: fa probabilmente riferimento al trattato di pace di Cherasco, con cui si poneva fine alla guerra di successione di Mantova e del Monferrato, celebrando la campagna intrapresa dal pontefice per portare la pace tra i vari Paesi europei.

Il settimo arazzo mostra Urbano VIII rivolto in preghiera per preservare la città di Roma dalla peste e dalla carestia, flagelli che affliggevano l’Italia tra il 1629 e il 1632.

Urbano VIII fa edificare le mura di Roma
Urbano VIII fa edificare le mura di Roma

Tra le nuvole vi sono i santi Michele e Sebastiano e i protettori di Roma, Pietro e Paolo.

L’arazzeria Barberini fu fondata dal Cardinal Francesco come simbolo del prestigio sociale e della ricchezza raggiunta dalla sua famiglia. Operò dal 1627 fino al 1679, prima sotto la direzione del fiammingo Jacob van del Vliete (naturalizzato Giacomo della Riviera), poi dal genero Gasparo Rocci e infine da tre donne: Caterina della Riviera (figlia di Giacomo e moglie di Gasparo), la sorella Maria Maddalena, Anna Zampieri.

Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa
Maffeo Barberini riceve il dottorato a Pisa

Produsse sette serie di arazzi, dedicate a I castelli, Le storie di Costantino, Giochi di putti, I dossali per la Cappella Sistina, La vita di Cristo, Le storie di Apollo e infine La vita di Urbano VIII.

Oltre al ciclo dedicato ad Urbano VIII, le sue serie più importanti sono quella delle Storie di Costantino, costituita da cinque pezzi su disegno di Pietro da Cortona, e quella dedicata alla Vita di Cristo, che venne realizzata in un periodo di grande difficoltà per la famiglia.

Maffeo Barberini è eletto Cardinale
Maffeo Barberini è eletto Cardinale

Nel 1644 infatti ascese al soglio di Pietro Innocenzo X Pamphili, ostile ai Barberini, che avviò un’indagine sulla condotta di Urbano VIII e dei nipoti accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini furono costretti a fuggire e a lasciare Roma, mentre il nuovo papa inaugurò un periodo di risanamento finanziario e di austerità. (Di questo avvicendamento subì le sorti anche Gian Lorenzo Bernini, che con il venir meno dei suoi protettori era stato allontanato. L’artista riuscì tuttavia a guadagnarsi la fiducia del nuovo papa e ottenere l’incarico per la realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona grazie a un atto di astuzia, come racconto in questo post).

Elezione di Urbano VIII
Elezione di Urbano VIII

Percorrere la Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani e ammirare questi capolavori significa compiere un viaggio nella storia della famiglia Barberini e dell’Italia di quei decenni, insieme ai protagonisti delle vicende artistiche e politiche del Seicento a Roma.

Informazioni utili: gli arazzi Barberini sono esposti nella Galleria degli Arazzi insieme a un’altra preziosa serie, quella della Vita di Cristo eseguita a Bruxelles tra il 1524 e il 1531 nella bottega di Pieter van Aelst da modelli di allievi di Raffaello. La Galleria si trova lungo uno dei percorsi di visita dei Musei, e precede la Galleria delle Carte Geografiche, nonché gli appartamenti di Pio V, le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina, come ben illustrato dalla mappa dei musei. Le possibilità di visita dei Musei sono innumerevoli, dipende dagli interessi e dalle esigenze personali: tutte le informazioni sono ben indicate sul sito internet www.museivaticani.va e in particolare a questa pagina.

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Le terme di Caracalla a Roma, ma anche a Pisa, Firenze e Napoli

Le terme di Caracalla a Roma
Le terme di Caracalla a Roma

Le terme di Caracalla sono un grandioso complesso termale fatto costruire dall’imperatore Caracalla tra il 212 e il 216 d.C., conservato ancora oggi per gran parte della loro struttura e dal fascino incredibile. Fino all’edificazione delle terme di Diocleziano (306 d.C.) furono le più imponenti di tutto l’impero romano, potendo ospitare oltre seimila persone. Per la loro realizzazione furono costruite tre grandi terrazze che dovevano colmare il dislivello tra il colle e la valle: novemila operai in cinque anni di lavoro edificarono una piattaforma quadrangolare di 300 metri per lato su cui costruire il complesso. Per consentire l’approvvigionamento idrico venne costruita una diramazione dell’acquedotto dell’Aqua Marcia, a rifornimento delle cisterne che garantivano la portata dell’acqua.

La ricostruzione in 3D delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D delle terme @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

In questo luogo i romani si dedicavano alle cure del corpo e alle relazioni sociali: qui infatti potevano fare il bagno, praticare l’attività sportiva, ma anche passeggiare e dedicarsi allo studio. Il complesso, a pianta rettangolare, presentava gli ambienti termali disposti su un unico asse, dalla piscina (natatio), al frigidarium, calidarium e tepidarium: ai lati – raddoppiati – si trovavano gli spogliatoi, le palestre, e gli altri ambienti di servizio, in una configurazione che permetteva libertà e fluidità di movimento ai frequentatori. Ai lati del calidarium si trovavano le saune, lungo il recinto perimetrale nord le botteghe (tabernae), a sud i giardini e oltre due biblioteche e lo stadio. Altre aule si sviluppavano lungo i lati corti, a est e a ovest dei giardini.

La parete nord della piscina delle terme di Caracalla
La parete nord della piscina

Dagli ingressi principali il bagnante accedeva alla piscina scoperta, un ambiente monumentale di grande impatto di cui oggi si può vedere la facciata nord: era divisa in tre parti da enormi colonne in granito grigio, ciascuna delle quali con nicchie per le statue, tre nicchie su due livelli, alternate a colonne su due ordini. L’ambiente aveva dimensioni imponenti, 50 x 22 metri, con pareti alte oltre 20 metri. La vasca, accessibile attraverso una scalinata, non era molto profonda.

La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina delle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma
La ricostruzione in 3D della parete nord della piscina @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma

Dalla piscina ci si recava negli spogliatoi e poi nella palestra: terminati gli esercizi fisici ci si poveva dirigere nelle saune e quindi al calidarium, che era una grande sala circolare coperta da una cupola. Sotto questo immenso ambiente si trovava un impianto a hypocaustum, che riscaldava la sala soprastante generando aria calda sotto il pavimento. Passando attraverso il tepidarium si giungeva infine al frigidarium, la sala più grandiosa del complesso con una copertura a volta a triplice crociera.

La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com
La Pennsylvania Station a New York in una cartolina postale @ nyc-architecture.com

Simile a una basilica, ispirò l’architettura di molti edifici pubblici successivi, come le Terme di Diocleziano e la Basilica di Massenzio, fino ad arrivare all’Ottocento, quando il suo modello venne fedelmente ripreso dagli architetti che progettarono la Union Station di Chicago e la Pennsylvania Station di New York (entrambe purtroppo demolite. Sulle fondamenta della Penn Station fu costruito il Madison Square Garden).

Ricostruzione in 3D degli ambienti con l'Ercole Farnese nelle terme di Caracalla @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma
Ricostruzione in 3D degli ambienti con l’Ercole Farnese @ Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma

I sotterranei erano maestosi, con una rete di grandi gallerie carrozzabili, i depositi di legname, gli impianti di riscaldamento. Nel corso degli scavi novecenteschi sono stati scoperti anche un mulino e un enorme mitreo, santuario dedicato al culto di Mitra. Un tale complesso era ornato da colonne, pavimenti a mosaico e marmi, statue, stucchi dipinti e gruppi scultorei colossali, sia in bronzo sia in marmo dipinto: grazie a un visore noleggiabile all’ingresso (ne consiglio la prenotazione) si ammirano le terme come si presentavano nel 216 d.C., nel momento della loro inaugurazione. Il percorso proposto, sviluppato su dieci tappe, utilizza la realtà virtuale per ricostruire fedelmente gli ambienti termali, con un rigoroso studio filologico che garantisce la veridicità di quanto si ammira.

Gli spogliatoi occidentali delle terme di Caracalla
Gli spogliatoi occidentali

Le terme rimasero in uso fino al 537 d.C., quando durante l’assedio di Roma i goti guidati da Vitige tagliarono gli acquedotti per conquistare la città per sete. Nel medioevo divennero una cava di materiali: alcuni suoi capitelli furono reimpiegati nel Duomo di Pisa, e molti vennero utilizzati per la ricostruzione di Santa Maria in Trastevere. Nel XII secolo infatti la chiesa romana, fondata nel IV secolo d.C., versava in una situazione di grave deterioramento. Papa Innocenzo II decise di riedificarla dalle fondamenta e a tale scopo vennero utilizzati i capitelli, le basi e le colonne di granito delle terme. Lo scopo, non solo funzionale ma anche simbolico, era far rivivere l’antichità classica nel cristianesimo.

Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma
Dettaglio delle colonne, dei capitelli e della mensola di Santa Maria in Trastevere a Roma

Dalle terme provengono anche i fregi floreali che ornano i portali d’ingresso, riutilizzati dal cardinale Altemps fra il 1584 e il 1595, e i frammenti di trabeazione e le mensole superiori dell’interno. (Per una breve storia della chiesa e le immagini delle sue meraviglie – in particolare dell’abside – rimando al post che ho pubblicato su facebook in occasione del restauro della facciata, ultimato i primi di maggio, con il link al video realizzato dalla Sovrintendenza). Pisa invece, non molto ricca di monumenti antichi in loco, importava le sue antichità da Roma favorita dalla sua posizione di città marinara: il reimpiego di materiale di spoglio nel Duomo, come hanno osservato gli studiosi, si concentrò nella prima fase costruttiva (iniziata nel 1064) e i reperti furono utilizzati principalmente nel braccio meridionale del transetto con la porta di San Ranieri, attraverso la quale le autorità comunali entravano nell’edificio sacro. Lo scopo era voler sottolineare la “romanitas” del comune marinaro (Arnold Esch, “L’uso dell’antico nell’ideologia papale, imperiale e comunale”, in “Roma antica nel Medioevo”, Vita e Pensiero, Milano, 2001).

Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese della Collezione Farnese @ MANN
Il Supplizio di Dirce detto Toro Farnese @ MANN

Nel corso del Cinquecento furono condotti scavi per volere di papa Paolo III Farnese, riportando alla luce tra il 1545 e il 1547 numerose sculture: alcune di queste finirono nella collezione della famiglia, tra cui il monumentale Toro Farnese (collocato nella palestra orientale) e l’Ercole in riposo (che si trovava nel frigidarium). La scoperta del Toro Farnese suscitò grande impressione: il gruppo colossale è infatti ricavato da un unico blocco di marmo e rappresenta la tortura di Dirce, legata ad un toro da Anfione e Zeto come punizione per le angherie inflitte alla loro madre Antiope, che osserva la scena. A causa delle sue notevoli dimensioni venne collocato nel cortile di Palazzo Farnese in via Giulia. Nel 1788 venne trasportato a Napoli perché l’ultima erede della famiglia, Elisabetta, lo portò in dote al marito Filippo V di Borbone, re di Spagna, e nel 1826 venne trasferito al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove tutt’oggi si ammira.

L'Ercole a riposo della collezione Farnese @ MANN
L’Ercole a riposo @ MANN

L’Ercole in riposo è invece una riproduzione ingrandita di una scultura bronzea di Lisippo: l’eroe greco è rappresentato come un uomo maturo, nudo, con una corporatura massiccia e poderosa, minuziosamente scolpita nei dettagli dei muscoli. Al momento del ritrovamento la statua era priva della mano, dell’avambraccio sinistro (ora in gesso) e delle gambe, che furono ricostruite da Giacomo Della Porta: quando, successivamente, vennero ritrovate le gambe originali, si decise di lasciare quelle del Della Porta perché giudicate artisticamente superiori. Solo alla fine del Settecento la statua venne reintegrata delle sue gambe antiche, mentre quelle di restauro le vennero esposte accanto. Giacomo Della Porta intervenne anche sul gruppo di Neottolemo e Astianatte (o Achille e Troilo), rinvenuto anch’esso nelle terme di Caracalla: lo scultore apportò restauri profondi culminati nell’apposizione di una testa raffigurante l’imperatore Commodo.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia a Firenze

Una delle altissime colonne della piscina si trova invece a Firenze, in piazza Santa Trinita, sin dal 1563: l’enorme monolito venne infatti donato alla famiglia dei Medici da papa Pio IV nel 1560. Le operazioni necessarie al suo trasporto fino a Firenze furono molteplici e complesse, e vi sovrintesero Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati: nel 1562 il fusto fu trasportato via terra dalle terme fino al porto sul Tevere e qui venne caricato su un’imbarcazione inviata da Cosimo I, probabilmente costruita per l’occasione. Compiuto il lungo tragitto via mare fino a Livorno, risalì il corso dell’Arno fino a Ponte a Signa, da dove – imbragata in una incastellatura di legno – venne trainata lungo la via Pisana fino a Firenze, per mezzo di argani piantati nel terreno azionati da uomini e animali. Giunse in piazza Santa Trinita nel 1563, dopo oltre un anno di viaggio, e qui venne innalzata nel 1565. All’Ammannati il merito di aver coordinato le operazioni di innalzamento, il progetto del piedistallo, della base e del capitello.

La statua posta sulla colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La statua posta sulla colonna della giustizia

Inizialmente la colonna doveva sostenere una statua di Cosimo de’ Medici e celebrare la sua vittoria nella battaglia di Montemurlo del 1537, ma il conferimento del titolo granducale nel 1569 ampliò la prospettiva e fu deciso di dedicare il monumento alla Giustizia, simboleggiante le virtù del principe e la gloria della casata medicea. Venne quindi commissionata una statua in porfido rosso a Francesco Del Tadda e a suo figlio Romolo, specializzati nella lavorazione del durissimo materiale, su modello dell’Ammannati (l’ho potuta ammirare dalle finestre del piano nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, che ospita la Collezione Casamonti, in occasione della mia visita). Per la realizzazione della scultura furono necessari undici anni, assemblando sei pezzi in porfido appartenenti anch’essi a materiali di spoglio: l’opera venne collocata sul fusto nel 1581, alcuni anni dopo la morte di Cosimo (1574).

Vasca in piazza Farnese a Roma
Una delle due vasche in piazza Farnese a Roma

Nel frigidarium si trovavano anche due vasche in granito che dalla seconda metà del Cinquecento si possono ammirare in piazza Farnese a Roma: originariamente posizionate in piazza Venezia, vennero collocate qui per volere di papa Paolo III, prima una e poi l’altra, nei punti dove oggi si trovano. Nel 1626, in seguito alla realizzazione dell’Acqua Paola e al sufficiente approvvigionamento idrico, vennero trasformate in fontane dall’architetto Girolamo Rainaldi: ispirandosi alle opere di Della Porta, Rainaldi collocò le vasche antiche al centro di due vasche in travertino molto più grandi, dalla forma oblunga e i lati bombati, e in mezzo posizionò un’ulteriore vasca, più piccola, sorretta da un balaustro terminante in una forma a giglio (emblema della famiglia Farnese).

Mosaico dei lottatori delle terme di Caracalla @ Musei Vaticani
Mosaico dei lottatori @ Musei Vaticani

Durante gli scavi del 1824 infine, nelle esedre delle due palestre vennero ritrovati gli splendidi mosaici con gli atleti che nel 1963 vennero trasferiti ai Musei Vaticani, dove oggi si trovano presso il Museo Gregoriano Profano. Suddivisi in pannelli rettangolari o quadrati, presentano pugili e lottatori nudi – con le braccia rivestite da protezioni in stoffa e cuoio e i capelli raccolti in un ciuffo dietro la nuca – insieme a giudici di gara vestiti con la toga.

Le informazioni utili alla visita delle terme di Caracalla, compresi gli orari di apertura, sono consultabili a questa pagina. Per l’utilizzo del visore e la visita del complesso in 3D consiglio la prenotazione in anticipo.

Altre immagini:

Mappa dei luoghi:

L’arte del Novecento a Firenze: la collezione Casamonti a Palazzo Bartolini Salimbeni, gioiello del Rinascimento

Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze
Palazzo Bartolini Salimbeni in piazza Santa Trinita a Firenze

La Collezione d’arte Roberto Casamonti apre le sue porte al pubblico nei rinnovati ambienti di Palazzo Bartolini Salimbeni. Al piano nobile di questo magnifico edificio affacciato su piazza Santa Trinita è ospitata la raccolta collezionata da Casamonti nel corso della sua lunga attività nel mondo dell’arte, dedicata agli artisti italiani e stranieri del Novecento.

Sin dalla piazza il visitatore prova un senso di bellezza ad ammirare il palazzo, opera di Baccio d’Agnolo, considerato un capolavoro dell’architettura rinascimentale: risalente al 1520 fu abitato dai Bartolini Salimbeni fino all’inizio dell’Ottocento, quando divenne un albergo – il celebre Hotel du Nord – per essere poi restaurato nella seconda metà del Novecento. La sua facciata presenta importanti elementi architettonici di ispirazione romana, come il portale architravato, le finestre crociate sormontate dal timpano e alternate a nicchie destinate ad accogliere statue, le cornici marcapiano e il cornicione fortemente aggettante.

Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Il cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni

Spunti architettonici questi, utilizzati in quegli anni a Roma in particolare da Raffaello, in edifici oggi scomparsi come Palazzo Jacopo da Brescia e Palazzo Branconio dell’Aquila, che si trovavano entrambi nel rione di Borgo. In quella stessa zona si può ammirare Palazzo dei Penitenzieri su via della Conciliazione, che riporta un esempio di finestra crociata, presente anche nella facciata di Palazzo Venezia. Le novità introdotte da questo modello architettonico a Firenze suscitarono aspre critiche, come racconta il Vasari nelle “Vite”: “furono queste cose tanto biasimate dai fiorentini con parole, con sonetti, con appiccicarvi filze di frasche, come si fa alle chiese per le feste, dicendosi che aveva più forma di tempio che di palazzo, che Baccio fu per uscirne di cervello; tuttavia sapendo che aveva imitato il buono e che l’opera stava bene, se ne passò”. Di fronte a un così ampio dissenso l’architetto fece incidere sul portone d’ingresso la scritta “Carpere promptius quam imitari”, ovvero “Criticare è più facile che imitare”.

La colonna della giustizia in piazza Santa Trinita a Firenze
La colonna della giustizia

Di fronte al palazzo, al centro della piazza, spicca la splendida Colonna della Giustizia, dono di papa Pio IV al duca Cosimo I, proveniente dalle Terme di Caracalla e giunta a Firenze nel 1563. Alcuni anni dopo la colonna fu coronata dalla statua della Giustizia, realizzata in porfido dai Del Tadda. Altre colonne provenienti dalle Terme di Caracalla furono utilizzate per dividere le navate della chiesa romana di Santa Maria in Trastevere nel rifacimento dell’edificio del XII secolo: ma questa è una storia che merita un approfondimento dedicato.

Grottesche del cortile di Palazzo Bartolini Salimbeni a Firenze
Grottesche del cortile

La corte interna del Palazzo, che si apre su un bel portico su tre lati con colonne ad arco a tutto sesto, è decorata da graffiti e grottesche a monocromo opera di Cosimo Feltrini: fra i motivi vegetali ed animali si legge il motto dei Bartolini Salimbeniper non dormire”. Lo stemma di famiglia, tre papaveri adornati da un nastro e racchiusi da un anello, si ripete lungo le cornici della facciata.

Sala con camino della Collezione Casamonti
Sala con camino

Giunti al piano nobile si accede agli ambienti dedicati alla Collezione, che per scelta espositiva è stata suddivisa in due periodi: la prima parte comprende le opere di artisti agli esordi del Novecento fino ai primi anni Sessanta, la seconda dal 1960 fino ai nostri giorni. I due nuclei, di cui adesso è visibile il primo, si avvicenderanno con cadenza annuale. L’allestimento, curato da Bruno Corà, segue l’appartenenza degli artisti a movimenti e tendenze, oltre che assecondare un ordinamento cronologico. La prima opera che s’incontra è il ritratto che Ottone Rosai fece del padre di Roberto Casamonti: fu quello, racconta il collezionista, il momento in cui egli s’innamorò dell’arte, e provò il desiderio di circondarsi di opere da lui scelte e amate. I dipinti e le sculture esposte sono dunque il frutto di anni di passione e ricerche, a partire dai lavori di Viani, Fattori, Balla, del Boccioni pre-futurista.

Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, Collezione Casamonti
Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca

Si ammirano poi, nel succedersi delle sale, capolavori di De Chirico, Boldini, Campigli, Warhol, Picasso, Burri, Boetti, Morandi, Casorati, Ernst, SoutineCapogrossi, Castellani, Le Corbusier, Léger, Kandinsky, Turcato, Dorazio, Accardi, Pomodoro, Manzoni, Scheggi, Kounellis

Un manuale di storia dell’arte del Novecento che di fronte a ogni opera richiede una sosta e un approfondimento. Alle opere che più mi hanno colpito ho dedicato la mia personale galleria:

Tutte le informazioni utili sono reperibili sul sito della Collezione, www.collezionerobertocasamonti.it. La selezione di opere adesso allestita, “Dagli inizi del XX secolo fino agli anni ’60”, sarà aperta fino al 10 marzo 2019, dal mercoledì alla domenica dalle 11.30 alle 19.00. La prenotazione è obbligatoria.

Mappa:

Palazzo Merulana, il nuovo museo di Roma con le opere della Collezione Cerasi

Museo Merulana, la facciata
Museo Merulana

Ha da poco aperto un nuovo museo a Roma, Palazzo Merulana: si trova nel quartiere Esquilino ed il suo edificio ha versato per tanti anni in una condizione di abbandono e oblio. Costruito nel 1929, fu la sede dell’Ufficio d’igiene del Comune, subì i danni dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni Sessanta venne parzialmente demolito. La famiglia di costruttori Cerasi l’ha ristrutturato per farne la sede della propria collezione d’arte, restituendo luce e bellezza a quasi duemila metri quadrati di spazio espositivo. Il palazzo, in stile umbertino, è davvero splendido, e al suo interno si snoda un percorso di visita articolato in cinque spazi su quattro piani: la Sala delle Sculture al piano terra, con le ampie vetrate che affacciano su via Merulana e sul cortile interno, il grande Salone al secondo piano, la Galleria al terzo piano e l’Attico al quarto.

Sala delle sculture a piano terra, Museo Merulana
Sala delle sculture a piano terra

Vi è infine la terrazza, che offre un suggestivo colpo d’occhio sulla via e sui palazzi circostanti. Nella sala d’ingresso si trovano anche un piccolo bookshop e la caffetteria, ed è possibile prendere un caffé seduti ai tavolini del cortile. La collezione di Elena e Claudio Cerasi, di cui novanta sono le opere qui esposte, è dedicata principalmente alla Scuola Romana e all’arte italiana tra le due guerre (il primo nucleo di opere acquistate), ma si apre anche al contemporaneo internazionale. La storia della raccolta inizia nel 1985, con l’arrivo della prima tela, il capolavoro di Antonio Donghi Piccoli saltimbanchi. Ad essa seguono altre opere, tutte appartenenti al contesto romano, dal Realismo magico alla Scuola di via Cavour, dalla pittura degli anni Trenta alla nuova fase realista ed espressionista che precede la seconda guerra mondiale.

Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi - dettaglio, Museo Merulana
Antonio Donghi, Piccoli Saltimbanchi – dettaglio

Si forma in questo modo il nucleo principale della collezione, con opere di Raphaël, Capogrossi, Donghi, Trombadori, Scipione, Mafai, Ziveri, Fazzini, Ferrazzi, Pirandello, Cavalli, Leoncillo. A questi capolavori si affiancano quelli realizzati da altri artisti nell’arco di tutto il Novecento, da Balla a Sironi, da Severini a Campigli, e poi Casorati, Martini, Cambellotti. Alla fine degli anni Novanta giunge anche Giorgio De Chirico, particolarmente amato dai Cerasi nella serie dei Bagni misteriosi, e a seguire opere più recenti, come quelle di Luigi Ontani, Stefano di Stasio, Paola Gandolfi, Jan Fabre.

Il Salone del Museo Merulana
Il Salone

Al piano terra vi sono sculture di Antonietta Raphaël, Pericle Fazzini, Lucio Fontana, Giuseppe Penone, Mario Ceroli, mentre per scoprire il nucleo più importante della collezione è necessario recarsi nel Salone, cuore pulsante della raccolta: si ammirano capolavori, tra gli altri, di De Chirico, Balla, Donghi, Capogrossi, Casorati, Pirandello, Severini, Cambellotti, Campigli, Trombadori, Depero. Al centro della sala si erge “Il direttore delle stelle” di Jan Fabre, scultura che testimonia lo slancio verso il contemporaneo cui è dedicata la Galleria al terzo piano: qui si trovano opere di Boetti, Schifano, Pirandello, e saranno ospitate le mostre temporanee. L’attico al quarto piano sarà dedicato alle attività culturali e ad eventi enogastronomici, che saranno rivolti prima di tutto al quartiere dell’Esquilino e ai suoi abitanti.

Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi
Stefano di Stasio, Ritratto di Elena e Claudio Cerasi

La visita del palazzo e della Collezione Cerasi è stata davvero una splendida scoperta, un’immersione nella bellezza di tante opere dalle suggestioni, ispirazioni, stili e storie diverse, accomunate dall’essere capolavori della storia dell’arte: la possibilità di ammirarle in un ambiente pieno di luce, con la comodità di grandi divani sui cui stare seduti, oppure nel verde di un’accogliente terrazza, è un “di più” che fa la differenza. Il recupero e la valorizzazione di un palazzo come quello di via Merulana è un elemento di grande positività per il quartiere e per la città tutta.

Le informazioni utili alla visita si possono trovare sul sito internet, www.palazzomerulana.it.  Per il mese di maggio la collezione sarà visitabile dal mercoledì al lunedì dalle 9 alle 20. Da giugno il lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 20 e il sabato e domenica dalle 10 alle 20.

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La mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni” a Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti
Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo @ Palazzo dei Diamanti

La mostra “Stati d’animo”, organizzata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara e visitabile fino al prossimo 10 giugno, è dedicata ad approfondire quel peculiare momento storico, tra Otto e Novecento, in cui le scienze cominciarono ad indagare gli stati psicologici e gli artisti cercavano modi nuovi per esprimere i moti dell’animo. Il pregio dell’esposizione consiste, tra gli altri, nel porre attenzione su un tema poco indagato, accostando artisti ed opere d’arte molto conosciuti ad altri meno noti e accompagnando il percorso di visita a testimonianze e documenti delle coeve ricerche in ambito scientifico, letterario e musicale. Il visitatore ne ricava un’impressione ampia e approfondita di un diverso fermento artistico e di una tensione all’indagine psicologica, di un rinnovato rapporto con la natura e infine una relazione con il progresso tecnologico, l’ambiente borghese e cittadino che poi si espresse nelle provocazioni dell’arte futurista.

Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) - dettaglio
Giuseppe Pellizza Da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri) – dettaglio

Alla metà del XIX secolo risalgono la moderna psicologia e la psichiatria, si fece strada l’approccio evoluzionistico di Darwin e si affermò la fisiognomica: gli artisti si dedicarono al ritratto e alla rappresentazione del volto umano quale specchio delle emozioni e dei sentimenti più profondi. Contemporaneamente la diffusione e l’uso di sostanze stupefacenti negli ambienti della Scapigliatura milanese offrirono occasioni di ispirazione e suggestione, con la creazione di opere quali le Fumatrici d’oppio di Gaetano Previati e Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, ritratto dell’amata moglie Lizzie Siddall uccisa da una dose eccessiva di laudano.

Angelo Morbelli, Asfissia! - dettaglio
Angelo Morbelli, Asfissia! – dettaglio

Al fascino di queste atmosfere maledette e bohème è riconducibile anche Asfissia! di Angelo Morbelli, ispirato a un fatto di cronaca o a un romanzo di appendice, con la rappresentazione di un suicidio di coppia in una camera d’albergo: l’opera suscitò un tale scalpore da indurre il pittore a tagliarla in due parti, eccezionalmente ricomposte in occasione della mostra.

Tra gli stati d’animo oggetto dell’esposizione e al centro del dibattito scientifico ed artistico di fine Ottocento, vi sono la melancolia, oggetto di una celeberrima incisione di Dürer e qui significativamente rappresentata da una litografia di Edvard Munch, Bambina malata, nonché la paura e l’allucinazione, che in letteratura trovarono un interprete di riferimento in Edgard Allan Poe, i cui racconti vennero illustrati anche da Previati.

Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti
Fernand Khnopff, Acqua calma @ Palazzo dei Diamanti

La pittura di paesaggio, in particolare quella con specchi d’acqua, venne utilizzata per rappresentare gli stati d’animo, con esiti panteistici nel caso del capolavoro di Giovanni Segantini Ave Maria a trasbordo, con la compresenza empatica di esseri umani, animali e paesaggio. La tela rappresenta inoltre la prima opera italiana in cui si applicò la scomposizione del colore per intensificare gli effetti di luminosità della pittura, secondo gli studi sulla percezione visiva condotti all’epoca. Una sala della mostra è dedicata alla musica, inesauribile fonte di ispirazione e occasione di infinite corrispondenze con la pittura alla luce delle teorie wagneriane dell’arte totale: le tavole di Max Klinger, divulgatore di questa poetica, ne sono un’interessante testimonianza.

Giovanni Segantini, L'angelo della vita - dettaglio
Giovanni Segantini, L’angelo della vita – dettaglio

In seno al simbolismo e ai suoi motivi spicca il tema della maternità, che in mostra è affrontato da due capolavori quali Maternità di Previati e L’angelo della vita di Segantini. Alla figura della donna, intesa non quale madre ma amante e seduttrice, è dedicata la sala della voluttà e degli istinti ferini: con il diffondersi delle malattie veneree e le conseguenti tensioni sociali e morali si spiega la Cleopatra di Previati, dove trionfa il motivo della femme fatale. Il tema degli istinti ferini è invece testimoniato dalla dionisiaca Lotta di Centauri di Giorgio De Chirico.

Giorgio De Chirico, Lotta di centauri - dettaglio
Giorgio De Chirico, Lotta di centauri – dettaglio

L’interesse per la sfera psichica e la suggestione esercitata dalle pratiche dell’ipnosi portarono gli artisti a dedicarsi al tema del sogno e della fusione delle anime, e in tale senso emblematica è l’opera Paolo e Francesca di Previati, rappresentante le anime dei due amanti danteschi trascinati dalla furia del vento nel girone infernale. La sala conclusiva di quelle dedicate agli stati d’animo è incentrata sul tema della solarità e dell’entusiasmo, a partire dalle ricerche scientifiche sulla radiazione del sole fino a giungere agli esiti del divisionismo: l’opera di Pellizza da Volpedo Tramonto o Il roveto testimonia la ricerca del pittore nella rappresentazione della luce al suo nascere e tramontare.

Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti
Gaetano Previati, La danza delle Ore @ Palazzo dei Diamanti

La Danza delle Ore di Previati offre invece la figurazione simbolica del tema dell’irraggiamento, nella scelta dell’allegoria delle Ore e con l’utilizzo delle iridescenze per suscitare una reazione fisica nell’osservatore.

Nel primo decennio del Novecento lo sviluppo scientifico determinò la diffusione delle tecniche cinematografiche, con l’immagine in movimento, l’impiego dei raggi X – che svelarono una realtà ulteriore rispetto a quella osservabile a occhio nudo – l’utilizzo delle onde radio. Tra le opere che rappresentano questa fase vi è Affetti di Giacomo Balla, in cui il pittore rappresenta il legame e la relazione tra i soggetti della tela, la moglie e la figlia.

Umberto Boccioni, La risata
Umberto Boccioni, La risata

Con l’affermarsi del futurismo si attestò infine una nuova modalità espressiva, profondamente influenzata dalle ricerche e dalle opere dei decenni precedenti: in particolare Previati rappresentò un punto di riferimento imprescindibile, come testimonia il trittico del Giorno, cui si ispirò la Città sale di Boccioni. Il trittico Stati d’animo è dedicato alle sensazioni e ai movimenti innescati dalla partenza di un treno, nel dinamismo e nella simultaneità delle esperienze, mentre la Risata trasforma l’energia di uno scoppio di risa in infinite forme plastiche che si diffondono all’interno di un caffè concerto. Un epilogo che volle portare lo spettatore al centro del quadro, obiettivo programmaticamente dichiarato nel Manifesto tecnico della pittura futurista.

Informazioni relative alla mostra:

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
mostra a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca, Maria Grazia Messina
3 marzo – 10 giugno 2018
Sito internet: www.palazzodiamanti.it/1614/stati-d-animo

Per la visita consiglio di utilizzare l’audioguida, inclusa nel costo del biglietto, che integra e approfondisce le informazioni dei pannelli e delle didascalie e suggerisce un percorso di scoperta delle opere, sala dopo sala.

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Mappa:

Due tesori a Perugia: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate

Ipogeo dei Volumni, l'atrio d'ingresso
Ipogeo dei Volumni, l’atrio d’ingresso

Sono stata a Perugia per vedere la mostra “Tutta l’Umbria una mostra“, allestita alla Galleria Nazionale in occasione del suo centenario, e nel corso della giornata ho visitato due luoghi di cui ho sempre sentito parlare: l’ipogeo dei Volumni e la chiesa di San Bevignate.

Entrambi si trovano appena fuori dal centro cittadino e meritano una visita per le storie che raccontano e per la loro bellezza.

L’ipogeo fu scoperto casualmente nel 1840 nel corso di lavori stradali e appartiene alla necropoli funeraria del Palazzone. E’ la tomba della famiglia etrusca dei Velimna-Volumni, e nella sua articolazione riproduce la pianta di una casa romana, suddivisa in dieci ambienti. Risalente alla seconda metà del II secolo a.C. vi si accede da una ripida rampa – scavata in età moderna – che conduce alla porta d’ingresso, formata da un’architrave e da stipiti che recano incise le informazioni relative alla costruzione.

Ipogeo dei Volumni, le urne nel tablinum
Le urne nel tablinum

Superata la porta si entra in un ampio atrio rettangolare, coperto da un soffitto che imita un tetto ligneo a doppio spiovente sorretto da una trave centrale. Da questo vano si ha accesso alle stanze, cubicola, che compongono l’ipogeo. Di fronte si ammira il tablinum, dove sono disposte sette urne cinerarie, che offrono un colpo d’occhio davvero suggestivo. Ai lati del tablinum si aprono due ali, che terminano in altre due stanze, coperte da soffitti a cassettoni con teste di Medusa scolpite. Delle sette urne sei sono etrusche, in travertino stuccato, e una romana, in marmo.

Ipogeo dei Volumni, l'urna di Arnth Velimnas Aules
L’urna di Arnth Velimnas Aules

L’urna più complessa è quella addossata alla parete di fondo, con i resti di Arnth Velimnas Aules, rappresentato semisdraiato sulla kline (il letto inclinato tipico del banchetto), mentre sotto di lui si apre la porta dell’Ade e ai lati vi sono due Lase, divinità femminili etrusche, con le ali spiegate. A destra vi sono quattro urne etrusche con il defunto sempre semisdraiato e la testa di Medusa nel prospetto: appartengono agli altri membri della famiglia, il nonno, il padre e i fratelli. A sinistra è l’urna della figlia, Veilia, rappresentata seduta a banchetto. L’ultima urna, quella romana in marmo, rappresenta un edificio ornato da festoni ed è datata al I secolo a.C..

Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo
Le urne della necropoli del Palazzone disposte nel vestibolo del museo

Per accedere alla tomba si attraversa un vestibolo moderno, dove si trova anche la biglietteria, che espone una bella raccolta di numerose urne cinerarie della circostante necropoli del Palazzone, che risale all’età ellenistica: sono quasi tutte in travertino e testimoniano una variegata rassegna di modelli, con il defunto semisdraiato, o il coperchio a doppio spiovente, con scene di banchetto o mitologiche. A seguito del ritrovamento dell’ipogeo il proprietario del terreno, Conte Baglioni, fece condurre numerose campagne di scavo che rivelarono la presenza della necropoli, ma l’interesse degli scavatori era rivolto al recupero di reperti e materiali preziosi e le ricerche non furono accompagnate dalla realizzazione di alcuna planimetria.

Il parco archeologico della necropoli del Palazzone a Perugia
Il parco archeologico della necropoli del Palazzone

Con il passare del tempo molte tombe vennero richiuse, tanto da non essere oggi più individuabili. Nel 1963 la Soprintendenza effettuò ulteriori campagne di scavo ed espropriò la parte più importante della necropoli per realizzarvi il parco che oggi si ammira. Al termine del sentiero che si aggira fra gli ipogei si trova un Antiquarium che custodisce alcuni interessanti reperti.

Altre immagini:

San Bevignate a Perugia, facciata della chiesa
La facciata di San Bevignate

La chiesa di San Bevignate venne costruita dall’Ordine dei Cavalieri Templari per deliberazione del Comune di Perugia del 1256, e venne intitolata all’eremita locale Bevignate. I Templari erano giunti nel territorio perugino alcuni anni prima, nel 1238, su richiesta di papa Gregorio IX per porre fine al declino della comunità benedettina di San Giustino. Nel corso degli anni avevano attuato una politica espansiva creando numerose sedi di rappresentanza dell’Ordine, e a tale scopo avevano ottenuto dal Consiglio perugino l’autorizzazione a costruire questo edificio di culto, collegato con una casa-torre con funzione residenziale. La torre campanaria, sviluppata su quattro livelli e comunicante con la chiesa, offriva una postazione ideale per il controllo del luogo e contraddistingue il complesso come residenza fortificata.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la battaglia dei cavalieri templari in controfacciata
Affresco con i cavalieri templari in battaglia, controfacciata di San Bevignate

Nel 1256 la chiesa era in fase di completamento, ma la presenza dei Templari fu di breve durata: l’ordine infatti venne soppresso nel 1321 da Clemente V, e per i suoi effetti sia la chiesa di San Bevignate sia quella di San Giustino divennero proprietà dell’Ordine ospedaliero dei Cavalieri di Rodi, poi Sovrano Militare Ordine di Malta. Dopo il 1860 San Bevignate passò al Comune di Perugia, che in seguito a lunghi lavori di restauro lo ha riaperto nel 2009.

San Bevignate a Perugia, l'interno
San Bevignate, l’interno a navata unica

All’interno della chiesa, a navata unica con un notevole sviluppo in altezza, si distinguono numerosi affreschi, realizzati in due fasi tra il 1260 e il 1283. Quelli dell’abside furono portati a compimento tra il 1260 e il 1270: sono particolarmente interessanti sulla parete sinistra, con il Giudizio universale con Cristo al centro, circondato dagli angeli e dagli apostoli, e sotto di lui i due registri con le anime dei risorti e il momento della resurrezione dei corpi, rappresentati nell’attimo in cui escono dalle tombe. Vi è infine una processione di flagellanti, che rappresenta una preziosa testimonianza iconografica del moto di Raniero Fasani, eremita che nel 1260 dette avvio alle processioni penitenziali durante la Settimana Santa: uomini con il dorso nudo incedono mentre si infliggono la disciplina e si battono il petto con la mano.

San Bevignate a Perugia, l'affresco con la processione dei flagellanti
Affresco con la processione dei flagellanti

In controfacciata sono affrescati episodi celebrativi dell’Ordine: una battaglia di cavalieri cristiani contro gli infedeli e un episodio della “Legenda Aurea” di Iacopo da Varagine, secondo la quale Girolamo avrebbe ammansito un leone sofferente togliendogli una spina dalla zampa. Vi è infine un veliero che attraversa un mare in tempesta popolato da pesci enormi, riferimento ai pericoli affrontati dai cavalieri templari nel corso delle loro imprese. Sulle pareti della navata si ammirano infine figure monumentali di apostoli, che sostengono croci gemmate inscritte in tondi.

Altre immagini:

Informazioni utili: per la visita dell’Ipogeo dei Volumni rimando alla pagina dedicata sul sito internet della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, che riferisce notizie storiche e indicazioni attinenti l’apertura del complesso. Il suo orario è 9-18,30 nei giorni feriali e festivi, e 9-19 nei mesi di luglio e agosto. Per la chiesa di San Bevignate ogni informazione è reperibile sulla pagina del sito internet del Comune di Perugia, Cultura e Turismo. Gli orari di apertura variano in base ai mesi dell’anno.

Mappa dei luoghi:

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, parete di sinistra

Gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco si dispiegano nell’abside maggiore e sono dedicati alle Storie della vita di san Francesco, santi e personaggi dell’Ordine Francescano. Il ciclo pittorico, portato a compimento tra il 1450 e il 1452, consentì a Benozzo di raggiungere lo “status” di Maestro indipendente, dopo essere stato allievo di Ghiberti a Firenze ed aver collaborato con Beato Angelico a Roma ed Orvieto. L’incarico gli venne affidato da Fra’ Jacopo, il guardiano del convento di San Francesco, dopo che il pittore era giunto a Montefalco chiamato da Frate Antonio, priore dell’altro convento francescano di San Fortunato, collocato fuori le mura, affinché là realizzasse alcune opere: tra queste la pala d’altare con la Madonna della Cintola che oggi si trova ai Musei Vaticani.

Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l'affresco di Benozzo Gozzoli
Il portale chiuso della Chiesa di San Fortunato a Montefeltro. Al di sopra, l’affresco di Benozzo Gozzoli

Frate Antonio nel 1442 era stato nominato da papa Eugenio IV come Vicario Generale dell’Osservanza, il movimento di riforma dell’Ordine francescano, ed era dedito a trasformare il santuario di San Fortunato in un monastero osservante. Frequentava assiduamente la Curia Romana e probabilmente aveva avuto occasione di conoscere Benozzo quando il pittore era impegnato nelle decorazioni in Vaticano a fianco del Beato Angelico.

Una volta conclusi gli affreschi per la chiesa di San Fortunato, Benozzo fu incaricato di realizzare il ciclo per l’abside maggiore di San Francesco, la chiesa principale dell’ordine a Montefalco, situata dentro le mura cittadine. Per lo sviluppo della decorazione il pittore prese a modello gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi, realizzati a partire dal testo ufficiale della vita del santo, la Legenda Major di San Bonaventura da Bagnoregio, ma seguì anche le indicazioni di Fra’ Jacopo e si ispirò alla Leggenda dei tre Compagni che narra le vicende di Francesco ad Assisi.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l'indicazione della commissione dell'opera da parte di Fra' Jacopo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, dettaglio del cartiglio con l’indicazione della commissione dell’opera da parte di Fra’ Jacopo

Fra’ Jacopo viene indicato come committente dell’opera sin dall’iscrizione dipinta sulla parete sinistra del coro, quale “Fra Jacopo da Montefalco dell’Ordine dei Frati Minori”: il custode del convento era un eminente teologo e predicatore, pubblico lettore a Santo Stefano dell’Università di Bologna, appartenente alla confraternita di San Gerolamo di Perugia. Per la sua erudizione e conoscenza del pensiero francescano quasi sicuramente ispirò il programma iconografico del ciclo benozziano, il cui tema preminente è l’identificazione di Francesco come “alter Christus”, “altro Cristo”. Moltissimi sono gli elementi che richiamano questa identificazione:

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, volta

nel lato inferiore dell’arcone, dodici seguaci di San Francesco, collocato al centro mentre mostra le stigmate, lo fiancheggiano richiamando i dodici apostoli; al centro della volta il santo – nella posa del Cristo Pantocratore – sostiene un libro su cui si legge “Ego enim stigmata Domini Iesu in corpore meo porto” (“In quanto reco sul mio corpo i segni di Cristo Signore”); altri richiami si dispiegano nel corso dei venti episodi rappresentati, disposti all’interno di dodici scene su tre registri. La narrazione procede da sinistra verso destra e quindi dal basso verso l’alto, giungendo alla volta costolonata dove si trova la Gloria del santo tra le schiere angeliche e i principali santi francescani.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell'omaggio dell'uomo semplice al giovane santo
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scene della nascita di san Francesco, di Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e dell’omaggio dell’uomo semplice al giovane santo

Si parte dunque dalla nascita di Francesco, che assecondando l’identificazione con Cristo viene fatto nascere in una stalla, alla presenza del bue e dell’asino. Nello stesso riquadro vi sono altri due episodi: Gesù in veste di pellegrino che bussa alla casa di Francesco e l’Omaggio dell’uomo semplice al giovane santo. Segue la donazione del mantello a un povero, episodio che lo avvicina a San Martino di Tours, e il sogno di Francesco con a fianco la rappresentazione di un palazzo rinascimentale – che ricorda Palazzo della Signoria a Firenze – ornato con una moltitudine di vessilli crociati. Da notare il particolare realistico delle calze, appoggiate sul cassone del letto del santo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della rinuncia ai beni paterni

Vi è poi il riquadro interamente dedicato all’episodio della rinuncia ai beni paterni, che si svolge di fronte a una dettagliata rappresentazione della città di Assisi, e infine una raffigurazione di Cristo intento a scagliare frecce contro l’umanità peccatrice, fermato dalla Madonna che Gli mostra l’incontro di San Francesco e San Domenico. Alle spalle dei due santi vi è un edificio che potrebbe identificarsi con la Basilica di San Pietro a Roma, al cui fianco di trova l’obelisco.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della cacciata dei diavoli da Arezzo

Il secondo registro inizia con il sogno di papa Innocenzo III e Francesco mentre sostiene la chiesa del Laterano, in rovina; a fianco, la Bollatura della Regola francescana da parte di papa Onorio III. Seguono la cacciata dei diavoli da Arezzo, con san Francesco affiancato da san Silvestro, e il riquadro più importante per la cittadina, che narra la Benedizione di Montefalco e dei suoi abitanti da parte del santo e la Predica agli uccelli, avvenuta nei pressi di Bevagna (dove, nella chiesa di San Francesco, si conserva la pietra su cui il santo si sarebbe trovato durante l’episodio miracoloso: ne parlo in questo articolo).

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, scena della predicazione agli uccelli e della benedizione della città di Montefalco e del suo popolo

Nella vallata Benozzo rappresenta fedelmente il paesaggio della zona: vi si distinguono i borghi di Bevagna, Spello, e la città di Assisi, nonché l’abitato di Montefalco racchiuso nelle sue mura. Di fronte al santo benedicente si genuflettono alcune personalità del tempo, tra cui si possono riconoscere Marcus, Magistrato di Montefalco e Vescovo di Sarsina che offre la sua mitra, e Fra’ Jacopo. Vi sono poi gli episodi – limitatamente leggibili a causa di alcuni crolli della superficie pittorica – legati alle vicende di san Francesco presso il signore di Celano, che narrano la cena, la confessione e la morte del cavaliere: sul tavolo imbandito vi è un omaggio a Montefalco e alla sua tradizione vinicola, un bicchiere e un’ampolla di sagrantino.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella maggiore, Rievocazione del presepe a Greccio

Nelle lunette della volta sono rappresentati gli eventi miracolosi: la Rievocazione del presepe a Greccio, san Francesco alla corte del Sultano, il santo che riceve le Stigmate sul monte della Verna, la Morte di Francesco. Sotto la finestra, che doveva contenere l’apparizione della Croce di San Damiano, affresco andato perduto, Benozzo immortala tre personaggi del passato: Petrarca, Dante con la Commedia, Giotto mentre dipinge una Madonna con Bambino.

Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci
Lettera autografa di Benozzo Gozzoli a Michele di Felice Brancacci

Nello spazio dell’abside maggiore è esposta una preziosa lettera autografa di Benozzo, redatta proprio nella chiesa di san Francesco e indirizzata a Michele di Felice Brancacci, esponente della nota famiglia fiorentina. Il destinatario della missiva viene informato dal pittore che è impossibilitato a lasciare Montefalco prima di aver terminato il suo lavoro: “Ora m’è ochorso un pocho di chaso e non mi posso partire di qui”. Firmato “Benozzo di Lese dipintore / In Montefalco, in San Franciescho /, Proprio.”

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo

Benozzo portò a compimento la sua opera nel 1452, ultimando non solo gli affreschi dell’abside maggiore, ma anche quelli della cappella di san Girolamo, collocata nella navata meridionale della chiesa.

La prima cappella su questo lato era infatti dedicata a san Girolamo, e gli affreschi – con le Storie di san Girolamo e santi – furono realizzati da Benozzo Gozzoli nel 1452: la data è espressa in un’iscrizione che per esteso reca “MCCCCLII D(IE) P(RIMO) NOVEMBRIS”.

Benozzo Gozzoli, Cappella di San Girolamo, scena di San Girolamo che toglie la spina dalla zampa di un leone

Si tratta di uno degli ultimi lavori a Montefalco di Benozzo, che ai primi del 1453 si recò a Viterbo per compiere altre opere. Il ciclo di affreschi fu commissionato dal nobile Girolamo di Ser Giovanni Battista De Filippis per celebrare il proprio nome, e al contempo omaggiare il santo a cui era dedicata la confraternita di San Girolamo di Perugia, alla quale apparteneva anche Fra’ Jacopo.

Probabilmente fu proprio Fra’ Jacopo, come era già accaduto per il ciclo dell’abside maggiore, a scegliere gli episodi che Benozzo rappresentò, sottolineando le affinità tra la vita di Girolamo e quella di san Francesco ed esaltandone l’amore per la povertà, l’auto-abnegazione e la rinuncia del mondo.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, volta con i quattro Evangelisti e i loro simboli

Purtroppo lo stato degli affreschi è stato compromesso  da alcuni rimaneggiamenti avvenuti nel corso dei secoli: la cappella di san Girolamo era stata realizzata, insieme ad altre cinque cappelle, alla fine del XIV secolo sul fianco destro della chiesa, ma nel primo decennio del XVII secolo i setti murari che separavano questi spazi – e gli affreschi che vi erano stati realizzati – vennero demoliti per fare spazio all’attuale navata laterale.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, San Girolamo lascia Roma

Della decorazione originale sono dunque rimaste solo le volte affrescate, la parete dell’altare e l’arco d’entrata: la parete orientale venne distrutta quando le cappelle vennero unite, mentre la decorazione di quella occidentale fu quasi cancellata per aprire un nuovo portale di ingresso alla chiesa. Pur nel suo stato la cappella è importante anche perché costituisce – oltre agli affreschi del Pinturicchio a Santa Maria del Popolo a Roma (ne parlo in questo articolo) – l’unico ciclo italiano risalente al XV secolo e ancora esistente sulla vita di San Girolamo. La parete dell’altare è occupata da un finto polittico d’oro – che grazie ad effetti illusionistici come le ombre di pinnacoli, l’imitazione della struttura, la tenda fermata a un palo retrostante – suggerisce una costruzione lignea che non c’è, inserita in un tabernacolo, anch’esso finto, dalla classicheggiante cornice in prospettiva.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi - dettaglio della firma di Benozzo, dell'ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo, Finto polittico con Madonna in trono col Bambino tra santi – dettaglio della firma di Benozzo, dell’ombta dei pinnacoli e della tenda dietro la finta struttura

Il polittico rappresenta la Madonna in trono tra i santi, completo di predella e pinnacoli, e sulla cornice del tabernacolo si legge “OPUS BENOTII DE FLORENZIA”. Per rendere completa l’illusione di una pala a tempera, Benozzo dipinse il polittico a secco, simulando gli effetti e la resa di una pittura a tempera.

Alla sinistra e alla destra del finto polittico Benozzo introdusse gli episodi della storia di San Girolamo: a sinistra San Girolamo che lascia Roma, richiamando il tema francescano della rinuncia del mondo, a destra il santo che toglie la spina dalla zampa di un leone, animale che evoca il francescano lupo di Gubbio.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio del martirio di San Sebastiano
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio del martirio di San Sebastiano

Seguono altre scene, purtroppo frammentarie: Girolamo impegnato nella traduzione della Bibbia; la cacciata del leone dal monastero da parte dei frati, che ingiustamente accusano l’animale di aver mangiato il loro asino; il leone che riconduce l’asino al monastero, insieme ai mercanti che lo avevano rubato; infine il santo penitente nel deserto, in compagni del fedele leone. Ogni riquadro è spiegato da una didascalia apposta alla base.

Nella lunetta sovrastante il finto polittico vi è la Crocifissione con san Domenico e san Francesco a sinistra e i santi francescani Romualdo e Silvestro a destra. Nelle quattro vele della volta sono rappresentati gli Evangelisti accompagnati dai loro simboli. Nell’arco di ingresso vi è Cristo benedicente circondato dagli angeli, con la sottostante scena del martirio di San Sebastiano. Sui pilastri di destra e sinistra sono raffigurati San Bernardino da Siena e Santa Caterina d’Alessandria.

Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo - dettaglio
Affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di San Girolamo – dettaglio

Per la redazione di questo articolo ho trovato di grande interesse lo splendido volume di Diane Cole Ahl “Benozzo Gozzoli”, pubblicato da Silvana Editoriale nel 1996. Sono state preziose le informazioni ricevute nel corso della visita guidata agli affreschi e quelle disponibili nell’agile guida acquistabile presso il bookshop del Museo della chiesa di San Francesco. La mia visita si è svolta nel corso di una gita nella Valle Umbra, la cui prima tappa è stata Montefalco. In questo articolo ho raccontato la mia giornata.

Di Benozzo ho inoltre ammirato la splendida cappella dei Magi, realizzata a Palazzo Medici Riccardi a Firenze entro il 1462 (oltre dieci anni dopo gli affreschi di Montefalco, ne parlo in questo articolo), e quelli ancora successivi, eseguiti tra il 1464 e il 1465 nella cappella maggiore della chiesa di Sant’Agostino a San Gimignano (li ho ammirati quando sono andata nella cittadina delle torri, raccontandoli qui).

Altre immagini della cappella maggiore:

Altre immagini della cappella di San Girolamo:

Mappa della chiesa:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Terzo giorno: Spoleto

Basilica di San Salvatore, interno. Spoleto
Basilica di San Salvatore, interno

Il terzo giorno del mio viaggio in Umbria, dopo aver visitato Montefalco (ne ho parlato qui), Bevagna e Foligno (questo il racconto), mi sono recata a Spoleto. Nell’avvicinarmi a questa città dalla storia antica ho deciso di conoscerne la testimonianza di epoca longobarda più interessante, la basilica di San Salvatore. Dal 2011 l’edificio è patrimonio Unesco come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” comprendente – tra gli altri – il Tempietto sul Clitunno poco distante. La chiesa è purtroppo chiusa per problemi di stabilità conseguenti al terremoto, ma in occasione della Pasqua è stato straordinariamente riaperto il portale rendendone visibile l’interno dalla soglia. Inglobata nel cimitero di Spoleto, al di fuori delle mura medievali della città, ha origini paleocristiane (risale probabilmente al IV-V secolo d.C.), e dall’VIII secolo assunse il titolo di San Salvatore nel corso della dominazione longobarda.

Basilica di San Salvatore, facciata. Spoleto
Basilica di San Salvatore, facciata

Sin dalla facciata è evidente l’ampio ricorso a spolia, con il riutilizzo di colonne, basi, capitelli, elementi decorativi di origine romana, con un gusto decorativo di matrice orientale e siriaca: come riportano le notizie relative a questo luogo, nello spoletino vi era la forte presenza di un nucleo di monaci provenienti dalla Siria, che inoltre importò un modello di insediamento monastico ed eremitico di cui si ha testimonianza sul Monte Luco e in Valnerina. Il fascino della Basilica, che oggi purtroppo si ammira in modo assai parziale, consiste anche nel suo testimoniare quell’incontro di culture e tendenze differenti – ellenistiche e romane, bizantine, longobarde, locali – proprie del pluralismo e del sincretismo altomedievale.

Vista dalla Rocca Albornoziana
Vista dalla Rocca Albornoziana

Dopo aver visitato la chiesa, ho lasciato l’auto al parcheggio della Ponzianina (situato proprio sotto il cavalcavia della Flaminia) e utilizzando le comode scale mobili sono giunta alla Rocca Albornoziana, che domina la città dall’alto del colle Sant’Elia: il complesso merita una visita approfondita sia per la sua storia, sia per l’interessante Museo del Ducato di Spoleto che qui è allestito, sia per la vista impareggiabile che regala sulla città e sul Ponte delle Torri.

Torri della Rocca Albornoziana
Torri della Rocca Albornoziana

La fortezza venne costruita a partire dal 1359 per volere di papa Innocenzo VI per controllare i territori dello Stato della Chiesa durante il periodo della cattività avignonese (ad Avignone e al palazzo dei Papi ho dedicato una giornata del mio viaggio in Provenza, di cui ho parlato in questo articolo). Innocenzo VI inviò in Italia il potente cardinale Egidio Albornoz (da cui la rocca prende il nome) incaricando Matteo di Giovannello da Gubbio detto “il Gattapone” (coinvolto tra l’altro nella costruzione dello splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio, di cui ho parlato qui) della direzione dei lavori. Nel corso degli anni la fortezza divenne anche la residenza dei rettori del Ducato e dei legati pontifici, arricchendosi di decorazioni ed affreschi: purtroppo molti andarono distrutti quando, dal 1816, l’ambiente venne destinato a carcere e subì profonde modifiche interne.

Corte d'onore della Rocca Albornoziana
Corte d’onore della Rocca Albornoziana

Gli spazi più suggestivi, oltre alle splendide mura fortificate e alle sei torri, sono i due cortili interni (il Cortile delle Armi, enorme, e il Cortile d’Onore, circondato da un doppio loggiato con lacerti di affreschi) nonché gli ambienti della zona di rappresentanza, con il Salone d’Onore e soprattutto la Camera Pinta. Questo luogo è ornato da un ciclo di affreschi di soggetto profano, fortunatamente rimasti quasi intatti, risalenti al XIV e XV secolo.

Camera Pinta, Rocca Albornoziana - dettaglio del cavaliere alla fonte
Camera Pinta, Rocca Albornoziana – dettaglio del cavaliere alla fonte

Il Museo del Ducato di Spoleto è allestito negli spazi a piano terreno e primo piano che si affacciano sulla Corte d’Onore e racconta la storia della città dal IV al XV secolo. La Rocca offre anche una suggestiva visuale del Ponte delle Torri, che purtroppo è chiuso per consentire i lavori di consolidamento in seguito al sisma del 2016: tra le più grandi costruzioni in muratura dell’età antica (ha una lunghezza di 230 metri e un’altezza di oltre 80), il ponte svolgeva la funzione di acquedotto collegando Spoleto al Monte Luco.

Ponte delle torri
Ponte delle torri

Risalente al XIII/XIV secolo, affascinò anche Goethe, che nel suo “Viaggio in Italia” scrisse: “L’arte architettonica degli antichi è veramente una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili“. Dopo la visita della Rocca sono scesa verso piazza Duomo, passando dalla Fontana del Mascherone e dal Palazzo Comunale, su cui s’innalza l’originaria torre duecentesca.

Basilica di Santa Eufemia, facciata. Spoleto
Basilica di Santa Eufemia, facciata

Prima di visitare il Duomo ho festeggiato la Pasqua al ristorante La Barcaccia, a gestione familiare e casalinga, affollato da una clientela locale affezionata: ottimo il menù tipico, con strangozzi alla spoletina e agnello scottadito. Recandomi alla Cattedrale mi sono fermata alla Basilica di sant’Eufemia, risalente al X secolo, situata nell’area della residenza dei Duchi longobardi. Mi ha colpito per la semplicità della sua struttura, nel complesso davvero piccola, e l’armonia delle proporzioni: anche qui, come in San Salvatore, è stato utilizzato materiale di spoglio di provenienza classica e altomedievale. Non ho potuto visitare l’annesso Museo Diocesano (la Basilica sorge all’interno del Palazzo Arcivescovile) perché chiuso in occasione delle festività.

Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso
Cattedrale di Santa Maria Assunta e Teatro Caio Melisso

Ho quindi visitato il Duomo, scendendo la scenografica scalinata di via dell’Arringo che conduce alla piazza, su cui affaccia anche il teatro Caio Melisso, il bibliotecario di fiducia dell’imperatore Augusto. Nella cattedrale, edificata alla fine del XII secolo sulle fondamenta di un tempio cristiano, spiccano gli affreschi di Filippo Lippi che ornano l’abside maggiore, rappresentanti Storie della Vergine: l’opera venne eseguita tra il 1467 e il 1469 negli ultimi anni di vita del Maestro, che qui infatti venne sepolto.

Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Spoleto - dettaglio dell'incoronazione della Vergine
Affresco di Filippo Lippi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio dell’incoronazione della Vergine

La sua tomba fu disegnata dal figlio, Filippino, e Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio (di Filippo Lippi ho ammirato il ciclo di affreschi realizzati nel Duomo di Prato quindici anni prima, che costituiscono uno dei capolavori del Rinascimento, parlandone in questo articolo).

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta

Particolare attenzione meritano anche la Cappella Eroli, dove si trova un affresco di Pinturicchio, e l’adiacente Cappella dell’Assunta, interamente affrescata da Jacopo Siculo intorno al 1530. Nella Cappella Eroli – intitolata a San Leonardo – oggi si ammira l’opera di Pinturicchio nella zona absidale, con l’Eterno tra gli angeli in alto e in basso Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Leonardo. L’opera fu commissionata dal vescovo di Spoleto Costantino Eroli e venne ultimata da Pinturicchio nel 1497, ma il suo impianto originale – e di conseguenza la decorazione – venne sensibilmente modificato nel 1785 in seguito ai lavori di ammodernamento della cattedrale diretti da Giuseppe Valadier.

Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta - dettaglio con l'Arco di Tito
Pinturicchio, Cappella Eroli nella Cattedrale di Santa Maria Assunta – dettaglio con l’Arco di Tito

Lo stato dell’affresco è inoltre gravato da importanti problemi di umidità, che ne hanno compromesso l’originario splendore: sono infatti andate perdute le lumeggiature e i dettagli aggiunti a secco, mentre si è conservata la parte realizzata ad affresco. Quel che si ammira si distingue anche per il paesaggio minutamente descritto – alle spalle dei personaggi in primo piano – e nelle scene e nelle architetture immaginate: dietro la figura di Leonardo si distingue la Fuga in Egitto, mentre alle spalle del personaggio di Maria si sviluppa una città medievale e una citazione dell’Arco di Tito, fantasiosamente coronato da un gruppo bronzeo che potrebbe ispirarsi al Marco Aurelio. Immagini, queste, che testimoniano il repertorio e le memorie romane di Pinturicchio (in questo articolo ho parlato delle opere realizzate a Roma dal maestro perugino prima della Cappella Eroli, dal 1477 al 1500 circa).

E’ molto interessante anche la Cappella delle Reliquie, in cui è conservata la lettera autografa di San Francesco a Frate Leone, preziosissima testimonianza – oltre alle spoglie, che riposano ad Assisi – della vita e della predicazione del Santo. Sono solo due gli autografi di Francesco, uno è conservato ad Assisi, il secondo qui a Spoleto.

L'arco di Druso e Germanico a Spoleto
L’arco di Druso e Germanico

Nel pomeriggio mi sono concessa una passeggiata per le vie cittadine, giungendo all’arco di Druso e Germanico, risalente al 23 d.C.: il monumento sorge a poca distanza dalla piazza del mercato, l’antico foro romano di cui l’arco era l’ingresso trionfale, ed è stato inglobato nelle successive costruzioni medievali. Testimonia, insieme alle vestigia del Ponte sanguinario, del teatro e dell’anfiteatro, la floridezza del municipio romano di Spoletium, che ebbe grande importanza economica e strategica in virtù della sua collocazione sulla via Flaminia. Sono quindi giunta fino a piazza della Libertà, da cui si ammira dall’alto lo splendido teatro romano, risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e rimasto in uso fino al IV secolo: nel periodo altomedievale sulla scena venne edificata la chiesa di Sant’Agata e il palazzo Corvi, attuali sedi del Museo Archeologico Statale.

Teatro romano e chiesa di Sant'Agata
Teatro romano e chiesa di Sant’Agata

Sono poi scesa verso Palazzo Collicola per visitare la collezione di arte contemporanea Carandente, qui ospitata a piano terreno, e le sale del piano nobile, dove è stata ricostruita un’abitazione gentilizia settecentesca e si ammira una pinacoteca con dipinti risalenti al XV-XX secolo. Oltre alla bellezza degli ambienti, davvero raffinati, sempre al primo piano meritano attenzione la galleria, completamente affrescata secondo un gusto barocco e rococò con vedute a trompe l’oeil, e alcuni soffitti a cassettoni magnifici.

Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color
Palazzo Collicola, Sol Lewitt, Bands of color

Fra le opere esposte nella collezione Carandente ho particolarmente apprezzato quella di Richard Serra (collocata all’ingresso), la sala di wall drawing realizzata da Sol Lewitt (dal titolo Bands of color), i mobiles di Calder, le sculture di Leoncillo (nato a Spoleto nel 1915). Alla collezione appartiene anche la Coda di cetaceo di Pino Pascali, attualmente in prestito a Palazzo Strozzi a Firenze in occasione della mostra “Nascita di una Nazione” (di cui ho parlato in questo post). Percorrendo la suggestiva via Porta Fuga sono giunta in piazza Garibaldi e da qui, costeggiando il fossato (da cui si ammira una bella veduta della Rocca Albornoziana) sono tornata alla mia auto.

Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Vista della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Per organizzare la mia giornata a Spoleto ho consultato con molto profitto il sito internet del Comune dedicato al turismo e alla culturawww.comunespoleto.gov.it/turismoecultura/, e ho ricevuto preziose indicazioni dall’Ufficio Turistico, che ha prontamente risposto alla mia mail (l’indirizzo è info@iat.spoleto.pg.it). Per visitare i sei musei cittadini è consigliabile l’acquisto della Spoleto Card (info sul sito www.spoletocard.it/) che consente di avvalersi di un unico biglietto integrato utilizzabile nell’arco di sette giorni, con un significativo risparmio economico.

Altre immagini:

Mappa di Spoleto: