Le navi di Nemi: la storia di un capolavoro ritrovato, e poi perduto

Foto d'epoca della seconda nave
Foto d’epoca della seconda nave

La storia delle navi di Nemi è una vicenda affascinante che a partire da Caligola ha attraversato i secoli fino a giungere fino ai nostri giorni, superando alterne vicissitudini e incrociando fatalmente le sorti del II conflitto mondiale. I due scafi, risalenti al 37-41 d.C., erano grossi natanti a bordo dei quali l’imperatore romano dava ricevimenti, secondo un uso molto diffuso in epoca imperiale. Secondo recenti studi, delle due navi la prima era un palazzo galleggiante, la seconda un luogo di culto collegato al vicino santuario di Diana Nemorense. Dobbiamo immaginarle come sontuose architetture con edicole sostenute da colonne, padiglioni coperti da tegole in terracotta e rame, pavimenti in marmi e mosaico, balaustre.

Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo di Palazzo Massimo a Roma
Testa di Medusa in bronzo proveniente dalla prima nave, nel museo Palazzo Massimo a Roma

Erano ornate con bronzi finemente lavorati, ori e gemme, vele policrome, statue, espressione di uno sfarzo ostentato e di una ricchezza tesa a celebrare il culto dell’imperatore. La seconda nave presentava la poppa e la prua costruite in perfetta simmetria e un apposticcio con quattro timoni, che permetteva di cambiare rapidamente direzione senza ricorrere a troppe manovre: un requisito indispensabile in uno spazio ridotto come lo specchio del lago di Nemi.

Frammento pavimento della prima nave
Frammento pavimento della prima nave

Purtroppo le imbarcazioni ebbero vita breve, vennero infatti affondate in età neroniana o distrutte subito dopo la morte di Caligola, a seguito della sua damnatio memoriae. Già prima del loro affondamento, non sappiamo se fortuito o intenzionale, vennero saccheggiate degli arredi, una parte dei quali è stata ritrovata a bordo di un battello poco distante, anch’esso affondato.

Da sempre visibili attraverso le acque trasparenti del lago, suscitarono nel corso dei secoli interesse e curiosità, ma i primi tentativi di recupero furono intrapresi solo a partire dal Rinascimento, periodo caratterizzato dall’amore per le antichità classiche. Nel 1446 Leon Battista Alberti venne incaricato dal cardinale Prospero Colonna, e tramite una zattera collegata a uncini cercò di sollevare la nave più vicina a terra, riuscendo solamente a strapparne parte della chiglia. Riportò i dati relativi alla sua impresa in un opuscolo, “Navis”, purtroppo andato perduto.

Chiodi provenienti dalle navi
Chiodi provenienti dalle navi

Nel 1535 Francesco De’ Marchi compì un nuovo tentativo, immergendosi con uno scafandro in legno che lasciava libere braccia e gambe: anche lui riuscì a strappare qualche pezzo ligneo, tegole, chiodi e lastre in piombo, ma grazie alla possibilità di muoversi registrò alcuni rilievi e misurazioni. Purtroppo anche questi dati, in larga parte, andarono dispersi.

Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma
Erma bifronte di sileno della balaustra bronzea proveniente dalla seconda nave nel museo Palazzo Massimo a Roma

Nel corso dei secoli seguenti andarono avanti le spoliazioni incontrollate e impunite, fino a quando – nel 1827 – Annesio Fusconi immerse nelle acque del lago una campana calata da argani sostenuti da una zattera soprastante: anche questo tentativo causò un’ulteriore distruzione dello scafo, così come quello del 1895 ad opera di Eliseo Borghi, su incarico dei Corsini, all’epoca principi di Nemi. In questa circostanza venne individuata la seconda nave, della quale si recuperarono alcuni elementi tra cui il legname, che abbandonato sulla riva andò distrutto.

Nel Novecento, dopo secoli di spoliazioni, si decise di affrontare la questione del recupero con un criterio scientifico, per ottenere tutti i dati tecnici e costruttivi delle imbarcazioni e porre fine alla depredazione continua e devastante.

Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave
Ricostruzione in scala 1:5 della prima nave

Nel 1896 il Ministero della Marina incaricò l’ing. Vittorio Malfatti di eseguire esplorazioni e rilievi, non solo relativamente agli scafi ma a tutto il lago e al suo emissario. I dati raccolti furono molti e preziosi, e Malfatti ipotizzò il prosciugamento del lago come unica soluzione per recuperare le due imbarcazioni. L’idea rimase lì e non fu ripresa che dopo trent’anni, quando nel 1926 venne creata una Commissione dedicata: scartate altre fantasiosi soluzioni, l’ipotesi dell’abbassamento del livello delle acque – possibile tramite la costruzione di un cunicolo che immettesse l’acqua nel vicino lago Albano – venne ritenuta l’unica valida.

Ricostruzione dell'apposticcio della prima nave
Ricostruzione dell’apposticcio della prima nave

Nel 1927 la società Riva di Milano finanziò la costruzione di pompe idrovore necessarie per iniziare il prosciugamento: l’impianto avrebbe convogliato le acque nell’antico emissario, lungo 1500 metri e risalente all’epoca romana, che venne restaurato e rimesso in funzione. Il condotto dall’imbocco sulle rive del lago giungeva fino al mare, all’altezza di Ardea. Il sistema venne messo in funzione il 20 ottobre 1928 e il 28 marzo 1929 – alla quota di 5,52 metri, emersero le prime strutture della nave più vicina alla riva, quella maggiormente danneggiata dalle spoliazioni e dai vari tentativi di recupero. Il 3 settembre 1929, alla quota di 11,28 metri, lo scafo fu pienamente visibile e il 5 ottobre iniziarono le operazioni di alaggio: l’imbarcazione venne portata a riva e riparata in un hangar messo a disposizione dall’Aeronautica.

Foto d'epoca della prima nave
Foto d’epoca della prima nave

La seconda nave, dopo alcune difficoltà legate al franamento della sponda, venne recuperata nell’ottobre del 1932 e lasciata allo scoperto. In questa situazione gli scafi cominciarono rapidamente a manifestare segni di degrado, e data l’impossibilità di trasferirli altrove si giunse all’idea di costruire in loco un museo permanente dove potessero essere riparati ed esposti. Nel 1933 il Ministero della Marina fu incaricato della realizzazione e il progetto fu offerto dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo.

Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane
Strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, nel Museo delle navi romane

I lavori di costruzione vennero ritardati dal ritrovamento dell’antica strada romana che conduceva al tempio di Diana Nemorense, tutt’oggi visibile nell’attuale pavimentazione, ma l’edificio fu comunque ultimato il 15 ottobre 1935, tranne le pareti anteriori che vennero edificate solo dopo aver trainato all’interno le due navi, insieme ad altre tre piccole imbarcazioni recuperate. Purtroppo gli scafi e il museo non trovarono pace, per cause su cui non venne mai fatta definitivamente luce: sembra che nella notte del 31 maggio 1944 le truppe tedesche stanziate nei dintorni furono costrette alla ritirata dai bombardamenti alleati e appiccarono il fuoco alle navi distruggendole completamente. Anche il Museo subì danni importanti, sia a causa dell’incendio sia in conseguenza dei cannoneggiamenti. Venne deciso il suo restauro, la ricostruzione in scala 1:5 delle navi e l’esposizione di tutti i piccoli oggetti prudentemente ricoverati a Roma durante il conflitto.

Foto d'epoca delle navi e del Museo dopo l'incendio del 31 maggio 1944
Foto d’epoca delle navi e del Museo dopo l’incendio del 31 maggio 1944

Il Museo fu nuovamente chiuso nel 1963 per problemi di solidità delle strutture architettoniche, e quindi definitivamente riaperto nel 1988. Diviso in due grandi ale, quella di sinistra oggi ospita reperti originali e copie in scala delle due navi, insieme a una ricostruzione dell’apposticcio di poppa della prima nave. L’ala destra è dedicata al vicino santuario di Diana Nemorense e al territorio albano, con l’esposizione di materiali e reperti del XVI, XI e VIII secolo a.C., insieme a materiali votivi provenienti da Velletri e dagli scavi del santuario di Nemi. Il complesso è attraversato dall’antica strada romana che conduceva al tempio, che taglia trasversalmente la pavimentazione.

Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi
Sala di Palazzo Massimo a Roma dedicata alle navi di Nemi

Alcuni preziosi reperti in bronzo – di cui presso il Museo di Nemi sono visibili le riproduzioni – si ammirano in una sala dedicata a Palazzo Massimo di Roma: il primo nucleo venne acquistato nel 1906 in seguito alle esplorazioni compiute da Eliseo Borghi su incarico dei principi Orsini, mentre il secondo venne alla luce nel corso degli scavi tra il 1929 e il 1932. Consiste in un gruppo di teste di figure animali (leoni, lupi, una pantera) che ornavano le testate delle travi e gli assi dei timoni della prima nave, mentre in alto era collocata una testa di Medusa. Alla seconda nave appartengono invece le mani che decoravano i timoni con funzione apotropaica e una balaustra con le erme bifronti.

Informazioni utili: il Museo delle Navi Romane di Nemi è visitabile tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00. Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, è aperto dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 19,45.

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