Giampietro Campana e la sua leggendaria collezione: una storia rocambolesca

Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini
Testa, mano, globo di Costantino @ Musei Capitolini

Qualche settimana fa si è diffusa la notizia che l’enorme dito bronzeo della Collezione Campana custodito al Museo del Louvre appartiene alla colossale statua dell’imperatore Costantino esposta ai Musei Capitolini di Roma. La scoperta è avvenuta grazie agli studi di una ricercatrice, Aurelia Azema, che scrivendo una tesi sulle antiche tecniche di saldatura ha cominciato ad indagare sul reperto e sulla statua cui doveva appartenere. La dimensione del dito, il processo di fusione e le sue caratteristiche stilistiche l’hanno condotta alla monumentale statua di Costantino i cui elementi – una mano sinistra, la testa e un globo – si possono ammirare nell’esedra di Palazzo dei Conservatori a Roma.

Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre
Il dito bronzeo della statua di Costantino del museo del Louvre

La conferma definitiva è giunta nel maggio scorso, quando una ricostruzione in 3D del dito è stata portata a Roma e apposta sulla mano, con la quale ha combaciato perfettamente. Questa scoperta straordinaria verrà festeggiata con la riunificazione del dito e della mano in occasione di una mostra già prevista al Louvre per il prossimo ottobre: l’esposizione, dal titolo “Un rêve d’Italie: la collection du marquis de Campana” – vuole ricostituire la leggendaria collezione Campana, di cui faceva parte il dito. Ma chi è Giampietro Campana, l’antico proprietario dell’opera?

Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon
Vittore Carpaccio, Sainte Conversation @ Musée du Petit Palais, Avignon

Mi sono imbattuta nelle opere della sua Collezione quando ho visitato – nel corso del mio viaggio in Provenza e Camargue (qui il mio racconto) – il Musée du Petit Palais di Avignone, che custodisce una parte cospicua dei dipinti della raccolta: oltre trecento opere di arte italiana dal Medioevo al Rinascimento, qui raggruppate nel corso del Novecento dopo essere state disperse in sessantasette musei francesi di provincia. La ricomposizione di questo nucleo dei dipinti (tutti appartenenti al Louvre) presso il polo di Avignone fu realizzata nel 1976, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei musei francesi, e fu l’ultimo atto di una lunga e travagliata storia che aveva visto queste opere protagoniste loro malgrado.

Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon
Giovanni Bellini, La circoncision, Musée du Petit Palais, Avignon

Giampietro Campana nacque nel 1808 da una famiglia della grande borghesia romana: il nonno aveva condotto scavi archeologici a Ostia, Roma e Castelnuovo, raccogliendo marmi antichi, il padre collezionava monete. Secondo la tradizione familiare divenne direttore del Monte di Pietà a Roma nel 1833, istituzione che gestì con piglio imprenditoriale e grande spregiudicatezza. Parallelamente coltivò la passione per il collezionismo senza alcuna preferenza d’ambito: collezionava tutto, antichità romane, greche ed etrusche provenienti dagli scavi archeologici che dirigeva – a Roma, Cerveteri, Veio… – o finanziava, o acquistate sul mercato antiquario.

Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine
Sarcofago degli sposi, Musée du Louvre @ artemagazine

Verso il 1830 la sua raccolta comprendeva 500 marmi, 2000 terracotte, 3800 vasi, 600 bronzi, 1600 oggetti in oro, 460 vasi di vetro. Le opere erano esposte nella sua abitazione romana, vicino a San Giovanni in Laterano, che nel 1846 fu visitata dal nuovo papa Pio IX, evento che ne consacrò la reputazione. Campana cominciò a concepire il desiderio di costituire un museo universale, aggiungendo al nucleo delle opere antiche sculture e maioliche rinascimentali, e dipinti, soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento.

Taddeo di Bartolo, La Vierge de l'annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge de l’annonciacion, Musée du Petit Palais, Avignon

I suoi acquisti si concentrarono prevalentemente in due zone, Firenze e le regioni che costituivano lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna), con cui – in virtù della sua posizione – aveva un rapporto diretto e privilegiato. Raccolse in questo modo oltre 400 dipinti di “primitivi”, che si trovavano esposti nella sua casa in via del Corso e raccolti in un magazzino in via Margutta.

L’importanza della collezione così composta era dovuta non solo alla quantità delle opere raccolte, ma anche alla loro qualità: tra di esse infatti si trovavano capolavori come il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, sculture della bottega dei Della Robbia. Queste opere mostravano e mettevano in luce il patrimonio culturale dell’Italia nel momento in cui – durante il Risorgimento – la nazione affermava la propria identità culturale.

Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre
Paolo Uccello La Bataille de San Romano: la contre-attaque de Micheletto da Cotignola @ 1997, RMN, Jean-Gilles Berizzi, Musée du Louvre

Per continuare i suoi acquisti però Campana cominciò ad attingere alle casse del Monte di Pietà, e fu travolto dal piacere del collezionismo: contrasse debiti per tre milioni, fu arrestato nel 1857 e condannato a venti anni di galera. La sua collezione fu messa in vendita, suscitando un’emozione profonda in Italia e in tutta Europa. Venne acquistata dallo zar di Russia, che comprò 467 pezzi tra marmi, bronzi e vasi per 125.000 scudi, e da Napoleone III, che con 812.000 scudi acquistò tutto quel che rimaneva, 11.835 oggetti, con l’intento di destinarli al Louvre (acquistarono anche altri Musei, tra cui il Metropolitan di New York). All’arrivo a Parigi la collezione fu esposta nel Palais de l’Industrie, in assenza di ambienti adeguati al Louvre, dove venne inaugurato nel 1862 il Museo Napoleone III.

Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre
Ariane @ 2011, Thierry Ollivier, Musée du Louvre

La raccolta venne tenuta insieme fino alla fine di quell’anno, quando fu dispersa destinando alcune opere al museo parigino, e ben 322 dipinti ai musei della provincia, a cui negli anni successivi vennero inviati a più riprese altri quadri. Solo nel 1945 si cominciò a pensare di riunirli in un’unica sede, individuando poi nel Petit Palais di Avignone il luogo più opportuno, in virtù del suo passato di capitale della cristianità del corso della cattività del XIV secolo.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l'Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon
Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant, Musée du Petit Palais, Avignon

A distanza di 160 anni dal momento della vendita della Collezione Campana e della condanna del suo spregiudicato ed onnivoro proprietario, il Museo del Louvre e l’Ermitage di San Pietroburgo hanno organizzato la riunificazione delle opere più importanti nell’eccezionale esposizione che inaugurerà a Parigi il 17 ottobre. Un’occasione unica per vedere in parte ricostituita la collezione privata più importante e significativa del XIX secolo, alla quale parteciperanno straordinariamente anche i Musei Capitolini con il prestito della mano e della testa della statua di Costantino, in seguito alla scoperta di qualche settimana fa.

Sandro Botticelli, La Vierge et l'Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon
Sandro Botticelli, La Vierge et l’Enfant @ Musée du Petit Palais, Avignon

La mostra, davvero imperdibile, metterà in luce la personalità di Campana, la società nella quale s’impose come collezionista e uomo d’affari, la storia della sua straordinaria raccolta, con la ricostruzione della sua casa-museo di Roma, l’influenza che la collezione esercitò sul gusto artistico della seconda metà dell’Ottocento, la sua passione per i pastiches e i falsi. L’esposizione sarà visitabile fino al 26 gennaio 2019 presso la Hall Napoléon.

Queste le informazioni relative alla mostra (questa la pagina dedicata sul sito del Louvre):

Un rêve d’Italie : la collection du marquis de Campana
La reconstitution de la légendaire collection Campana, la plus grande collection privée d’objets d’art au 19e siècle.
17 ottobre 2018 – 26 gennaio 2019
Hall Napoléon – Musée du Louvre

Altre immagini:

L’apposizione della ricostruzione in 3D del dito bronzeo del Louvre sulla mano della statua di Costantino ai Musei Capitolini

Hiroshige e Monet: la suggestione del ponte giapponese e le immagini del “mondo fluttuante”

Utagawa Hiroshige, Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin

In occasione della mostra organizzata alle Scuderie del Quirinale a Roma “Hiroshige. Visioni dal Giappone” (ecco il mio articolo), ho ammirato la splendida immagine di un ponte giapponese rappresentata nella xilografia “Kameido. L’area antistante il santuario Tenjin”. Questa stampa appartiene al celebre ciclo delle “Cento vedute di luoghi celebri di Edo”, realizzato da Hiroshige nell’ultima parte della sua vita: l’opera venne concepita in cento stampe uscite nel 1856, ma visto il suo straordinario successo ne furono prodotte ben centodiciotto, interrotte dalla morte di Hiroshige nel 1858. Nelle “Cento vedute”, che appartengono al genere dell’ukiyoe, ovvero “immagini del Mondo Fluttuante”, il formato verticale esalta la novità introdotta dal Maestro, consistente in un elemento in primissimo piano, ingigantito da un’inquadratura ravvicinata, rispetto allo sfondo di dimensioni molto più contenute. Questa assoluta novità compositiva influenzò non solo i primi fotografi giapponesi ma anche moltissimi artisti occidentali, impressionisti e post-impressionisti, fra cui Monet.

Tamamura Kihei – Glicini in fiore nel parco di Kameido a Tokyo – 1890 ca. @ www.artribune.it

Nella stampa di Hiroshige, l’elemento in primo piano è un tralcio di glicine, dietro il quale si staglia un ponte a collegare le due estremità di un fiume. Il santuario menzionato nel titolo non compare, e l’attenzione della stampa è tutta concentrata sul ponte, la cui curvatura lo contraddistingue quale taikobashi, “ponte-tamburo”, il cui riflesso sulle acque (effetto qui non riprodotto), dà la forma di un tamburo. L’effetto è ben visibile in alcune immagini fotografiche dell’epoca, che rappresentano il ponte e la ricca fioritura di glicini circostante.

Giardino d’acqua a Giverny. In fondo, il ponte giapponese @ www.fondation-monet.com

Monet venne profondamente colpito dalle immagini delle stampe giapponesi, di cui aveva una ricca collezione comprendente quarantasei opere di Utamaro, ventitré di Hokusai, quarantotto di Hiroshige, e alcune di esse erano appese sulle pareti della sua casa di Giverny, in Normandia, così da poterle ammirare continuamente (la casa e il giardino sono visitabili e sono sede della Fondazione Monet). La sua passione per il Giappone lo spinse a introdurre diversi elementi orientali nel giardino che creò, in modo del tutto originale, attorno alla tenuta di Giverny: sempre affascinato dall’acqua e dai suoi riflessi, come dimostrano le sue innumerevoli tele dedicate a questo soggetto, nel 1893 acquistò un ulteriore terreno e qui fece deviare il corso di uno torrente creandovi uno stagno.

Ponte giapponese a Giverny @ www.fondation-monet.com

L’influenza dei paesaggi ammirati nelle stampe è visibile nella trasformazione di questo stagno in “giardino d’acqua”, con ninfee, bamboo, ginko biloba, gigli d’acqua, salici piangenti e altri elementi di vegetazione che inquadrano lo specchio d’acqua, mentre la passerella che lo sovrasta è ispirata proprio ai ponti giapponesi. Monet era così orgoglioso del suo giardino da affermare: “Il mio giardino è l’opera più bella che io abbia mai creato”, e in effetti il luogo richiama, nei giochi di luce e ombra e nelle sue sfumature e colori, le suggestioni di quel “mondo fluttuante” celebrato da Hiroshige e dai Maestri giapponesi.

Claude Monet, Le bassin aux nymphéas, harmonie rose, Musée d’Orsay, Paris

A partire dal 1897 il giardino e il ponte divennero il soggetto di suoi moltissimi quadri, e alla mostra allestita al Vittoriano di Roma fino al 3 giugno (realizzata con sessanta opere provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi) è possibile ammirarne alcune versioni. L’immagine più icastica del ponte – che rivela a colpo d’occhio l’influenza della stampa di Hiroshige – è conservata alla National Gallery of Art di Washington, mentre queste sono le opere che si ammirano oggi al Vittoriano:

Monet dedicò l’ultima parte della sua vita alla rappresentazione del giardino e in particolare delle ninfee, realizzando uno dei suoi più grandi capolavori nel ciclo delle Nymphéas, dove gli effetti di luce e di colore spingono la sua pittura ai limiti dell’arte astratta. Le sue opere si ammirano in molti musei del mondo, e al Musée de l’Orangerie a Parigi sono custodite le tele monumentali da lui realizzate e donate alla Francia all’indomani dell’armistizio del 1918 come simbolo di pace. Questa è una storia meravigliosa, cui ho dedicato un approfondimento in occasione della mia visita a Parigi, e una galleria fotografica.

 

 

Musei da vedere a Parigi

La grande navata del Museo

I musei principali e più famosi di Parigi sono imperdibili, a partire dal Louvre (che mi ha regalato suggestioni e sorprese) e dal Musée d’Orsay, ma è possibile, ed auspicabile, dedicare qualche ora del proprio tempo anche a collezioni meno affollate, sicuramente altrettanto affascinanti.

Consiglio senz’altro il Musée Jacquemart-André, che merita sia per la sua meravigliosa collezione – in

Salon des tapisseries

particolare di arte italiana – sia per la ricchezza degli ambienti dell’hôtel particulier di Boulevard Haussmann, sia infine per la storia della coppia, Nélie Jacquemart ed Éduard André, che lo costruirono e abbellirono. Il Museo ospita inoltre esposizioni temporanee di grande interesse.

Insieme al Museé d’Orsay, peraltro acquistando un biglietto unico, vale assolutamente la pena visitare il Musée de l’Orangerie, per ammirarvi le sale ellittiche che ospitano le Nymphéas di Claude Monet e la collezione Jean Walter e Paul Guillaume. Consiglio inoltre di visitarne il sito web in anticipo, per verificare se vi siano esposizioni temporanee in corso.

© Musée national Picasso Fabien Campoverde 2015

Fra i musei monografici, segnalo senza alcun dubbio il Musée Picasso, ospitato nel magnifico Hôtel Salé, che accoglie non solo le opere dell’artista ma anche parte della sua personale collezione. Da non perdere il Musée Rodin, i cui spazi sono stati completamente rinnovati e quindi riaperti nel 2015 con la realizzazione di nuovi percorsi e sale. Il museo è ospitato in uno splendido edificio risalente al ‘700, circondato da un meraviglioso parco di tre ettari dove trovano spazio alcune delle opere più belle di Rodin, tra cui La Porte de l’Énfer e Le Penseur.

@ Musée Delacroix

Infine il Musée National Eugène Delacroix (per il quale esiste un biglietto unico con il Musée du Louvre), ospitato nell’edificio che in parte accolse lo studio dell’artista dal 1857 fino alla sua morte, avvenuta nel 1863. Oltre al Museo, che conserva alcune opere e strumenti di lavoro dell’artista, è possibile visitare il giardino retrostante, rinnovato nel 2012 ed ispirato alle composizioni floreali di Delacroix e al suo piacere per un giardino di campagna.

Uno schizzo del Beaubourg firmato da Renzo Piano @LaStampa.it

Da non perdere è senz’altro il Centre Georges Pompidou, che il 31 gennaio scorso ha festeggiato i suoi primi quarant’anni. In occasione di questo anniversario, Renzo Piano ne ha ricordato così la realizzazione: «In qualche modo questo edificio, calato nel cuore della città, è stato adottato da Parigi, dopo aver inizialmente diviso l’opinione pubblica». «Nessuno era rimasto indifferente, c’era chi approvava e chi gridava al sacrilegio, parlando anche di “supermercato della cultura”. Era un gesto di ribellione, entrato dalla finestra, contro la cultura chiusa, elitaria. Il concorso era stato bandito nel 1971, tre anni dopo le manifestazioni e le rivolte del ’68, e il governo, ancorché conservatore, voleva dare un segno di svolta, seguendo la linea tracciata negli Anni Sessanta da André Malraux con la sua idea di Maison de la Culture. Insomma, il governo si prese dei rischi, e noi demmo una risposta estrema». Per festeggiare questo anniversario, il Centre Pompidou ha organizzato un ricco programma di iniziative in quaranta città in tutta la Francia, con esposizioni, spettacoli ed incontri.

Dettaglio della Chapelle dell’Hôtel de Cluny @ Hôtel de Cluny

Molto interessante sia per la sua ricchissima collezione, sia per la storia dell’edificio che la ospita è il Musée National du Moyen Âge, custodito nello scrigno dell’hôtel degli abati di Cluny. L’immobile fu edificato fra la fine del ‘400 e i primi del ‘500 come foresteria e sede di rappresentanza dell’Ordine a Parigi, e una parte di esso è costituita dalle suggestive terme di epoca gallo-romana. La collezione, qui custodita dal 1832, raccoglie opere di oreficeria, avori, arazzi, vetrate, oggetti di arredamento, armi, sculture e codici miniati.

Grand Musée du Parfum – Harvey John

Ha aperto da un paio di mesi il Grand Musée du Parfum, che propone un percorso sensoriale per grandi e piccini articolato su quattro piani, illustrando la storia del profumo a partire dall’Antichità fino ad arrivare ai nostri giorni. La visita si avvale di un sistema interattivo che prevede l’uso di video e dispositivi hi-tech e permette inoltre di realizzare un profumo “tailor-made”. Non si tratta del primo museo dedicato al profumo a Parigi: qui è possibile visitare anche il Musée du Parfum Fragonard, di proprietà della Maison, che propone la storia del profumo nell’ambientazione di una fabbrica di fine Ottocento.

 

Alcuni fra gli altri innumerevoli musei di Parigi:

Musée Marmottan Monet: ospita oggetti d’arte del Primo Impero e dipinti impressionisti (conserva la più importante collezione al mondo di dipinti di Claude Monet e di Berthe Morisot), nonché esposizioni temporanee.

@ Fondation Louis Vuitton

Fondation Louis Vuitton: ospitata in una struttura ideata da Frank Gehry su iniziativa di Bernard Arnault, sostiene gli artisti contemporanei francesi e internazionali. E’ incentrata su una collezione permanente, affiancata da esposizioni temporanee, commissioni artistiche ed eventi.

Musée du quai Branly: è il museo delle arti primitive e delle arti e civiltà d’Africa, Asia, Oceania e America, voluto e inaugurato da Jacques Chirac nel 2006.

Musée de l’homme: presenta l’evoluzione dell’uomo e delle società incrociando gli approcci biologici, sociali e culturali. Occupa la maggior parte dell’ala Passy del Palais de Chaillot.

Musée des Arts Décoratifs: dedicato alla valorizzazione delle Belle Arti applicate e allo sviluppo del legame tra industria e cultura, è articolato in tre spazi: Rivoli (dove il Museo effettivamente si trova), Monceau (qui è visitabile il Musée Nissim de Camondo ) e Raspail.

Musée National des artes asiatiques–Guimet: dedicato all’arte asiatica, ospita anche esposizioni temporanee.

Galleria nazionale del Jeu de Paume: si trova nel Giardino delle Tuileries ed è dedicato alla fotografia contemporanea e alla videoarte.

Armatura del delfino realizzata per Enrico d’Orléans @ Musée de l’Armé

Musée de l’Armé: è uno dei più grandi musei militari al mondo, si trova all’interno del complesso dell’Hôtel des Invalides. Una parte di esso è dedicato all’Historial Charles de Gaulle, spazio completamente interattivo dedicato alla figura di Charles de Gaulle.

Musei della Città di Parigi: sono quattordici, tra i quali il Petit Palais, il Musée Carnevalet–Histoire de Paris, il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, la Maison de Victor Hugo, la Maison Balzac.

 

Valutazioni e consigli generali:

  • Preferisco acquistare il biglietto on line per evitare code, verificando l’esistenza di biglietti cumulativi fra più istituzioni e l’esistenza di eventuali riduzioni
  • La prima domenica del mese i Musei Nazionali (e alcuni monumenti) sono aperti gratuitamente. Consiglio di verificare se in tale occasione siano visitabili sia le collezioni permanenti, sia quelle eventualmente allestite in forma temporanea. Il risparmio del costo del biglietto può comportare in alcuni casi un grande afflusso di visitatori, e quindi una scarsa qualità della visita.
  • In base al numero di musei che si intende visitare, può essere conveniente e pratico l’acquisto del Paris Museum Pass, che permette l’accesso senza attese a più di cinquanta musei e monumenti. Esistono tre formule, in base alla durata del pass, 2, 4 e 6 giorni, per tre differenti costi: 48€, 62€ e 74€.

 

Gallerie di immagini: Musée du Louvre, Musée d’Orsay, Musée de l’OrangerieMusée Jacquemart-André.

Girellando al Louvre, suggestioni e curiosità

Ho trascorso un’intera giornata al Louvre, riuscendo peraltro a vederne solo una parte, e in modo assai sommario. Prima della visita avevo consultato on line il calendario delle aperture delle sale, e consiglio di farlo se si ha già un’idea chiara di cosa si vuole vedere e non si intende rischiare brutte sorprese. Al di là delle opere e delle sezioni per me “imperdibili”, ho potuto anche concentrarmi sulle opere meno affollate dai turisti e sulle storie che si celano dietro di esse.

Ad esempio è stato interessante approfondire la vicenda della collezione Borghese, che per la sua ricchezza attirò l’attenzione di Napoleone Bonaparte, la cui sorella Paolina era andata in sposa al principe Camillo Borghese. Nel 1807 parte della collezione (oltre cinquecento marmi) fu acquisita da Napoleone per arricchire l’allora costituendo museo del Louvre, e ancora oggi la collezione Borghese rappresenta il nucleo fondamentale della sezione archeologica delle antichità greche, etrusche e romane. Fra i capolavori che è possibile ammirare negli ambienti che la ospitano, negli appartamenti della regina Anna D’Austria (Livello 0, Ali Denon e Sully) e nella splendida Sala delle Cariatidi, vi sono il monumentale Cratere Borghese, Sileno con Bacco Fanciullo, una statua di Venere Marina, il gruppo del Centauro cavalcato da Amore, la statua del Seneca morente, oltre all’Ermafrodito, restaurato da Gian Lorenzo Bernini.

Sempre passeggiando fra i capolavori della collezione archeologica, mi sono soffermata con ammirazione presso i due Prigioni di Michelangelo, e ho avuto l’occasione per ricordarne la storia. Quelli conservati al Louvre sono due, e sono quelli pressoché finiti: lo schiavo ribelle e lo schiavo morente.

Gli altri quattro si trovano presso la Galleria dell’Accademia di Firenze e sono vistosamente “non finiti”. Erano tutti destinati alla tomba di papa Giulio II, progetto che il papa commissionò al Buonarroti nel 1505 e che prevedeva la realizzazione di un monumentale mausoleo in San Pietro. In seguito alla morte di Giulio II, avvenuta nel 1513, Michelangelo elaborò un secondo progetto, meno grandioso e dispendioso, realizzando i due Prigioni che oggi si trovano al Louvre e il Mosè che poi è stato utilizzato nella versione definitiva della tomba. Questo secondo progetto venne ulteriormente ridotto nel 1516 e quindi sospeso per il sopraggiungere di nuovi diversi incarichi. Il Buonarroti vi tornò sopra nel 1526, con un quarto progetto, e infine nel 1532, con una quinta versione che prevedeva la realizzazione della tomba in San Pietro in Vincoli, dove effettivamente fu collocata. A questo periodo risale l’esecuzione dei quattro Prigioni che si trovano all’Accademia di Firenze. Nel 1542 venne firmato l’ennesimo e definitivo contratto, che finalmente diede corso all’opera, completata nel 1545. (Consiglio di andare a vedere la tomba di Giulio II a San Pietro in Vincoli, recentemente interessata da un nuovo sistema di illuminazione che ha ricreato le medesime condizioni di luce su cui Michelangelo si basò per ideare e disporre le sculture del monumento).

Passeggiando fra le opere della Collezione Etrusca (Livello 0, Ala Denon) mi sono imbattuta in una statuetta longilinea proveniente dal Lago di Nemi e risalente al IV secolo a.C. Le fattezze del volto sono estremamente curate, ma il corpo allungato a dismisura mi ha portato immediatamente a pensare ad alcune sculture di Alberto Giacometti che, rivelando il fascino esercitato dall’arte antica sulla sua immaginazione, aveva dichiarato: «Tutta l’arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo».

L’immobilità e la linearità proprie di questa statuaria etrusca erano state scoperte da Giacometti nel corso del suo primo viaggio in Italia tra 1920 e 1921, ammirando gli Aruspici dai corpi “a lama” conservati presso il Museo di Valle Giulia a Roma.

Nella sezione dedicata all’arte greca, una cospicua raccolta di statuette in terracotta di Eros volante (custodite nella vetrina 9 della sala 38, Ala Sully, Livello 1), risalenti al II secolo a.C. e provenienti da Myrina, ben rappresentano l’iconografia della figura alata, che sempre al Louvre trova la sua espressione più famosa nella Nike di Samotracia.

E’ un’immagine appartenente a molte culture, come quella Assiro-Babilonese, testimoniata nella sezione delle Antichità del Vicino Oriente (Livello 0, Ala Richelieu) da un bassorilievo di Genio alato benedicente. E’ affascinante pensare allo svolgersi di questa figura nei secoli successivi e alla sua trasformazione, tra il IV e il V secolo d.C., in quella dell’angelo alato propria dell’iconografia cristiana. (Vedi ad esempio la scultura nella Collezione spagnola, Livello -1, Ala Denon, Sala 3).

Dove mangiare a Parigi

Nel corso del mio ultimo viaggio ho sperimentato alcuni bistrot e ristoranti tipici, e alcune caffetterie di museo.

A cena sono stata da Allard, ristorante di tradizione culinaria borgognona affiliato alla catena Châteaux & Hôtels Collection di Alain Ducasse: se avete la tessera, qui potete accumulare o utilizzare il vostro credito. Il ristorante (aperto sette giorni su sette a pranzo e a cena, consiglio vivamente la prenotazione perché i posti sono pochi) si trova in Saint-Germain-des-Prés ed ha un’atmosfera famigliare e intima. La cucina è ottima, mescola tradizione e ricercatezza. Eravamo in due e abbiamo preso due antipasti e due piatti: come antipasto, pâté in crosta (composto da cinque tipi differenti di carne) e vellutata di pastinaca con gamberetti, come piatto principale animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali e bistecca di rombo al burro.

Bistecca di rombo al burro
Animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali

Sempre a cena ho provato La Closerie de Lilas, sul boulevard du Montparnasse, luogo anch’esso carico di storia e fascino. Qui è possibile scegliere di cenare alla Brasserie (aperta dalle 12 a mezzanotte e mezzo, non richiede prenotazione) oppure al ristorante (aperto a pranzo dalle 12 alle 14,30, a cena dalle 19 alle 23,30, la prenotazione è consigliata). Ha un bel dehor, che data la bassa temperatura era inagibile. L’atmosfera era molto accogliente e calorosa, un pianoforte ha accompagnato la nostra permanenza durante tutta la serata. Il servizio è stato preciso e attento. Abbiamo cenato al ristorante, sempre optando per un antipasto e un piatto principale a testa: ostriche e piatto vegetariano per iniziare, seguiti da quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua” e filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione. Come dolce, abbiamo ordinato un monte bianco scomposto, delizioso. Segnalo con piacere la ricercatezza dei dolci alla carta.

Ostriche
Filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione
Quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua”

A pranzo ho sperimentato alcune caffetterie dei musei. Al Louvre, Le Café Mollien, che ho molto apprezzato per la velocità del servizio e l’ottima organizzazione dei flussi (pur essendo in uno dei musei più affollati al mondo, abbiamo aspettato appena cinque minuti per ordinare e sederci con il nostro vassoio). Abbiamo pranzato verso le 14, ed alcune cose erano già finite. Abbiamo optato per due sandwich e un muffin. Se avessimo avuto più tempo, avremmo sicuramente sperimentato Le Café Marly, che è tra i café di museo più belli al mondo, sia per la sua ambientazione (si trova nelle sale Napoleone III dell’ala Richelieu, reinterpretate in un arredo in chiave contemporanea), sia per la vista: affaccia sulla Cour Napoleon e sulla Piramid. Purtroppo il Marly (ha accesso anche dall’esterno, da Rue de Rivoli, ed è aperto dalle 8 alle 2) si trovava nell’ala opposta alla nostra e il tempo a disposizione per il pranzo era davvero poco. Consiglio – sempre per il fascino che emana, legato alla sua storia e alla suggestione della sala e del suo arredo – il café del Musée Jacquemart-André: un tempo era la sala da pranzo dei proprietari di questa casa museo. Oggi è una splendida sala da thé dove la domenica è possibile ordinare il brunch (viene servito dalle 11 alle 14,30). Non accetta prenotazioni, ed è accessibile indipendentemente dal museo. Abbiamo ordinato una quiche con insalata, squisita.

Se vi trovate in zona Montparnasse, vi consiglio di provare una crêpe. In rue de Montparnasse vi sono numerose crêperies, noi siamo andati a La Crêperie di Josselin e ci siamo trovati molto bene. Il servizio è stato rapido e attento, le crêpes ci sono piaciute: ne abbiamo ordinate due scegliendo fra le “spécialités” (con pasta a doppia sfoglia), la Josselin (uovo, prosciutto, formaggio, champignons) e la Bretonne (salsiccia – intera! – formaggio e pomodoro fresco), Come bevanda abbiamo scelto del sidro.

Crêpe Josselin e sidro

Nell’occasione del mio viaggio avevo chiesto consiglio su ristoranti e café ad amici che vivono a Parigi, e queste le dritte che mi hanno inviato, ma che – per motivi di tempo – non ho potuto sperimentare personalmente:

Le Square Gardette, 24 Rue Saint-Ambroise, 75011 Paris
Bistrot Paul Bert, 18 Rue Paul Bert, 75011 Paris
Le Baron Rouge, 1 Rue Théophile Roussel, 75012 Paris (consigliato per le ostriche)
L’évasion, 7 Place Saint-Augustin, 75008 Paris
Le P’tit Troquet, 28 rue de l’Exposition, Paris
Les deus Magots, 6 Place Saint-Germain-des-Prés, 75006 Paris (consigliato per le omelettes)
Chez Marianne, 2, rue des Hospitalières-Saint-Gervais, 75004 Paris
Marché des Enfants Rouges, 39 Rue de Bretagne, 75003 Paris (è il mercato alimentare più antico di Parigi, è possibile comprare da mangiare in uno dei banchi e sedersi ai tavoli pubblici)

Immagini del Musée de l’Orangerie

Immagini del Musée du Louvre

Tre giorni a Parigi con la pioggia

Ho trascorso l’ultimo fine settimana a Parigi insieme ad un amico, arrivando venerdì all’ora di pranzo e ripartendo la domenica sera all’ora di cena.
Tre giorni a disposizione e previsioni meteo sfavorevoli: venerdì e sabato si sono confermati piovigginosi, domenica la pioggia ha invece lasciato il posto a una giornata tersa e luminosa.
Viste le premesse, ho optato per una tre giorni dedicata ai musei, e abbiamo rispettato il programma: venerdì pomeriggio il Museé d’Orsay, sabato il Louvre, domenica il Museé Jacquemart-André e il Museé de l’Orangerie, preceduti da una visita mattutina alla Sainte Chapelle.
La scelta dell’hotel è stata funzionale alle mete scelte, il più vicino possibile ai musei: ho optato per l’Hotel de Varenne in Rue de Bourgogne, che ho prenotato direttamente sul sito approfittando di una promozione on line. L’Hotel de Varenne si trova a 12 minuti a piedi dal Museé d’Orsay e 20 minuti a piedi dal Louvre. E’ inoltre a 200 metri dal Museé Rodin. (A fondo pagina la mia recensione).
L’hotel è ottimamente collegato, si trova a soli 350 mt dalla fermata della linea 13 “Varenne”, ed è molto comodo da raggiungere provenendo dall’aeroporto più vicino, Paris Orly. Sia all’andata sia al ritorno abbiamo preso il bus Le bus direct, che collega il terminal Orly Ouest a Gare Montparnasse in 20 minuti, e quindi la linea metro 13 alla fermata Gaîeté, vicina 600 metri. Gaîeté-Varenne distano tre fermate, poco più di cinque minuti. Con questa scelta di aeroporto, bus e metro, abbiamo impiegato un’ora per il tragitto aeroporto-hotel e viceversa, raggiungendo il centro della città a un prezzo molto contenuto (13€ il bus + 1,90€ la metro).

PRIMO GIORNO – VENERDì
All’andata ho approfittato dell’arrivo a pranzo in zona Montparnasse per andare a La Crêperie de Josselin in rue de Montparnasse, di cui avevo letto recensioni molto positive. L’ambiente è casalingo, la clientela quasi completamente “locale”, il servizio rapido e preciso. Abbiamo ordinato due crêpes scegliendo fra le “spécialités” (con pasta a doppia sfoglia), la Josselin (uovo, prosciutto, formaggio, champignons) e la Bretonne (salsiccia – intera! – formaggio e pomodoro fresco), pasteggiando con sidro. Tutto delizioso.

Crêpe Josselin e sidro

Arrivati in albergo abbiamo avuto la stanza e siamo subito usciti per visitare il Musée d’Orsay, per il quale avevo comprato – prima della partenza – il biglietto on line, combinato con l’Orangerie. Una scelta che ha permesso di risparmiarci la fila (che era notevole!) ed entrare senza perdere tempo. Ho preso l’audioguida, ma mi sono meravigliata dell’assenza di un depliant che suggerisse un percorso di visita. Le indicazioni delle tracce da ascoltare sono infatti collocate in corrispondenza delle opere d’arte e di alcuni ambienti, ma la grandezza degli spazi e il numero dei visitatori presenti non sempre ha reso agevole la consultazione, né la decisione di quale percorso seguire durante la visita.

L’interno del Musée d’Orsay

Alle 17,30 la vigilanza ha cominciato a chiudere le varie gallerie, per agevolare l’uscita dei visitatori. Qui una galleria di immagini.

Una volta all’esterno abbiamo deciso di premiarci con un buon thé e ci siamo recati in rue de Rivoli da Angelina, molto consigliata come pasticceria. Abbiamo trovato un po’ di fila, ma nell’arco di 10 minuti siamo entrati e ci siamo accomodati nel salone. La scelta dei thé non era molto ampia, ho optato per un thé alla menta, e ho assaggiato il dolcetto Demoiselle Tatin, squisito. Ci siamo riposati nel salone, che per quanto affollato era confortevole, e siamo tornati in albergo.

Dolcetti sfiziosi da Angelina

A cena siamo andati in un bistrot classico, Allard, in rue Saint-André des Arts, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, un luogo che lascia trapelare una storia antica, come i suoi piatti – familiari ma al tempo stesso elaborati – testimoniano. Il ristorante è stato acquisito da Alain Ducasse, che ha voluto proseguire la tradizione culinaria borgognona dei suoi fondatori. Abbiamo preso due antipasti e due piatti, che hanno dato grande soddisfazione: come antipasto, pâté in crosta (composto da cinque tipi differenti di carne) e vellutata di pastinaca con gamberetti, come piatto principale animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali e bistecca di rombo al burro. Siamo usciti veramente sazi e soddisfatti, il servizio è stato cortese e attento. Una passeggiata rinfrescante dopo cena ci ha riportato in albergo.

Bistecca di rombo al burro
Animelle di vitello con tartufo nero, castagne e verdure invernali

SECONDO GIORNO – SABATO
Il sabato lo abbiamo trascorso al Musée du Louvre, dove siamo entrati sempre saltando la coda grazie al biglietto acquistato on line. Abbiamo pranzato velocemente in una delle caffetterie interne – Le Café Mollien – e siamo usciti verso le 18,00. Non prima di aver scattato qualche foto, aver ammirato le opere “imperdibili” ed aver approfondito qualche storia affascinante.

Bisognosi di riposo, siamo arrivati fino a Place de l’Opéra e ci siamo ristorati con un thé gourmande al Café de la Paix: dopo tanta bellezza e tanta storia al Louvre, non ci saremmo accontentati di un Café meno affascinante di questo! Dopo una sosta in albergo, siamo usciti a cena, andando a La Closerie de Lilas, sul boulevard du Montparnasse. Luogo anch’esso carico di storia, ai suoi tavoli si sono incontrati personalità come Zola, Cézanne, Baudelaire, Apollinaire, ma anche Hemingway, Fitzgerald, Miller, Modigliani… Abbiamo cenato al ristorante, sempre optando per un antipasto e un piatto principale a testa: ostriche e piatto vegetariano per iniziare, seguiti da quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua” e filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione. Come dolce, un monte bianco scomposto. Anche questa cena ci ha lasciato molto soddisfatti.

Il menù
Ostriche
Quenelle di luccio con gamberi con salsa “Nantua”
Filetto di San Pietro in crema di prezzemolo, con verdure di stagione

TERZO GIORNO – DOMENICA
Abbiamo visitato la Sainte Chapelle, in cui siamo entrati gratuitamente perché abbiamo usufruito della domenica gratuita francese (la prima del mese), ammirando le vetrate alla luce del mattino (è consigliata la visita in questo momento della giornata).

La cappella superiore

Abbiamo preso l’audioguida e non ci siamo pentiti: ha permesso una visita ricchissima di informazioni, con tracce dedicate a ciascuna vetrata. Sono 1113 le scene dell’Antico e del Nuovo Testamento rappresentate nelle 15 vetrate della Cappella, costruita fra il 1242 e il 1248 per custodire le reliquie della Passione di Gesù Cristo, e in particolare la Corona di Spine. La Cappella fu edificata per volere di Luigi IX (futuro San Luigi) per rappresentare la regalità di diritto divino, ed è articolata in due santuari, la cappella inferiore – che in origine era riservata al culto del personale del Palazzo dei Re di Francia – e la cappella superiore – di uso esclusivo del re e della personalità della sua cerchia, dove erano conservate le reliquie e dove si possono ammirare le vetrate. Esse raccontano la storia dell’umanità, dalla Genesi alla Resurrezione di Cristo, fino all’arrivo delle Sante reliquie a Parigi. Il rosone della facciata rappresenta l’Apocalisse. E’ stato impossibile non scattare alcune foto della cappella. Quindi ci siamo recati al Musée Jacquemart-André, che ci ha meravigliato con la bellezza dei suoi ambienti e della sua collezione d’arte.

L’ingresso al Musée Jacquemart-André

Abbiamo appreso la storia dell’edificio e della coppia che lo ha costruito e abbellito, Nélie Jacquemart ed Éduard André. Lui figlio di una ricca famiglia dell’alta borghesia e lei rinomata pittrice, consacrarono la propria unione alla comune passione per l’arte, dedicandosi alla creazione della propria collezione. Grazie a numerosi viaggi in Italia e in Oriente, compiuti tra il 1882 e il 1902, i Jacquemart-André acquistarono gli oggetti e le opere che abbelliscono l’hôtel particulier di Boulevard Haussmann. Dopo la morte di Éduard, avvenuta nel 1893, Nélie proseguì l’opera di arricchimento della collezione, compiendo da sola un viaggio che la portò in India, Cina e Giappone. Alla sua morte, nel 1912, cedette l’hôtel particulier all’Institut de France, e consapevole del valore e dell’originalità della collezione vincolò la donazione alla sua apertura al pubblico. Abbiamo interrotto la visita per pranzare nel Salon de thé del Museo, che ha meritato la sosta per la bellezza dell’ambiente e dell’arredo. Era possibile scegliere il brunch (viene servito solo la domenica fino alle 14,30), ma abbiamo preferito una squisita quiche con insalata. Per avere un’idea della meraviglia degli ambienti, ecco una galleria di immagini.
Abbiamo concluso il nostro tour parigino con la visita dell’Orangerie. Lungo il tragitto a piedi siamo passati accanto all’Eliseo e al Grand Palais, e abbiamo passeggiato lungo Avenue des Champs-Élysées, pedonalizzata nei pressi dell’Arco di Trionfo. Arrivati al Museo siamo riusciti ad evitare la fila mostrando all’addetto all’ingresso il biglietto unico acquistato in occasione della visita al Musée d’Orsay, altrimenti avremmo dovuto metterci in coda in quanto domenica di ingresso gratuito. Abbiamo ammirato le due sale ellittiche al piano terreno dedicate alle Nymphéas di Claude Monet e ne abbiamo appreso la storia carica di significato e bellezza. Le tele qui esposte – che si estendono per una superficie di cento metri lineari – rappresentano l’apice della pittura delle ninfee che Monet aveva intrapreso una trentina d’anni prima, ispirandosi al giardino d’acqua che aveva creato nella sua proprietà a Giverny. Furono da lui donate alla Francia all’indomani dell’armistizio del 1918 come simbolo di pace. La loro installazione in questo luogo avvenne nel 1927, pochi mesi dopo la morte di Monet, e suggeriscono “l’illusion d’un tout sans fin, d’une onde sans horizon et sans rivage”, secondo la definizione dello stesso pittore. L’installazione fu lungamente meditata da Monet, che niente lasciò al caso, riflettendo sulla luce zenitale proveniente dal soffitto che fa vibrare in toni diversi le superfici dipinte. La stessa disposizione allineata delle due sale ellittiche ricorda il simbolo dell’infinito e ne conferma la suggestione.

Una delle otto tele che compongono l’opera

(Consiglio di leggere il brano che Alessandro Baricco nel libro “City” dedica alle Nymphéas e in particolare all’installazione presso l’Orangerie: offre un’interessante chiave di interpretazione di questo capolavoro e più in generale del ciclo pittorico a cui per trent’anni il pittore dedicò la propria vita). Dopo aver ammirato le Nymphéas, siamo scesi al livello inferiore, dove è allestita la collezione Jean Walter e Paul Guillaume, che espone – fra le altre – opere di Renoir, Cézanne, Modigliani, Matisse, Picasso, Derain e Soutine. La visita è stata difficile, non tanto a causa della grande presenza di visitatori, accorsi in occasione della domenica gratuita, ma soprattutto per la temperatura degli ambienti, davvero troppo elevata. Ho scattato qualche foto, che ho raccolto in questa selezione.
Una volta usciti, abbiamo avuto il tempo di arrivare in hotel a riprendere i bagagli, quindi la metro 13 da Varenne fino a Gaîeté e Le bus direct da Gare Montparnasse fino all’aeroporto. Nonostante il traffico intenso, in un’ora abbiamo raggiunto il terminal Ouest senza intoppo alcuno.

RECENSIONE DELL’HOTEL DE VARENNE
Oltre ad avere una posizione strategica rispetto alle mete del mio viaggio, l’albergo si è rivelato molto confortevole sia per sistemazione in camera, sia per i servizi offerti. Il wifi ha perfettamente funzionato ed abbiamo apprezzato la possibilità della colazione in camera senza costi ulteriori. Abbiamo inoltre usufruito del deposito bagagli gratuito presso la réception e apprezzato la gentilezza del personale nel rispondere a ogni nostra richiesta.

Infine il consiglio di un libro e altre suggestioni, ovvero cose che avrei voluto vedere, senza riuscirci.

Immagini del Musée Jacquemart-André

Immagini della Sainte Chapelle