Roselle, la città dalle mura ciclopiche in Maremma

Area archeologica di Roselle
Area archeologica

Ho visitato la città di Roselle e ne sono rimasta affascinata. Le sue rovine si trovano su un promontorio composto da due colline, circondate da mura ciclopiche che si scorgono già in lontananza e che ancora oggi suscitano impressione e ammirazione.

Siamo a pochi chilometri da Grosseto, sulle sponde di quello che era il lago Prile, un antico bacino lacustre che occupava tutta la pianura per un’estensione di novanta chilometri quadrati, comunicante con il mare. Intorno a questo lago salato, in posizione protetta ed elevata, sorsero una di fronte all’altra le città etrusche di Roselle e Vetulonia, che lo utilizzavano come porto.

Cardo massimo, Roselle
Cardo massimo, con i solchi tracciati dai carri

Roselle venne fondata intorno al VII secolo a.C., epoca alla quale risalgono le costruzioni più significative rinvenute nel corso degli scavi archeologici. Venne poi colonizzata dai romani alla fine del III secolo a.C., evento che si consumò nel 294 a.C. in modo cruento e fortemente drammatico, come racconta lo storico Tito Livio: “L’esercito fu trasferito nel territorio roselliano; ivi non soltanto vennero devastati i campi, ma fu anche espugnata la città; più di duemila uomini vennero fatti prigionieri, meno di duemila caddero attorno alle mura”.

Teste provenienti dala Domus dei mosaici di Roselle
Teste provenienti dalla Domus dei mosaici, Museo Archeologico di Grosseto

Alla fine dell’età repubblicana la cittadinanza era ormai romanizzata, e nel I secolo d.C. la città conobbe un’intensa attività edilizia, incentivata dalla ricchezza delle potenti famiglie locali: il centro abitato venne completamente trasformato, soprattutto con la costruzione del foro, circondato da strutture pubbliche e da abitazioni private. A partire dal IV secolo Roselle decadde lentamente pur essendo sede vescovile, conoscendo un progressivo abbandono nel corso del Medioevo. La bolla di papa Innocenzo II, che nel 1138 decretò il trasferimento della Diocesi nella vicina Grosseto, sancì la fine della cittadina.

Mura della città di Roselle
Mura

Tra le testimonianze architettoniche che oggi si ammirano, quelle che suscitano la maggiore emozione sono senz’altro le mura: risalgono al VI secolo a.C. e hanno una lunghezza di oltre tre chilometri. Cingono infatti le due colline sulle quali si sviluppò l’abitato, e arrivano a un’altezza di cinque metri grazie alla composizione a secco di enormi pietre. La cinta aveva sette porte in corrispondenza delle principali strade di accesso: di queste solo tre (a nord, est ed ovest) sono state portate alla luce.

Strada lastricata di accesso alla città di Roselle
Strada lastricata di accesso alla città

Per arrivare al centro della città si sale lungo la magnifica strada lastricata, che anticamente passava attraverso una delle porte d’accesso della cinta e confluiva nel decumano. Si giunge quindi all’area del foro, su cui affacciano la Basilica (dove veniva amministrata la giustizia), la sede dei Flamines Augustales (sacerdoti addetti al culto di Augusto), la Domus dei mosaici (abitazione privata con pavimenti a mosaico, ornata con teste-ritratto di personaggi della famiglia imperiale ora conservati al Museo Archeologico di Grosseto). A est la piazza è delimitata dal cardo, la strada principale che reca ancora sulle sue pietre i solchi causati dal passaggio dei carri. Questa area rappresentava anche in epoca etrusca il centro della vita cittadina, come dimostra il ritrovamento di edifici preesistenti in argilla sotto il livello delle costruzioni romane.

Basilica dei Bassi e copie delle statue qui rinvenute, Roselle
Basilica dei Bassi e copie delle statue qui rinvenute

Sul lato settentrionale, ai piedi dell’altura, si trova la Basilica dei Bassi, che precede la salita all’anfiteatro romano: vi si può riconoscere la sede del Senato locale, che svolgeva funzioni politiche e insieme religiose. Qui sono state rinvenute statue che adesso si trovano al Museo archeologico di Grosseto, sostituite in loco da copie. Proseguendo si giunge alla sommità della collina settentrionale, su cui si erge l’anfiteatro di forma ellittica.

Anfiteatro di Roselle
Anfiteatro

Risalente al I secolo d.C. ed edificato sopra preesistenti edifici etruschi, aveva una capienza di 1.200 posti: è uno dei più piccoli del mondo romano e l’unico esempio noto in tutta l’Etruria costiera. Alle pendici della collina si trovano infine le terme, vicino alla strada che confluisce nel decumano: risalgono ai primi decenni del II secolo d.C., costruite durante l’impero di Adriano. Dopo essere caduto in rovina, fra il IV e V secolo, il complesso venne trasformato in basilica paleocristiana a tre navate: forse questa fu la prima cattedrale di Roselle, sede vescovile fino al 1138 d.C.. Contemporaneamente l’area cominciò ad essere usata anche come cimitero, fino al XII secolo.

Cisterna romana di Roselle
Cisterna romana

Sulla collina meridionale si trova invece un abitato di età ellenistica, sovrapposto a strutture di epoca tardo-arcaica e classica: qui si ammira una grande cisterna, composta da un ambiente sotterraneo suddiviso in due navate, coperta da una volta in parte perduta e internamente rivestita in cocciopesto con funzione impermiabilizzante. Proseguendo, dopo la cisterna si giunge a un quartiere di abitazioni di epoca ellenistica, sovrapposto a strutture precedenti, forse un quartiere artigianale.

Museo Archeologico di Grosseto, statue provenienti da Roselle
Museo Archeologico di Grosseto, statue provenienti da Roselle

Per completare la visita e la comprensione della storia di Roselle, consiglio vivamente una visita al Museo Archeologico di Grosseto, che espone i reperti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici e mostra plastici e ricostruzioni della città e delle sue strutture architettoniche. Il piano terreno del Museo, ben allestito e con un ricco apparato didascalico, è completamente dedicato all’esposizione dei ritrovamenti roselliani, tra cui il gruppo scultoreo dei Bassi, opere in ceramica prodotte localmente, terracotte architettoniche, teste provenienti dall’area del foro, frammenti del recinto presbiteriale e del pluteo della basilica paleocristiana.

Altre immagini:

Mappa dei luoghi:

Il Museo Bardini a Firenze: il capolavoro è il Museo

Sala al primo piano del Museo Bardini, sul pavimento la collezione di cassoni rinascimentali
Sala al primo piano, sul pavimento la collezione di cassoni rinascimentali

In Oltrarno a Firenze si trova un Museo che è escluso dai grandi flussi turistici: appartiene al circuito dei Musei Civici Fiorentini ed è il Museo Bardini. Qui non si trova nessun capolavoro che giustifica l’abbandono del più affollati circuiti museali e l’allontanamento dal ristrettissimo perimetro del centro storico, se non fosse che il luogo stesso, talmente ricco di fascino e di storia, è di per sé un capolavoro.

Museo Bardini, zona ispirata al cortile del Bargello
Zona ispirata al cortile del Bargello

Definito incomprensibilmente “museo minore”, la sua storia è strettamente legata a quella del suo proprietario, che ne fu anche l’ideatore, l’architetto, l’arredatore: Stefano Bardini nel 1881 acquistò il complesso conventuale di San Gregorio della Pace in Oltrarno e lo trasformò in un suggestivo palazzo neorinascimentale. L’immobile venne completamente ristrutturato, con l’impiego di pezzi quali timpani, scale e portali, per diventare la galleria dove l’antiquario esponeva la propria collezione e la mostrava a una ristretta e selezionata cerchia di clienti.

Sala del terrazzo del Museo Bardini
Sala del terrazzo

La disposizione dei pezzi all’interno di questo spazio, destinato appunto a “show-room”, rispondeva a un gusto del tutto particolare, che privilegiava gli accostamenti più suggestivi senza assecondare criteri cronologici, geografici, o di scuola artistica: l’effetto voluto era quello d’insieme, capace di emanare tutt’oggi un fascino unico. Opere antiche dialogavano con quelle medievali e rinascimentali: vicinanze suggerite da un gusto eclettico che accostava pezzi diversissimi, combinati in modo del tutto originale e scenografico.

Salone dei dipinti del Museo Bardini, al centro Bernardo Daddi, Crocifisso
Salone dei dipinti, al centro Bernardo Daddi, Crocifisso

A tale scopo le pareti furono dipinte di un insolito color blu fiordaliso, che a differenza del canonico e tradizionale bianco faceva risaltare il candore dei marmi e le loro dorature. Una scelta inusuale, che venne imitata da collezionisti come i Jacquemart-André nella loro casa-museo a Parigi (di cui ho parlato in questo articolo, dedicato alla mia gita parigina) e Isabella Stewart Gardner a Boston.

Tullio Lombardo, Maddalena, Museo Bardini
Tullio Lombardo, Maddalena

La stessa articolazione degli spazi espositivi fu pensata in modo da favorire l’ingresso della luce naturale, che illuminava l’interno grazie ad ampissimi lucernari o alle grandi finestre della facciata. Per raggiungere questo scopo, ad esempio, nella sala delle sculture Bardini utilizzò un soffitto cinquecentesco trasformandolo in lucernario con la sostituzione dei pannelli dipinti con vetri.

Terracotta robbiana, Vergine con il Bambino, Museo Bardini
Terracotta robbiana, Vergine con il Bambino

Nel corso dell’adattamento dell’ex complesso, l’antiquario abbatté alcuni tramezzi, impiantò due grandi scale e alcuni portali: uno degli ambienti più suggestivi, quello che dal piano terreno conduce al mezzanino di destra, presenta una grande scala addossata alla parete e affiancata da un pozzo, con stemmi in pietra murati tutti attorno e un lucernario che consente l’illuminazione naturale. Interventi, questi, che citano chiaramente il cortile del Bargello, per Bardini luogo di grande ispirazione.

Sala delle sculture medievali e rinascimentali del Museo Bardini
Sala delle sculture medievali e rinascimentali

Per raggiungere l’aspetto più suggestivo possibile nei pezzi in vendita, l’antiquario non esitò a ricorrere ampiamente a pastiches, componendo elementi di provenienza diversa ed epoca coeva per ricostruire nella loro unitarietà pulpiti, portali, fronti di camini, elementi architettonici e scultorei.

Sala del terrazzo del Museo Bardini - testa muliebre
Sala del terrazzo – testa muliebre

Sul mercato antiquario opere integre, almeno nel loro aspetto, avevano un’attrattiva imparagonabile rispetto a frammenti isolati e opere mutile, sebbene l’integrità fosse frutto di discutibili assemblaggi. Va tuttavia sottolineato che Bardini non intervenne mai su opere di sommo pregio, consapevole che il restauro avrebbe potuto danneggiarle.

Sulla parete fondo, Gregorio di Lorenzo, Fronte di camino, Museo Bardini
Sulla parete fondo, Gregorio di Lorenzo, Fronte di camino

Un’altra particolarità delle scelte compiute dall’antiquario fu la sua attenzione a ogni forma di arte applicata, dimostrando un’ampiezza di sguardo e un gusto assolutamente originale: notevoli sono le raccolte di corami (pannelli in cuoio lavorato che rivestivano le pareti dei palazzi nobiliari), la collezione di cornici – concepite come opere d’arte autonome – quella di cassoni (risalenti soprattutto al XV e XVI secolo), i tappeti antichi.

Sala dei bronzetti, Museo Bardini
Sala dei bronzetti

Collezioni speciali sono quelle dei rilievi di Madonne col Bambino, in stucco e terracotta, e la selezione di bronzetti, di provenienza prevalentemente veneta. Una collezione nella collezione è costituita dalla raccolta d’armi, che si caratterizza non soltanto per la presenza di alcuni pezzi significativi, ma per la volontà di ricostruire vari aspetti dell’arte della guerra.

Armeria del Museo Bardini - dettaglio di armature e sepolcri di guerrieri
Armeria – dettaglio di armature e sepolcri di guerrieri

Sono dunque esposte armi di ogni epoca e provenienza, ma anche oggetti connessi al rituale della battaglia e della parata, nonché una singolare selezione di sepolcri di guerrieri. Scelte che testimoniano la sua sensibilità per ogni ambito dell’artigianato artistico e la sua disinvoltura nel combinare sculture e pitture con opere d’arte applicata.

Sala del Terrazzo, al centro Bartolomeo Bellano, Vergine col Bambino
Sala del Terrazzo, al centro Bartolomeo Bellano, Vergine col Bambino

Dal 1914, dopo anni di intensa attività commerciale, Bardini cominciò a riorganizzare la sua collezione e il suo palazzo con l’intento di creare un museo da lasciare a Firenze: a questo scopo lavorò intensamente elaborando un progetto unitario che integrava indissolubilmente la sede espositiva, la collezione e il suo allestimento. Il Museo così ideato venne donato da Bardini al Comune di Firenze all’indomani della sua morte, avvenuta il 12 settembre 1922 all’età di 86 anni.

Donatello, Madonna col Bambino detta Madonna dei cordai, Museo Bardini
Donatello, Madonna col Bambino detta Madonna dei cordai

Il Comune accolse la donazione ma decise di riorganizzarne l’allestimento, non condividendo le scelte operate dall’antiquario. Le pareti dal bel blu Bardini furono tinteggiate in ocra, le opere furono risistemate secondo un ordine cronologico ed estetico. La sala delle armi fu trasformata in Sala mistica e vi vennero riuniti tutti i monumenti funerari, altre opere di proprietà comunale – estranee alla collezione originaria, come il Porcellino del Tacca – furono qui trasferite da altre sedi e depositi.

Crocifisso della Sala al primo piano del Museo Bardini
Crocifisso della Sala al primo piano

Il Museo così organizzato venne inaugurato nel 1925, radicalmente alterato. L’allestimento odierno ripropone invece gli ambienti così come l’antiquario li aveva concepiti, ad eccezione di alcune scelte operate in seguito all’alluvione del 1966 e delle mutate esigenze di sicurezza e conservazione delle opere: offre dunque la possibilità di passeggiare in un luogo unico, assaporando la stessa atmosfera meditata e creata da Stefano Bardini per i suoi privilegiati clienti stranieri.

Collezione di rilievi di Madonne col Bambino, Museo Bardini
Collezione di rilievi di Madonne col Bambino

Informazioni utili: tutte le indicazioni necessarie alla visita sono consultabili sulla pagina internet del Museo, appartenente alla rete dei Musei Civici Fiorentini. Tra di essi segnalo il complesso di Santa Maria Novella, ai cui affreschi “ritrovati” ho dedicato un articolo, e che è interessante luogo di osservazione dell’equinozio di primavera: sul pavimento della chiesa si trovano infatti le meridiane progettate nel 1572 per calcolare il nuovo calendario gregoriano. Ne parlo in questo post.

Altre immagini:

Mappa:

Andar per cantine in Maremma: Petra, Rocca di Frassinello, Le Mortelle

Petra, il corpo laterale e quello centrale
Petra, il corpo laterale e quello centrale

Sono stata in Maremma e ho visitato tre cantine firmate da grandi nomi dell’architettura italiana, a Suvereto, Gavorrano e Castiglione della Pescaia.

Nel paesaggio di Suvereto si trova Petra, cantina progettata per Vittorio Moretti da Mario Botta, distesa sul pendìo della collina guardando verso il mare. Immersa in una campagna coltivata a vigneti, presenta una forma cilindrica che a sua volta abbraccia tutti gli ambienti funzionali alla creazione del vino: i luoghi destinati all’ingresso delle uve, al controllo e alla pigiatura, la barricaia, le zone per l’invecchiamento, la vinificazione, l’imbottigliamento e l’imballaggio.

Petra, il corpo centrale
Il corpo centrale

Il corpo cilindrico è affiancato da due lunghi corpi porticati ai lati, dove trovano spazio gli ambienti dedicati all’accoglienza dei visitatori e quelli destinati alle degustazioni. All’esterno l’intero complesso è rivestito in pietra di Prun, una pietra calcarea di colore rossastro proveniente dalla Lessinia, che richiama il colore rosso della terra maremmana. E’ sovrastrata da un giardino pensile di piante di ulivo, riferimento alla coltivazione locale, e percorsa da una gradinata che ne congiunge la base con la sommità, artificio che all’interno consente il passaggio della luce e il suo riverbero in maniera soffusa.

Petra, la galleria nel cuore della collina
La galleria nel cuore della collina

Al pianoterra si trova una lunga galleria, molto suggestiva, che congiunge l’area dei serbatoi fino al cuore della collina: è limitata da una parete di roccia tagliata grezzamente, attraversata dai segni delle stratificazioni minerali. Alcuni dettagli sono sottolineati dal colore di un bel blu acceso, scelto dall’architetto e definito appunto “Blu Botta“.

Petra, il piano superiore
Il piano superiore

La visita della cantina è possibile su appuntamento, e prevede un tour guidato che si conclude con una degustazione di vini e l’assaggio di prodotti a chilometro zero, alcuni provenienti proprio dai campi e dagli allevamenti della Società Agricola Petra. Tutte le informazioni utili sul sito, www.petrawine.it.

Altre foto:

Rocca di Frassinello, l'esterno all'ingresso
Rocca di Frassinello, l’esterno all’ingresso

Nel comune di Gavorrano si trova Rocca di Frassinello, cantina disegnata da Renzo Piano per Paolo Panerai: è appoggiata in cima alla collina, e ai suoi piedi si estendono le vigne che compongono i cinquecento ettari della proprietà. Ha la forma di un grande quadrato, sormontato da una torre rossa che richiama le torri medievali delle città maremmane, mentre al suo centro custodisce il luogo più prezioso: la barricaia, con duemila barriques disposte una di fianco all’altra all’interno di un grande anfiteatro quadrato.

Rocca di Frassinello, la barricaia
La barricaia

I gradoni dell’anfiteatro, grande 40 metri per 40, digradano verso il basso, a delineare un naturale palcoscenico illuminato da una sobria e tenue illuminazione. Tutto lo spazio è stato concepito per non dover mai usare pompe meccaniche e sfruttare naturalmente la forza di gravità: l’uva arriva infatti sul grande piazzale che sovrasta la barricaia, dove viene selezionata per poi finire nei tini di fermentazione sottostanti, passando da finestrelle ricavate nel pavimento.

Rocca di Frassinello, il pergolato con la vite americana
Il pergolato con la vite americana

Lo spazio si articola in modo funzionale, con cemento a vista e dettagli di color verde acceso, che dialogano con le sfumature del verde della campagna tutt’attorno. Al centro del piazzale, sotto la grande torre rossa, si sviluppa un grande ambiente vetrato da cui si ammira lo splendido panorama: è circondato da un pergolato su cui si arrampicano piante di vite americana. Una sala della cantina è destinata a Museo, per raccontare la vita e i costumi degli etruschi e le loro usanze nel preparare e bere il vino. Nei pressi della Rocca infatti si trova la necropoli di San Germano, dove sono state rinvenute tombe a tumulo risalenti al VII e VI secolo a.C..

Rocca di Frassinello, il Museo Etrusco
Il Museo Etrusco

La cantina è visitabile su appuntamento e il percorso – che comprende tutti gli ambienti di lavoro e il Museo etrusco – si conclude con la degustazione di tre vini. Al termine è possibile recarsi liberamente presso la necropoli di San Germano seguendo le indicazioni stradali: dista poco più di un chilometro. Tutte le informazioni sul sito, www.castellare.it.

Altre immagini della cantina e della necropoli:

Le Mortelle, la barricaia
La barricaia

Nel territorio di Castiglione della Pescaia si ammira la cantina Le Mortelle, progettata per il Gruppo Antinori dallo Studio Hydea. Il complesso, a pianta centrale e forma cilindrica, è stato ricavato nel corpo della collina e presenta scenografici affacci sul paesaggio circostante, capaci di riverberare la luce naturale all’interno. Una splendida scala elicoidale accompagna la discesa verso il cuore dell’edificio e mostra i vari ambienti che su di essa si affacciano: queste strutture sono state infatti poste radialmente su tre livelli, secondo una verticalità che segue le diverse fasi produttive del vino.

Le Mortelle, la scala elicoidale dalla barricaia
La scala elicoidale dalla barricaia

Una strutturazione funzionale alla lavorazione delle uve e del succo, che avviene esclusivamente “per caduta”, e che ha anche il pregio di sfruttare la naturale climatizzazione dell’ambiente via via che si scende verso il basso. Nel terzo e ultimo livello si trova infatti la barricaia dove le botti – disposte anch’esse circolarmente – sono circondate dalla viva pietra della collina, scavata in maniera molto suggestiva. Riposano al buio, e vengono illuminate sono in occasione delle visite o delle necessità legate alla lavorazione.

Le Mortelle, la volta centrale
La volta centrale

La cantina è visitabile previa prenotazione e comprende la guida e una degustazione di tre vini. La degustazione si svolge all’esterno nell’edificio dell’antica fattoria: restaurata, è uno splendido luogo dove poter prendere un aperitivo ammirando la vallata sottostante, immersi nel verde del prato circondato da piante di fico. E’ aperta al pubblico e offre anche una vendita di prodotti locali e frutta coltivata dall’Azienda. Tutte le informazioni sul sito www.antinori.it.

Altre immagini:

Per chi ama la Maremma ho dedicato alcuni articoli ai luoghi che ho visitato, mentre gli appassionati di vino e cantine troveranno spunti e idee per una gita o un viaggio dedicati al mondo dell’enologia, dell’arte e dell’architettura.

Mappa delle tre cantine:

A Cortona: antiche testimonianze etrusche, capolavori rinascimentali e ottima cucina

Palazzo comunale in piazza Luca Signorelli
Palazzo comunale in piazza Luca Signorelli

Sono tornata a Cortona per visitarne i musei e passeggiare nel suo borgo medievale, così caratteristico con gli edifici in pietra arenaria e le sue strade ripide. Da metà luglio a fine settembre ogni anno ospita Cortona On The Move, festival di fotografia contemporanea di profilo internazionale, occasione preziosa per gli appassionati e i curiosi: quest’anno si tiene fino al 30 settembre, e potrebbe essere il momento giusto per approfittarne.

Un giorno non basta per vedere tutto, ma ecco alcuni spunti per cogliere gli aspetti a mio giudizio più interessanti e suggestivi di questo borgo e della sua storia.

Biblioteca dell'Accademia Etrusca di Palazzo Casali
Biblioteca dell’Accademia Etrusca di Palazzo Casali

I Musei sono senz’altro da non perdere. A partire dal MAEC, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona: è allestito all’interno del trecentesco Palazzo Casali, nella piazza principale del borgo (piazza Signorelli) e raccoglie in un unico luogo tutti i reperti rinvenuti nel territorio fino ai giorni nostri: fra gli oggetti più preziosi e originali vi è il lampadario etrusco in bronzo del IV secolo a.C. destinato a un santuario, la Tabula Cortonensis, terzo testo etrusco al mondo per lunghezza risalente al III-II secolo a.C., il Tempietto Ginori del 1756, realizzato dalla manifattura Ginori di Doccia e rappresentante il passaggio di potere nel Granducato di Toscana fra i Medici e i Lorena.

Tabula Cortonensis, Maec di Cortona
Tabula Cortonensis

Il Museo presenta un allestimento di grande impatto, molto chiaro e godibile, che accompagna il visitatore in un racconto lungo i secoli: dalla preistoria dei primi insediamenti, nel secondo piano interrato, attraverso l’epoca etrusca nel secondo e poi primo piano interrato. Quindi al primo piano la storia della locale Accademia Etrusca, al secondo piano la pinacoteca e gli oggetti d’arte sacra risalenti al Sette e Ottocento (ma anche la collezione di monete, il Tempietto Ginori, il Lampadario etrusco), al terzo la collezione egizia, la collezione di armi e le opere del pittore Gino Severini, originario di Cortona. A questo piano si trova anche la splendida biblioteca settecentesca dell’Accademia.

Altre immagini del Maec:

Interno del duomo di Cortona
Interno del duomo

Percorrendo via Casali si giunge al Duomo, che sorge su una piazza da cui si ammira un bel panorama. Di fronte, negli spazi dell’ex Chiesa del Gesù si trova l’altro museo imperdibile, il Museo Diocesano del Capitolo. E’ ospitato all’interno di un edificio composto da due ambienti sovrapposti, la chiesa superiore e l’oratorio inferiore. Nella sala dell’ex chiesa si ammirano capolavori come l’Annunciazione e il Trittico del Beato Angelico, l’Assunzione della Vergine di Bartolomeo della Gatta, il Trittico del Sassetta.

Luca Signorelli, Compianto sul Cristo morto - dettaglio della Maddalena
Luca Signorelli, Compianto sul Cristo morto – dettaglio della Maddalena

Nella sala adiacente si trova una magnifica raccolta di opere di Luca Signorelli: al genio locale si devono opere emozionanti come il Compianto sul Cristo morto e la Comunione degli Apostoli, cui ho dedicato un album sulla mia pagina Facebook. Attraverso uno scalone si giunge all’oratorio inferiore, accompagnati dai cartoni preparatori della Via Crucis di Gino Severini. In fondo alla scala si trova il Crocifisso di Pietro Lorenzetti, risalente alla maturità del pittore. L’ambiente dell’oratorio inferiore è arricchito da affreschi sulla volta del 1555, opera di Cristoforo Gherardi su progetto di Giorgio Vasari. Altre sale – sempre al piano inferiore – ospitano il Parato Passerini, ricamato in filo d’oro e sete policrome su disegno di Raffaellino del Garbo e Andrea del Sarto.

Altre opere del Museo diocesano:

Chiesa di san Francesco a Cortona
Chiesa di san Francesco

Fra le chiese da visitare – oltre al Duomo – vi è senz’altro San Francesco, situata in cima a una ripida strada, al termine di un’alta gradinata. La sua costruzione risale al 1245: alla facciata semplice e spoglia corrisponde  un interno risalente nel Seicento. A sinistra dell’altare si trova la cappella con le reliquie di San Francesco: la tonaca, l’evangeliario e il cuscino, qui custodite da oltre 750 anni. Nell’altare maggiore invece è conservato un frammento della Croce santa: è contenuto all’interno di un prezioso reliquiario del X secolo, donato nel 1224 a Frate Elia dall’imperatore greco di Nicea Giovanni III.

Lorenzo di Niccolò Gerini, Polittico della chiesa di san Domenico a Cortona
Lorenzo di Niccolò Gerini, Polittico della chiesa di san Domenico

Subito fuori le mura si trova San Domenico, un’edificio tardo-gotico risalente al Quattrocento al cui interno – sopra l’altare principale – si trova il grande polittico di Lorenzo di Niccolò Gerini raffigurante l’Incoronazione di Maria con angeli e santi, risalente al 1402. Si trovava nella chiesa di San Marco a Firenze, dove venne sostituito con una pala di Beato Angelico, e venne donato ai Domenicani di Cortona da Cosimo e Lorenzo de’ Medici. Subito sotto al borgo si trova il santuario della Madonna del Calcinaio, chiesa rinascimentale di grande eleganza eretta tra il 1485 e il 1513 su disegno di Francesco di Giorgio Martini. E’ così chiamata perché custodisce un’icona miracolosa, l’immagine della Madonna dipinta sulla parete di una vasca adibita alla concia del cuoio.

Panorama e Santuario della Madonna del calcinaio a Cortona
Panorama e Santuario della Madonna del calcinaio

Alla sommità del colle di Cortona, nel punto più alto della città, si trova l’antica fortezza del Girifalco, costruita nella seconda metà del Cinquecento per volere di Cosimo I de’ Medici sulle preesistenti rovine di epoca etrusca, romana e medievale. Grazie alla lunga pace che il Granducato di Toscana godette in seguito alla guerra di Siena la fortezza rimase pressoché inutilizzata: dalla sua sommità si gode un panorama mozzafiato su Cortona e la Valdichiana.

Piazza Luca Signorelli
Piazza Luca Signorelli

Nelle vicinanze di Cortona si possono anche visitare i tumuli etruschi di età arcaica di Camucia e del Sodo, i cui reperti sono esposti presso il Museo archeologico Maec. Vi sono poi la Tanella Pitagora, la Tanella Angori e la tomba di Mezzavia, oltre ai resti della villa romana di epoca tardo repubblicana di Ossaia, sul versante prospiciente il lago Trasimeno. Questi luoghi costituiscono il Parco Archeologico di Cortona e sono ampiamente descritti all’interno del Museo cittadino, che ne è centro di documentazione e di orientamento.

Osteria del teatro
Osteria del teatro

Dove mangiare: consiglio caldamente l’Osteria del Teatro in via Maffei 2. Propone una cucina a chilometro zero, con prodotti tipici della zona e ricette locali, preparate e presentate con cura. Ho mangiato in terrazza, lungo la ripida via che conduce alla chiesa di san Francesco, ma anche l’interno è arredato con gusto ed è davvero accogliente. Il servizio è stato attento e premuroso.

I piatti:

Manifestazioni: oltre al Festival Cortona On The Move, ogni anno dalla fine agosto ai primi si settembre si svolge la prestigiosa mostra Cortonantiquaria presso il settecentesco Palazzo Vagnotti. Giunta alla cinquantaseiesima edizione, quest’anno si terrà fino al 9 settembre: è un appuntamento imperdibile per gli amanti del collezionismo d’arte e un’occasione unica per ammirare oggetti e opere antiche.

Altre immagini:

Mappa:

Al Santuario della Verna, sulle tracce di San Francesco ammirando le terracotte robbiane

Santuario della Verna
Santuario della Verna

Sono tornata al Santuario della Verna, un luogo di profonda spiritualità strettamente legato alla vita di San Francesco, che scelse questa montagna per le sue meditazioni e qui ricevette le Stimmate nel 1224.

Nel cuore del Casentino, fu frequentato dal santo sin dal 1213, quando il conte Orlando Cattani donò l’area su cui sorge l’attuale complesso. Negli anni successivi furono costruite alcune piccole celle e fra il 1216 e il 1218, in seguito all’apparizione della Vergine a Francesco, venne edificata la chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli, l'interno
Chiesa di Santa Maria degli Angeli, l’interno

Preceduta da un porticato e divisa in due parti da un tramezzo, costituì il primo nucleo del successivo convento. La sua campana risale al 1257 e venne donata da San Bonaventura. Sull’altare si ammira un dossale in terracotta invetriata con l’Assunta che dona la cintola a San Tommaso tra i Santi Gregorio, Francesco e Bonaventura, opera di Andrea della Robbia risalente al 1485. (La donazione della cintola è un motivo ricorrente in alcune rappresentazioni mariane ed è un episodio fondamentale della storia di Prato, dove la reliquia della Madonna viene custodita e venerata nel Duomo cittadino: vi ho dedicato questo articolo in occasione di una mostra organizzata qualche mese fa). Il tramezzo è invece decorato con due pale raffiguranti la Natività con San Francesco e Sant’Antonio di Luca il giovane e la Pietà di Giovanni della Robbia, capolavori che tolgono il fiato appena entrati nel piccolo e raccolto ambiente a navata unica.

Le terracotte:

Andrea della Robbia, Assunta che dona la cintola a san Tommaso fra i santi Gregorio, Francesco e Bonaventura
Andrea della Robbia, Assunta che dona la cintola a san Tommaso fra i santi Gregorio, Francesco e Bonaventura

La Verna ospita una preziosissima raccolta di terracotte robbiane che ornano gli ambienti sacri, risalenti alla seconda metà del Quattrocento fino ai primi del Cinquecento, e si osservando visitandone i luoghi.

Basilica Maggiore del Santuario, facciata e campanile
Basilica Maggiore

La chiesa principale, la Basilica Maggiore dedicata alla Madonna Assunta, si trova poco oltre la prima chiesetta: consacrata nel 1568, fu più volte rimaneggiata. E’ preceduta da un portico che prosegue sul fianco destro fino al campanile, è a croce latina e a navata unica.  All’interno si trovano le opere più importanti di Andrea della Robbia e della sua bottega: l’Annunciazione (risalente al 1475), l’Ascensione (nella cappella a sinistra del presbiterio, del 1490), la Natività (1479).

Andrea della Robbia, Annunciazione
Andrea della Robbia, Annunciazione

 

Il primo altare a destra è sormontato dalla Madonna del Rifugio, ovvero la Madonna in trono con il Bambino tra i santi Onofrio, Antonio Abate, Maria Maddalena e Francesco (1515-1520). Sempre lungo la parete destra si apre la cappella delle Reliquie, risalente al 1635, che conserva alcuni oggetti usati da san Francesco tra cui il bastone, il saio delle Stimmate e una reliquia con il panno intriso del suo sangue.

La cappella delle Reliquie e le terracotte:

Uscendo dalla Basilica, subito a sinistra, si trova la cappella del conte Checco di Montedoglio, conclusa nel 1532, ornata da una tavola invetriata di Santi Buglioni con la Pietà.

La grotta con il giaciglio di san Francesco
La grotta con il giaciglio di san Francesco

Superando una porta ad arco si giunge al lungo corridoio delle Stimmate, edificato nel 1431, affrescato con episodi della vita di Francesco. Una porticina a metà percorso conduce sul luogo dove il santo era abituato coricarsi, una grotta fra le nude rocce della montagna: una grata copre la roccia levigata sulla quale Francesco riposava.

In fondo al corridoio si arriva alla cappella delle Stimmate, cuore del Santuario e sede dell’evento miracoloso del 1224: fu costruita nel 1263, a navata unica con volta a crociera, e sul pavimento una lapide indica il luogo esatto del miracolo. L’altare è decorato da una monumentale pala raffigurante Cristo crocifisso fra angeli con ai piedi la Madonna, san Giovanni, san Francesco e san Girolamo dolenti (1481), di Andrea della Robbia. Sopra la porta si trova un tondo della Bottega di Andrea con la Madonna con Bambino benedicente.

Il corridoio e la cappella delle Stimmate:

La pietra delle Stimmate di san Francesco
La pietra delle Stimmate di san Francesco

Tornando indietro si può passare dal precipizio, uno stretto corridoio che gira seguendo il fianco roccioso della montagna: secondo il racconto dei “Fioretti”, qui il diavolo cercò di far precipitare Francesco, che si accostò alla pietra e trovò in essa rifugio. Il sasso infatti si cavò secondo la forma del corpo del santo. Da questo luogo soprelevato si ammira lo splendido panorama sulle montagne del Casentino. Sopra il precipizio si trova la cappella dove sant’Antonio da Padova trascorse alcuni mesi nel 1230.

Il precipizio:

Sasso spicco
Sasso spicco

Ritornando indietro si osserva, nel dirupo che costeggia il corridoio delle Stimmate, il “Sasso Spicco”, un enorme masso che è isolato dalle pareti sovrastanti ed è sorretto da uno sperone roccioso che lo sospende rispetto al piano sottostante. Qui, sotto il macigno, san Francesco sostava spesso in preghiera. Poco sopra il masso si trova una piccola cappella costruita sul luogo della prima capanna del santo, attorno al 1214: sopra l’altare è stata inserita la pietra sulla quale Gesù apparve a Francesco.

Accanto alla chiesetta di Santa Maria degli Angeli si trova infine un piccolo museo – molto ben organizzato ed allestito – che conserva oggetti d’arte, paramenti e arredi sacri donati nel corso dei secoli al Santuario da parte di numerosi suoi benefattori.

La roccia della Creazione di Adamo presso la Podesteria di Chiusi della Verna
La roccia della Creazione di Adamo presso la Podesteria di Chiusi della Verna

Per chi ama Michelangelo Buonarroti, nei pressi del Santuario si possono osservare alcuni luoghi legati al genio che nel 1475 nacque nel vicino comune di Caprese: fanno parte di un itinerario che comprende – oltre alla casa natale e al Museo (allestito nel castello di Caprese) – la roccia di Adamo e il paesaggio del Tondo Toni. La roccia si trova nei pressi della Podesteria di Chiusi della Verna (dove il padre di Michelangelo, Ludovico, esercitava il suo mestiere di Podestà per conto della Repubblica di Firenze): è così chiamata perché la forma ricorda esattamente quella dove Adamo viene coricato da Michelangelo nella rappresentazione della Creazione della Cappella Sistina.

Michelangelo, Creazione di Adamo - dettaglio @ studiarapido.it
Michelangelo, Creazione di Adamo – dettaglio @ studiarapido.it

Il paesaggio del Tondo Doni è invece corrispondente al profilo del Monte Penna, il monte del Santuario della Verna, come si può osservare facilmente nella parte alta a destra della celebre tavola michelangiolesca (a questa somiglianza ho dedicato un post su Facebook). Ai luoghi di Michelangelo è inoltre dedicato un interessante sito internet con ulteriori informazioni e dettagli.

Il Tondo Doni e il Monte Penna:

Michelangelo, Tondo Doni @ uffizi.it
Michelangelo, Tondo Doni @ uffizi.it

 

 

 

 

 

 

 

La mappa:

Massa Marittima, gioiello della Maremma dalla storia millenaria

Piazza Garibaldi, la Cattedrale di san Cerbone
Piazza Garibaldi, la Cattedrale di san Cerbone

La mostra “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena” allestita presso il complesso museale di San Pietro all’Orto è stata l’occasione per passeggiare nuovamente nelle strade di Massa Marittima, delizioso borgo situato fra le colline metallifere, nell’entroterra grossetano.

La Cattedrale di san Cerbone vista dall'abside
La Cattedrale di san Cerbone vista dall’abside

Fra gli elementi di interesse della cittadina vi è senz’altro l’imponenza di alcuni complessi architettonici di epoca medievale, testimonianza della potenza e della ricchezza di Massa nel corso del basso Medioevo, quando fu fiorente Comune in virtù dello sfruttamento delle vicine miniere di rame e d’argento. Nel 1380 diede i natali a San Bernardino da Siena, di cui resta a testimonianza una targa affissa sulla facciata della presunta abitazione paterna.

Cattedrale di san Cerbone, la navata centrale
Cattedrale di san Cerbone, la navata centrale

Consiglio di intraprenderne la visita a partire dalla piazza principale, piazza Garibaldi, su cui affaccia – con un’originale disposizione in diagonale – la scenografica chiesa di San Cerbone: si tratta della cattedrale di Massa, che colpisce l’attenzione per la sua facciata, nella parte inferiore in stile romanico, gotico in quella superiore, e per la sua irregolare disposizione. Fondata nei primi anni dell’XI secolo è intitolata al vescovo Cerbone (già vescovo di Populonia dal 570 al 573).

Cattedrale di san Cerbone, l'arca del santo, opera di Goro di Gregorio
Cattedrale di san Cerbone, l’arca del santo, opera di Goro di Gregorio

All’interno se ne ammira l’Arca, capolavoro di scultura risalente al 1324 opera di Goro di Gregorio, con rilievi raffiguranti le storie del santo (alcuni episodi si osservano anche in facciata, sull’architrave del portale d’ingresso). A sinistra dell’abside, nella cappella della Madonna, si trova una magnifica Madonna col Bambino attribuita a Duccio di Buoninsegna, mentre all’inizio della navata si trova un affresco recentemente riferito ad Ambrogio Lorenzetti rappresentante l’Annunciazione. Di fronte si ammira il fonte battesimale opera di Girolamo da Como del 1267 con Storie del Battista e altro.

Madonna di Duccio di Buoninsegna - dettaglio
Madonna di Duccio di Buoninsegna – dettaglio

A poca distanza dal Duomo, raggiungibile percorrendone la strada in discesa alla sua sinistra, si giunge al Palazzo dell’Abbondanza, che sotto tre archi ogivali accoglie l’omonima fonte pubblica: la sua particolarità deriva dall’affresco che ne decora il fondale, rappresentante l’albero della fecondità affollato da numerose donne che se ne contendono i frutti.

Alla destra del Duomo si trova invece il Palazzo Pretorio, antica residenza del Podestà risalente al 1230 circa e oggi sede del Museo archeologico, che racconta la storia della regione a partire dal Miocene fino agli insediamenti etruschi.

La Stele di Vado all'Arancio
La Stele di Vado all’Arancio

Di grande interesse è la Stele di Vado all’Arancio, una scultura antropomorfa del III millennio a.C., unico esemplare del genere ritrovato in Toscana al di fuori della Lunigiana. La presenza etrusca è invece testimoniata dai reperti rinvenuti attorno al vicino Lago dell’Accesa, su cui si sviluppò un esteso abitato articolato in cinque quartieri.

Di fronte al Duomo, sempre su piazza Garibaldi, si erge il Palazzo Comunale, complesso romanico in travertino ricavato dall’unione di più case-torri. A destra del Palazzo si apre la via principale del borgo, via della Libertà, dove al numero 63 si trova il rifacimento della presunta casa di San Bernardino da Siena.

Via Moncini verso porta Silici
Via Moncini verso porta Silici

A sinistra del Palazzo Comunale si apre via Moncini, che nel suo ripido percorso collega la città medievale alla città nuova, risalente al XIII e XIV secolo: in cima, superata la doppia Porta alle Silici del XIV secolo, si erge la quadrangolare Torre del Candeliere (o dell’Orologio), unica testimonianza della fortificazione eretta dai massetani nel 1228. Dopo la sottomissione della città a Siena, avvenuta nel 1335, i senesi costruirono il Cassero e vi unirono, tramite un ardito arco a ponte, la Torre del Candeliere. Attorno si osservano le antiche case senesi, ultime vestigia di un perduto splendore: dopo la sottomissione infatti, per Massa ebbe inizio la decadenza. Dalla Torre, su cui è possibile salire, si gode un magnifico panorama sulla città e sulla vallata sottostante, mentre lo sguardo arriva fino al golfo di Follonica e, oltre, all’isola d’Elba.

La Torre del Candeliere e l'arco che la collega al Cassero senese
La Torre del Candeliere e l’arco che la collega al Cassero senese

Percorrendo da qui il corso Diaz si giunge alla chiesa di Sant’Agostino, risalente al 1299-1313, sulla cui sinistra si apre un bel chiostro. Accanto, si trova la facciata dell’antica chiesa di San Pietro all’Orto, che oggi ospita al piano terreno la sede di un sestiere e al primo piano l’originale Museo degli organi meccanici antichi: la collezione, privata, comprende organi datati tra Settecento e Novecento. Al suo interno si ammira il lacerto di affresco – solo in parte restaurato – raffigurante San Cristoforo, opera di Ambrogio Lorenzetti.

Museo degli Organi Meccanici Antichi, una sala
Museo degli Organi Meccanici Antichi, una sala

Procedendo lungo la via si giunge infine al Complesso Museale di San Pietro all’Orto, che ospita una interessante raccolta permanente di opere del Trecento e Quattrocento, provenienti dalla Cattedrale e da altre chiese cittadine. Tra quelle che mi hanno maggiormente colpito, gli altorilievi in alabastro grigio del misterioso “Maestro dei rilievi” (XII secolo) e le undici statue di profeti, santi e apostoli (opera di Gano di Fazio e di Camaino di Crescentino, risalenti ai primi decenni del Trecento), entrambi provenienti dal Duomo di San Cerbone. Vi è poi la splendida Maestà di Ambrogio Lorenzetti, che adesso è inserita nel percorso della mostra a lui dedicata.

Foto di alcune opere del Complesso Museale di San Pietro all’Orto:

Altri musei da visitare in città sono il Museo della Miniera e il Museo di arte e storia delle miniere, il primo allestito all’interno di una galleria – lunga 700 metri – che riproduce l’ambiente della miniera, il secondo dedicato a raccontare la vita e il lavoro dei minatori attraverso gli attrezzi di loro uso quotidiano. Vi è poi l’Antica Falegnameria, che espone gli strumenti di cinque generazioni di falegnami, e l’Esposizione di cimeli risorgimentali.

Altre immagini del borgo di Massa Marittima:

A pochi chilometri di distanza si trova il suggestivo Lago dell’Accesa, meta di bagnanti in cerca di frescura. Attorno alle sue acque blu, immerse in un bel bosco, si possono ammirare – con accesso libero – i resti dell’antica urbanizzazione etrusca.

Foto del lago e dei resti dell’insediamento etrusco:

Dove mangiare: consiglio senza indugio la Tana dei Brilli, in vicolo del Ciambellano 4. Ci sono stata un paio di volte e ho sempre pranzato con grande soddisfazione. Il menù è tipicamente maremmano e i piatti privilegiano ingredienti locali e di filiera corta, tanto che l’osteria – peraltro piccolissima! – merita la segnalazione di Slow Food. Ecco alcuni piatti:

Il déhor della Tana dei Brilli
Il déhor della Tana dei Brilli

Informazioni utili: tutte le informazioni necessarie alla visita dei complessi museali (giorni e orari di apertura, indirizzi, numeri telefonici) sono reperibili sul portale della Rete Museale della Maremma, sul sito www.museidimaremma.it. Per quanto concerne la mostra temporanea dedicata ad Ambrogio Lorenzetti, a questo indirizzo è consultabile il depliant dedicato, mentre questo ed altri eventi organizzati nel territorio comunale sono indicati sulla pagina del portale dedicato al turismo del Comune, www.turismomassamarittima.it. L’insediamento etrusco lungo le sponde del Lago dell’Accesa e nel bosco circostante è ad accesso libero. Per ogni ulteriore informazione sui luoghi da non perdere nel territorio delle Colline Metallifere, a questo indirizzo è possibile consultare o scaricare la miniguida aggiornata.

Mappa:

A Massa Marittima, la mostra dedicata ad Ambrogio Lorenzetti

Maestà di Massa Marittima
Maestà di Massa Marittima

Sono tornata a Massa Marittima, autentico gioiello dell’entroterra grossetano, in occasione della splendida mostra organizzata nel Complesso museale di San Pietro all’Orto dedicata ad Ambrogio Lorenzetti: il museo custodisce infatti La Maestà, uno dei massimi capolavori del maestro senese, e fino al 16 settembre si può visitare l’esposizione “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena” (questo il depliant dedicato).

Maestà di Massa Marittima, dettaglio della Fede
Maestà di Massa Marittima, dettaglio della Fede

Nel corso della sua vita Ambrogio Lorenzetti conobbe fama e successo, divenendo uno dei pittori più importanti nell’Europa del tardo medioevo: Lorenzo Ghiberti nei suoi Commentarii così scrisse “Ambruogio Lorengetti, fu famosissimo et singularissimo maestro (…) A me parue molto migliore et altrimenti dotto che nessuno degli altri”. Riuscì, ancora giovane, a ottenere tutte le più importanti commissioni a Siena, consacrandosi definitivamente tra il 1335  e il 1348. In questo periodo eseguì la quasi totalità dei dipinti del Palazzo Pubblico, tra cui il celebre ciclo del Buono e del Cattivo Governo e dei loro effetti in città e campagna. Al 9 giugno 1348 risale la sua ultima testimonianza, il testamento redatto mentre in città infuriava la peste, e poco dopo morì.

Ciclo di affreschi della sala capitolare di San Francesco, dettaglio di Re Salomone
Ciclo di affreschi della sala capitolare di San Francesco, dettaglio di Re Salomone

La mostra di Massa raccoglie undici opere realizzate lungo tutto il corso della carriera di Ambrogio. Fra queste la più antica, risalente al 1320-1325 circa, è la Croce dipinta per la pieve di Montenero d’Orcia, cui segue la figura di Re Salomone proveniente dalla sala capitolare del convento senese di San Francesco: qui Ambrogio aveva affrescato – insieme al fratello Pietro – un ciclo dedicato alle storie di Cristo, San Francesco e frati francescani (che ho recentemente ammirato).

Ciclo di affreschi dedicato a Pietro da Siena nel chiostro di San Francesco, dettaglio della tempesta sulla città di Tana
Ciclo di affreschi dedicato a Pietro da Siena nel chiostro di San Francesco, dettaglio della tempesta sulla città di Tana

Sempre per questo convento aveva realizzato in epoca più tarda – nel 1336 –  un ciclo dedicato a Pietro da Siena, non negli ambienti del capitolo ma nel chiostro: ne rimane soltanto un lacerto, raffigurante una Tempesta che si abbatte sulla città di Tana, reso celebre dalle descrizioni degli scrittori d’arte rinascimentali che esaltarono la prima resa di un fortunale dopo l’antichità classica.

Sinopia dell'Annunciazione di Montesiepi a San Galgano
Sinopia dell’Annunciazione di Montesiepi a San Galgano

Vi è poi la vetrata raffigurante il San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio, risalente sempre al 1320-1325, recuperata nel 1811 nell’ex convento di Santa Petronilla a Siena e forse parte di una composizione più ampia. Al 1334-1336 viene fatta risalire l’Annunciazione della cappella di San Galgano a Montesiepi, edificio circolare poco distante dalla più celebre abbazia cistercense, costruito per ricordare il luogo della conversione del santo, dove si trova infissa nella pietra una spada con l’elsa a forma di croce.

Quattro santi del Museo dell'Opera del Duomo di Siena
Quattro santi del Museo dell’Opera del Duomo di Siena

In mostra si osserva la sinopia, riscoperta sotto l’affresco al momento dello strappo, con l’iniziale raffigurazione concepita da Lorenzetti: la Madonna è talmente intimorita dall’apparizione dell’angelo da ritrarsi e abbracciare la colonna che si trova dietro di lei. Questa composizione, che sottolineava l’umanità della Vergine esaltandone l’emozione, venne più tardi modificata, riportandola a una versione più ortodossa.

Quattro santi del Museo dell'Opera del Duomo di Siena, dettaglio di santa Maria Maddalena
Quattro santi del Museo dell’Opera del Duomo di Siena, dettaglio di santa Maria Maddalena

Vi sono poi i Quattro Santi del Museo dell’Opera del Duomo di Siena, in origine pannelli laterali di un polittico, di cui manca la parte centrale con la Madonna e il Bambino, destinato a una chiesa probabilmente intitolata a Santa Caterina da Siena.

Al 1335 risale la Maestà che fa parte della collezione permanente del Museo, dipinta per la chiesa di San Pietro all’Orto su commissione degli eremiti agostiniani. Al centro la Madonna con il Bambino, affiancata da angeli musicanti e, sui gradini del trono, dalle  tre virtù teologali.

Maestà di Massa Marittima, dettaglio di santi
Maestà di Massa Marittima, dettaglio di santi

Ai lati del trono si dispongono su un doppio registro le figure dei santi, mentre all’interno degli archetti sommitali sono raffigurati patriarchi e profeti. L’opera rivela una complessa iconografia a partire dalla rappresentazione delle tre virtù sui gradini del trono, con la Fede più in basso, al centro la Speranza e in altro la Carità: accanto a ciascuna figura vi è il nome che la identifica, e ogni gradino è distinto da uno specifico colore (dal basso bianco, verde e rosso).

Allegoria della Redenzione
Allegoria della Redenzione

Accanto alla Maestà si trova l’Allegoria della redenzione, tavola all’interno della quale sono rappresentati episodi diversi: la creazione e il peccato originale, la Cacciata dei progenitori, una raffigurazione della morte e l’uccisione di Abele. Al centro si trova il Cristo crocifisso, posto sopra un ammasso di cadaveri, mentre in primo piano sono disposti quattro personaggi di cui due, affrontati, sono identificati con due antitetici modelli di vita: la rinuncia ai beni terreni e la cupidigia. Il tema della tavola è dunque la redenzione tramite Cristo.

Polittico di Roccalbegna
Polittico di Roccalbegna

In occasione della mostra è stato restaurato il Polittico di San Pietro in Castelvecchio, purtroppo mutilato a causa di un intervento distruttivo risalente al Settecento. Le analogie con gli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena permettono di datarlo agli anni Quaranta del Trecento.

Maestà di Massa Marittima, dettaglio della Carità
Maestà di Massa Marittima, dettaglio della Carità

L’ultima opera in mostra è il Polittico di Roccalbegna, capolavoro della tarda maturità del pittore, con la straordinaria ricchezza decorativa delle vesti e l’illusionismo spaziale creato dal profondo trono su cui siede la Vergine.

Ex chiesa di san Pietro all'orto di Massa Marittima (oggi Museo degli organi meccanici antichi), affresco di san Cristoforo
Ex chiesa di san Pietro all’orto di Massa Marittima (oggi Museo degli organi meccanici antichi), affresco di san Cristoforo

La mostra ha infine un’estensione nella cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti affreschi recentemente attribuiti ad Ambrogio (raffiguranti un’Annunciazione), e nel vicino Museo degli Organi Meccanici antichi, sulla cui parete si trova un affresco rappresentante San Cristoforo: il Museo infatti è allestito al piano superiore dell’originaria chiesa di San Pietro all’Orto, presso la quale il pittore lavorò su commissione degli eremiti agostiniani realizzando appunto la Maestà.

Informazioni sulla mostra:
Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena
Complesso Museale di San Pietro all’Orto, Massa Marittima
2 giugno – 16 settembre 2018

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L’Abbazia di Sant’Antimo a Montalcino: un luogo di spiritualità dalla storia antichissima

Chiesa dell'abbazia
Chiesa dell’abbazia

Arrivare a Sant’Antimo è giungere in un luogo che invita al silenzio e alla contemplazione. L’austerità e la semplicità di questa abbazia promanano un fascino indiscutibile, che rievoca una spiritualità antica ed essenziale nel richiamo alla regola di San Benedetto della preghiera e del lavoro manuale.

Dettaglio del portale meridionale
Dettaglio del portale meridionale

Le origini del luogo risalgono al 352 d.C., quando un diacono aretino di nome Antimo venne martirizzato in età dioclezianea e sul luogo della sua morte venne eretto un piccolo oratorio. Probabilmente in precedenza qui si trovava una villa romana, i cui resti sono stati ritrovati nei dintorni ed alcuni riutilizzati nella costruzione dell’abbazia.

Capitello della colonna della facciata con leoni monocefali
Capitello della colonna della facciata con leoni monocefali

In epoca longobarda venne edificato, intorno al 770, un primo monastero, capace di dare accoglienza ai tanti pellegrini e viaggiatori diretti a Roma: di tale edificio non è purtroppo rimasto niente.

Si narra anche la leggenda che fa risalire a Carlo Magno la fondazione di Sant’Antimo, come ringraziamento per aver scampato la peste: nel 781 infatti l’imperatore stava tornando da Roma quando il suo esercito venne colto dal morbo.

La facciata e il campanile
La facciata – incompiuta – e il campanile

Un angelo apparso in sogno gli suggerì di utilizzare un’erba – poi chiamata “carolina” – come antidoto alla malattia, e seguendone l’indicazione l’imperatore debellò l’epidemia. Per ringraziare Dio della grazia ricevuta, Carlo Magno fondò l’abbazia (o ricostruì la struttura preesistente) donandole il corpo di Sant’Antimo ricevuto in dono da papa Adriano I.

Dettaglio di un capitello del presbiterio
Dettaglio di un capitello del presbiterio

La leggenda viene in parte confermata dal diploma imperiale del 1051 di Enrico III, in cui si afferma esplicitamente che Sant’Antimo era stato eretta per volere di Carlo Magno. Questa è una delle innumerevoli storie che riguardano il primo imperatore del Sacro Romano Impero, che avevo già incontrato a Sutri.

La vallata di Sant'Antimo
La vallata di Sant’Antimo

Il prestigio e la potenza dell’abbazia furono la diretta conseguenza, oltre che della protezione imperiale, anche del rapporto privilegiato con il papato: numerosi pontefici, nel corso del tempo, accordarono a Sant’Antimo privilegi e agevolazioni. L’abate del luogo, che poteva contare su numerose rendite, aveva giurisdizione temporale e spirituale su possedimenti sparsi nei territori di Chiusi, Siena, Lucca, Pistoia, Pisa, Grosseto, Firenze.

Dettaglio dell'abside esterna di Sant'Antimo, mensola con testa di toro
Dettaglio dell’abside esterna, mensola con testa di toro

In età ottoniana Sant’Antimo attraversò un periodo di grande prosperità economica grazie al quale venne avviato, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, un rinnovamento della chiesa e del monastero: di questo cantiere sono rimasti la sala capitolare, la sagrestia e la cripta sottostante.

Il refettorio e la cucina
Il refettorio e la cucina

Inoltre nel 1118 l’abbazia ricevette la cospicua eredità del conte Bernardo degli Ardengheschi – ricordata da una “charta lapidaria” incisa sui gradini del presbiterio – talmente significativa che l’abate Guidone decise di dare il via a imponenti lavori di ampliamento: chiamò maestranze francesi e italiane, imprimendo all’architettura del complesso un’evidente influenza transalpina che la distingue dalle coeve chiese romaniche.

La navata centrale
La navata centrale

Dopo il suo ampliamento, la comunità visse floridamente i decenni successivi, ma nel corso del Duecento conobbe un lento e inesorabile declino, inizialmente causato dalle intromissioni sempre più consistenti della Repubblica di Siena. Al declino politico fece seguito quello economico, con le rendite finanziarie divenute insufficienti per sostenere le ingenti spese.

Portale meridionale
Portale meridionale

Nel 1462 Pio II (di cui ho conosciuto la vita nella Libreria Piccolomini della Cattedrale di Siena) decise di sopprimere l’abbazia incorporandola nel vescovado di Montalcino e Pienza, da lui istituito quell’anno, a causa dello stato di abbandono morale e materiale della comunità.

Fra gli elementi notevoli del complesso vi sono senza dubbio quelli che rivelano l’influenza francese, ovvero il deambulatorio con le cappelle radiali, il matroneo con le finestre a bifora, la copertura delle navate laterali con volte a crociera. Inoltre merita particolare attenzione l’opera attribuita al Maestro di Cabestany, un capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni (sulla seconda colonna di destra a partire dalla facciata), oltre ad altri capitelli di pregevolissima fattura: quello raffigurante una coppia di grifoni, i semicapitelli con tre aquile, con un centauro, con due teste di ariete (nella zona del presbiterio), il capitello con due cani che si rincorrono.

Maestro di Cabestany, capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni
Maestro di Cabestany, capitello raffigurante Daniele nella fossa dei leoni

Sempre al Maestro di Cabestany, o a un suo collaboratore, si deve la base per il cero pasquale raffigurante le storie dell’infanzia di Cristo. Nella cripta sottostante l’altare maggiore, ambiente che testimonia l’antichissimo oratorio, un tempo erano custodite le reliquie di Sant’Antimo: l’altare ha la forma di una tomba e venne realizzato con elementi di recupero di una catacomba romana.

Cripta e altare
Cripta e altare

Sull’altare maggiore si trova un crocifisso ligneo risalente al XII-XIII secolo, che risente degli influssi della cultura borgognona: ai piedi di quest’opera pregò anche Santa Caterina da Siena, che nel 1377 si trovava a Sant’Antimo per predicare la parola di Dio. In una teca si ammira infine una Madonna lignea del XIII secolo, opera di uno scultore di scuola umbra.

Consiglio di effettuare la visita guidata “La via della luce” che consente di ammirare spazi normalmente chiusi al pubblico come la cappella carolingia, il loggiato superiore, l’appartamento del vescovo, il dormitorio, la sala capitolare, la cripta carolingia. Ha una durata di 30 minuti e parte in questi orari: dal lunedì al sabato ogni mezz’ora dalle 11,00 alle 13,00 e dalle 14,30 alle 17,30. La domenica alle 13,00 e ogni mezz’ora dalle 14,00 alle 17,30. Informazioni al banco dell’accoglienza.

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Il Trittico di san Giovenale di Masaccio

Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi
Masaccio, Madonna del solletico, Galleria degli Uffizi

Nella sua breve vita (nacque nel 1401 e morì a 27 anni nel 1428) Masaccio realizzò alcuni capolavori che hanno segnato profondamente la storia dell’arte, opere capitali che hanno dato avvio alla pittura rinascimentale. Poche sono, purtroppo, quelle sopravvissute al passaggio dei secoli, e quelle rimaste sono disperse in molti luoghi. A Firenze si trovano gli affreschi realizzati insieme a Masolino nella Cappella Brancacci della chiesa del Carmine (portati a compimento fra il 1424 e il 1425) e la fondamentale Trinità nella chiesa di Santa Maria Novella (risalente al 1427 circa, ultima sua opera giunta fino a noi), nonché due tempere su tavola custodite agli Uffizi, la Madonna del solletico e la Sant’Anna Metterza (dipinta insieme a Masolino).

Masaccio, Trittico di San Giovenale
Masaccio, Trittico di San Giovenale

A poca distanza dal capoluogo toscano si può ammirare lo straordinario Trittico di San Giovenale, esposto nel Museo Masaccio della pieve di Cascia di Reggello. Il Trittico è la prima opera di Masaccio a noi nota, dipinta il 23 aprile 1422 all’età ventuno anni, come indicato dall’iscrizione che corre sul bordo inferiore: “ANNO DOMINI MCCCCXXII A DI VENTITRE APRILE”. Questa iscrizione è importante non solo perché consente di datare esattamente la tavola, ma anche perché per la prima volta in Europa vengono utilizzate le moderne lettere capitali umanistiche anziché quelle gotiche internazionali: a Masaccio va anche questo primato.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell'iscrizione
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dell’iscrizione

Il Trittico rappresenta la Madonna col Bambino e due angeli ai piedi, accompagnata dai santi Bartolomeo e Biagio (nello scomparto di sinistra) e Giovenale e Antonio Abate (a destra). L’opera probabilmente venne commissionata dal patrono della chiesetta di San Giovenale a Cascia di Reggello, Vanni Castellani, e fu dipinta a Firenze dove rimase in un primo momento per essere ammirata dagli artisti dell’epoca.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio della Madonna col Bambino

L’innovazione che essa testimonia è evidente: l’intera composizione è organizzata secondo una chiara impostazione prospettica, attraverso la spazialità del trono monumentale della Madonna – incurvato in profondità e proiettato in avanti nelle ante laterali – e la disposizione delle assi del pavimento, che convergono prospetticamente verso un punto di fuga centrale. I santi raffigurati negli scomparti laterali sono una rappresentazione realistica di personaggi che sostengono pastorali e libri, li stringono e li afferrano: colpisce la fedeltà al vero degli occhi di Sant’Antonio Abate, che sono arrossati all’interno delle palpebre secondo un tratto tipico dell’uomo anziano, mentre un vivace maialino si muove ai suoi piedi, introducendo una nota naturalistica in un contesto solenne.

Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate
Masaccio, Trittico di San Giovenale, dettaglio dei volti dei santi Giovenale e Antonio Abate

Altri elementi sottolineano la grande sensibilità di Masaccio e l’acutezza  del suo sguardo: il Bambino stringe tra le mani un grappolo d’uva, che era rifinito in lacca andata perduta, mentre tiene due dita dell’altra mano in bocca; la Vergine indossa al dito anulare un doppio anello e la sua veste era decorata in oro (purtroppo perduto); San Giovenale tiene aperto un libro sul quale si legge l’antifona al Salmo 109: la scrittura è stata paragonata all’unico autografo noto del pittore, una denuncia al catasto del 1427, e risulta essere della stessa mano.

Altre immagini del Trittico:

Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella
Masaccio, Trinità, Chiesa di Santa Maria Novella

Altre opere di Masaccio sono il Polittico di Pisa (risalente al 1426), oggi smembrato e in parte disperso – nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa si conserva il pannello con San Paolo, il Museo Capodimonte di Napoli custodisce il pannello con la Crocifissione, altre parti sono a Los Angeles, Berlino, Londra – e lo scomparto con i santi Girolamo e Giovanni Battista per il polittico di Santa Maria Maggiore (oggi a Londra).

La possibilità di ammirare questa opera merita assolutamente il viaggio a Cascia di Reggello, dove peraltro il Museo Masaccio offre un’interessante pinacoteca con tavole della bottega di Domenico Ghirlandaio, di Agnolo Guidotti, di Santi di Tito, oltre che suppellettili sacre e paramenti liturgici, risalenti dal tardo Quattrocento fino al Settecento.

Altre immagini del Museo Masaccio:

L'abbazia di Vallombrosa
L’abbazia di Vallombrosa

Una volta a Reggello si può raggiungere Vallombrosa e visitare l’abbazia fondata nel 1058 da San Giovanni Gualberto, nel cui museo si trova la splendida Pala di Vallombrosa di Domenico Ghirlandaio, oppure attraversare il Valdarno e risalire in direzione del Chianti, per un giro fra borghi e badie: qui un itinerario possibile, a partire dalla badia a Coltibuono (sempre possesso dei benedettini vallombrosani) quindi Vertine, Volpaia e infine Castello di Ama.

Altre immagini di Vallombrosa:

Per mangiare in zona, consiglio senz’altro il ristorante Archimede, per assaggiare l’autentica cucina toscana in un ambiente davvero verace: ottimi l’arrosto girato, i primi a base di funghi e tartufo, le trote pescate nel vivaio.

I piatti serviti da Archimede:

Mappa:

Pio II, Cosimo de’ Medici e il sogno di una nuova crociata negli affreschi di Pinturicchio e Benozzo Gozzoli

Convocazione del concilio di Mantova
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Convocazione del concilio di Mantova

Le pareti della Libreria Piccolomini che ho da poco ammirato nella Cattedrale di Siena raccontano la vita e le opere di papa Pio II, al secolo Enea Piccolomini (1405-1464), dalla sua prima impresa – la partenza per il concilio di Basilea – fino all’ultima, l’arrivo nel porto di Ancona per dare avvio alla crociata. Fra le scene rappresentate da Pinturicchio e dalla sua bottega vi è l’episodio della convocazione del concilio di Mantova: la Dieta, che si svolse dal primo giugno 1459 al 14 gennaio 1460, era stata convocata dal pontefice con l’obiettivo di indire una nuova guerra santa contro i turchi, per liberare il mar Adriatico dalla loro presenza e recuperare le terre occupate nell’Oriente bizantino. Per raggiungere la sede del concilio Pio II affrontò un lungo viaggio che lo portò – tra le varie tappe – a visitare il suo borgo natìo, Corsignano in val d’Orcia (nell’occasione ricostruito e ribattezzato Pienza), e Firenze, dove fece ingresso il 25 aprile.

Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Corteo del Mago giovane fra i personaggi, il primo cavaliere a destra è identificato con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Sul cavallo accanto al suo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Pavia. Il terzo personaggio a cavallo è Cosimo il Vecchio, mentre il quarto cavaliere è identificato con il figlio, Piero il Gottoso. Tra i due, con una singolare acconciatura, potrebbe esservi Carlo o Giovanni, figli illegittimi di Cosimo

Durante il suo soggiorno, accompagnato da Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, alloggiò negli appartamenti papali del convento domenicano di Santa Maria Novella, trattenendosi sino al 5 maggio. In città incontrò Galeazzo Maria Sforza, figlio primogenito del duca di Milano che si era recato nell’alleata Firenze come ambasciatore del padre, mentre non riuscì a vedere Cosimo, immobilizzato da un forse diplomatico attacco di gotta: il Medici riuscì dunque a sottrarsi all’incontro con il pontefice e ad evitare di trattare la faccenda della crociata, che lui riteneva una follia. Durante la permanenza di Pio II e di Galeazzo Maria Sforza i fiorentini organizzarono feste e spettacoli in onore dei due ospiti, tra cui una giostra in piazza Santa Croce, un ballo nel Mercato nuovo, un banchetto nel palazzo Medici di via Larga (l’attuale Palazzo Medici Riccardi), una caccia con animali feroci. Il protagonista dello spettacolo organizzato in via Larga in occasione della cena fu Lorenzo il Magnifico, figlio di Cosimo, allora undicenne.

Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico
Benozzo Gozzoli, Corteo dei Magi nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi. Dettaglio del Mago giovane, tradizionalmente identificato con Lorenzo il Magnifico

Lo splendore dei festeggiamenti influenzò senza dubbio il pittore Benozzo Gozzoli, che entro il 1462 affrescò la cappella di Palazzo Medici Riccardi con un magnifico corteo dei Magi (cui ho dedicato questo post). Nelle sembianze del Mago giovane dipinto da Benozzo si riconosce Lorenzo il Magnifico, rappresentato con un copricapo simile a quello realmente indossato dall’undicenne nello spettacolo di via Larga del 1459. Nel corteo che segue il Mago sulle pareti della cappella si possono individuare i personaggi che in quella occasione si riunirono a Firenze: Sigismondo Pandolfo Malatesta, Galeazzo Maria Sforza, Cosimo il Vecchio e il figlio Piero il Gottoso (committente dell’affresco benozziano).

Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata - dettaglio del fondo con Ancona
Pinturicchio, Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Arrivo di Pio II ad Ancona per dare avvio alla II Crociata – dettaglio del fondo con Ancona

Il progetto di una nuova crociata fortemente propugnato da Pio II non giunse, nemmeno negli anni seguenti, all’esito sperato, tanto da indurre lo stesso pontefice, ormai vecchio e malato, ad annunciare di voler condurre di persona la flotta nell’Adriatico: a questo scopo giunse ad Ancona il 19 luglio 1464, dove morì nella notte fra il 14 e 15 agosto, pochi giorni dopo l’arrivo delle navi promesse dai Veneziani. Questo episodio è rappresentato nell’ultimo riquadro del ciclo della Libreria Piccolomini, con il vecchio pontefice seduto in portantina e alle sue spalle il porto, con le imbarcazioni veneziane in arrivo.

Due affreschi (due capolavori), quelli di Pinturicchio e di Benozzo Gozzoli, che testimoniano l’incontro fra personaggi e storie cruciali del nostro Quattrocento, una vicenda – la gotta di Cosimo il Vecchio – che racconta l’astuzia di colui che era divenuto il Signore di Firenze, e la volontà incrollabile di Pio II di indire una crociata per opporsi alla disgregazione morale – e territoriale – della cristianità.

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