Andar per cantine in Maremma: Petra, Rocca di Frassinello, Le Mortelle

Petra, il corpo laterale e quello centrale
Petra, il corpo laterale e quello centrale

Sono stata in Maremma e ho visitato tre cantine firmate da grandi nomi dell’architettura italiana, a Suvereto, Gavorrano e Castiglione della Pescaia.

Nel paesaggio di Suvereto si trova Petra, cantina progettata per Vittorio Moretti da Mario Botta, distesa sul pendìo della collina guardando verso il mare. Immersa in una campagna coltivata a vigneti, presenta una forma cilindrica che a sua volta abbraccia tutti gli ambienti funzionali alla creazione del vino: i luoghi destinati all’ingresso delle uve, al controllo e alla pigiatura, la barricaia, le zone per l’invecchiamento, la vinificazione, l’imbottigliamento e l’imballaggio.

Petra, il corpo centrale
Il corpo centrale

Il corpo cilindrico è affiancato da due lunghi corpi porticati ai lati, dove trovano spazio gli ambienti dedicati all’accoglienza dei visitatori e quelli destinati alle degustazioni. All’esterno l’intero complesso è rivestito in pietra di Prun, una pietra calcarea di colore rossastro proveniente dalla Lessinia, che richiama il colore rosso della terra maremmana. E’ sovrastrata da un giardino pensile di piante di ulivo, riferimento alla coltivazione locale, e percorsa da una gradinata che ne congiunge la base con la sommità, artificio che all’interno consente il passaggio della luce e il suo riverbero in maniera soffusa.

Petra, la galleria nel cuore della collina
La galleria nel cuore della collina

Al pianoterra si trova una lunga galleria, molto suggestiva, che congiunge l’area dei serbatoi fino al cuore della collina: è limitata da una parete di roccia tagliata grezzamente, attraversata dai segni delle stratificazioni minerali. Alcuni dettagli sono sottolineati dal colore di un bel blu acceso, scelto dall’architetto e definito appunto “Blu Botta“.

Petra, il piano superiore
Il piano superiore

La visita della cantina è possibile su appuntamento, e prevede un tour guidato che si conclude con una degustazione di vini e l’assaggio di prodotti a chilometro zero, alcuni provenienti proprio dai campi e dagli allevamenti della Società Agricola Petra. Tutte le informazioni utili sul sito, www.petrawine.it.

Altre foto:

Rocca di Frassinello, l'esterno all'ingresso
Rocca di Frassinello, l’esterno all’ingresso

Nel comune di Gavorrano si trova Rocca di Frassinello, cantina disegnata da Renzo Piano per Paolo Panerai: è appoggiata in cima alla collina, e ai suoi piedi si estendono le vigne che compongono i cinquecento ettari della proprietà. Ha la forma di un grande quadrato, sormontato da una torre rossa che richiama le torri medievali delle città maremmane, mentre al suo centro custodisce il luogo più prezioso: la barricaia, con duemila barriques disposte una di fianco all’altra all’interno di un grande anfiteatro quadrato.

Rocca di Frassinello, la barricaia
La barricaia

I gradoni dell’anfiteatro, grande 40 metri per 40, digradano verso il basso, a delineare un naturale palcoscenico illuminato da una sobria e tenue illuminazione. Tutto lo spazio è stato concepito per non dover mai usare pompe meccaniche e sfruttare naturalmente la forza di gravità: l’uva arriva infatti sul grande piazzale che sovrasta la barricaia, dove viene selezionata per poi finire nei tini di fermentazione sottostanti, passando da finestrelle ricavate nel pavimento.

Rocca di Frassinello, il pergolato con la vite americana
Il pergolato con la vite americana

Lo spazio si articola in modo funzionale, con cemento a vista e dettagli di color verde acceso, che dialogano con le sfumature del verde della campagna tutt’attorno. Al centro del piazzale, sotto la grande torre rossa, si sviluppa un grande ambiente vetrato da cui si ammira lo splendido panorama: è circondato da un pergolato su cui si arrampicano piante di vite americana. Una sala della cantina è destinata a Museo, per raccontare la vita e i costumi degli etruschi e le loro usanze nel preparare e bere il vino. Nei pressi della Rocca infatti si trova la necropoli di San Germano, dove sono state rinvenute tombe a tumulo risalenti al VII e VI secolo a.C..

Rocca di Frassinello, il Museo Etrusco
Il Museo Etrusco

La cantina è visitabile su appuntamento e il percorso – che comprende tutti gli ambienti di lavoro e il Museo etrusco – si conclude con la degustazione di tre vini. Al termine è possibile recarsi liberamente presso la necropoli di San Germano seguendo le indicazioni stradali: dista poco più di un chilometro. Tutte le informazioni sul sito, www.castellare.it.

Altre immagini della cantina e della necropoli:

Le Mortelle, la barricaia
La barricaia

Nel territorio di Castiglione della Pescaia si ammira la cantina Le Mortelle, progettata per il Gruppo Antinori dallo Studio Hydea. Il complesso, a pianta centrale e forma cilindrica, è stato ricavato nel corpo della collina e presenta scenografici affacci sul paesaggio circostante, capaci di riverberare la luce naturale all’interno. Una splendida scala elicoidale accompagna la discesa verso il cuore dell’edificio e mostra i vari ambienti che su di essa si affacciano: queste strutture sono state infatti poste radialmente su tre livelli, secondo una verticalità che segue le diverse fasi produttive del vino.

Le Mortelle, la scala elicoidale dalla barricaia
La scala elicoidale dalla barricaia

Una strutturazione funzionale alla lavorazione delle uve e del succo, che avviene esclusivamente “per caduta”, e che ha anche il pregio di sfruttare la naturale climatizzazione dell’ambiente via via che si scende verso il basso. Nel terzo e ultimo livello si trova infatti la barricaia dove le botti – disposte anch’esse circolarmente – sono circondate dalla viva pietra della collina, scavata in maniera molto suggestiva. Riposano al buio, e vengono illuminate sono in occasione delle visite o delle necessità legate alla lavorazione.

Le Mortelle, la volta centrale
La volta centrale

La cantina è visitabile previa prenotazione e comprende la guida e una degustazione di tre vini. La degustazione si svolge all’esterno nell’edificio dell’antica fattoria: restaurata, è uno splendido luogo dove poter prendere un aperitivo ammirando la vallata sottostante, immersi nel verde del prato circondato da piante di fico. E’ aperta al pubblico e offre anche una vendita di prodotti locali e frutta coltivata dall’Azienda. Tutte le informazioni sul sito www.antinori.it.

Altre immagini:

Per chi ama la Maremma ho dedicato alcuni articoli ai luoghi che ho visitato, mentre gli appassionati di vino e cantine troveranno spunti e idee per una gita o un viaggio dedicati al mondo dell’enologia, dell’arte e dell’architettura.

Mappa delle tre cantine:

Una gita nel Chianti, attorno a Gaiole e Radda, fra borghi fortificati, vino, arte

Vertine le colline circostanti
Le colline circostanti il castello di Vertine

Con una bella giornata a disposizione consiglio una gita nel Chianti attorno a Gaiole e Radda, per passeggiare in antichi borghi, degustare vini famosi in tutto il mondo, ammirare opere d’arte e approfondire la storia millenaria di questi luoghi. Quel che ho compiuto e suggerisco è solo un assaggio, un invito a organizzare nuove gite in un territorio ricchissimo di tesori da scoprire, dove il passato testimonia un’eccellenza e una qualità da custodire e ricercare.

Vertine, il torrione all'ingresso
Vertine, il torrione all’ingresso

Una delle tappe è senz’altro il castello di Vertine, che conserva ancora oggi il suo impianto medievale all’interno della cinta muraria di forma ellittica. Le prime testimonianze di questo insediamento risalgono a prima dell’anno Mille. Dal 1100 fu proprietà dei Ricasoli, che ribellatisi alla Repubblica fiorentina vennero assediati e infine costretti alla resa. All’epoca delle guerre aragonesi (1452-1483) era abitato dalla stessa famiglia, divenuta nel frattempo commissaria nel Chianti per la Repubblica, e divenne centro d’importanza strategica per il controllo del territorio.

Il paesaggio attorno a Vertine
Il paesaggio attorno a Vertine

La vista che se ne ha giungendo dalla strada è davvero suggestiva, di borgo fortificato circondato dalla campagna e dai vigneti. Vi si accede entrando dalla porta fiancheggiata da un alto torrione in pietra alberese. Le costruzioni sono quasi tutte originarie, e tra di esse si riconosce la pieve di San Bartolomeo, ricostruita in forme neoromaniche intorno al 1930.

L'arrivo alla Badia a Coltibuono
L’arrivo alla Badia a Coltibuono

Nei pressi di Vertine si trova la Badia a Coltibuono, risalente anch’essa a prima del Mille, quando era un piccolo oratorio. Restaurato e ingrandito, venne trasformato in abbazia nel 1037 e divenne possesso dei monaci benedettini vallombrosani, che ne amministrarono il territorio e i beni per oltre settecento anni. Molti furono i beni che le vennero assegnati e le elargizioni nel corso dei secoli, tanto che il monastero divenne padrone di un vasto patrimonio, con giurisdizione sopra molte chiese.

Badia a Coltibuono, la torre campanaria
Badia a Coltibuono, la torre campanaria

Come racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario”, l’abbazia riceveva e amministrava copiose entrate, tante da venir assegnata in commenda abbaziale a diversi illustri prelati, tra cui il cardinale Giovanni dei Medici, divenuto papa Leone X. Nel 1810, quando sotto il dominio napoleonico i beni vennero espropriati e i monaci cacciati, il monastero conservava ancora diversi poderi, mulini, palazzi e case.

Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno
Badia a Coltibuono, la veduta della vallata verso il Valdarno

In quell’anno venne soppresso e venduto all’asta; tutt’oggi è proprietà privata. Accanto alla chiesa, che conserva le sue forme romaniche, svetta una torre campanaria forse risalente al XII-XIII secolo. Tutta la costruzione è immersa in un bosco di pini e abeti, e sotto di essa si distende un prato verde che conduce lo sguardo alla profonda vallata sottostante, dove l’occhio giunge ad ammirare il Valdarno.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista" - dettaglio
Castello di Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista” – dettaglio

A poca distanza si trova un altro borgo, Ama, i cui abitanti si sono dedicati per secoli alla cura del territorio e alla coltivazione della vite e del vino. Oggi molti edifici dell’antico paese sono divenuti proprietà dell’azienda vinicola Castello d’Ama, che produce un Chianti Classico famoso in tutto il mondo. Un ulteriore elemento di attrazione è la passione per l’arte contemporanea, sì che i luoghi dedicati al vino e gli spazi degli antichi edifici ospitano opere site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Daniel Buren, Hiroshi Sugimoto… Alla visita di questo luogo, dove l’amore per l’enologia e per il paesaggio si accompagna alla commissione di opere d’arte, ho dedicato questo articolo.

Volpaia, piazza
Volpaia, piazza

Spostandosi verso Radda in Chianti e superandone il borgo si giunge a Volpaia, castello le cui mura, le torri e il cassero sono ancora ben visibili. Risalente all’IX secolo, venne costruito dall’omonima famiglia fiorentina, che nel Rinascimento dette i natali ad eruditi come Lorenzo della Volpaia, amico di Leonardo da Vinci. Sorge sul crinale che divide la terra di Firenze da quella di Siena, e nel corso del Quattrocento subì le conseguenze della lotta tra le due Repubbliche, venendo più volte preso d’assedio e conquistato. Una situazione che cambiò completamente con il declino e infine, nel 1555, con la caduta della potenza senese, che viceversa inaugurò un lungo periodo di pace per il territorio chiantigiano.

Volpaia, il cartello del borgo
Volpaia, il cartello del borgo

All’interno del borgo, dove è piacevole passeggiare respirando un’atmosfera di altri tempi, si ammirano la chiesa di San Lorenzo e la chiesa-torre di Sant’Eufrosino, oltre ad alcune torri dell’antica fortificazione e tratti delle mura originarie, nonché resti di costruzioni medievali poi trasformate in abitazioni.

Dove mangiare: a Volpaia è divertente sostare al Bar-Ucci, gestito dalla proprietaria, la simpatica ed estroversa Paola Barucci. La sorella Carla gestisce il vicino ristorante La Bottega. Per mangiare affacciati sulle verdi colline consiglio l’enoteca con cucina di Castello di Ama, Il Ristoro, dove lo chef prepara piatti a chilometro zero con i prodotti dell’orto.

Vertine, scorcio
Vertine, scorcio

In tutti i casi consiglio vivamente la prenotazione, soprattutto nel fine settimana.

Per le notizie relative alla Badia a Coltibuono mi sono avvalsa anche delle informazioni riferite da Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” redatto e pubblicato tra il 1833 e il 1846, consultabile nell’edizione riferita al Chianti Classico edita da Libreria Editrice Fiorentina nell’anno 2000.

Mappa dei luoghi:

Vino, arte e architettura contemporanea: un giro nelle cantine di Italia, Francia e Spagna

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Castello d’Ama, Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nel corso dei miei viaggi mi sono imbattuta in alcune cantine e tenute vitivinicole di grande interesse non solo per gli appassionati del vino e dell’enologia, ma anche per chi come me ricerca e ammira l’arte e l’architettura contemporanea. L’ultima in ordine di tempo è stata la Tenuta di Castello d’Ama (le ho dedicato questo articolo), che incastonata tra le colline del Chianti custodisce una preziosa raccolta di arte contemporanea, con installazione site-specific di artisti come Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Anish Kapoor, Louise Bourgeois, Hiroshi Sugimoto. Le opere sono sparse negli ambienti della Tenuta, dalle cantine alle Cappelle del borgo, e dialogano con il contesto architettonico e paesaggistico circostante, nonché con lo spirito dell’azienda e la cultura del vino, rigorosamente Chianti Classico.

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

In Umbria invece ho ammirato la cantina Castelbuono di Lunelli, che si trova a pochi chilometri da Bevagna, nella terra del Sagrantino. La cantina si inserisce nelle morbide colline della Valle umbra con la forma di un immenso carapace di tartaruga, che all’esterno ha assunto il colore del paesaggio grazie alla copertura in rame, e all’interno si apre in una grande sala vetrata che dialoga con i filari circostanti.

L’interno del carapace

La struttura si deve al genio e all’intuizione di Arnaldo Pomodoro, e mette in discussione i confini tra scultura e architettura, ponendosi come opera d’arte al cui interno è possibile vivere e lavorare: il guscio esterno è percorso da grandi crepe, che richiamano i solchi della terra, mentre all’interno si riconosce immediatamente il linguaggio artistico di Pomodoro, i suoi tagli e le spaccature che rompono la superficie. La mia visita alla cantina è stata una sosta di grande interesse nel corso di una giornata intensa, trascorsa tra Bevagna e Foligno, che ho raccontato in questo post.

Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003
Château La Coste, Louise Bourgeois, Crouching spider 6695 2003

Viaggiando in Francia ho visitato la raccolta di arte e architettura contemporanea di Château La Coste, nei pressi di Aix en Provence: la tenuta è disseminata di opere realizzate appositamente da artisti e architetti qui invitati, a partire dal centro visite firmato da Tadao Ando, dalle cantine di Jean Nouvel, dal teatro all’aperto di Frank O. Gehry e dal padiglione recentemente realizzato da Renzo Piano.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music
Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Percorrendo i vigneti lungo un tragitto di visita di due ore, ci si imbatte in opere di Larry Neufeld, Richard Serra, Tom Shannon, Lee Ufan, Ai Weiwei, mentre all’ingresso – sopra la superficie specchiata di una grande vasca, si riflettono le sculture di Hiroshi Sugimoto, Alexander Calder, Louise Bourgeois. Vengono organizzate esposizioni temporanee nella galleria dedicata (quest’estate sarà la volta di Sophie Calle), nonché una stagione musicale nel padiglione di Gehry e una  rassegna cinematografica. Si trova a pochi chilometri da Aix e da Avignone, che ho visitato entrambe, raccontandolo qui.

Marques de Riscal, Frank O. Gehry
Marques de Riscal, Frank O. Gehry

In Spagna mi sono invece fermata presso la tenuta Marques de Riscal, nella regione vitivinicola della Rioja. Affacciata sul paese di Elciego, a metà strada tra Pamplona e Burgos, la tenuta si nota immediatamente grazie alla sua appariscente architettura, firmata da Frank O. Gehry: la sua principale caratteristica consiste nelle linee ondulate del tetto rivestito in titanio, che riflettendo la luce del sole cambiano colore nelle sfumature del viola e del lilla, richiamando le tonalità del vino che qui si produce.

Il borgo di Elciego dalla terrazza del Marques de Riscal
Il borgo di Elciego dalla terrazza del ristorante del Marques de Riscal

La memoria visiva va immediatamente al Guggenheim di Bilbao, situato a cento chilometri di distanza e principale opera dell’architetto canadese in terra spagnola: qui se ne richiamano i materiali e le forme sinuose. La Bodega è una delle più antiche della Spagna, e nell’edificio progettato da Gehry ospita una vera e propria Ciudad del vino, con un hotel di lusso, due ristoranti e una spa. Dei due ristoranti, quello all’esterno permette di mangiare sotto il tetto ondulato di Gehry, ammirando il borgo sottostante.

Bodega Ysios, Santiago Calatrava
Bodega Ysios, Santiago Calatrava

A poca distanza da Elciego si trova infine Bodegas Ysios, la cui cantina è stata concepita da Santiago Calatrava e inaugurata nel 2001. Il suo aspetto è spettacolare, si sviluppa lungo un susseguirsi di onde che emulano quelle della montagna soprastante – la Sierra Cantabrica – e delle colline attorno, mentre l’edificio si sviluppa in lunghezza in una struttura di legno di cedro color rame. Il vino che qui si è produce è rigorosamente tempranillo.

Informazioni utili:

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Castello d’Ama, Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Castello d’Ama: la visita è esclusivamente guidata e su prenotazione, e si svolge in tutti gli ambienti della tenuta nel borgo, comprendendo anche la degustazione di una selezione di vini. Tutte le informazioni sul sito www.castellodiama.com/.

Tenuta Castelbuono di Lunelli: la visita è guidata, su prenotazione, si svolge all’interno del carapace e si conclude con una degustazione di vini. Per ulteriori indicazioni il sito è www.tenutelunelli.it.

Château La Coste: la visita è guidata e si tiene per tutta l’estensione della tenuta vinicola per la durata di due ore (sono consigliate scarpe comode). Include anche l’esposizione temporanea. Tutte le informazioni sono consultabili sul sito, https://chateau-la-coste.com/, mentre a questo link si può scaricare la mappa.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

Marques de Riscal: è possibile visitare la bodega, pranzando in uno dei suoi ristoranti, accedendo alla spa o pernottando nell’albergo. Tutte le indicazioni sul sito www.marquesderiscal.com.

Bodega Ysios: si può prenotare on line la visita guidata (in spagnolo o inglese) insieme alla degustazione di vini. Le istruzioni sul sito visitas.pernodricardbodegas.com.

Mappa delle cantine visitate:

Vino e arte contemporanea nel cuore del Chianti: la collezione di Castello di Ama

La vallata, Ama
La vallata, Ama

Ho visitato il borgo medievale di Ama, nel Chianti senese, che dagli anni Settanta ospita l’azienda Castello di Ama, una delle tenute più rinomate della produzione di vino Chianti Classico. Nel borgo e negli spazi dell’azienda a partire dal 1999 vengono raccolte straordinarie opere d’arte contemporanea : il progetto “Castello di Ama per l’arte contemporanea” è costituito da installazioni site-specific realizzate da alcuni artisti ispirati dal luogo e dalla sua storia.

Daniel Buren, "Sulle vigne: punti di vista"
Daniel Buren, “Sulle vigne: punti di vista”

Nomi di assoluto rilievo nel panorama dell’arte contemporanea sono stati invitati a conoscere la tenuta e ad approfondire lo spirito del borgo che la ospita, creando opere che dialogassero con l’ambiente circostante: sono nate così le installazioni di Michelangelo Pistoletto, Daniel Buren, Kendell Geers, Anish Kapoor, Chen Zhen, Carlos Garaicoa, Nedko Solakov, Cristina Iglesias, Louise Bourgeios, Ilya & Emilia Kabakov, Pascale Marthine Tayou, Hiroshi Sugimoto, Roni Horn, Lee Ufan. Un percorso in collaborazione con Galleria Continua di San Gimignano, che valorizza gli ambienti delle cantine, le cappelline di culto privato, le strade in acciottolato, gli spazi verdi affacciati sulle vallate circostanti, in una sintesi di arte, paesaggio, attività produttive legate al vino.

Villa Ricucci, Ama
Villa Ricucci, Ama

Al 2000 risale l’installazione di Michelangelo Pistoletto, “L’albero di Ama. Divisione e moltiplicazione dello specchio”, con un altissimo tronco collocato in fondo alla scala che conduce alle cantine: il fusto è spaccato e custodisce al proprio interno uno specchio ad angolo che riflette in infinite rifrazioni le immagini circostanti. Poco oltre, racchiusa e custodita in fondo a un pozzo  sotto una pesante grata in ferro, vi è “Topiary”, la scultura di Louise Bourgeois: qui installata nel 2009 poco prima della scomparsa dell’artista, rappresenta una donna in ginocchio trasformata in un fallo in boccio, mentre dal suo corpo sgorga continuamente acqua.

Michelangelo Pistoletto, "L'Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio"
Michelangelo Pistoletto, “L’Albero di Ama. Divisione e Moltiplicazione dello specchio”

Nelle due cappelline private si trovano le opere di Anish Kapoor, “Aima” – una sorta di apertura nel pavimento, una voragine di colore rosso acceso –  e di Hiroshi Sugimoto, dal titolo “Confession of Zero”: sono due modelli matematici a forma conica – uno  che pende dal soffitto e l’altro che si erge dal pavimento – che convergono senza toccarsi. Nello spazio del giardino si trova “Sulle vigne: punti di vista” di Daniel Buren, che consiste in un muro lungo 25 metri, alto 2, rivestito da una superficie specchiante: riflette l’osservatore e gli edifici del Castello di Ama, e al contempo si apre con alcune finestre quadrate sulla vallata sottostante, di cui inquadra la veduta. Nelle vicinanze si osserva nel terreno l’installazione di Cristina Iglesias, “Towards the ground”, una vasca che ciclicamente si riempie e si vuota della propria acqua, mentre affiorano le foglie verdi che vi sono immerse. “The observer” di Ilya & Emilia Kabakov invita all’osservazione attraverso un binocolo che punta su una casa vicina: guardando nel binocolo si vedono persone e angeli seduti ad una tavola.

Carlos Garaicoa, "Yo no quiero vier mas a mis vecinos"
Carlos Garaicoa, “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”

Sul declivio della collina si trova l’opera di Carlos Garaicoa, dal titolo “Yo no quiero vier mas a mis vecinos”, che stimola la riflessione sul concetto di separazione attraverso la ricostruzione di famosi muri, antichi o recenti, in miniatura: tra di essi si riconoscono il vallo di Adriano, la grande muraglia cinese, il muro che separa Israele e Palestina a Ramallah, il filo spinato tra Messico e Stati Uniti… Lungo la strada lastricata che si snoda nel borgo si dipana l’installazione di Pascale Marthine Tayou, “Le chemin de bonheur”, con macchie di colore che distinguono fra loro le pietre e si nascondono dietro angoli impensati, proprio come un’improvvisa felicità. Tra le botti della cantina si accende l’opera di Chen Zhen, “La lumière interieure du corps humaine”, dove alcune forme in vetro trasparente, illuminate da una luce bianca, rappresentano distinti organi del corpo umano e campeggiano sospesi al soffitto.

Roni Horn, "Untitled"
Roni Horn, “Untitled”

Sempre nelle cantine, tra le botti di vino, si trovano le installazioni di Kendall Geers, “Revolution / Love”, di colore rosso sangue in un ambiente che evoca le atmosfere di una cripta, e di Lee UfanTopos (Excavated)”, che come spiega l’artista è profondamente legata al luogo in cui si trova. Vi è infine l’installazione di Roni Horn, “Untitled”, l’ultima ad entrare a far parte di questa straordinaria collezione nel 2017, in cui la diversa lavorazione del vetro crea un oculos all’interno dell’opera e determina un’ambiguità tra l’apparenza e la realtà della sua materia.

Aspettiamo dunque i prossimi mesi per sapere se Castello di Ama accoglierà anche quest’anno una nuova opera, ad arricchire una raccolta così interessante per la varietà delle sue installazioni, degli artisti coinvolti, e della relazione che ogniqualvolta si crea tra opera e contesto circostante.

Altre immagini:

Mappa:

Pasqua nella Valle Umbra: tra arte, natura e sagrantino, una gita tra i borghi più belli d’Italia. Secondo giorno: Bevagna e Foligno

Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna
Tenuta Castelbuono di Lunelli a Bevagna

Dopo aver visitato Montefalco (qui il mio racconto) ho dedicato il secondo giorno della gita nella Valle Umbra a Bevagna e Foligno. Prima di giungere a Bevagna mi sono fermata presso la tenuta Castelbuono di Lunelli, dove avevo prenotato una visita incuriosita dall’originalità del luogo: si tratta infatti di un enorme carapace di tartaruga realizzato da Arnaldo Pomodoro, incastonato nelle colline tra i filari.

Il carapace di Arnaldo Pomodoro
Il carapace di Arnaldo Pomodoro

Le mie aspettative sono state pienamente premiate: l’architettura-scultura di Pomodoro s’inserisce nel dolce paesaggio umbro, di cui ricorda la morbidezza nella rotondità della forma del carapace, ed evoca la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità. Come il carapace protegge la tartaruga, così la forma di Pomodoro qui custodisce il vino, che riposa nelle botti in attesa di essere pronto. L’architettura si aggrappa alla terra su cui è posta e nel suo ventre, nelle cantine sottostanti il guscio, le botti sono disposte in cerchio, attorno a una scala elicoidale che collega la superficie al sottoterra.

Il "ventre" del carapace, con la ziggurat al centro
Il “ventre” del carapace, con la ziggurat al centro

Nel sottosuolo, al centro della scala, si sviluppa un ambiente conico, che prende luce naturale dal piano superiore e al centro accoglie una sorta di altare, dove il vino viene presentato e degustato: la struttura evoca, secondo il suo ideatore, una ziggurat, la torre mesopotamica costruita con finalità religiose e sacre per unire il cielo e la terra.

La volta del carapace
La volta del carapace

Al piano terreno il guscio della tartaruga, realizzato in rame, poggia su una grande vetrata circolare, in modo che dall’interno lo guardo spazi sulla campagna circostante: la volta ricorda immediatamente l'”alfabeto artistico” di Pomodoro, riconducibile al suo estro con le spaccature e i tagli che rompono la superficie. In questo ambiente si svolge l’accoglienza dei visitatori e si tengono le degustazioni.

Il dardo rosso che segnala la Tenuta
Il dardo rosso che segnala la Tenuta

All’esterno invece la sfericità del guscio è percorsa da crepe che ricordano i solchi della terra, mentre il colore del rame – inizialmente del suo tipico rosso – sta cedendo per effetto dell’ossidazione a un verde scuro che mimetizza l’intervento fra i colori della campagna. Il carapace è segnalato da un monumentale dardo rosso, conficcato nel terreno a poca distanza, che sottolinea l’opera nel paesaggio.

Dopo la visita, comprensiva della degustazione di alcuni vini, sono arrivata a Bevagna, dove ho pranzato Da Oscar, un piccolo ristorante che mi ha colpito per la qualità e originalità dei piatti, appartenenti alla tradizione umbra ma rivisitati dal suo eclettico chef.

Budino al atte e olio d'oliva, Ristorante Da Oscar
Budino al atte e olio d’oliva, Ristorante Da Oscar

Tra le portate, presentate con cura e abbondanza di particolari, la più originale mi è sembrata il dolce, un budino di latte all’olio extravergine di oliva profumato da fiori di finocchietto. Al temine del pranzo ho visitato la cittadina, un borgo delizioso, passeggiando piacevolmente tra le sue stradine, testimonianza inalterata dell’assetto urbano medievale risalente al XII e XIII secolo: proprio la cura e l’attenzione ai propri monumenti ha permesso a Bevagna di conquistare la bandiera arancione, oltre a far parte dei “borghi più belli d’Italia”.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco

Partendo dalla Porta Perugina (molto comoda perché subito all’esterno si trova un ampio parcheggio), ho visitato la chiesa di San Francesco, dove è conservata la pietra su cui San Francesco tenne la sua predica agli uccelli. Alle spalle della chiesa si snoda in senso circolare il vicolo dell’anfiteatro, il cui nome e andamento assecondano la disposizione delle abitazioni medievali, edificate sopra le fondamenta dell’antico teatro romano, risalente presumibilmente all’epoca traianea, al I secolo d.C.. I suoi ambulacri si possono ammirare entrando nel ristorante Redibis, che è allestito proprio all’interno di questi suggestivi spazi: un’occasione unica per ammirare le vestigia romane in un contesto non museale.

Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo
Piazza Silvestri, la chiesa di San Michele Arcangelo

Percorrendo il corso principale sono giunta alla piazza Silvestri, su cui affacciano le due chiese medievali di san Michele Arcangelo e di san Silvestro, il Palazzo dei Consoli – sede del delizioso teatro Francesco Torti (l’ho visitato tanti anni fa, a Pasqua purtroppo non era aperto. La visita necessita di prenotazione) – la chiesa dei santi Domenico e Giacomo. Uscendo dalle mura si può compiere una bella passeggiata costeggiandone il tratto meridionale, affiancati da un fresco torrentello: davvero un angolo di paradiso.

La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale
La passeggiata lungo la cinta muraria meridionale

Nel pomeriggio ho trascorso alcune ore visitando le cantine vicine, tra cui la Fattoria Colleallodole di Melziade Antano e la cantina Arnaldo Caprai. Per la visita della cantina Caprai è necessaria la prenotazione, che si può richiedere anche on line. Con l’arrivo del bel tempo è inoltre possibile godere di un bel “pic nic in vigna“, con la cantina che offre tutto il necessario e la libertà di scegliere l’angolo preferito dove accomodarsi tra le vigne e i prati della Tenuta: un’idea originale e simpatica per un’esperienza “a tutto sagrantino”.

Calamita Cosmica di Gino De Dominicis
Calamita Cosmica di Gino De Dominicis

Nell’ultima parte della giornata – è stata lunghissima e piena di incontri e scoperte! – sono andata a Foligno, dove ho passeggiato per le vie del centro cittadino. Ho avuto il tempo di ammirare un’opera enigmatica, collocata in un contesto inusuale per l’arte contemporanea: mi riferisco alla Calamita Cosmica di Gino De Dominicis, una scultura monumentale (lunga 24 metri) che rappresenta uno scheletro umano sdraiato. La sua peculiarità consiste in un grosso naso, simile a un becco di uccello, posto sul volto (è uno dei motivi ricorrenti delle opere di De Dominicis), e in un’asta di ferro dorata, appoggiata all’ultima falange del dito medio della mano destra, alta 9 metri, che costituisce la calamita del titolo: l’asta metterebbe in contatto lo scheletro con il mondo cosmico.

Calamita Cosmica, dettaglio del busto e della testa
Calamita Cosmica

Quest’opera fu realizzata da De Dominicis in circostanze segrete intorno al 1988, ed è avvolta nel mistero come la vita del suo creatore: “egli stesso opera d’arte senza fine, originaria e carica di segreto” lo definì il pittore tedesco Ansel Kiefer. Dal 2011 Calamita Cosmica è esposta permanentemente a Foligno, ospitata dal Centro Italiano di Arte Contemporanea nell’ambiente dell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata. Il contesto espositivo contribuisce ad aumentare il fascino della visita: la chiesa infatti è un gioiello di architettura neoclassica opera di Carlo Murena, allievo di Luigi Vanvitelli.

Palazzo Trinci, lo scalone del cortile
Palazzo Trinci, lo scalone del cortile

A seguire mi sono recata a Palazzo Trinci (collocato accanto al Duomo nella piazza centrale di Foligno), dove la giornata si è conclusa in un’apotesi di bellezza: il palazzo trecentesco, costruito su edifici medievali preesistenti, fu la residenza della famiglia Trinci che governò la città dal 1305 al 1439, mentre in seguito all’annessione di Foligno allo Stato della Chiesa divenne la sede dei governatori pontifici.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti a Palazzo Trinci a Foligno
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti

La storia che lo riguarda è tangibile nelle trasformazioni architettoniche che il luogo ha vissuto, di cui resta una traccia affascinante nella scala gotica interna – un tempo a cielo aperto – e nel collegamento fra i vari ambienti del secondo piano, dove si trovano gli affreschi più interessanti.

Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica
Gentile da Fabriano, Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti, dettaglio della Musica

I Trinci infatti chiamarono Gentile da Fabriano a decorare le sale del palazzo, e dell’opera del maestro rimangono varie sale tra cui la Sala delle Arti Liberali e dei Pianeti: qui sono rappresentate le personificazioni delle arti del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), e dei sette Pianeti.

Gentile da Fabriano, Palazzo Trinci a Foligno, Sala dei giganti
Gentile da Fabriano, Sala dei Giganti

Questa rappresentazione simboleggia le sette età dell’uomo, ciascuna delle quali influenzata da uno specifico pianeta e dedita all’apprendimento di un’arte. Il tema delle età dell’uomo è sviluppato anche nel corridoio che collega il palazzo al Duomo. Sempre al secondo piano si trova la grande Sala dei Giganti, affrescata con colossali figure di eroi della storia di Roma, da Romolo a Traiano, abbigliati secondo la moda e il gusto rinascimentali.

Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia
Gentile da Fabriano, Storie della fondazione di Roma, dettaglio della scena dell’Esecuzione di Rea Silvia

Anche questa sala, insieme all’ambiente della loggia con le Storie della fondazione di Roma – situata sempre al secondo piano – è riconducibile all’ingegno e alla fantasia di Gentile da Fabriano, con la collaborazione di aiuti. Vi è inoltre l’ampia sala Sisto IV, con un soffitto ligneo magnificamente decorato, in fondo alla quale si trova la piccola bellissima cappella affrescata da Ottaviano Nelli nel 1424 con Storie della vita della Vergine: davvero uno scrigno prezioso.

Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo
Ottaviano Nelli, affreschi nella cappella del Palazzo

Palazzo Trinci ospita anche la pinacoteca civica articolata in tre sezioni (Trecento, Quattrocento, Cinquecento) e il Museo Archeologico, nonché il Museo multimediale dei Tornei, delle Giostre e dei Giochi (immancabile nella città che organizza la Quintana). Ho lasciato Foligno a malincuore, non prima però di aver trascorso del tempo nella libreria Editoriale Umbra in via Pignattara 36: un luogo ricchissimo di pubblicazioni d’arte, di storia locale, di libri rari, dove sfogliare volumi parlando con l’appassionato libraio è stato davvero un piacere.

La campagna della Tenuta Lunelli
La campagna della Tenuta Lunelli

Per preparare le mie visite ho fatto riferimento al portale turistico della Regione Umbriawww.umbriatourism.it, nonché ai siti web delle varie cantine vinicole visitate (per alcune delle quali, come ho scritto, è auspicabile se non proprio necessaria la prenotazione). Il servizio turistico comunale di Foligno è stato sollecito e puntuale nel fornirmi le informazioni richieste: ho mandato una mail a  info@iat.foligno.pg.it e ho ricevuto risposta il giorno seguente. Consiglio anche il sito del circuito intercomunale Terre e Musei dell’Umbriawww.umbriaterremusei.it, che offre una descrizione puntuale dei dodici Comuni coinvolti e dei venti siti museali in essi presenti: ho trovato molto utili le “miniguide” scaricabili relative a ciascun museo.

Altre immagini del borgo di Bevagna:

Il pranzo Da Oscar a Bevagna, i piatti degustati:

Altre immagini dell’impressionante Calamita Cosmica di Gino De Dominicis:

Altre immagini delle sale e degli affreschi di Palazzo Trinci a Foligno:

La mappa della mia giornata, i luoghi che ho visitato:

Pasqua in Provenza e Camargue: arte, natura e buona cucina

Il Palazzo dei Papi ad Avignone

Con la Pasqua alle porte (quest’anno cadrà il primo aprile) chi potrà concedersi qualche giorno di vacanza potrebbe scegliere un viaggio in Provenza e Camargue. Ho fatto questo viaggio l’anno scorso, e lo consiglio sia perché tra marzo e maggio il clima qui è splendido, sia perché in occasione della Pasqua sono tantissime le iniziative e le feste che vengono tradizionalmente organizzate. I musei inoltre non risentono di nessuna chiusura per le festività e, anzi, sono quasi tutti aperti.

Vieux Port di Marsiglia al mattino

Premetto, prima di passare alla descrizione del viaggio, che si è trattato di un tour molto intenso, che ha escluso ben poco: l’ho organizzato proprio così, per avere la possibilità di vedere più cose possibili, e farmi un’idea precisa di cosa merita un ulteriore successivo viaggio.

Venerdì – MARSIGLIA

Il Mucem e la Ville Mediterranée

Partendo in aereo sono giunta a Marsiglia, dove all’aeroporto ho noleggiato un’auto che ho utilizzato per il mio giro. Il primo giorno l’ho dedicato alla visita – purtroppo breve, ma sufficiente per alimentare il desiderio di tornarci con calma – di questa città. Con poco tempo a disposizione ho preferito concentrarmi sulla zona del Vieux Port, che si gira comodamente a piedi, arrivando fino al Mucem e alla Ville Mediterranée: il primo è il Museo delle Culture del Mediterraneo, unito al Fort Saint Jean da una passerella pedonale, ed è dedicato ad illustrare gli aspetti che identificano il mondo mediterraneo. Ai problemi e alle tematiche “mediterranee” sono dedicate le mostre temporanee ospitate nell’attigua Ville Mediterraneé.

La Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur

Entrambi i complessi, che spiccano per le loro architetture moderne, hanno riqualificato l’area a nord del Vieux Port e consentono una bella passeggiata lungomare. Costeggiando la Cathédrale de Sainte-Marie-Majeur – che fra 1852-93 sostituì la precedente risalente all’XI secolo – mi sono poi addentrata nel quartiere di Le Panier, verace e molto poco turistico. Esso sorge sul luogo dove i focesi fondarono Massalia e in mezzo alle sue pittoresche viuzze di trova la Vieille Charité, che fu ospizio della carità fra il 1671 e il 1749: è una bella costruzione articolata su un cortile centrale con una cappella di forma ovale.

Concept Store ne Le Panier

Trovandomi in questa città è stato impossibile non comprare del sapone a base di olio d’oliva: da Fer à Cheval vendono l’unica marca ancora prodotta a Marsiglia (le altre produzioni sono state tutte delocalizzate in paesi limitrofi, in particolare a Salon). Ho sostato nella bottega di Escoffier per ammirare i tradizionali Santons, statuine del presepe provenzale che furono create nel corso della Rivoluzione francese – quando le chiese vennero chiuse – per consentire a tutti di allestire un presepe nella propria abitazione.

Bouillabaisse Chez Michel

A cena mi sono concessa la tipica bouillabaisse, la zuppa di pesce marsigliese cucinata per ore a fuoco basso (da qui il suo nome), e ho scelto il Restaurant Chez Michel per questa occasione: l’ho trovata deliziosa, ricca di sapori, colori e profumi! Ho infine pernottato all’Hotel BelleVue, situato proprio nel vecchio porto, con una camera con vista sulle barche ormeggiate e la ruota panoramica alla mia destra: una vista stupenda, che mi ha permesso di godere del panorama durante tutto il trascorrere della giornata. La scelta è valsa la pena, nonostante la camera fosse a un piano elevato e l’albergo privo di ascensore. Segnalo inoltre che al primo piano l’hotel ha un grazioso bar e ristorante, dove gli ospiti possono fare colazione, chiamato La Caravelle.

Una galleria di immagini sintetizza la mia giornata

Il porto di Cassis

Sabato – CASSIS, LA CIOTAT, AIX EN PROVENCE, CHÂTEAU LA COSTE

Ho preso l’auto e sono arrivata al piccolo e vivace porto di Cassis. Ho deciso di compiere un’escursione in battello, della durata di un’ora, per ammirare dal mare cinque calanchi del Parc National des Calanques, caratterizzato da alte scogliere che si gettano a strapiombo fra le onde, in mezzo a una vegetazione mediterranea. La visita, organizzata dalla locale compagnia dei battellieri, è valsa davvero la pena: non è stato necessario compiere alcuna prenotazione perché le imbarcazioni partono continuamente, e si può scegliere la durata dell’escursione in base al numero di calanchi che si desidera raggiungere.

Calanchi de L’Oule

I calanchi si possono ammirare anche dall’alto, percorrendo i numerosi sentieri che si costeggiano: nel parco infatti si snodano vari percorsi trekking, da 3 a 5 ore di cammino, ma questa soluzione avrebbe richiesto tempo che non avevo. Se dovessi tornare, mi piacerebbe fare alcune di queste passeggiate.

Pesce da “Nino”

Tornata nel porticciolo ho pranzato da “Nino”, ristorante gestito da una coppia di italiani, affacciato sul viavai delle barche: lo consiglio, oltre che per la vista, per l’atmosfera familiare, accogliente e cortese, per la freschezza del pesce e la cura della cucina. Dopo pranzo ho ripreso l’auto e ho compiuto un percorso spettacolare, che parte da Cassis e fiancheggiando i calanchi giunge fino a La Ciotat: la strada, Route des Crêtes, svela punti panoramici da vertigine, sia per la bellezza del panorama, sia per l’altezza dei luoghi di osservazione in cui è possibile sostare.

La Route des Crêtes

Non ci sono riuscita, ma avrei voluto soffermarmi a La Ciotat per sostare davanti al Cinema Eden, rinnovato nel 2013, che vanta meritoriamente il titolo di più antica sala cinematografica al mondo, ancora in attività: qui infatti furono proiettati i primi cortometraggi dei Fratelli Lumière, girati in questa piccola cittadina grazie alla straordinaria qualità della luce: tra di essi, il cortometraggio del treno che arriva in stazione – la piccola “gare” de La Ciotat! – definito “premier film d’épouvante de l’histoire du cinéma”.

Saint Sauveur

Mi sono diretta verso Avignone, e sulla strada mi sono fermata ad Aix en Provence, che avrebbe meritato almeno un giorno intero di visita e che invece è stata l’occasione per una passeggiata nel centro (affollatissimo!), per un caffè e una madeleine che non dimenticherò nella vita. Andando con ordine, ho parcheggiato in uno dei parcheggi sotterranei che con grandissima utilità circondano il centro storico, e percorrendo il bel Cour Mirabeau fiancheggiato da platani mi sono avviata a piedi verso il centro storico, che mantiene ancora il suo impianto medievale. Addentrandomi nelle sue stradine sono arrivata fino alla piazza dell’Hôtel de Ville, edificio seicentesco accanto al quale si trova la torre dell’orologio, sostenuto dalla porta dell’antica cinta muraria medievale.

Madeleines chez Christophe

A pochi passi si trova la Cattedrale di Saint Saveur, che mescola stili diversi e racconta la storia – dal IV secolo fino al Seicento – che ne ha determinato l’aspetto attuale: il suo battistero è paleocristiano, la facciata è gotica, l’interno è romanico con interventi cinquecenteschi… Meritano la visita le ante delle porte di ingresso – generalmente chiuse da controporte – che sono aperte solo nel periodo di Pasqua: sono un capolavoro di scultura tardo-gotica ad opera di Jean Guiramand. Lungo rue Gaston de Saporta mi sono fermata di fronte al bancone di una pasticceria, che sfornava esclusivamente madeleines, e ne ho comprato un sacchetto: calde, profumatissime, deliziose, non le scorderò mai. La pasticceria, che affaccia sulla strada con un’unica vetrina-bancone, si chiama Christophe.

Château La Coste, Tadao Ando, Centre d’Art

Ripartita da questa cittadina, di cui inevitabilmente mi è rimasto il desiderio di tornare con calma, mi sono recata alla tenuta vitivinicola Château La Coste, situata nella campagna di Le Puy-Sainte Réparade, perché vanta una straordinaria raccolta d’arte contemporanea. Non ho avuto il tempo per compiere il giro di tutta la tenuta, disseminata di opere d’arte e capolavori di architettura, perché esso richiede almeno due ore, ma ho ammirato le opere situate nei pressi del centro visite – progettato da Tadao Ando – e la mostra temporanea di Ai Weiwei, “Mountains and Seas” che nell’occasione era stata allestita nello spazio delle esposizioni temporanee.

Château La Coste, Frank O. Gehry, Pavillon de Music

Fra le opere immediatamente riconoscibili, ho ammirato le sculture di Alexander Calder, Hiroshi Sugimoto, Louise Bourgeois; inoltre, le cantine progettate da Jean Nouvel, il teatro all’aperto di Frank Gehry, un padiglione ipogeo appena realizzato da Renzo Piano. La tenuta ha anche una terrazza caffè e ristorante all’aperto, in un pittoresco giardino, che lusinga la sosta e invita al riposo.

Al termine della giornata sono infine arrivata ad Avignone, dove avevo prenotato una camera con vista sul Palazzo dei Papi presso l’hotel Palais des Papes. La camera era un po’ angusta, ma la vista davvero impagabile.

Qualche immagine racconta quel che ho visto.

Grande Cour del Palazzo dei Papi

Domenica – AVIGNONE

Ho dedicato la domenica di Pasqua alla visita di Avignone, dove nonostante la festività (grazie ad essa!) tutto era aperto. Dopo una giornata in movimento, è stato piacevole lasciare la macchina e passeggiare fra le mura e le vie di questa città ricca di storie. Come prima visita, ho dedicato la mattina e il primo pomeriggio al Palazzo dei Papi, dove risiedettero i papi durante la “cattività avignonese”: Giovanni XXII, Benedetto XII (che fece abbattere il vecchio palazzo episcopale e cominciò la ventennale costruzione di quello che oggi ammiriamo), Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V.

Cappella Clementina

La maestà degli ambienti, oggi – tranne pochissime eccezioni – quasi completamente spogli, lasciano intuire lo splendore e la magnificenza del palazzo nel corso del Trecento, e lo sfarzo che la corte papale si concedeva. Le vicende successive, che videro questa magnifica struttura subire danni gravissimi nel corso della Rivoluzione Francese e infine la sua trasformazione in caserma, segnano quasi un amaro contrappasso, e rendono il recupero del patrimonio pittorico un dono prezioso e inaspettato. Per visitare il Palazzo avevo acquistato il biglietto on line, per evitare inutili code in biglietteria e perdite di tempo prezioso. Consiglio caldamente l’audioguida, che viene fornita a pagamento all’ingresso, e che costituisce un utile aiuto alla visita, anche se l’apparato didascalico lungo il percorso – costituito sia da pannelli testuali sia da immagini e video – è assai ricco e dettagliato.

Vista dal tetto del Palazzo verso Place du Palais e i tetti di Avignone: a destra l’Hôtel des Monnais e a sinistra la torre dell’orologio

Al termine della visita mi sono rifocillata nella piccola caffetteria (che sconsiglio nelle ore di punta del pranzo) situata sul tetto del palazzo, da cui si gode una bella vista sulla città sottostante. Il riposo è stato prezioso per poter affrontare il resto della giornata.

Dopo una veloce visita della chiesa di Notre-Dame-des-Doms, situata accanto al Palazzo dei Papi, e una passeggiata nei soprastanti giardini della terrazza del Rocher des Domes (da cui si vede – al di là del Rodano – l’abitato di Villeneuve-lès-Avignon e il Fort Saint André che lo sovrasta), mi sono recata al Musée du Petit Palais, ospitato nell’ex palazzo episcopale.

Musée du Petit Palais, collezione

Il Museo custodisce la Collezione Campana di Cavelli, che dopo essere stata dispersa tra il Louvre e altri musei francesi, è stata infine qui riunita nelle sue oltre trecento opere di pittura italiana del XIII-XVI secolo. Tra le opere, dipinti di Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Gherardo Starnina, Sandro Botticelli, Ridolfo Ghirlandaio, Vittore Carpaccio, Marco Palmezzano.

Taddeo di Bartolo, La Vierge et l’Enfant – dettaglio

Il percorso di visita consente di comprendere l’importanza della pittura italiana in terra francese, grazie alle opere e ai maestri che si recarono presso la corte papale per abbellirne i palazzi: fra di essi, Simone Martini, che realizzò alcuni affreschi nella Cattedrale (andati quasi completamente perduti) e che qui morì nel 1344.

Le Pont de Saint Bénézet

L’ultima parte della giornata è stata dedicata alla visita del Pont Saint Bénézet, di cui ho appreso la storia grazie all’audioguida e che ho percorso lungo le sue quattro arcate superstiti, memoria di un ben più ambizioso monumento che osò sfidare le correnti del Rodano per una lunghezza di ben ventidue campate, oltre novecento metri, venendo distrutto e ricostruito più volte, fino al 1669. Del suo approdo in terra di Francia (il ponte era la frontiera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Francia) rimane oggi la Tour de Philippe-le-Bel, innalzata tra il 1293 e il 1307 per vigilarne l’accesso.

Palazzo dei Papi e mura dal Pont de Saint Bénézet

Sulle arcate del ponte ho sperimentato la forza del mistral, il vento che soffia sulla Provenza e rende i suoi cieli talmente tersi da rimanere impressi nella memoria. La luce di questi luoghi, che sedusse pittori e artisti richiamandoli qui, è così limpida grazie al mistral che, si dice ma posso testimoniarlo personalmente, può soffiare per giorni in modo furioso ed è capace di indurre alla pazzia. Dalle sponde del fiume si ammira parte della cinta muraria che ancora oggi circonda Avignone per oltre quattro chilometri, completa di torri e merlature.

Opéra di Avignone

Una volta tornata al suo interno, ho passeggiato per il centro storico soffermandomi in Place de l’Horloge, piena di caffè con i tavolini all’aperto su cui affacciano l’Hôtel de Ville e l’Opéra, e mi sono addentrata per le vie fino alla chiesa di Saint Pierre, alla chiesa di Saint Didier e infine alla suggestiva Rue des Teinturiers, dove si trovavano le botteghe dei tessitori e lungo l’acciottolato un canale d’acqua faceva correre ruote idrauliche a pale, ancora oggi in funzione.

Rue des Teinturiers

All’estremità della via sorgeva il Couvent des Cordeliers in cui venne sepolta la Laura amata dal Petrarca, struttura che venne demolita in occasione dell’annessione di Avignone alla Francia rivoluzionaria: è sopravvissuto il solo campanile a tramandarne la memoria. Ho concluso la giornata con la cena, per la quale mi sono recata presso L’Epicerie, nella pittoresca place Saint Pierre: un locale piccolo, ma molto accogliente, con una buona cucina e un servizio attento. Lo consiglio.

Qui il racconto fotografico della giornata.

Villeneuve-lès-Avignon, Tour de Philippe-le-Bel

Lunedì – VILLENEUVE-LÈS-AVIGNON E ARLES

Al mattino ho ripreso l’auto, e prima di dirigermi verso Arles ho fatto una breve sosta a Villeneuve-lès-Avignon, per ammirare la Tour de Philippe-le-Bel, ultima vestigia superstite – da questa parte del Rodano – del Pont Saint Bénézet, e il Fort Saint André, le cui mura possenti vigilavano sulla città dei papi.

Quindi mi sono diretta verso Arles, che in quei giorni stava festeggiando la Feria di Pasqua. Si tratta del primo appuntamento della tauromachia francese che si celebra ogni anno nel periodo pasquale (nel 2018 si terrà dal 30 marzo al 2 aprile): la città si riempie di persone che vengono ad assistere alle “couses camarguaises”, corse dei tori organizzate nei suoi boulevards e alla corrida, che si svolge a Les Arènes, l’antico anfiteatro romano che, per questo suo ancora attuale utilizzo, può essere considerato la plaza de toros più antica al mondo.

Arles, place de la République: a destra Saint Trophime, a sinistra l’Hôtel de Ville

Inoltre vi sono concerti di musica e danza, spettacoli, rievocazioni in costume, stands gastronomici e mercatini di artigianato artistico. Un vero pandemonio di colori, musica, odori, davvero imperdibile. Io avevo prenotato una camera presso Villa M, Maison d’hôtes sul Boulevard Clémenceau, affacciata sugli stands e sulla course camarguaise: una villa elegante collocata ai margini della festa ma che ha garantito anche il necessario silenzio notturno e, ancor più importante, un parcheggio riservato, in quei giorni altrimenti introvabile.

Arles, Alyscamps, Viale dei sarcofagi

Appena sono arrivata ad Arles ho visitato il cimitero degli Alyscamps, una delle necropoli più celebri d’Europa, ricordato anche da Dante nel IX canto dell’Inferno. Il divino poeta così descrive la città di Dite, punteggiata di sepolcri aperti: “Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, / sì com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna, /
fanno i sepulcri tutt’il loco varo“, ricorrendo all’immagine delle arche custodite presso gli Alyscamps di Arles. L’attuale sistemazione, risalente al XVII secolo, rispecchia il gusto romantico, e permette di passeggiare in un viale alberato in cui sono allineati i sepolcri, fino a giungere alla chiesa di Saint Honorat, che custodisce alcuni sarcofagi carolingi. Il luogo e il suo fascino decandente sedussero anche Van Gogh, che vi dedicò alcuni quadri.

Vincent Van Gogh, Vallende bladeren (Les Alyscamps), c. 1 November 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Ad Arles l’artista arrivò nel febbraio del 1888 e vi trascorse quindici mesi, vivendo nella Casa Gialla che sorgeva in Place Lamartine: arrivò in questa cittadina della Provenza attirato dalla sua luce, e visse il periodo artistico più prolifico della sua vita, realizzando trecento opere. Sognava di fondare l’Atelier du Midi, una comunità artistica che però rimase solo un sogno: l’unico amico che lo raggiunse fu Gauguin, che vi trascorse due mesi prima di andarsene, per niente sedotto dalla città e dal suo fascino e a seguito di un violento alterco dovuto all’irritazione e ai contrasti per il carattere e le abitudini di vita di Van Gogh. Anche Gauguin dedicò un’opera a Les Alyscamps, un quadro che è possibile ammirare al Musée d’Orsay.

La chiesa e il chiostro di Saint Trophime

Per pranzo mi sono fermata a Le bistrot A Côté, consigliatomi dalla proprietaria di Villa M, che proponeva un menù speciale in occasione della Feria, quindi ho visitato la cattedrale di Saint Trophime, che nel 1178 ospitò l’incoronazione di Federico Barbarossa (nonno di Federico II di Svevia). Il portale in facciata merita un’attenta osservazione, perché è una splendida opera romanica, e prelude alla meraviglia che si trova di lì a pochi passi, il chiostro.

Statua della Madre-Chiesa

Costruito in due fasi differenti (le gallerie est e nord sono romaniche, realizzate nel XII secolo, mentre quelle ovest e sud sono gotiche e risalgono al XIII-XIV secolo), presenta capitelli e pilastri ornati con scene del Vecchio e Nuovo Testamento, storie della vita di San Trofimo ed episodi della tradizione cattolica provenzale.

Alle 16,30 sono entrata nell’anfiteatro romano, perché l’unica possibilità per visitarlo era assistere alla corrida che vi si svolge in occasione della Feria di Pasqua.

L’anfiteatro (Les Arènes) – l’attesa per l’inizio della corrida

Avevo comprato il biglietto con largo anticipo sul sito ufficiale, in una posizione soprelevata in modo da ammirare il complesso e il suo sviluppo architettonico nel corso dei secoli: la struttura è infatti in ottime condizioni, e le torri che svettano sul suo coronamento superiore ne ricordano la conversione in fortezza militare avvenuta nel corso del Medioevo.

La sfilata iniziale

A suo interno successivamente si sviluppò un abitato, secondo una prassi comune nei confronti di simili luoghi (basti pensare all’insediamento medievale che si sviluppò a Roma sulle fondamenta del Teatro di Balbo), costruzioni che qui però vennero demolite a partire dal 1825 per consentire il totale ripristino dell’architettura romana. La corrida è stata inaugurata da un corteo composto dalle varie figure coinvolte e poi ha visto la “liberazione” del toro nell’arena. Inizialmente attirata da più toreri, quindi ferita da un picador a cavallo, la povera bestia è stata subito attirata dal capote del torero, con cui ha iniziato una macabra danza di cui ho assistito solo alla prima parte: era troppa per me la tensione sia nei confronti del toro, sia nei confronti del matador. Dei tre toreri che partecipavano a questa manifestazione, qualche mese fa ho appreso della morte di uno, Ivan Fandino, incornato nel giugno scorso in un’arena simile a questa. Uscita anzitempo dallo spettacolo, ho dedicato il secondo pomeriggio alla visita della città, del teatro romano (a differenza di questo, in cattivo stato di conservazione), di Notre-Dame-de-la-Major, di Place du Forum, delle Thermes de Costantin.

Le Criquet. L’aïoli provenҫal du Criquet: morue pochée, legumes, fruits de mer e aïoli

Ho concluso l’intensa giornata cenando da Le Criquet, un piccolo ristorante gestito da ragazze estremamente gentili, con una cucina tipicamente locale, piatti ottimi preparati e presentati con grande attenzione. Anch’esso mi era stato consigliato dalla proprietaria della mia Maison d’hôtes.

Tutte le fotografie della mia giornata in questa pagina.

Arles, Pont de Langlois

Martedì – AIGUES-MORTES E CAMARGUE

Sono ripartita di buon mattino dopo l’ottima colazione preparatami a Villa M, con prodotti di filiera corta e prelibatezze casalinghe, soffermandomi presso il ponte di Langlois, situato subito fuori Arles, immortalato varie volte da Van Gogh.

Vincent Van Gogh, Brug te Arles (Pont de Langlois), mid-March 1888, @ Kröller-Müller Museum, Otterlo

Mi sono quindi diretta in Camargue, cominciando dalla visita di Aigues-Mortes. Qui giunta, mi sono arrampicata sulla cinta muraria, che nel suo sviluppo rettangolare (300×500 metri) è del tutto percorribile e consente di ammirare i tetti della cittadina che vi è racchiusa. Tutto il borgo sorse per volere di Luigi IX, poi San Luigi dei francesi, che fece costruire il porto, il canale e l’abitato per raccogliere le barche in partenza per la VII crociata: si tratta di una storia che merita il suo approfondimento. I suoi successori , Filippo III e Filippo il Bello fecero innalzare la cinta muraria che si è conservata pressoché intatta fino ad oggi.

Camminamento delle mura sud: a destra la salina, a sinistra la città

Il camminamento riserva panorami indimenticabili, in particolare il lato sud, che si rivolge alle lagune e alle cangianti saline, e la terrazza della Torre di Costanza, che da 32 metri di altezza permette di osservare nel suo sviluppo il canale del Rodano. Dopo aver esplorato i bastioni della cinta muraria sono scesa fra le abitazioni, ancora disposte secondo un ordinamento a scacchiera, e ho visitato la chiesa di Notre-Dame des Sablons (risalente al 1246-1248) e place Saint Louis.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle verso la Digue à la Mer

Ho ripreso l’auto e mi sono diretta con risoluzione verso gli stagni della Camargue, per godere dell’ultima meraviglia del mio viaggio. Ho percorso l’unico tragitto consentito con l’auto (la maggior parte dei percorsi sono permessi, giustamente, solo a piedi o in bicicletta), costeggiando l’Étang de Vaccarès fino ad incrociare il sentiero per il faro de la Gacholle sui bordi dell’Étang du Fangassier.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle

Lungo il viaggio mi sono soffermata in tutti i punti panoramici che si aprivano dinanzi a me, ammirando la varietà di paesaggi, vegetazione, specie animali che si offrivano alla mia vista. Infine presso l’ Étang du Fangassier ho avuto la sorpresa dei fenicotteri rosa in volo, quasi immobili nell’affrontare un mistral che qui soffiava fortissimo. Lo stagno du Fangassier è il solo sito francese di riproduzione dei fenicotteri, e custodisce una delle più grandi colonie del Mediterraneo occidentale. Lo spettacolo, posso dirlo senza retorica, è stato un’emozione fortissima.

Parco della Camargue, presso il Faro de la Gacholle, fenicotteri in volo da l’Étang du Fangassier

Prima di ripartire ho espresso il desiderio di tornarci, per raggiungere in bicicletta i luoghi dove non sono potuta arrivare, sperando magari di giungervi in giorni in cui il mistral non soffi troppo violentemente, perché qui è capace di gettare a terra chiunque e rendere i movimenti una vera fatica.

Salin-de-Giraud

Salita in auto mi sono recata presso Salin-de-Giraud, dove poco oltre l’abitato si distendono le saline dai tipici colori rosa dovuti alla presenza dell’alga Dunaliella salina, e qui ho preso il traghetto Bac de Barcarin che mi ha consentito di attraversare il Rodano e giungere sulla sponda di Port-Saint-Louis-Du-Rhône, posto sulla strada che mi ha ricondotto all’aeroporto di Marsiglia.

Qualche fotografia ricorda la mia ultima giornata di viaggio.